Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 18

Chapter 183,993 wordsPublic domain

Dopo altre offerte di ceri, più grandi e più piccoli, andarono a offerire i signori della zecca, con un magnifico cero portato da un ricco carro, adorno e tirato da un par di buoi covertati col segno ed arme della zecca: e que' signori erano accompagnati da circa quattrocento venerabili uomini, tutti della matricola dell'arte di Calimala e dei cambiatori, ciascuno con piccoli torchi di cera in mano. Per ultimo andarono a offerire i signori priori e i loro collegi, con i loro ufficiali, podestà, capitano ed esecutore, con tanto ornamento e tanti famigliari, e pifferi e trombe, che pareva risonarne tutta Firenze. Tornati che furono i signori, andarono a offerire tutti i corsieri (ora barberi) che erano venuti per correre il palio, e dopo loro tutti i Fiamminghi e Brabanzoni che erano in Firenze, tessitori di panni di lana; ed in fine si offerirono dodici prigioni, i quali si scarcerarono a onore di San Giovanni, secondo un'antica costumanza. Fatte queste cose, ciascuno tornò a casa a desinare, e quel dì per tutta la città, per dire come dice lo storico altre volte citato, «si fece nozze e gran conviti, con tanti suoni, canti, balli, feste e letizia e ornamento, che parve che questa terra fosse il paradiso».

La sera in sul vespro si corse il palio, in quel modo medesimo che è durato fino agli ultimi tempi.

Si fece poi uno spettacolo nuovo. Il duca, per gratificarsi il popolo minuto, e addormentarlo sempre più, immaginò di creare alcune compagníe di popolani minuti, dando loro il nome di potenze, le quali, vestite ciascuna della medesima assisa, andarono per la città dilettandosi in armeggiamenti, in feste e in altre gare, che diedero luogo a qualche zuffa, ma che poi finirono in un solenne convito. Ciascuna di queste potenze ebbe un'insegna e un capo, che chiamavano col nome d'imperatore, di monarca, di re, di duca, e simili titoli d'onore. L'imperatore del Prato, per esempio, ebbe un'aquila con l'ali spiegate: il gran monarca della città rossa un campo bianco entrovi una cittadella di color rosso; e tuttora si vede uno stemma di questa città rossa in una lastra piccola di marmo sulla cantonata di S. Ambrogio: il gran signore de' Tintori una caldaja con fuoco sotto acceso; e così gli altri, che lungo sarebbe a tutti noverargli[32]. In quell'anno per altro volle il duca che si rinnovellasse altresì una bella festa, simile a quella che fu fatta nel 1283, quando, secondo che racconta anche il Villani, essendo la città in buono stato, si fece la nobile e ricca compagnía, della quale furono capo i Rossi d'oltrarno; salvo che questa volta se ne fecero capo i più segnalati tra' cavalieri francesi e provenzali, formando una magnifica brigata, nella quale si accolsero, per volontà del duca, anche molti popolani grassi, e tutti erano vestiti di robe bianche con un signore detto dell'Amore; e non intendeva ad altro che a giuochi, a sollazzi, a balli di donne e di cavalieri, andando per la città con trombe e con molti strumenti, stando in gioja ed in allegrezza a conviti di desinari e di cene, a modo di corte bandita; la quale durò bene otto giorni, e ci vennero di diversi paesi molti uomini di corte, e giocolatori, e tutti furono ricevuti e trattenuti onorevolmente.

Tra tutti i cavalieri della compagnía era stato ordinato, a suggestione della duchessa, che Guglielmo dovesse essere il signore dell'Amore; ma egli non volle a niun patto acconsentire, e si tenne alieno da ogni festa e da ogni falò. Molti de' cavalieri francesi e provenzali altamente si meravigliarono com'egli, tanto vago per addietro di ogni opera di cortesía e di cavallería, avesse ora così mutata sua natura; nè sapevano a che cosa recarne la cagione: ma la sapea ben la duchessa, e i pochi suoi stretti amici; e la indovina senza dubbio alcuno il lettore.

Guglielmo era certo che la sua donna non sarebbe andata a veruna festa, prima perchè la sanità di suo padre nol consentiva, e poi anche perchè messer Geri non la avrebbe condotta, pure essendo sano: sapeva che la Bice, lieta per una parte di esser vicina a suo padre, vivea malissimo contenta per l'altra di non dovere nè poter rivedere più il suo cavaliere, dolentissimo anch'egli di ciò, ma pur fermo nella fede: tanto che non si era avvicinato più alle case de' Cavalcanti; e tanto solo, in questo non breve tempo che la Bice era tornata, l'uno amante aveva saputo dell'altro, quanto ne avevano potuto raccogliere dai discorsi di frate Marco, il quale però non avrebbe mai risposto ad una interrogazione diretta su questa materia, per non dare nemmeno l'ombra di fare il mezzano; ed a fatica si lasciò vincere a' prieghi ed anche ai pianti di Guglielmo, che trovasse modo di far sapere alla sua Bice (perchè spesso andava da messer Geri) com'egli nel tempo delle feste non si mostrerebbe mai a veruna di esse. E di fatto in tutti que' giorni egli usciva dalla città la mattina per tempo, e andava visitando tutti i contorni di Firenze, più spesso recandosi a quella villa de' Cavalcanti, dove sei anni fa avea veduto la prima volta la Bice; e quivi sentivasi tutto riconfortato: tornava poi a Firenze così dopo sesta, nè più usciva di casa, dove andava maestro Cecco fino alla sera, dacchè anche egli, per consiglio del duca, si teneva lontano dalle feste, acciocchè non potesse nascere occasione da far rivivere lo sdegno e la persecuzione de' suoi nemici.

Ma i suoi nemici non dormivano. La duchessa era informata punto per punto di ciò che faceva messer Guglielmo e maestro Cecco. Circa a messer Guglielmo, ella si era temperata molto; aveva conosciuto quanto ad ogni onesta donna, ma specialmente ad una sua pari, si disdicesse il porre amore in altri che nel suo marito; e non solo avea proposto di abbandonare tale affetto, ma quasi vedea volentieri il matrimonio del cavaliere con la Bice, come quello che avrebbe in tutto e per tutto strappatole dal cuore ogni pensiero di ciò; tuttavía l'amore c'era stato, e non poteva fare che la non spiasse ogni atto del cavaliere, mossa per avventura, più che dalla gelosía, dalla curiosità innata in ciascuna donna. Circa al maestro Cecco poi era un'altra cosa; ella l'odiava a morte, perchè fin da principio si era accorta che aveva indovinato il suo amore per Guglielmo, e sempre sentiva al cuore la puntura di quei motti, che il maestro avevale gettato, sotto colore di riverenza e di cortesía. Senza che, quell'essere egli sempre attorno al cavaliere, lo prendeva quasi come una provocazione, e quasi un atto di ribellione, come se lo facesse per dispetto a lei; e però il suo sdegno se ne accendeva sempre più, d'accordo col cancelliere, di trovare il momento di perderlo, prima che uscisse da capo dalla città. E Cecco, senza accorgersene gliene dava materia, così per il continuo stare attorno a Guglielmo, come dicemmo; e poi per la baldanza che aveva preso dopo il geloso mandato affidatogli dal duca, e dopo essere stato richiamato a Firenze con modi e con parole, che chiaramente dimostravano quanta estimazione avesse il duca di lui, e quanto caramente lo tenesse presso di sè.

CAPITOLO XXXVIII.

LA SECONDA GUERRA.

Mentre per altro la città di Firenze impazziva tra le feste, il duca e i suoi maestri di guerra studiavano come poter dare un fiero colpo a Castruccio, prima che il Bavaro si fosse avvicinato alle parti di Toscana; ma innanzi di assaltarlo risolutamente ed alla scoperta, fu pensato, se per maestría di guerra gli si fosse potuto guadagnare qualche fortezza, e dopo maturo consiglio fu dato il carico di tutta l'impresa al conte Beltramo.

L'oste del duca e dei fiorentini si componeva di ottomila pedoni; poi della gente del duca vi erano mille trecento a cavallo, e de' fiorentini vi furono cento de' principali cittadini tra nobili e popolani con due, e molti con tre compagni ciascuno, tutti a cavallo; e di tutta la gente a cavallo fu fatto guidatore Guglielmo, il quale avealo chiesto da sè al duca, ed ottenutolo con molta soddisfazione di ambedue. I pedoni si rassegnarono tutti nell'isola dietro a S. Croce, e i cavalieri sulla piazza dinanzi alla chiesa, alla presenza del legato del papa, che dette loro la benedizione; e avute le insegne dalle proprie mani del duca, si mossero, e andarono a posarsi a campo a piè di Signa, dove stettero fermi tre giorni. Niuno poteva indovinare dove l'oste si avesse a andare, e i fiorentini massimamente si maravigliavano dell'indugio; ma il conte lo fece ad accorto disegno, acciocchè Castruccio non si guardasse, là dove l'oste si dovesse porre, o a Pistoja o sul contado di Lucca, e acciocchè gli convenisse partir la sua gente in due battaglie. E Castruccio di fatto rimase colto all'inganno: egli stette un pezzo in dubbio qual cammino dovessero prendere i nemici; e non parendogli in numero tale che dovessero tentare l'impresa di Lucca o di Pistoja, dubitò di Carmignano; e benchè egli tenesse tutte le sue castella molto bene munite, nondimeno in questo caso gli parve di aggiungere dugento cavalieri a quel castello, i quali tolse dal presidio di Santa Maria a Monte, giudicando che quegli che rimanevano fossero sufficienti per ogni caso, essendo quel castello molto forte; nè dubitando di perderlo per mancanza di vettovaglie, perchè lo aveva di fresco fornito per tre mesi.

Vedendo pertanto il conte Beltramo che tutto andava secondo il disegno fatto insieme col duca, a capo di tre giorni che era stato fermo a Signa, si mosse la notte tacitamente con tutta l'oste, non volendo che si levassero le tende insino alla mattina a terza, affinchè le spie di Castruccio non si potessero accorgere della partita; e facendo la via di Montelupo, il giorno appresso, innanzi l'ora di nona, passarono la Guisciana al passo detto del Rossajuolo, per un ponte che egli vi aveva fatto gettare la notte medesima poco innanzi l'alba; e giunto a S. Maria a Monte, dov'erano arrivati prima quattrocento cavalieri di quelli che stavano in Valdarno, subito fece alloggiare il suo campo ne' luoghi opportuni; nel quale concorrendo, secondo che prima era stato deliberato, trecento cinquanta cavalieri che aveva mandato il comune di Bologna, il legato del papa ed altre amistà sotto la condotta di messer Vergiù di Landa, il dì seguente si trovò l'oste essere cresciuta infino a dodicimila fanti e due mila cinquecento cavalli; nè più si indugiò a metter mano all'impresa contro il castello.

Questo castello di Santa Maria a Monte è nel Valdarno di sotto, ed è posto su uno degli sproni che si avvicinano verso l'Arno, alle estreme colline occidentali del piccolo gruppo detto le Corbaje, tra il lago di Bientina e il canale della Guisciana.

Esso è molto antico, e si trova ricordato fino dall'anno 768. Per molto tempo fu sotto la giurisdizione quasi feudale del vescovo di Lucca, al quale lo tolsero i Ghibellini, reduci da Monteaperti nel 1261: poi tornò sotto il governo guelfo di Firenze; ma per tradimento de' maggiori della terra si diede alla signoría di Castruccio, che lo afforzò molto più che non era prima, benchè già fosse fortissimo; per forma che, al dire anche del Villani, era il più forte castello di Toscana, con tre cerchi di mura, e con ròcca munitissima.

Questo però non ispaventò il conte, che si apparecchiò tosto ad espugnarlo; ma prima di dar l'assalto, fece intendere a que' di dentro, che era contento di dar loro tre giorni di tempo per consultare se si avevano a arrendere, affinchè conoscessero che il duca e i fiorentini movevano le armi per la salute e non per la distruzione dei popoli; ma che se, passato quel termine, essi volevano far piuttosto esperienza della forza che della clemenza, egli protestava loro che non si sarebbe usata niuna pietà: ma che sarebbero trattati come crudelissimi nemici, e posti tutti quanti al taglio della spada. I terrazzani per altro, giunto il termine, mandarono a dire, che difenderebbero la terra, finchè avessero spirito, per Castruccio loro signore, e facessero essi quel che tornava lor comodo, perchè per viltà e per paura non commetterebbero mai cosa indegna di allievi di sì gran capitano.

Allora il conte comandò senz'altro che si desse l'assalto con quella maggior ferocia che fosse possibile, incorando così i suoi soldati:.

«È tempo oramai che si ponga un freno all'orgoglio e alla baldanza di Castruccio, e liberare parte guelfa e santa chiesa dalle minaccie dello scomunicato Lodovico di Baviera. Nol sapete, compagni miei, che il re Roberto nostro signore ha mandato un'armata di settanta galee in Sicilia contro Federigo d'Aragona, perchè questo re posticcio ha favorito la venuta di quel falso imperatore? Il principe della Marca, tuttochè non sia entrato in Roma, non ha egli guasto tutto il contado di Orvieto e prese molte terre? La città di Rieti non è già in guardia del duca d'Atene? Anche noi dunque facciamo alcuna lodata impresa per rintuzzare l'orgoglio di Castruccio, braccio potente di questo tedesco, ed ormai non più comportabile per i favori immoderati della fortuna. Egli si gloria di averci vinti, ingannati e derisi; e, solo a pensarlo arrossisco! ha avuto la tracotanza di dire che vuol tornare trionfante in Lucca col duca di Calabria innanzi prigione, e che vuol menarlo col torchio in mano a offerire a S. Martino, come fece di messer Ramondo da Cardona. Egli, che cercò invano un ricapito, mendicando per tutta la cristianità; egli vil provvigionato di Uguccione della Faggiuola; egli che dalla prigione uscì, non si sa come, condottiero di eserciti: egli ardisce sperare di menar legato dinanzi il suo carro il figliuolo del re Roberto, e tutta la nobiltà del reame, ed il fiore della cittadinanza fiorentina! E noi comporteremo cotanto vituperosa tracotanza? Io, in quanto a me, ho preso partito, o di morire intorno a queste mura, o che stasera abbiamo ad alloggiar tutti dentro a questa terra. Se ciascuno è del mio pensiero, io non dubito punto della vittoria, perchè agli uomini risoluti tutte le cose sono piane ed agevoli. Ma nel volto di tutti voi già veggo dipinto lo sdegno, il furore, e la insofferenza d'ogni indugio; e come lo stare a cavallo a noi altri cavalieri oggi non ci è per giovare in maniera alcuna, perchè non abbiamo a temere che quegli di dentro vengano ad assalire il campo, essendo io il primo a smontar da cavallo, mostrerò quel che debba fare ciascuno di voi».

E così balzò giù da cavallo egli il primo, e tosto seguì il suo esempio messer Guglielmo guidatore della cavallería, e tutti in un momento furono a terra; e dato subito il segno dell'assalto, si cominciò la più aspra battaglia che per molti anni addietro fosse stata giammai fatta in castello alcuno di Toscana; dacchè nel tempo medesimo altri attendevano con le saette a votar le mura di difensori, altri correndo alle scale, le appoggiavano al muro, e con quel maggior impeto e ardire che ciascuno poteva si sforzava di salir su.

Maravigliosa fu soprattutto l'animosità di messer Guglielmo, il quale col pavese in braccio e con l'elmo in capo, pareva che fosse per tutto: e attorno le mura, e per i fossi, combattendo, rizzando scale egli stesso, e incorando gli altri col suo esempio, correva ruinosamente contro le armi e contro le ferite. Que' di dentro erano molto e molto incalzati; nondimeno, ricordandosi dell'ardita risposta fatta al conte; e certi com'erano che con essi non si sarebbe usata veruna pietà, si difendevano con grande ostinazione, non essendo men pronti i terrazzani de' soldati; e agli uni e agli altri porgendo ogni ajuto possibile le donne medesime. La ferocità di questa gente, oltre alla cagione de' soprastanti mali, procedeva altresì dalla coscienza delle cose passate; perchè quelli di Santa Maria a Monte erano stati sempre di parte guelfa, e poi avevano tradita la terra, e datala a Castruccio; e gli usciti di Lucca, con assai di loro parte, e de' migliori che fossero nel castello, furono da essi dati presi nelle mani di Castruccio; ed oltre a ciò, da poi che si rendè a lui, era stata spelonca di tutte le ruberíe, omicidj e più tristi peccati fatti in Valdarno nel tempo della detta guerra: onde erano divenuti feroci, e per la lunga pratica esercitati nel sangue; e la disperazione del perdono gli facea più che fiere. Laonde, se la virtù degli oppugnatori era grande, non era minore la costanza de' difensori; benchè continuatamente ne cadessero morti a terra parecchi, per il mirabile saettamento, specialmente de' balestrieri genovesi. Ciò vedendo messer Guglielmo, parendogli momento opportuno da tentare un'impresa, che il rendesse degno della sua donna, gli accattasse la benignità del padre di lei, e le lodi del duca e dei fiorentini, tutto infiammato da questo pensiero, fatta una piccola schiera de' più animosi suoi cavalieri, e tolta una insegna dalle mani d'un banderajo, invocando il nome della sua Bice, fu il primo ad avventarsi alle mura della prima cerchia; ed essendosi dopo lungo contrasto attaccato ad un merlo, e con l'asta della bandiera abbattuti quelli che v'erano a difesa, con mirabile ardire balzò sulle mura, dimostrandosi a tutti con la insegna in mano; e dando animo con altissime voci che tutti montassero su, fu tosto seguitato da molti, i quali presero animo contro i difensori, sbigottiti del vedersi i nemici in casa; e dopo averne uccisi assai, presero il primo giro, essendosi quegli rimasti, per le vie a lor note, rifuggiti al secondo cerchio.

Allora Guglielmo:

— Non basta, gridò, quel che abbiamo fatto, se noi non passiamo oltre: — e tuttavía inanimiva i compagni, che senza riposo si misero a combattere l'altro girone, e con iscale e con fuoco; nè fu minore la fatica e il travaglio di questa seconda battaglia della prima; perchè, sebbene i difensori erano molto scemati, era anche scemato lo spazio che si aveva a difendere; e il veder dalle mura con gli occhi proprj scannarsi i figliuoli, i padri e le mogli, che non avevano potuto rifuggire al secondo cerchio, aveva loro tolto ogni sentimento di pietà. Vedevano ardere le proprie case, e la loro terra non essere altro che sangue, fuoco, urli e pianti amarissimi; onde, disprezzato ogni pericolo, attendevano solo a fare in modo di non morire senza vendetta. Ma non potendo nulla il furor loro contro la virtù di messer Guglielmo e de' suoi, furono discacciati anche dalla seconda cerchia, e pochi ne rifuggirono alla ròcca, la quale era compresa dal terzo cerchio della terra. Uccisione veramente grandissima, perchè quanta gente rimase nella cerchia seconda, tanta, piccoli e grandi, racconta il Villani, «misero alle spade; e il castello ardendo da più parti per lo fuoco prima messo per gli nostri; e poi la gente nostra rubando la preda, e togliendola gli oltramontani ai nostri, acciocchè non l'avessero salva, innanzi mettevano i nostri fuoco alle case e nella preda».

Dopo che la gente del duca ebbe il castello; la ròcca si tenne otto giorni, aspettando soccorso da Castruccio, il quale non credè prudente con la sua gente di uscire da Vivinaja, dov'era a campo; e quelli che erano nella ròcca ne uscirono salve le persone, per intercessione di Guglielmo, dacchè il conte voleva fargli tutti mettere al filo della spada: ma non potè disdire ad esso Guglielmo, che tutti si accordarono a riconoscere essere stato egli il vero espugnatore di sì munito castello[33].

Avuta la ròcca, la gente del duca vi stette di fuori a campo otto giorni, per rafforzare la terra e rifare le bertesche, e torri e case, e lasciarla poi guarnita di cento cavalieri, e di cinquecento pedoni. Poi passarono la Guisciana, e accamparonsi a Fucecchio, dove si fermarono due giorni, affinchè Castruccio non potesse addarsi dove l'oste volesse andare, o nel contado di Lucca o in quel di Pistoja: poi ripassarono la Guisciana presso Vivinaja, e vi stettero tre giorni, schierandosi, e sonando le trombe, e richiedendo di battaglia Castruccio; e sarebbero andati forse verso Lucca, se non che vi occorreva troppo dispendio e fornimento; sicchè, per miglior partito, tornarono da capo di qua dalla Guisciana, e senza restare posersi ad assedio al castello di Artimino, il quale era rimurato e rafforzato da Castruccio, e stettervi ad assedio tre giorni.

Al termine dei quali, si diede la più aspra battaglia che si ricordasse, e co' migliori cavalieri dell'oste, che durò da mezzodì fino al primo sonno, ardendo gli steccati e la porta del castello; per la qual cosa quelli di dentro molto impauriti, e i più sconciamente feriti, chiesero misericordia, e che si volevano arrendere salve le persone.

Anche questa impresa di Artimino era stata condotta da messer Guglielmo d'Artese, ed egli si mostrò molto misericordioso e benigno ai vinti, concedendo ad essi ogni loro domanda; ma non rimase per questo che, partiti da loro i cavalieri che gli accompagnavano, parecchi ne fossero morti. Messer Guglielmo, condotta sì gloriosamente a termine questa seconda impresa, confortava il conte a seguitar la vittoria ed a combattere Carmignano e Tizzano; ed il conte volentieri lo avrebbe fatto, e senza dubbio avrebbe preso anche quelle castella: ma il duca mandò comando improvviso che l'oste tornasse a Firenze.

CAPITOLO XXXIX.

IN FIRENZE, E NELLE CASE DE' CAVALCANTI.

Le prime imprese di questa seconda guerra erano andate così prospere che avean vinto anche la speranza del duca: la duchessa poi dal canto suo, maturava in Firenze guerra ben diversa. L'odio che portava a maestro Cecco, rinfocolato dal vescovo di Aversa, e da maestro Dino, che, dopo la gravidanza, era chiamato spesso alla Corte, si faceva nel cuore di lei sempre più grande, tanto più che ben si era accorta, essere stata tutta una finzione quella di allontanarlo da Firenze; e non che perdere la grazia del suo signore, essergli anzi sempre più caro. Laonde studiava ogni via da tirarlo in qualche laccio che il dovesse perdere, e appostava ogni occasione, o provocandolo, o facendolo tentare comechessía, da farlo venire in disgrazia al duca. Maestro Cecco dall'altra parte sapeva l'odio che gli portava la duchessa, e che cosa trescavano essa e i suoi nemici per perderlo: il perchè stava guardingo da ogni verso, mostrandosi umile quanto poteva, ogni volta che si trovava dinanzi a lei. Ma fidava però sempre molto nell'affetto del duca: della qual cosa prendeva alle volte troppa baldanza; e questa baldanza si accrebbe quando giunse a Firenze la novella della vittoria, e dei gloriosi fatti di Guglielmo.

Ma su questo fermiamoci un poco.

Come prima furono giunte al duca sicure novelle della vittoria di S. Maria a Monte, non istarò a dire quanto ne fu lieto: e tosto avvisatone il gonfaloniere e i priori, mandò poscia un comandatore per tutta la città ad annunziare il lieto avvenimento a tutti quanti i fiorentini, significando che tutto l'onore dell'impresa si doveva a messer Guglielmo d'Artese.

Il comandatore, com'è naturale, passò anche dalle case de' Cavalcanti: e come messer Geri l'udì, si fece alla finestra per meglio accertarsi della cosa; e tanto gli sonò dolce quella novella, che non pure si sentì ringiovanito, ma sentì anche una certa ambizione in cuor suo, che un cavaliere così prode, e così acclamato, lo avesse ricercato di essere suo genero. Nondimeno tacque ogni cosa alla Bice (la quale, stando nella parte più remota della casa, non aveva udito nulla) per informarsi prima di ogni minuto particolare. Quando per altro di lì a pochi giorni venne la novella dell'impresa d'Artimino, e anche di quella si seppe, e si gridò pubblicamente, essere tutto quanto l'onore di messer Guglielmo, Geri ne fu così meravigliosamente lieto che l'antica avversione al cavaliere si mutò in affetto, e nel desiderio di tosto vederlo suo genero; tanto più quando si seppe, il re Roberto avergli dato per questi fatti novello titolo di signoría là nel reame, e il comune avergli pubblicamente decretato il titolo di _difensore della libertà fiorentina_. Allora non potè più stare alle mosse; e chiamata a sè la Bice, che pur qualche cosa avea saputo, per parte della cameriera, del buon esito della guerra, tutto lieto in volto le disse: