Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 16
— I Lucchesi cominciano ad essere stanchi della tirannía di Castruccio; e novellamente uno de' Quartigiani, grandi assai in quella città, mi ha dato lontano cenno, che, dove fossero ajutati da qualche potente signore, sarebbero disposti a far novità, dandomi a vedere, che, se quel signore fossi io, la città di Lucca volentieri si darebbe alla mia signoría. Io non risposi, se non vagamente; ma veggo per altro quanto ajuterebbe i miei disegni una novità fatta in Lucca, mentre fosse raccesa la guerra contro il suo signore. Importa dunque che sia colà per me una persona di gran senno e di grande accortezza: che mi studj così in generale l'animo dei Lucchesi; la condizione di quella città; e si intenda con messere Guerruccio Quartigiani, ordinando con esso il disegno di questa impresa, il tempo più acconcio, e il modo di colorirla; e questa persona ho proposto che debba essere tu.
— Grande e gelosa impresa, monsignore, voi volete affidare alle mie piccole forze; ma io son vostro per la vita e per la morte, e quando mi basta la forza e l'ingegno vi servirò lealmente.
— E sopratutto celatamente, e accortamente. Niun fiorentino lo sappia, nè niuno della mia corte, nè niuno più stretto amico tuo. La cosa è passata solo tra me e te. — E qui tacque un poco, fissando gli occhi in modo sul volto di Cecco, che egli comprese senz'altra parola quel che gliene andrebbe, se di questa cosa uscisse qualche odore.
Poi continuò:
— A Lucca, o non sei conosciuto, o solo vi sei conosciuto per astrologo e per medico; e per medico anzi tu vi anderai. Messere Guerruccio è forte malato di gotte: fingerà di averti chiamato a sè per curarlo sapendo che tu eri caduto in disgrazia di me: il tutto scriverò io stesso a messer Guerruccio in una lettera che gli recherai. Ma anche co' Quartigiani fa di star bene avvertito: essi furono già guelfi, e con tutto ciò tradirono la loro parte, ajutando con ogni lor forza la rea impresa di far Castruccio signore di Lucca; e se ora vogliono disfare la costui signoría, non sono mossi certamente dall'amore della loro terra; ma o dalla utilità propria, o da qualche torto che loro abbia fatto Castruccio. Gente vile e spregiata, senza fede e senza onore, che muta parte dalla state al verno, gridando _viva_ oggi, chi ieri gridarono _muoja_. De' così fatti bisogna giovarsene a' proprj disegni; premiarli anche; dar loro onori; ma in cuore dispregiarli, pensando sempre che, come hanno tradito il primo signore, posson tradire il secondo; e come hanno voltato la casacca per un verso, possono voltarla da capo per l'altro: procedere appresso di loro con accortezza e astuzia; e quando per opera loro siamo giunti dove vogliamo, pagargli come merita di essere pagata la dislealtà ed il tradimento.
— Codeste son parole degne di un signore così potente e cattolico come la vostra signoría: ed io me le scriverò nella mente e nel cuore per modo che una sola non si cancellerà.
— Domani partirai tosto per Lucca; e prima verrai qui da me per la lettera. Qui in palagio, ed anche coi tuoi più cari amici, e con messer Guglielmo altresì, porgiti afflitto e dolente, come se tu fossi venuto quasi in disgrazia mia, e ti avessi comandato di uscire per alcun tempo da Firenze a modo di punizione. Così i tuoi avversarj si addormenteranno; e potrai servir me come a leale e buon servitore si appartiene. Va.
Cecco fece umile riverenza al duca, ed uscì tosto di palagio per ragguagliare frate Marco e messer Guglielmo, come egli non potesse più andare in Mugello; ma dovesse invece, per comando del duca, abbandonare Firenze: nè farsi vedere accompagnato con lui pareagli prudenza. L'uno e l'altro dei due amici lo ammazzarono di domande per sapere onde movesse questa subita risoluzione del signore; e Cecco, tenendo pur sempre strettamente celata la commissione avuta dei Quartigiani di Lucca, riferì ad ambedue quel che il signore avevagli detto delle persecuzioni onde egli era fatto segno, e della necessità di allontanarsi da Firenze, della quale si mostrò, ed era veramente, dolentissimo: e rinnovellò al cavaliere preghiera efficacissima d'ajuto e di protezione, che da lui gli fu promessa da capo in ogni possibile evento.
Intanto si era sparso per il palagio che maestro Cecco per comandamento del duca doveva uscire di Firenze, e si aggiungeva che avesse perduta del tutto la grazia di lui; e la duchessa medesima credeva che ciò fosse avvenuto per le sollecitazioni sue e del cancelliere. E così ella come il cancelliere, se furono lieti per una parte che Cecco uscisse dalla Corte, dall'altra però ne erano malcontenti, il cancelliere specialmente, perchè avrebbero voluto vederlo nelle mani dell'inquisitore; e quando Cecco andò a prendere umile commiato dalla duchessa, glielo diede con queste agre parole:
— Addio, maestro Cecco; perdeste la grazia di monsignor lo duca; ma questa è la vostra salute. L'aria di Firenze, a lungo andare, vi sarebbe stata micidiale. Andate; e siate più cauto d'ora innanzi.
— Madonna, una parola vostra potrebbe ridonarmi la grazia perduta, — rispose Cecco con esagerata umiltà, e volendo confermare la duchessa nella sua credenza — ma non oso pregarvene.
E Maria con aria alteramente grave, senz'altro gli ripetè:
— Andate: siate più savio d'ora innanzi.
CAPITOLO XXXII.
LA BICE SI PARTE DAL MONASTERO.
Frate Marco era già stato la mattina per tempo da messer Geri a prendere la lettera per la badessa; ma trovò assai più che la lettera; chè il buon Geri, non vedendo l'ora di riabbracciar la figliuola, mandò insieme col frate quel fante medesimo che la Bice aveva accompagnata al monastero, perchè, dov'ella non disdicesse alle condizioni poste, e ciò non era da dubitarsi, dovesse ricondurla tosto a Firenze. Mentre egli, accompagnato dal fante di messer Geri, usciva da porta al Prato per cavalcare in Mugello, maestro Cecco usciva dalla Porta S. Niccolò per andare a Lucca. Noi lo lasceremo andare, e seguiteremo il frate sino al monastero di S. Piero, per aver occasione di trattenersi un po' colla nostra buona Bice. Egli dunque, passando da Settimello, fece motto a sere Gianni, che volle essere suo compagno, e fu lietissimo del buono avviamento del fatto della povera fanciulla figliuola del messer fiorentino. Come per altro l'ora era già tarda, e in Mugello non avrebbe potuto esser se non di notte, così il sere persuase il frate a passar la nottata da lui, il quale difatto accettò; e la mattina a giorno partirono per Mugello, dove furono poco innanzi sesta. Il dire che l'accoglienza della badessa a' due sacerdoti fu lieta oltre misura, tornerà inutile al tutto, immaginandolo forse il lettore da sè; ma non sarebbe inutile il descrivere, se avessi parole convenienti al soggetto, qual fu la gioja della buona suora nel leggere la lettera di messer Geri: basti che fu maravigliosa, e la significò con un vero diluvio di lacrime.
La lettera scritta da essa a messer Geri vedeva che aveva fatto l'effetto, ajutata dalle efficaci parole di frate Marco: quel povero vecchio dipingeva con pietose ed accesissime parole la sua risoluzione, il desiderio di rivedere la sua cara Bice, l'amore immenso che le portava, il perdono che le accordava, e chiudeva la lettera con le condizioni che già il lettore conosce, pregando la badessa a confortare la Bice di non mostrarsene ritrosa, ringraziandola carissimamente delle tante e tanto amorose cure avute per la figliuola, con un mondo di altre cose, uscite tutte dall'intimo del suo cuore, e tutte spiranti contentezza ed affetto. La badessa tosto volle far venire a sè la Bice per dare anche a lei questa consolazione; ma il frate e sere Gianni la confortarono a prepararcela prima un poco, affinchè la subita allegrezza non avesse a portare qualche tristo effetto sull'animo così gentile e così delicato della fanciulla. Andasse ella medesima a significarle che era qui frate Marco e sere Gianni, e che pareva avessero buone novelle da darle; le tacesse assolutamente che con essi era venuto anche il fante di suo padre; la conducesse poscia da loro, che a poco per volta le avrebbero detto ogni cosa.
E così fu fatto: per modo che quando comparve la Bice, quasi presaga di quello che era, si mostrò tutta lieta in volto, e con dolce sorriso rivoltasi a frate Marco:
— Frate Marco, gli disse, quando veniste l'altra volta qui da me, parvemi, vedendo voi, di vedere un angelo del paradiso; e della vostra visita ebbi non picciol conforto. Ora il vedervi tornar qua mi empie tutta di sì fatta consolazione, che certo non debbe essere a caso. Ma prima d'ogni altra cosa, che novelle del mio dolce babbo; e?...
Avrebbe senza fallo domandato del suo Guglielmo; ma da uno sguardo della badessa si accorse che a lei non sarebbe piaciuto; e frate Marco, il quale indovinò quel che taceva la fanciulla, e quel che significava lo sguardo della badessa, senza indugio rispose:
— Messer Geri vostro padre è quegli appunto che qui mi ha mandato con una lettera per madonna la badessa, nella quale mi penso dovere essere cose di molta consolazione per voi. La sanità di quel buon vecchio è troppo infralita, e già si accorge che medicina unica per lui sarebbe il vostro affetto e la vostra presenza.
— Dubita egli tuttora del mio affetto? E che cosa più lo ritiene, che egli mi chiami a sè? Oh quante cure tenerissime io gli avrei! Raddoppierei, se fosse possibile, il bene che gli voglio, per compensarlo in qualche modo dell'affanno datogli fin qui; e non potrebbe fare che non ritornasse buono ed affettuoso come già fu, e che si piegasse a rendere compiuta la mia felicità.
— Figliuola, disse la badessa, tu hai sempre pregato il Signore di questo, e le preghiere degli innocenti a lui sono accette. Chi sa?...
— Oh madre mia dolce, come mi confortano codeste benigne parole! sarebbe egli possibile?
— Madonna la badessa — entrò qui a dire sere Gianni, a cui già pareva tempo di parlare un po' più chiaro — vi ha sempre amata come cara figliuola, e scrisse già parole accesissime a messer Geri per farlo pietoso del fatto vostro; e messer Geri, che è padre, e padre amoroso, ha finalmente consentito...
La Bice, con tutto che non potesse comprendere fino a che punto fosse giunto suo padre, pure comprese che la durezza sua si era ammollita per opera principalmente della badessa; e però, senza aspettare che il prete finisse, si gettò al collo della buona suora, e le coprì il volto di amorosi baci; e, dimentica della riverenza che le si doveva e per l'età e per il grado, i baci tramezzava con queste e simili parole:
— Mamma mia buona, a voi debbo la vita: per voi rivedrò il mio caro babbo.... per voi....
— Figliuola — interruppe la badessa tutta commossa — non ti abbandonare tanto alla gioja: messer Geri pone al tuo ritorno delle condizioni un poco dure...
— Ma dunque io torno a Firenze? dunque lo rivedrò? rivedrò Guglielmo?
— Tornerai e vedrai tuo padre; ma il cavaliere non devi vedere.
— O dunque in che si è ammollito il cuor di mio padre? — disse la fanciulla mezza tramortita.
— Voi, frate Marco, entrò qui la badessa, voi che la parte più efficace aveste in quest'opera di riconciliazione, voi dite il tutto alla Bice.
E il frate, fattosi da principio, raccontolle minutamente come era andata la cosa, e le condizioni poste da Geri — Le quali, se voi accettate, soggiunse il frate, è qua il fante di vostro padre che ricondurravvi tosto a Firenze.
Come la Bice udì essere venuto il fante di suo padre, ritornò tutta lieta; e benchè la condizione di non più veder Guglielmo paressele dura troppo, tuttavía, sapendo aver consentito anche il cavaliere, soggiunse:
— Seconderò scrupolosamente la volontà di mio padre, e ne starò tranquillissima, non dubitando punto che il mio cavaliere non torni acclamato dall'impresa contro il nemico di Firenze, che voi, bel frate, dite essere prossima.
E poi volta alla badessa:
— Mamma mia dolce; ed ora debbo partirmi da voi! e la gioja di riabbracciare il mio babbo, e di rivedere le mie case, non disacerba il dolore ch'io sento. Vi amo proprio come facevo la mia povera mamma.
La buona suora a queste parole si commosse tutta, e tergendosi le lacrime, rispose:
— Bice mia, ed io avevo appreso ad amarti come figliuola carissima. Va: sii buona figliuola ed obbediente; e Dio ti conceda di essere presto felice, e di essere degna moglie del prode e gentil cavaliere che vidi qui. Io sono sacrata a Dio; egli è il mio sposo, e lui adoro con tutto il mio cuore. Tu ricordati spesso di questa povera donna, che rimane qui alla vita, per essa dolce oramai, di penitenza; che sempre a te ripenserà con affetto caldissimo: e questo priego che ora ti fo non ti dispiaccia appagare quando sarà il tempo. Tu sarai tra non molto, il cuore mel presagisce, sposa al tuo cavaliere. Fate allora, figliuoli miei — e così dicendo le lacrime le piovevano abbondantissime dagli occhi — fate che io vi rivegga uniti col sacro vincolo del matrimonio, e sempre più amanti l'uno dell'altro: e dopo ciò morrò volentieri.
La Bice non piangeva meno della badessa; nè i due sacerdoti stavano ad occhi asciutti. Ella, non solo promise alla badessa che sarebbero da lei come prima fossero sposati; ma aggiunse che la gioja del rivederla, e del darle tal consolazione sarebbe di poco minore alla gioja dell'essere moglie a Guglielmo; poi, datesi tutte a mettere in assetto le robe per la partenza, e rinnovellati tre o quattro volte gli addii più amorosi, le lacrime, gli abbracciamenti ed i baci, mossero tutti verso Firenze. La buona suora dal più alto luogo del monastero gli seguitò con l'occhio fin che potè; ed appena gli ebbe perduti di vista si gettò spossatamente sopra una sedia che erale appresso, e levati gli occhi al cielo, fece questa preghiera:
«Signore Dio mio, concedi a me la tua grazia, acciocchè quello solo mi piaccia che piace a te, e la tua volontà sia la mia. Sopra tutte le cose dammi che io mi riposi in te, e che il mio cuore diventi pacifico in te. Se tu non soccorri, Signore Dio mio, la, presente desolazione mi vince; non fare che il diavolo vinca la battaglia sopra di me».
E postasi in ginocchio dinanzi alla sedia col capo tra le palme, e dato ampio sfogo al dolore, a breve andare si sentì un poco riconfortata, e si ricondusse come potè meglio alla cella, dove, raccoltasi tutta in Dio, non andò molto tempo che si rassegnò al volere di lui.
CAPITOLO XXXIII.
TORNA A FIRENZE.
La Bice intanto con la sua compagnía cavalcavano di buon passo verso Firenze, avendo lasciato sere Gianni alla sua prioría. Secondo che si avvicinavano alla città il cuore della fanciulla batteva più forte; e come se ne cominciarono a scorgere le torri, sentì così balzarselo in petto, che a fatica ripigliava fiato. Avrebbe voluto aver l'ali per tosto consolare il suo diletto padre, e pensava altresì che prima di arrivare alle case de' Cavalcanti le potesse venir veduto il suo Guglielmo; e così, tra l'un pensiero e l'altro, arrivarono a porta San Gallo assai innanzi vespro. Qui fu creduto opportuno da frate Marco l'andare egli prima da messer Geri per prepararlo un poco, dacchè con quella salute mal ferma un subito eccesso di gioja avrebbe potuto anche ucciderlo; e confortata la Bice, il fante e la cameriera a cavalcar lentamente, egli di buon trotto si avviò innanzi, e fu tosto da messer Geri, il quale, appena lo vide, corsegli, come poteva, incontro. Nulla gli disse, ma facevasi tutto ansioso verso la porta, cercando cogli occhi se vi fosse la sua Bice; ed il frate che se ne accorse:
— Messere, la Bice vostra sarà qui tra non molto.
— L'amore di figliuola pareva dover essere più pronto e desioso che l'amicizia — disse Geri con accento di un qualche dispiacere.
— Sarebbe stato molto e molto più pronto, rispose il frate, se non si fosse lasciato frenare, per non mettere un sì caro capo come il vostro alla prova spesso perigliosa di una subita gioja. Ma — continuò egli, vedendo che il vecchio oramai era preparato, e facendo ragione che la Bice dovesse già esser giunta — tosto sarete consolato.
Ed uscito della stanza, non fu prima in capo alla scala che la Bice la saliva tutta ansiosa: e dacchè il vecchio indovinava che ella dovesse esser vicina, si fece anch'egli verso l'uscio, e prima ch'e' non si aspettava, si trovò innanzi la sua dolce figliuola che gli si avventò al collo, e stettero per buon pezzo abbracciati, senza poter far una parola, e solo versando dagli occhi tenerissimo pianto.
Prima a rompere il silenzio fu la Bice:
— Mio caro babbo, mi hai perdonato davvero?
E poi, fissandogli gli occhi sul volto:
— La tua sanità ne è peggiorata; e tutto per colpa mia! — aggiunse, abbracciandolo da capo; e posandogli il capo sul petto.
— Ma ora che tu se' tornata; ora anche la sanità e la consolazione mi rallegreranno questo avanzo di vita.
— Oh! babbo mio dolce, io non ti lascerò un momento; compenserò il dolore che per me hai avuto sin qui col volerti bene a mille doppj. Tu se' stato tanto buono per me....
La Bice voleva in qualche modo far entrare nei loro ragionamenti l'amor suo per Guglielmo; ma non le bastava l'animo di trovare il verso, ed ogni tanto volgeva l'occhio a frate Marco, cercando di fargli intendere questo suo desiderio; e accennando, come poteva, che le venisse in ajuto. Il frate intese alla fine, e come prendendo commiato disse:
— Messer Geri, non voglio che la presente gioja e consolazione vostra sia più lungamente frastornata dalla mia presenza; vi lascio pertanto; e vi accerto che non è minor della vostra la consolazione mia, pensando che in qualche modo ci ho avuto parte anch'io. Voi, messer Geri, attendete ora alla sanità vostra; ma pensate che adesso il medico lo avete in casa — e qui accennò la Bice — e ricordatevi che le medicine di maestro Dino sono state fin qui veleno per voi — e questo lo disse con accento piuttosto risentito. — E voi, Bice, non dimenticate mai quanto è stato benigno con voi il dolce vostro babbo, e che voi sola potete abbellirgli e consolargli la sua vecchiezza. Resta che presto possiate anche essere in grado da presentarvegli innanzi con un'angelica creaturina in collo, che faccia a lui pregustare la eterna beatitudine con l'angelico suo sorriso, e col dolce pargoleggiargli d'attorno. Ad ambedue poi faccio una preghiera: quando sarà quel momento (e non può essere lontano) che il cavaliere debba essere consolato del suo amore, deh! fate ch'io sia quello che ponga il suggello alla vera felicità di tutti, dando io l'anello alla Bice.
La Bice non rispose; ma stava tutta intenta a ciò che rispondesse suo padre, il quale volto al frate:
— L'essermi lasciato vincere anche rispetto al cavalier provenzale vi dica quant'è l'amore che io porto alla mia figliuola; ma si rammenti, ed ella e messer Guglielmo, quali sono le condizioni poste da me. Mancatane una sola, niuno speri più di piegarmi; quando sieno tutte attenute, voi, bel frate, sarete colui che darà l'anello alla Bice.
Il frate, fatte poche altre parole col padre e con la figliuola, tornò al convento. Noi non seguiteremo passo per passo nè la Bice, nè messer Geri: basti il dire che tanto l'una quanto l'altro vivevano consolatissimi, ed era tra loro una tacita gara a chi si desse prove maggiori di svisceratissimo affetto. Il vecchio pareva ogni giorno ringiovanire, e la sua sanità era per modo rifiorita, che pareva a tutti un miracolo; e con la sanità gli tornava ancora l'antica giojalità, e il riso, che da tanto tempo più non l'avea rallegrato. La Bice anche essa mostravasi lieta e contenta, se non quanto erale una spina al cuore il dover essere priva del vedere il suo diletto; e solo la speranza rendeva meno acerba quella angoscia.
Degli altri nostri conoscenti, Dino del Garbo era lieto da una parte che Cecco avesse perduta la grazia del Duca; ma dolente dall'altra che fosse fuggito alla sua vendetta: era altresì rimasto maravigliato dell'improvviso ritorno della Bice, e del vedersi da messer Geri trattato più freddamente dell'usato; fuggire ogni ragionamento che riguardasse la figliuola; e non più essere chiamato alla cura della sua malattía.
La duchessa per il ritorno della Bice era inviperita mirabilmente, e quanto più le costava il dover celare la sua ira, tanto più le rincresceva che maestro Cecco, il quale ne era stato principal cagione, le fosse uscito di mano. E forse avrebbe fatto ogni opera di nuocergli anche lontano, se non fosse stata molto in là con la gravidanza, e la gravidanza non fosse di qualità che la faceva stare assai male, ed anche per molto tempo allettata.
Il più sconsolato era Guglielmo, il quale non aveva nemmeno con chi sfogare il suo dolore; ed era pur dolorosissimo della partenza di Cecco, che egli credeva aver proprio perduto la grazia del duca. Alla data fede non voleva mancare, nè di vedere o di parlare con la sua Bice cercava in modo veruno; tanto più che messer Geri ne avrebbe potuto pigliar cagione a disdir la promessa; e solo ogni tanto poteva saper qualche cosa da frate Marco, il quale però procedeva in ciò con sommo riguardo, parendogli disdicevole il fare altrimenti: per modo che il cavaliere non vedeva l'ora che incominciasse di nuovo la guerra, conoscendo che da essa sola poteva nascere pronta occasione da venire all'ultimo della contentezza.
CAPITOLO XXXIV.
GLI APPARECCHI DI GUERRA E LA TASSA DELLA RICCHEZZA MOBILE.
E la guerra di fatto si preparava con tutto l'ardore, tanto dalla parte di Castruccio quanto dalla parte del duca. Toccammo qua dietro come Castruccio e la parte ghibellina, per opporsi alla potenza del duca di Calabria, mandarono ambasciatori a Lodovico di Baviera, eletto re de' romani, sommovendolo a passare in Italia, per la qual cosa il papa scomunicò da capo e Castruccio e lo stesso Lodovico, che comunemente chiamavasi il Bavaro.
Ora esso Lodovico era venuto con poca gente e col duca di Chiarentana a un parlamento a Trento, dove furono messer Cane della Scala signore di Verona, messer Passerino signore di Mantova, uno dei marchesi d'Este, e messer Azzo e messer Marco Visconti, e il deposto vescovo d'Arezzo Guido Tarlati, e ambasciatori di Castruccio e di ogni altro signor di parte ghibellina e d'impero: e il Bavaro promise e giurò di passare in Italia e venire a Roma senza tornare nella Magna, per la qual cosa i detti signori e gli ambasciatori dei romani ghibellini promisero di dargli cento cinquanta mila fiorini d'oro come fosse a Milano.
E in quel medesimo parlamento si pubblicò che Giovanni ventiduesimo era eretico e non degno papa, apponendogli sedici articoli contro; e ciò fu fatto col consiglio di più vescovi, e altri prelati e frati minori e dei predicatori; e pubblicamente, benchè fosse scomunicato egli e i suoi prelati, il Bavaro faceva di continuo celebrare gli ufficj sacri, e scomunicava il papa, che per dispregio il chiamavano papa prete Giovanni. Pochi giorni appresso il detto Lodovico si partì da Trento con sua gente, poveramente e bisognoso di danari; e andato prima a Como, poi a Milano, il dì 31 di maggio del 1327 si fece coronare della corona di ferro per mano del deposto vescovo di Arezzo, e di un altro vescovo di Brescia, deposto pur esso, non avendo voluto esservi l'arcivescovo di Milano.
La sua venuta fe' nascere molte novità in Italia; i romani si levarono a rumore, e fecero governo di popolo, non avendo nè corte di papa, nè corte d'imperatore, e tolsero la signoría agli Orsini e a Stefano Colonna, per paura non la dessero al re Roberto: e chiamato capitano del popolo Sciarra Colonna, mandarono ambasciatori al papa che tornasse a Roma, o se no riceverebbero per loro signore Lodovico di Baviera già eletto re dei romani: e nel tempo stesso tenevano trattato con esso re Lodovico e col re Roberto. Ma il re Roberto non si addormentò sulle costoro promesse; e temendo troppo di questa venuta del Bavaro, pensò di muovere contro Roma con la sua gente.