Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 17
Il duca di Calabria per parte sua non dormiva nè anch'egli, dacchè là sul primo avvicinarsi dal Bavaro, non restava di sollecitare maestro Cecco per messi a posta, che quanto più poteva studiasse di conchiudere il trattato co' Quartigiani: si apparecchiava potentemente alla guerra, e già qualche principio se ne vedeva, perchè Castruccio, avendo tentato di tòrre ai pisani Vico Pisano, que' terrazzani, con l'ajuto de' pisani e col favore del duca, poterono respingerlo e liberarsi; ed il conte Beltramo con ottocento cavalieri della miglior gente del duca cavalcarono fino alle porte di Pistoja, che era sotto la signoría di Castruccio, e ruppero l'antiporto e guastarono le mulina, levando molta preda con grave danno de' pistojesi. E in quel tempo medesimo crebbe d'assai la potenza del duca, perchè i pratesi, i sanminiatesi, quei di Colle e di San Gimignano gli diedero la signoría a certo tempo e sotto certi patti; salvo che i pratesi, per loro discordia, si diedero in perpetuo al duca e a' suoi eredi.
A far la guerra per altro occorrevano denari: e però il duca ricorse da capo a quello che sogliono riccorrer tutti, a nuove tasse; e il modo che fu allora tenuto lo faremo raccontare da Giovanni Villani storico contemporaneo:
«Nell'anno 1327, del mese di aprile, si trasse in Firenze un nuovo estimo, ordinato per lo duca, e fatto con ordine, per uno giudice forestiere per Sesto, all'esaminazione di sette testimonj segreti e vicini (cittadini di Firenze), stimando ciò che ciascuno aveva di stabile e di mobile e di guadagno; pagando certa cosa per centinajo dello stabile, e così del procaccio e guadagno. L'ordine si cominciò bene; ma gli detti giudici, corrotti, cui puosono a ragione, e a cui fuori di ragione; onde grande rammarichío n'ebbe in Firenze; e così mal fatto, se ne ricolse ottantamila fiorini d'oro».
Dalle quali semplici e schiette parole del buon Villani raccoglierà facilmente il lettore che suppergiù tutte le signoríe sono eguali; che tutto si riduce a tosare e scorticare i popoli, o col pretesto della libertà, e col pretesto della sicurezza, o della religione, o di altre sonanti cagioni, secondo i venti che tirano; e vedrà che le stesse corruzioni, le stesse ingiustizie e parzialità son sempre usate; e vedrà parimente che quella delizia della tassa della ricchezza mobile, che ora fa tanto lieta l'Italia presente, non è niente affatto odierna invenzione; ma è antica di più che sei secoli qui proprio in Firenze. Queste parole del Villani mi darebbero materia a molte e gravi considerazioni; ma non voglio uscir troppo dal soggetto; nè vo' mettermi a rischio di dir cose troppo risentite ed acerbe: e però ripiglio senz'altro il racconto.
CAPITOLO XXXV.
IL PARTO.
La gravidanza della duchessa era quasi al suo termine, dando sempre novelli segni che il parto dovesse essere laborioso, per la qual cosa, oltre la continua assistenza della ricoglitrice, passava buona parte del giorno in palagio anche maestro Dino del Garbo, per esser pronto a qualunque caso potesse avvenire; e spesso trovavasi in colloquio col cancelliere del duca, con quel frate minore vescovo d'Aversa, che il lettore già conosce, e quasi sempre i ragionamenti loro battevano sopra maestro Cecco, odiato mortalmente da ambedue.
— Ma per la buona mercè di Dio, — esclamò Dino un giorno, dopo che avevano parlato lungamente delle nequizie dell'Ascolano, — monsignor lo Duca ha finalmente aperto gli occhi, ed ha purgata la sua Corte da tanta puzza: duolmi solamente che quello sciagurato abbia fuggito la degna pena che meritava la sua tristizia e la sua empietà.
— Eh! maestro, disse il vescovo, o ch'io veggo troppo torto con gli occhi della mente, o che sotto questa disgrazia del duca si cela qualche grave cosa. Troppo era accecato monsignor lo duca nel fatto di quel tristo, e troppo grande stima faceva di ciò che e' chiamava sua scienza, da dover credere che a un tratto lo abbia disamato, e toltogli la sua grazia.
— E che ne pensereste voi, messere?
— Che pensarne non so; ma parmi quasi certo che una cosa si veda di fuori, e dentro ce n'abbia un'altra contraria. Ho avuto certa spia che Cecco è presentemente a Lucca. Sarebbesi egli posato cotanto vicin di Firenze, quando veramente avesse perduto la grazia di un signore così potente come il duca nostro? E che recapito può egli trovare in Lucca? Presso Castruccio no certamente, perch'egli dispregia l'astrologia e gli astrologi, nè presso lui trovano favore se non persone valorose e cortesi. Altri mi accerta che sta colà per medico appresso uno dei grandi cittadini di quella terra....
— Medico? interruppe qui Dino. E quando mai seppe di medicina? Egli ha spacciato e va spacciando tuttora certe sue strane dottrine sulle virtù che dagli astri influiscono nelle erbe, e secondo esse pretende anche sanare certi malori; ma dell'arte nostra non ha nemmeno le prime e più semplici notizie; e guaj a quel misero che gli capitasse sotto.
— O faccia l'una cosa o l'altra colà a Lucca, io, vi torno a dire, son fermo nel pensiero che tutto sia una mostra; e non dubito che o prima o poi lo rivedremo qui in Firenze.
— Lo credete davvero? E credete che egli punto non sospetti che, ritornando qua, verrebbe in bocca al lupo.
— E' pretende di leggere negli astri e di veder nel futuro, e gli sciocchi gli credono; ma ha la veduta più corta di una spanna, per le cose che gli stanno dinanzi; e se ne sta a baldanza del duca, e di quel messer Guglielmo, che al duca è tanto caro.
— E anche alla duchessa — disse con maligno sorriso maestro Dino.
— Madonna la duchessa, — rispose gravemente il vescovo — è di sangue reale; è moglie del signore di questa terra e nostro; ed è castissima donna: nè di lei vuolsi parlare, se non con parole di riverenza.
— Ed io quelle parole ho dette, non ch'i' le creda: ma perchè Cecco d'Ascoli le andava spargendo per Firenze, e mi pensava che lo sapeste. E le ho dette quasi per recarvi a memoria anche quest'una delle tante nequizie di quel malnato.
— Maestro, Dio non paga il sabato, ma a otta e tempo; ed a cui Dio vuol male gli toglie il senno. Cecco ritornerà a Firenze; e non penerà molto a pagare degnamente la pena della sua iniquità; sol che i buoni cattolici e figliuoli di santa chiesa non vengano meno del loro zelo e del debito loro.
Questo colloquio fu interrotto da un donzello del duca, il quale chiamava maestro Dino che fosse subito da madama la duchessa, che sentivasi troppo di mala voglia. E ne aveva ben onde, perchè di lì a poco vennero i dolori del parto, che la travagliarono assai; benchè poi partorì senz'altra operazione, e nacque un fanciullo.
Il duca e tutta la corte ebbero di ciò contento grandissimo, perchè la duchessa al primo suo parto aveva fatto una femmina, quella Giovanna che fu poi troppo famosa regina di Napoli. Se ne spedì tosto al re Roberto particolare ambasciata, e se ne mandò formale avviso a tutte le signoríe amiche d'Italia, ed al re di Francia.
Il gonfaloniere, che era Luigi de' Mozzi, con tutti i priori, non furono tardi ad andare solennemente a rallegrarsene col duca, domandandogli per grazia che non gli dispiacesse che lo facesse battezzare il comune; la qual domanda essendo accettata benignamente da lui, furono fatti sindachi a ciò dal comune di Firenze messer Simone della Tosa, e messer Salvatore Manetti dei Baroncelli, che lo lavarono al sacro fonte in S. Giovanni, battezzandolo con gran solennità il vescovo di Firenze, che era allora Francesco di Baldo Savestri da Cingoli della Marca, dottore di ambedue le leggi, ponendosegli nome Carlo Martello per volontà espressa del Duca; a cui forte dispiacque che non fosse in Firenze maestro Cecco, da potergli fare la natività, o come or dicesi, l'oroscopo. Per volontà poi e a spese del comune, si festeggiò per tutta la città con quella letizia e con quello splendore che si fosse mai fatto, anco nei tempi della sua maggior quiete e ricchezza: tra le quali feste fu nobilissima una giostra fatta sulla piazza di S. Croce, dove tutti que' cavalieri francesi, provenzali e italiani fecero ogni bella prova di prodezza e di cortesía: e monsignor lo duca volle che, per segno della sua letizia, dopo la giostra fosse apparecchiato a sue spese un assai nobile convito, in sulla propria piazza di Santa Croce, a duegento popolani della città, tanti per Sesto, scelti da' capi di ciascun'arte; e nel tempo di esso convito giullari rallegravano i convitati co' loro giuochi e co' loro motti; e trovatori cantavano le lodi e le gesta di casa d'Angiò.
In questa occasione volle il duca fare un atto di generoso perdono, col ribandire Sennuccio del Bene, uno dei chiari poeti d'allora. Questo Sennuccio nella giovinezza si trovò con Dante Alighieri e con altri ghibellini: fu segretario di Stefano Colonna, ed amico del Petrarca, il quale l'onorò del titolo di signore e lo chiama in un sonetto _metà di sè stesso_; ed aveva co' suoi versi acquistata assai chiara fama. Lo consumava il desiderio di ritornare in patria; ed il cardinal Gaetano, che era stato suo protettore, e in quel tempo era legato a Firenze, più volte avea supplicato il duca che gli piacesse di ribandirlo, nè mai l'aveva potuto ottenere; ed ora, tornatagli in mente la cosa, da sè proprio volle concedergli il tornare in patria, a maggior dimostrazione della gioja che aveva preso di questo figliuolo.
Ma la gioja fu breve, chè in capo a otto giorni il piccolo Carlo Martello morì, e fu sepolto in S. Croce, tra le lacrime del duca e della duchessa, che ne stettero dolenti per molto tempo. Il duca però da questo fatto ne prese cagione a richiamare a sè maestro Cecco, pensando che, dove egli fosse stato a Firenze, e ne avesse fatta la natività, non avrebbe, nè egli nè la sua donna, fondate tante speranze su quel fanciullo, sapendo di doverlo perdere così tosto; e alla perdita si sarebbero preparati, e così sarebbe loro stata meno amara.
Noi invece, che nell'astrología giudiciaria non abbiamo fede veruna, penseremo essere stata una fortuna per maestro Cecco il non essere in Firenze; dacchè forse egli avrebbe, per piacere al duca, presagito chi sa che gran cose di quel fanciullo, ed avrebbe troppo presto perduta gran parte dell'affetto e dell'estimazione del signore e degli amici.
CAPITOLO XXXVI.
LA CONGIURA DI LUCCA.
Passati pochi giorni adunque il duca Carlo mandò significando per un uomo a posta a maestro Cecco, che quanto più tosto poteva menasse a fine il trattato coi Quartigiani, e fosse a lui in Firenze; ed esso vi si diede con tutto l'ardore, per il desiderio che lo struggeva di ritornare alla Corte. Ma nemmen fino allora aveva esso dormito; e il trattato aveva menato con la più fina astuzia. Arrivato a Lucca, e postosi al più ricco albergo, diede voce di essere venuto per curare messer Guerruccio Quartigiani della gotta; domandò dove fossero le case di lui; dicendo di avere lasciato Firenze anche per paura di capitar male, essendovi oggimai conosciuto per ghibellino, e per poco credulo alle ipocrisíe papali. E volle altresì andare a fare riverenza a Castruccio, col quale ebbe un singolarissimo colloquio; perchè, mentre quel capitano, sapendolo venir da Firenze, si studiava di metterlo in ragionamenti delle cose del duca Carlo, e scoprire, se riuscivagli, quello che mulinasse contro di lui; Cecco, fingendo di lasciarsi tirar nella rete, immaginò di suo capo certi falsi disegni di Carlo, per distrarre Castruccio dall'investigare altrimenti quali fossero i veri. E seppe colorire così bene le sue parole, che egli ne fu persuaso; e non che ponesse nessun sospetto sopra di lui, ma quasi quasi avrebbegli confidato i disegni suoi. Per forma che il maestro viveva sicuro per questo lato; ed alle case dei Quartigiani poteva andare senza niun sospetto, e trattava con suo agio quello per che era stato mandato. Il trattato fu lungo, dacchè messer Guerruccio voleva molto per sè, e Cecco aveva in commissione dal duca di tenersi piuttosto stretto a promettere; ma tuttavía, ricordevole del consiglio dato da Guido di Monforte a papa Bonifazio, si lasciò andare, col proposito di nulla attenere: e restarono alla fine in concordia nel modo seguente: il duca doveva uscire fuori di Firenze con l'esercito, sotto nome di mettersi intorno a Pistoja, e che di fatto vi si ponesse a oste con tanto sforzo e possanza, che verisimilmente Castruccio fosse costretto di andare a soccorrerla, se non la voleva perdere; e allora i Quartigiani con tutti i loro amici, e con molti pennoni e bandiere delle armi della chiesa e del duca, le quali si dovessero mandare celatamente da Firenze, correre la città di Lucca, chiamando gli amici, i consorti, e tutto il popolo a libertà, sforzandosi, quand'altro non venisse lor fatto, di occupare una delle porte della città; e che nel medesimo tempo, senza muoversi pur un soldato da Pistoja, quella gente che teneva il duca a Fucecchio e nelle terre di Valdarno, dovesse volando, avuto un cenno tra lor convenuto, cavalcare a Lucca, e correr la terra.
Riuscita la cosa, messer Guerruccio avrebbe avuto dal duca grandissima quantità di denaro (chi disse diecimila fiorini d'oro), e sarebbe suo vicario colà, che veniva a dire quasi assoluto signore dei suoi cittadini. Da che si movesse messer Guerruccio, e la sua famiglia, a far congiura contro Castruccio, che per volontà e per maneggio di loro era stato fatto signore di Lucca, non è ben chiarito: forse fu il vedere che Castruccio era riuscito troppo diverso da quel che avevano pensato, e il non poter sostenere gli aspri modi di lui; e chi dice, messer Guerruccio si pensasse di acquistare gloria appresso i posteri, se per opera sua si restituiva la libertà alla patria; ma quello che fu più facilmente creduto, ei si lasciò abbagliare dalle larghe profferte del duca, e dall'ambizione di essere quasi principe della sua città.
Posti e bene dichiarati questi patti, maestro Cecco cavalcò senza indugio a Firenze, e fu ben tosto alla presenza del duca, il quale confermò tutte le condizioni poste, ne lo lodò, ne lo premiò altamente, disponendosi a colorire tal disegno. Ma la cosa per altro non procedeva con quell'ardore e con quella prontezza che avrebbe dovuto, per avere certa riuscita, come non pareva da dubitare; il perchè, veggendo che, passa una settimana e passane due, la gente del duca non usciva sopra Pistoja, uno dei Quartigiani, preso dalla paura, scoprì la congiura a Castruccio; ed egli, che non era in siffatti casi avvezzo a smarrirsi, comandato che si serrassero le porte della città, montò con tutte le sue masnade subitamente a cavallo, e fatti prigioni ventidue della casa dei Quartigiani, e fra essi Guerruccio, nelle cui case furono trovate le bandiere della chiesa e del duca celatamente venute da Firenze; senza mettere tempo in mezzo, nel giorno stesso, avendo prima fatto trascinare quelle insegne per terra, il detto Guerruccio, con tre suoi figliuoli e con le stesse bandiere a ritroso, fece impiccare, ed una parte comandò che fossero propagginati[30]: tutto il resto della casa, nella quale si dice che fossero più di cento uomini atti a portare le armi, che non potette avere nelle mani, bandì e giudicò per traditori e ribelli. Feroce, ma meritata giustizia, della quale non si turbarono molto i lucchesi, ricordandosi che la medesima famiglia dei Quartigiani, guelfa di origine, come già dissi, aveva tradito anni addietro gli amici e partigiani suoi, dando la signoría di Lucca a Castruccio.
E così vada pure chiunque, o sotto un colore o sotto un altro, vien meno alla fede e alla lealtà.
Se il duca fu dolente di questo non è da domandare; e ne aveva spesso dolorose parole con maestro Cecco, il quale per altro sempre avealo confortato a tor via ogni indugio, ricordandogli che il buon esito delle imprese sta le più volte nella prontezza e nella audacia.
CAPITOLO XXXVII.
LE FESTE DI S. GIOVANNI.
Veggendo intanto Castruccio che i nemici suoi non dormivano, e tenevano ogni giorno diverse vie da levarselo dinanzi, si diede con ogni sollecitudine a procacciare la venuta del Bavaro, sperando col suo mezzo di potere in poco spazio di tempo metter il giogo ai Fiorentini e ai Pisani; ai Fiorentini come a naturali nemici suoi, ai Pisani, un poco perchè gli teneva mal fidi, un altro poco per il desiderio di signoreggiare, e finalmente perchè non si mostravano troppo favorevoli alla venuta di esso Bavaro. Anche il duca Carlo si apparecchiava potentemente a combatter Castruccio; ma faceva ogni cosa più celatamente che poteva: e per meglio coprire i disegni suoi, cessato il gonfalonierato di Lapo de' Buonaccorsi, nominò gonfaloniere per i due mesi dal 15 giugno al 15 agosto Bernardo di Lapo Ardinghelli, tutto cosa sua; e volle che si facessero le feste di San Giovanni magnifiche quanto mai fossero fatte per innanzi, della qual cosa tutti i cavalieri provenzali e francesi furono lietissimi, avendo udito tanto celebrare queste feste fiorentine, e desiderando ardentemente di vederle. E come i cavalieri ne furono lieti, così spero non sia per riuscire mal gradito al lettore il dar qui breve ragguaglio di ciò che si fece, specialmente quest'anno, e si faceva per antico quasi sempre in tali feste, che poi scaderono molto, e che si sono cessate di celebrare in questi ultimi anni.
Molti giorni innanzi il potestà di Firenze fece bandire e notificare la festa del Santo ai nobili del contado, siccome ad ogni altra persona, che dovesse offerir ceri, paliotti o altra cosa. Quando mancavano otto giorni comandò altresì a' consoli di Calimala ed agli operai di S. Giovanni che eleggessero sei Buonomini della medesima arte, che la mattina della festività stessero in S. Giovanni a ricevere tali offerte, dove significò che avrebbe mandato alcuni suoi fanti, acciocchè non si facesse alcuna insolenza, o, come allor dicevasi, niuno soperchio.
La piazza di S. Giovanni si coperse tutta di tele azzurre, piene di gigli grandi, fatti di tela gialla cucitivi sopra, e nel mezzo vi si posero in alcuni tondi, parimente di tela, e grandi dieci braccia, l'arme del popolo e del comune di Firenze, quella dei capitani di parte guelfa, quella della casa d'Angiò e quella del re Roberto.
Intorno intorno negli estremi di detto cielo, che pigliava tutta la piazza, pendevano drappelloni dipinti di varie imprese, di armi di magistrati, delle arti, e molti marzocchi; chè il marzocco era l'insegna della città, ed è quel leone che regge uno scudo col giglio, come si vede tuttora dinanzi al palazzo della signoría, là presso alla fontana dell'Ammannato. Tali tende furono armate con mirabile congegno di assi e di funi, per modo che il Vasari, il quale ne parla nella vita del Cecca ingegnere, le ricorda con parole di vera maraviglia.
Oltre di queste tende, che si misero sulla piazza di S. Giovanni, si coprirono ancora le vie di Calimala, oggi Calimara e Calimaruzza. Il giorno della viglia, la mattina di buon'ora, tutte le arti fecero la mostra fuori delle loro botteghe, di tutte le ricche cose, ornamenti e gioje; e fu cosa tanto mirabile che uno storico contemporaneo, dal quale traggo queste notizie[31], esclama qui enfaticamente: «Quanti drappi d'oro e di seta si mostrano, che adornerebbero dieci reami! quante cose d'oro e d'ariento, e capoletti e tavole dipinte e intagli mirabili, e cose che si appartengono ai fatti d'arme, che sarebbe lungo a contare per ordine!»
Poi in sull'ora di terza si fece per la città una solenne processione di tutti i chierici, preti, monaci e frati, che furono in gran numero di regole, con tante reliquie di santi, che fu gran divozione, oltre alla maravigliosa ricchezza de' loro ornamenti, con nobilissimi paramenti d'oro e di seta, e di figure ricamati; e poi molte compagníe di uomini secolari, che andavano ciascuno innanzi alla regola dove tali compagníe si radunavano, con abito d'angioli, e suoni e strumenti d'ogni ragione, e canti soavissimi, facendo bellissime rappresentazioni di que' santi e di quelle reliquie a cui onore lo facevano.
Là sull'ora di vespro le arti si ragunarono, ciascuna sotto il suo gonfalone, che erano sedici, l'un gonfalone dopo l'altro, e sotto ciascun gonfalone tutti i suoi cittadini a due a due, andando innanzi i più degni, e così fino a' garzoni, tutti riccamente vestiti, a offrire alla chiesa di San Giovanni una candela di libbra per uno; e la maggior parte di essi gonfaloni avevano dinanzi a sè uomini con giuochi di onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le vie per dove passavano erano tutte adorne, alle mura e su' muriccioli, di capoletti, di spalliere e di pancali di fino zendado, e per tutto era pieno di donne giovani e fanciulle vestite di seta, e ornate di gioje e di perle. Finita l'offerta, ciascun cittadino si tornò a casa a dar ordine per la mattina seguente.
Chi fu la mattina di S. Giovanni sulla piazza dei Signori, gli pareva di vedere, dice uno storico contemporaneo, una cosa trionfale, magnifica e meravigliosa; e il duca, che vi fu con tutta la sua corte, su alle finestre del palazzo della signoría, e tutti que' cavalieri provenzali, non facevano altro che dire di tanta ricchezza e magnificenza.
Intorno alla piazza erano infinito numero di torri che parevano d'oro, portate quali con carri, e quali con portatori, che si chiamavano i ceri, fatti di legname, di carta e di cera, con oro e con colori, e con figure rilevate, vuoti dentro, per forma che vi stavano uomini che facevano volgere continuamente tali figure, le quali rappresentavano imprese d'armi e d'amore, animali, uccelli, diverse sorte di alberi, e tutto ciò che diletta il vedere ed il cuore. Dinanzi al palagio poi vi erano molti palj con le loro aste appiccate in anelli di ferro, ed erano delle varie città e castella che davano tributo al comune, ed erano ad esso raccomandate; i quali palj erano di velluto doppj, federati quali di vajo, quali di drappi di seta, o d'altri drappi.
I palj erano i tributi delle terre acquistate dai fiorentini, e de' loro raccomandati, e i ceri erano censi delle più antiche terre de' fiorentini medesimi, e gli uni e gli altri poi si andavano a offerire per ordine di dignità a S. Giovanni nel tempo medesimo che si facevano le altre offerte: la prima delle quali fu quella de' capitani di parte guelfa, con tutti i cavalieri, i signori, ambasciatori e cavalieri forestieri; e andarono con loro gran numero de' più onorevoli cittadini di Firenze, col gonfalone della parte guelfa innanzi, portato da uno de' loro donzelli, vestito di sopravvesta di drappo, che montava un palafreno covertato sino in terra di drappo bianco, col segno della parte guelfa. La seconda offerta furono i detti palj, portati ciascuno da un uomo a cavallo, e l'uomo e il cavallo erano covertati di seta; e dopo i palj si offerirono i ceri, i quali poi il giorno dopo solevano appiccarsi intorno alla chiesa, dalla parte di dentro, dove stavano fino all'anno appresso, al qual termine si spiccavano i vecchi e se ne faceva paramenti e paliotti da altari, e parte si vendevano all'incanto.