Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 19
— Bice mia, buona novella: l'orgoglio di Castruccio si incomincia a rintuzzare efficacemente, e il buono stato della nostra terra potrebbe tosto ritornare.
— Amo anch'io la mia terra, e codesta novella tutta mi riconsola, e più ancora perchè veggo che tu ne prendi tanta letizia, — rispose la Bice, che non si attentava di entrare in altro; ma pigliava però ottimo augurio dal vedere quel vecchio così allegro.
— E non c'è proprio altra cagione che ti consoli? — continuò il vecchio guardandola amorosamente con viso benignissimo.
— Babbo mio!... — esclamò allora la fanciulla abbracciandolo, e posandole il capo sul seno.
— Sì, avrai il tuo Guglielmo. Quel cavaliere è degno di te; e come il nostro comune gli ha decretato solennemente titolo di alto onore, così io voglio, per amor della mia Bice — e qui la baciò in bocca amorosamente — così io voglio dargli tal guiderdone, che il faccia più lieto dì ogni altro.
Era tanta la gioja di quella fanciulla, che ne rimase sopraffatta, nè sapeva trovar pure una parola da significare a suo padre quanto le fosse grata; e solo sfogavasi a baciargli le mani ed il volto, e ad abbracciarlo, piangendo lacrime di dolcissima consolazione. In questo si udì battere lievemente la porta; e ricompostisi alquanto ambedue, Geri esclamò:
— Chi è di là? entrate.
E tosto si fe' innanzi il suo fante dicendo esser venuto frate Marco de' Predicatori; a che il vecchio prontamente:
— Ben venga.
E poco dopo entrò frate Marco, tutto lieto nell'aspetto; ma che tosto si turbò, parendogli di intravedere qualche cosa di strano nel volto di Geri e della sua Bice, il che procedeva dal voler ciascuno de' due celare la commozione che gli agitava. Messer Geri si accorse di questo turbarsi del frate; e com'egli era rimasto fermo in mezzo alla stanza, nè dopo il saluto avea più fatto parola, così gli disse con benigno sorriso:
— No, frate Marco, no; l'alterazione che appare ne' nostri volti non ha veruna cagione che non sia di letizia e di contentezza. Sapete pur le novelle della guerra....
— So le novelle della guerra, rispose, e so per avventura ciò che voi ancor non sapete. L'oste vittoriosa sta per ritornare a Firenze, ed il comune vuol che entri come in trionfo, e che sieno altamente onorati il conte e messer Guglielmo vostro genero.
— Mio genero? — disse con sorriso di compiacenza il vecchio, mentre la Bice guardava tutta sfavillante di gioja suo padre — mio genero messer Guglielmo non è.
— Ma sarà ben tosto; e voi ne sarete invidiato da tutti i padri di Firenze, e ne proverete ineffabile contentezza.
— Sì, frate Marco; sì, mia dolcissima Bice; — disse Geri abbracciando la figliuola, e baciandola affettuosamente — saremo tutti consolati. Ma quando dite che torna la nostra gente?
— Ero venuto appunto per questo. Doman l'altro in sull'ora di sesta la gente sarà qui; piacevi egli, messere, di vedere la solenne entrata di essa? Potreste venire meco in luogo acconcissimo.
— Piacemi; e sarovvi con la Bice, se la Bice può esservi anche essa.
— E lo domandate, messere? E la festa non si fa per il suo cavaliere? E volete che sia priva della consolazione di vederlo acclamato da un popolo intero, salutato difensore della sua terra, e il più prode fra tutti i cavalieri che portano armi?
La povera Bice, vedendo suo padre così cambiato ad un tratto, udendo le parole del frate, per lei così dolci, e sentendo essere così vicino il momento di rivedere il suo Guglielmo (e come rivederlo!) e di essere sua sposa, non sapeva raccapezzarsi se era desta o se sognava; non trovava il verso di articolare parola, e se ne stava avvinghiata a un braccio di suo padre, guardandolo spesso amorosamente, ed ora volgendosi a frate Marco con sì soave sorriso, che dava idea quaggiù della beatitudine degli angeli.
— Su, via, su Bice, — disse il vecchio, svincolandosi dalla figliuola, — pensa a mostrarti donna: pensa che si disdice alla sposa di un prode cavaliere ogni molle femmineo affetto: ricordati che sei dell'antico sangue fiorentino, e mostrati degna di esso.
A queste parole la Bice si ricompose tutta, e umilmente rispose:
— Perdonami, babbo mio dolce: non mi aspettavo così ad un tratto sì grande consolazione: sapevo che mi volevi il più caro bene del mondo; ma non credevo averne così tosto una prova tanto cara e solenne. Ma ripiglio la signoría di me stessa: e non vedrai atto, e non udrai parola da me, che non sia degna dei Cavalcanti, del mio cavaliere, e di una figliuola di questa nobile e cara terra.
Il vecchio abbracciò e baciò da capo la Bice: ringraziò caramente frate Marco della profferta fattagli, promettendo che due mattine appresso sarebbe ito con la Bice al luogo dov'esso diceva di volergli condurre, per vedere il ritorno della gente fiorentina; e pregandolo che il tenesse ragguagliato in questo mezzo, se nulla occorresse che, o a lui o alla gloria e buono stato di Firenze si riferisse. Frate Marco lo accertò che tutto sarebbe fatto secondo il piacer suo: ricordògli la promessa fatta che egli sarebbe stato colui che avrebbe benedetto l'anello del matrimonio; e tutto consolato, si partì dalle case dei Cavalcanti, per andare ad informar d'ogni cosa maestro Cecco.
Il duca frattanto, il comune di Firenze, e la città tutta quanta si preparavano a ricevere degnamente l'esercito vittorioso, e a degnamente onorare il conte Beltramo e messer Guglielmo. Le vie per le quali dovevano passare erano sino dal dì innanzi parate a festa, e tutti i palagj adorni con drappelloni e bandiere: le compagníe di tutte le arti si affaccendavano con ogni studio a mettersi in punto di comparire onorevolmente: la piazza poi dei signori, dove il conte Beltramo, e messer Guglielmo con i suoi cavalieri, dovevano fermarsi, era una festa a vederla, tanto riccamente era adorno il palagio dei signori, e gli altri palagj da parte di tramontana. Sulle gradinate era ordinato un nobilissimo e ricchissimo padiglione di sciamito rosso, seminato di gigli d'oro, e a destra di esso un trono reale per il duca e per la duchessa. Dalla parte di S. Piero Scheraggio, dove ora sono gli Uffizj e le logge de' Lanzi, siccome c'era uno spazio vuoto e sassoso, quasi un greto dell'Arno, e case poverissime, che avrebbero fatto brutto contrasto alla ricchezza della piazza, fu rizzato un palancato altissimo, e ricoperto tutto quanto con capoletti e pancali oltremodo ricchi, che fu tenuta una meraviglia. La sera medesima era cominciata ad avvicinarsi la gente dell'oste, e si posava ciascun drappello dove meglio pareva opportuno a' lor caporali per passarvi la notte, ed entrar poi tutti insieme a Firenze la mattina appresso; e già molti fiorentini erano usciti la sera stessa fuori di porta a S. Frediano per vedergli arrivare; come altri moltissimi fin dalle prime ore dopo mezzanotte erano andati a prender posto ne' luoghi più opportuni a meglio vedere il passaggio della gente e dei capitani.
Come prima spuntò il giorno poi, la gente si affollava sempre più per le vie e per la piazza della signoría, dove i fanti del podestà potevano contenerla a fatica dentro il termine ad essa assegnato; e molto tempo prima dell'ora stabilita all'entrata, le finestre di tutti i palagj e di tutte le case erano adorne di capoletti, e qua e là di bandiere; e fiorite di belle e ben adorne donne e fanciulle. Il conte Beltramo con messer Guglielmo erano giunti fin dalla sera, e fermatisi al monastero di S. Donato a Scopeto, dove il duca ed i signori mandarono a salutarli e far loro onore: per parte del duca andò messer Gualtieri di Brienne; e per i signori priori, andò messer Caroccio di Lapo degli Alberti, uno di essi; e tanto fece maestro Cecco, che potè andare insieme col duca d'Atene, e parlare e salutare prima di ciascun altro messer Guglielmo, il quale, come il lettore s'immagina, trovò modo di domandargli della sua Bice, e di essere informato di ogni cosa minutamente, e dove sarebbe stata a veder la festa, sapendolo Cecco da frate Marco: di che Guglielmo prese meravigliosa letizia.
La buona Bice era così sopraffatta dalla gioja che tutto il giorno ne stette come smemorata, e di nulla sapeva pensare, se non della sua vicina felicità; e in tutta la notte non potè prender sonno quasi mai, chè sempre mulinava col cervello, e le pareva ogni ora mille di poter rivedere il suo cavaliere; e le si dipingeva alla fantasía, prima anche di vederla con gli occhi del corpo, la solennità della mattina appresso: vedeva il suo Guglielmo su nobile palafreno, acclamato e celebrato da tutti, di nulla curarsi, ma cercare con gli occhi desiosi se vedesse lei a qualche balcone; gioiva tutta, pensando quanto l'avrebbero invidiata le altre donzelle fiorentine; nè l'ultima delle sue contentezze era quella di veder contento anche il suo caro babbo.
Come prima cominciò a farsi giorno, ella, chiamata la sua cameriera, saltò il letto, e volle subito metter mano ad acconciarsi: non che la fosse ambiziosa e troppo vana, chè anzi nelle acconciature era semplicissima e schietta; ma perchè parevale, affrettandosi ella, che, anche il tempo dovesse affrettare il suo corso: e parevale, acconciata che fu, il tempo invece esser più lento, e spesso spesso facevasi alla finestra per vedere quanto montava il sole, e lo accusava di pigro e di neghittoso. Poi mandò sentendo se messer Geri fosse ancora desto; e dettole di no, se ne tribolava, dubitando che si facesse tardi; e chiamava il fante di lui che andasse a svegliarlo; nè egli attentandosi a farlo, almeno il pregò che facesse del rumore presso alla camera, per vedere se si svegliava da sè. E come poi Geri si fu levato, la Bice, già messa tutta in punto, erale sempre d'attorno, amorosamente sollecitandolo, sempre agitata dal dubbio che l'ora passasse, ed ogni momento parevale un giorno: tanto che quel buon vecchio per contentarla, uscì di casa assai di buon'ora, ed arrivarono al luogo detto loro da frate Marco, che neppur egli era per ancora arrivato, benchè poco indugiasse. Il detto luogo era un'assai nobile casa dei Malespini, posta sulla piazza de' signori, dalla parte di tramontana, il più bel punto, fuorchè il palazzo della signoría, da poter vedere la festa.
La piazza, come dissi poco fa, torno torno era gremita di popolo; i balconi tutti pieni di belle donne, e per tutto appeso ghirlande, festoni e bandiere: i tetti di tutte le case, anch'essi pieni zeppi di gente; alle finestre del palazzo de' signori erano i cavalieri della corte con le loro dame, e tutti aspettavano il segno che la gente fosse alla porta, e scendessero dalla scalinata il duca ed il gonfaloniere co' priori. La Bice era ad un balcone, accanto a suo padre, e dall'altro lato stavale frate Marco; era vestita schiettissimamente, e senza altro ornamento, che una piccola ghirlanda, ed una ricca cintura con una graziosa scarsella; e quella semplicità contrastava mirabilmente col grave addobbo di vesti, di trecce e di gioje delle altre donne. Ella però a nulla guardava e nulla vedeva; e sbadatamente rispondeva anche alle domande di suo padre e del frate, con gli occhi sempre intenti al luogo donde il segno doveva venire: e benchè fosse poco più di mezz'ora che erano lì, le pareva di esserci già stata ore ed ore.
Il segno finalmente fu dato, ed il cuore stette per uscirle dal petto, tal balzo esso fece: poco appresso comparve dal palagio della Signoría il duca e la duchessa, salutati da uno scoppio d'applausi, e dalle solite grida, forse fatte fare, di _Viva il duca, Viva il signore_: assettaronsi sul loro trono, da un lato del quale era messer Gualtieri di Brienne, col cancelliere vescovo d'Aversa, e dal lato opposto un altro dei principali cavalieri della corte con maestro Cecco d'Ascoli, che fu voluto altamente onorare dal duca, come colui che aveva presagito l'esito felice di questa impresa, e confermato così certamente il presagio, anche dopo la prima sventura.
L'entrata della nostra gente era ordinata così: innanzi a tutti cavalcava il conte Beltramo, guidatore di tutta l'oste, e cavalcavagli allato messer Guglielmo d'Artese: seguitava ad essi, a distanza di forse cinquanta passi, la prima schiera de' cavalieri, che erano stati ajuto principalissimo alla espugnazione di S. Maria a Monte e di Artimino; poi altre schiere di cavalieri, e per ultimo la gente a piedi: dovevano entrare tutti quanti per la porta medesima; salvo che la gente a piedi, arrivata che fosse dinanzi alla chiesa del Carmine, doveva volgere verso la chiesa e la piazza, e spargersi quindi in piccoli drappelli per le varie parti della città, passando il fiume dal ponte alla Carraja: la schiera de' cavalieri dovevano, facendo capo al ponte a S. Trinità, per passar quivi il fiume, andar poi difilato sulla piazza della signoría, schierandosi ordinatamente nel mezzo di essa, lasciata vuota a bella posta.
A un tratto si udì da coloro che erano in piazza un lontano suono di trombe dalla parte di Vacchereccia, e tutti quanti si voltarono da quella parte, e si levò da ogni lato tal bisbiglio e tal mormorío che dimostrava la comune impazienza. La Bice quanto più il suono si appressava tanto più forte e più frequente sentiva battersi il cuore: e non levava mai l'occhio dal canto di Vacchereccia, là donde sarebbe spuntato il suo Guglielmo; nè messer Geri era meno ansioso e meno attento di lei.
Le trombe già sono in Vacchereccia, e la povera Bice tremava per modo che mal si reggeva sulle gambe e sudava fil filo: i trombettieri già sono in piazza: da Vacchereccia e da Mercato Nuovo si udivano tuoni di applausi, e di festose voci: _Viva messer Guglielmo d'Artese, viva il conte Beltramo, viva i difensori della libertà fiorentina_; le voci rinforzano; e cominciano per la piazza gli applausi e i viva a Guglielmo; ed eccolo, egli ed il conte, entrar da Vacchereccia.
Come prima la Bice scorse il noto elmo ed i notissimi colori delle piume del cimiero, e lo udì salutato ed acclamato da mille e mille voci, prima diventò rossa come il fuoco, poi aperse le labbra a dolcissimo sorriso, seguíto da lacrime di gioja ineffabile, e appoggiato il capo sulle spalle di suo padre, che anch'egli lacrimava dalla consolazione; nè disse altre parole, se non:
— Babbo mio dolce, ogni cosa riconosco da te!
L'atto della Bice e le lacrime di lei e di messer Geri, non si videro nemmeno dai più vicini, perchè ciascuno era atteso a ciò che facevasi in piazza: solamente frate Marco fece accorto il vecchio e la fanciulla che si ricordassero dov'erano; e le poche parole di lui bastarono a ricomporre quegli spiriti così turbati.
Intanto da ogni parte era un continuo squillar di trombe, anche per le altre vie di Firenze donde passavano le genti a piede: come prima il conte e messer Guglielmo furono a mezzo la piazza, il duca con tutta la corte, il gonfaloniere co' priori, si alzarono in piedi, levandosi il duca ed i suoi cavalieri la berretta, e il gonfaloniere ed i priori il cappuccio; e mentre la gente a cavallo si schierava con bell'ordine intorno alla piazza, i due campioni si erano appressati alle scalinate, smontando da cavallo per andare a far riverenza così al duca, come alla signoría, da' quali tutti furono trattenuti con benignissime parole, ed ebbero pari donativi: il duca donò a ciascuno dei due un nobilissimo palafreno; e, in nome del re Roberto suo padre, la carta che dava a ciascuno di loro titolo e rendita di signoría nel reame, ed un nobilissimo anello di inestimabile prezzo; il gonfaloniere, a nome del comune, diè loro carta che conteneva il titolo di difensori della libertà fiorentina, un gonfalone con l'arme del comune, ed una spada ricchissima per materia e per lavoro, creandoli ambidue cavalieri di popolo: e tutto questo si faceva tra il continuo applauso della gente, e tra lo squillar delle trombe, che mai erasi veduta una festa ed una letizia sì fatta.
Mentre Guglielmo usciva dalle scalee per rimontare a cavallo non trascurò di fare atto di umile riverenza a madonna la duchessa, che gli corrispose con sorriso, e con saluto benignissimo; ma quel sorriso si spense ben tosto quando il cavaliere, veduto maestro Cecco, non molto lunge dal baldacchino del duca, si fece verso lui, e parlarono insieme non so che cosa; e quando vide che il cavaliere cercava con gli occhi ansiosamente i balconi di quelle case dove era la Bice; la quale vedeva pure ogni cosa, e sentiva struggersi dall'amore e dal desiderio che gli occhi del suo Guglielmo si incontrassero coi suoi, il che se avveniva, non poteva nè l'uno nè l'altro discernere per la troppa lontananza.
Finita ogni cerimonia, il conte e Guglielmo rimontarono a cavallo e si avviarono al palagio, dove il duca aveva mostrato desiderio che andassero per conferire con essi; e la gente si avviò tutta alle proprie case, per ripigliare ben tosto la gioja e il sollazzo, come si fè tutto il giorno per la intera città.
CAPITOLO XL.
LA VENDETTA SI MATURA.
Alla corte del duca era per quel giorno ordinato un grandissimo convito, e dovevano esservi, col conte e con Guglielmo a cui onore si faceva, il gonfaloniere di Firenze con tutti i priori; ma prima volle il duca conferire co' due capitani le cose della guerra; perchè, se il popolo e la città vedevano solo quel che appariva di fuori, egli sapeva quel che celavasi dentro, e comprendeva bene che, se erano state veramente splendide le recenti vittorie, Castruccio non era per questo abbattuto, e ci bisognava molta forza e molta arte a sì grande effetto; tanto più che erano venute sicure novelle come il Bavaro si avvicinava con la sua gente alle parti di Toscana; e questa era la cagione perchè aveva comandato al conte di ritornare a Firenze con tutta l'oste, che male sarebbe stata sufficiente contro al Bavaro ed a Castruccio.
Di queste cose che il conte e Guglielmo ignoravano, come ignoravale ciascun altro, fuorchè il duca d'Atene, informò il duca i due capitani; e come lo stesso duca d'Atene era presente a questo colloquio, si deliberò lungamente che partito fosse da prendere, e si prese, come è naturale, quello di fare uomini e denari quanti più si poteva: benchè il poter aver denari dai fiorentini era cosa assai malagevole, dacchè il comune di Firenze in un solo anno di signoría si trovò speso più di cinquecento migliaja di Fiorini d'oro, che per quel tempo sarebbe stato gran cosa ad un gran reame; e tutti erano usciti dalle borse de' fiorentini: onde ciascun cittadino si doleva forte.
Per la qual cosa si propose di pensare maturamente ad ogni occorrenza, e che così il conte come Guglielmo sarebbero stati spesso a consiglio col duca per questa cagione.
Dopo ciò il duca e gli altri ritornarono nella gran sala, dove il gonfaloniere e tutti i più segnalati uomini della Corte stavano raccolti, trattenuti cortesemente dalla duchessa; e senza dar nulla a conoscere, continuarono i lieti ragionamenti e le lodi a' due capitani vittoriosi. Lodi molte non mancarono a maestro Cecco d'Ascoli per la sua predizione avverata; e il duca stesso; un poco perchè veramente il credea, e dal buon esito di questa impresa argomentava l'ottimo fine della guerra; ed un poco per dargli in cospetto degli avversarj suoi un pegno d'affetto e di estimazione, acciocchè si temperassero contro di lui, si volse ad esso dicendogli parole di gran bontà e di grande affetto, e lodandolo per il più grande scienziato di quel tempo.
L'esempio del duca fu ben tosto seguitato da parecchi cavalieri, e dal conte stesso; e più che da tutti da Guglielmo, a cui non pareva vero di avere questa occasione di parlare a lungo con maestro Cecco, il quale ebbe agio di accertarlo che messer Geri ardeva di vederlo suo genero, poco men che la Bice di vederlo suo sposo; e che facesse di trovar tosto frate Marco, come prima avesse un poco di tempo libero, il quale gli avrebbe detto molte e molte cose.
Se la duchessa e il cancelliere si rodessero dentro del vedere così carezzato dal duca e dagli altri Cecco d'Ascoli è facile l'indovinarlo; e benchè la duchessa, come accennai qua dietro, non avesse più vera gelosía per l'amor di Guglielmo con la giovane Cavalcanti, nondimeno tanto la indispettiva quel veder Guglielmo sì affezionato all'Ascolano, e tanto dall'altra parte si sdegnava della baldanza che esso mostrava dinanzi a lei, che non avea bene di sè, e non pensava se non a veder di condurlo all'estrema rovina.
E non stette molto, come prima uscì dalla sala, che volle veder il vescovo di Aversa, il quale fu a lei immantinente.
— Vi eravate apposto, messere, quando diceste che l'Ascolano sarebbe tornato qua: e con che baldanza è tornato, l'avete veduto anche voi, dopo l'avventuroso successo di questa guerra; quasi ne fosse stata cagione la sua profezía; e dopo le lodi avutene dal duca stesso. E' deve per certo averlo incantato; e parimente quel messer Guglielmo....
— Madama, lasciatelo scorrazzare a suo senno; e siate certa di questo: ora che è tornato qua, non uscirà dalle nostre mani. Fia buono per altro l'addormentarlo quanto più si può; e però voi stessa, porgetevi con esso lui non tanto acerba: dissimulate più che potete; se vi riesce, simulate altresì, dicendogli qualche lusinghevole parola. Così vi sarà più agevole il tirarlo a far cosa, che possa dispiacere anche a monsignore lo duca, la cui protezione, non che possa impedire il corso della giustizia divina, la quale si sta preparando per opera della S. Inquisizione; ma potrebbe ben tardarla, o temperarla.
— E che cosa posso io indurlo o a dire o a fare?
— Che cosa appunto non saprei nè dirlo, nè pensarlo; ma è senza dubbio più agevole che capiti il bello, quanto maggiori occasioni gli porgete di starvi attorno, e ingolfarlo in quella sua pazza astrología.
— Parmi il vostro savio consiglio, e il seguirò.
— Ad ogni modo poi il disegno nostro sarà colorito. Maestro Dino del Garbo, così buon cattolico com'egli è, si tiene gravata la coscienza del più indugiare a denunziarlo; e l'avrebbe già fatto, se non fosse stato che alla vostra signoría piacque si aspettasse; e lo farà tosto che a voi paja opportuno.
— Non andrà molto che maestro Dino, e voi, e tutti i buoni figliuoli di santa chiesa vedranno cessare questo obbrobrio della mia corte; e piacemi il vostro consiglio di sempre più affidarlo, simulando con esso benignità, per dar materia alla sua vana baldanza di sbizzarrirsi anche più.
— Egli vive pure a fidanza di messer Guglielmo d'Artese, che, dopo le ultime imprese massimamente, ha grande autorità presso monsignor lo duca, e che ama Cecco maravigliosamente, come colui per la cui arte sottilissima messer Geri dei Cavalcanti ha richiamato appresso di sè la figliuola, e consentito che il cavaliere sia suo genero.
— Che un sì prode e gentil cavaliere, e di sì grande lignaggio quale è messer Guglielmo, abbia a essere sposo a questa pulzelletta di tanto piccola nazione, parmi troppo peccato; egli che avrebbe potuto fare ambiziosa di sè quasi una donna di casa reale!
— Madama, i Cavalcanti per altro sono di sangue gentilissimo, e la figliuola di messer Geri è quanta bellezza e quanta gentilezza può trovarsi in tutta Firenze, dove pure sono belle donne e gentili.
La duchessa a queste parole fece un atto di alto dispregio, e rispose:
— Chi così vuol così s'abbia, nè di ciò vo' che mi caglia gran fatto. Pensiamo solo al proposito nostro, per il quale seguiterò il vostro consiglio. Domani si fa l'esequie di quel cavalier provenzale, che fu ucciso a S. Maria a Monte, mentre insieme con messer Guglielmo montava sulle mura del primo cerchio. Fate che maestro Cecco sia vigilato; avvertitene anche maestro Dino; e se caso si desse da poterlo tirare in qualche imprudenza, fate che non si trascuri.
E il vescovo d'Aversa uscì tosto, per andare a conferire la cosa con Dino del Garbo.
CAPITOLO XLI.
SUOCERO E GENERO.