Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 15

Chapter 153,869 wordsPublic domain

— Madonna, le disse baciandogliela, tanto sono dolci le vostre parole che non possono fallire all'effetto loro; nè può esserci cuore tanto duro che ad esse non si ammollisca; e non può fare che per opera vostra io non sia consolato del tutto, così caro e così buono mi parve il vostro aspetto al primo vedervi, tanto che non dubitai di reputarvi il mio angelo custode.

Quanto soavi sonassero queste parole a suor Anna, non penerà a indovinarlo il lettore, che abbia seguito con attenzione il mio racconto, e sappia per conseguenza qual fosse il cuore della badessa verso Guglielmo; la quale, per non intenerirsi troppo, risposto qualche tronca parola alle gentilissimo di Guglielmo, e dato a tutti cortese commiato, ritornò nella cella più tranquilla e più quieta; ed i quattro compagni, ristoratisi un poco dal prete di S. Niccolò, e montati poscia a cavallo, non restarono finchè furono a Settimello, dove cenato e dormito, la mattina maestro Cecco, frate Marco e Guglielmo cavalcarono a Firenze, e vi giunsero a mezza terza.

CAPITOLO XXIX.

IL RITORNO.

Maestro Cecco e Guglielmo andarono diviato al palagio dove il duca e la duchessa gli aspettavano ansiosamente, perchè Cecco aveali per uomo apposta avvisati che il tal dì ci sarebbero e alla tal ora. Le feste che il duca, e la duchessa, e tutti i cavalieri della corte fecero a Guglielmo non potrebbero descriversi a parole. Il duca volle sapere ogni fatto della battaglia sotto Pistoja, e più che altro, rispetto alla qualità della persona di Castruccio, di fronte a cui si era trovato personalmente Guglielmo, il quale cavallerescamente lo celebrò dinanzi a tutti per valentissimo e prode signore. La duchessa non cessava di domandargli come fosse andato il fatto della sua ferita; come essa fu grave; quanto egli soffrì, e come ora si sentiva. A che rispose il cavaliere che della ferita poco calevagli, ma solo era rimasto accorato dell'impresa fallita; che ora si sentiva aitante della persona come mai fosse; e che ardeva solo del desiderio di poter dare a monsignore lo duca novella prova della sua devozione ed affetto: aggiungendo che tutto doveva a maestro Cecco il suo buono stato presente, per amore delle tanto assidue ed amorose cure prestategli.

Sentendo la duchessa attribuire alle assidue cure di Cecco quasi tutto il merito del buono stato del cavaliere, fece un atto di dispetto, e guardò sinistramente esso Cecco, il quale, avendole appunto gli occhi addosso, se ne accorse benissimo, e le disse con atto umile quanto più si può:

— Madonna, la guarigione del nobile cavaliere non si deve attribuire a niuna virtù mia propria, ma alla virtù che le stelle influiscono su certe erbe: io ho il solo pregio di avere studiato ogni via ed ogni modo da servire con tutto amore monsignor lo duca, e voi massimamente, madonna, che tanto efficacemente mi raccomandaste messere Guglielmo.

La duchessa non diede a Cecco veruna risposta; e niuno si accorse dell'atto stizzoso ch'ella fece, perchè nel tempo stesso tutti gli altri cavalieri della corte erano intorno a Guglielmo, opprimendolo di mille domande, informandolo degli apparecchj che si facevano per la prossima guerra, e un monte di altre simili cose.

Mentre tutti erano occupati attorno a Guglielmo, si accostò a maestro Cecco messer Gualtieri di Brienne duca di Atene, e sotto voce gli disse che per parte di monsignor lo duca avea a conferire con esso cosa di gran momento, e che fosse da lui senza indugio, a che Cecco rispose che vi sarebbe; e il duca frattanto con la duchessa uscirono della sala, facendo prima invitare tutti i cavalieri al convito, che quel giorno stesso egli dava in onore di messer Guglielmo. Il lettore avrà senza dubbio notato l'atto dispettoso della duchessa verso Cecco, e il modo più duro dell'usato ch'ella teneva verso di lui; e forse vorrà saperne la cagione. La cagione c'era, e gravissima. Come prima il duca ebbe comandato al maestro che andasse a Prato alla cura del cavaliere, essa comandò al suo fidato ministro che cavalcasse tosto anch'egli, e nol perdesse mai d'occhio; e quegli vide bene essersi Cecco accompagnato col frate, uscendo da Firenze: gli seguitò ambedue fin passato Sesto; ma gli perdè d'occhio quando voltarono verso Settimello, perchè egli, sapendo che dovevano andare a Prato, continuò la strada per Prato. Poi vide che il frate tornò a Firenze e ritornò a Prato; ma non potè spiare il rimanente fino in Mugello; dacchè quando vide Guglielmo risanato, cavalcare per partirsi da Prato insieme cogli altri due, e fare le dipartenze coi Guazzalotri suoi ospiti, non dubitando ch'e' non tirassero diritti per Firenze, non si diè cura di seguitargli passo per passo, ma tornò difilato a informar la duchessa di quello che aveva veduto. La quale da principio non prese gran sospetto, se non quanto non sapeva indovinare il perchè di quell'aver Cecco condotto seco frate Marco. Ma quando al ritorno del suo messo non vide tosto seguitare il ritorno degli altri due, allora cominciò il sospetto ad entrargli nel cuore, e si fece poi grande e gravissimo, vedendogli indugiare due interi giorni.

— Da Prato sono usciti, — pensava tutta smaniosa la duchessa, — e da qui a Prato è cammino di due ore: perchè indugiano? dove sono andati? La Cavalcanti è in Mugello.... Ma da che parte è Mugello? — e tosto fa in modo di sapere con certezza da che parte è; e saputo che appunto la via di Mugello è verso Prato:

— Ah maledetto pateríno, esclamava, lo ha condotto in Mugello!... Ma a che fare? La Cavalcanti è chiusa in monastero: la badessa la custodirà gelosamente.... E' ricorrerà all'arte della magía.... Eh, bisogna che questo tristo uomo faccia tosto la fine di cui è degno.

Fra tali pensieri passò la duchessa due interi giorni; e non ristette che da capo non riparlasse col vescovo d'Aversa, a proposito di Cecco, e allo stesso duca non facesse liberamente intendere il pericolo, e la sconvenienza di tenerselo appresso ed in tanto onore, in onta di santa chiesa e della città di Firenze.

Il duca parve esser rimasto quasi persuaso alle parole della sua donna; ma non volle venire a niuna risoluzione, perchè troppo faceva assegnamento sulla sapienza di Cecco, e perchè dall'altra parte nelle sollecitazioni del cancelliere e della duchessa gli pareva di scorgere che qualcos'altro ci dovesse essere, oltre lo zelo della religione e della sicurezza di signoría. Carlo era guelfo e cattolico; ma circa alle scomuniche papali, e circa all'autorità che la chiesa si arrogava su' principati, avea certe sue particolari opinioni, nè si rassegnava a vedersi quasi dettar leggi in casa sua: circa alle paure della duchessa di tumulti in Firenze per amor di Cecco o d'altro, e' se ne rideva, tanto vedea avviliti i fiorentini, e tanta sicurtà aveva della sua forza. Tuttavía dissimulò, e promise alla moglie che penserebbe di proposito a quanto le aveva detto; aspettando intanto occasione da allontanar Cecco da Firenze qualche poco di tempo, per togliere esca al fuoco dell'ira che contro di lui accendeva i cuori dei frati e della duchessa; e in questo mezzo pigliar consiglio. Ed a ciò appunto si riferisce l'invito che il duca d'Atene avea fatto a Cecco da parte del duca. Ma prima di entrare in altro, veggiamo che cosa ha fatto frate Marco appresso Geri dei Cavalcanti.

CAPITOLO XXX.

L'AMOR PATERNO.

La mattina che i tre compagni tornarono a Firenze, messer Geri era molto più melanconico dell'usato. La notte aveva passata travagliatissima: nei brevi sonni, che ogni tanto prendeva, sempre gli appariva la sua Bice, ora supplichevole di perdono, ora tutta desolata e piangente; ed in sul mattino gli parve di vederla moribonda, e di udirla, nel delirio di morte, amaramente rimproverar suo padre dell'averla ridotta alla disperazione, e spirare col nome di Guglielmo sulle labbra. In questo punto si destò di sobbalzo tutto spaventato, e grondante di sudore; e stato un gran pezzo che non si raccapezzava se sognasse o se fosse desto, alla fine vide dagli spiragli della finestra essere già chiaro il giorno, e si rizzò a sedere sul letto, come per ripigliar fiato liberamente; e, tergendosi il sudor della fronte, esclamò tutto doloroso:

— Dio, che spavento!

E stato un altro poco pensoso con le braccia incrociate sul petto:

— Questo sogno orribile l'ho fatto sul mattino, che allora i savj dicono sognarsi del vero. Ahi, tristo me! La mia Bice.... fosse ella malata davvero?.... imprecasse davvero alla crudeltà di suo padre?....

E preso da subita paura, fece il segno al suo fante, che dormivagli nella stanza allato, il qual giunto:

— Cavalca, gli disse, senza metter tempo in mezzo, in Mugello; e torna tosto a dirmi che è della Bice mia.

E il fante, senza ripetere, ubbidì. Intanto il vecchio scese dal letto, non chiamando altri appresso di sè; e, vestitosi alla meglio, si sentiva in una estrema debolezza, per forma che, fattosi recare la solita bevanda cordiale, si pose sopra una gran sedia a bracciuoli, allato al suo tavolino, comandando che niuno il dovesse venire a turbare, se non fosse frate Marco, che egli aspettava da un momento all'altro; e continuò a vagar di pensiero in pensiero:

— Malata forse non sarà: frate Marco mi scrisse pur ier l'altro, nè mi accennava a verun malore; solo accertava non essere ammaliata. Ma ora che tarda questo benedetto frate Marco? Nol sa per avventura con che batticuore debbo star io? Già e' son frati.... tutti per se.... — O forse il sogno era un avvertimento datomi da messer Domeneddío che la mia Bice, continuando a star là sepolta, farebbe quel fine.... Ah no, Bice mia, no, ti voglio qui da me: lo vedi, povero vecchio! quanto sto doloroso della tua lontananza? Non posso più vivere senza di te.... — Ma ella vuol bene a Guglielmo più che a me! — Snaturata figliuola! Vuol vedermi morire disperato! Anche a maestro Dino pare stranamente impossibile questa snaturatezza.... — Ed anch'io non sono stato giovane? non amai perdutamente una fanciulla, contro la volontà e gli amorosi ricordi della mia buona madre? eppure anche lei amavo tenerissimamente quanto la donna del mio cuore: dunque l'uno amore non contrasta l'altro.... Ah! sì, sì, la Bice ama teneramente anche me.... — Ma quello straniero.... — Sì! e i fiorentini che cosa son eglino adesso? Un branco di pecore matte, dimentichi di sè, dell'onore della loro terra, tremanti al nome sol di Castruccio: gente, che piglia atti e modi di leone contro chi fugge, e si placa poi come un agnello a chi mostra i denti o la borsa; orgogliosi d'altra parte, e senza misura in nulla.... E questo ti avviene, o Firenze, per la gente nuova e per i subiti guadagni dei tuoi cittadini; perchè la tua cittadinanza è ora mista di villani rifatti, di barattieri, di ogni mala gente. Che genero potrei io trovare adesso in Firenze degno della mia casa, della mia Bice?.... — Ma perchè entrarci anche Cecco d'Ascoli in questa faccenda? E' non lo può fare se non per odio dei Cavalcanti.... dunque il danno e l'onta mia ci debbe essere.... No, no: mai....

E così continuò ad essere combattuto da varie volontà e da varj affetti per assai tempo, sempre per altro prevalendo l'affetto alla sua Bice, senza la quale oggimai non poteva più vivere; quando un fante venne a dirgli che frate Marco era giunto:

— Venga, venga tosto....

E come il frate era nell'anticamera, udite le parole di Geri, entrò subito. Geri si era rizzato da sedere per ire incontro al frate, e come prima lo vide:

— Che è della Bice mia?....

— N'è bene, messere.

— Ma quando la vedeste?

— Ieri.

— E era sana?

— Sana in quanto non aveva propriamente alcun malore; ma sana per altro come può essere colei, che vive nella desolazione, quasi sepolta viva, lontana dal padre, che ella adora....

— Mi adora? E il cavaliere?.... Oh Dio, frate Marco: ho avuto un tristo e spaventoso sogno. Mi pareva vederla morente; la udii imprecare al mio nome: la vidi spirare....

— Fu visione codesta, ad ammonirvi per avventura che tanto avverrebbe della vostra Bice, se non ammollite il cuor vostro.

— Oh, frate Marco, io l'amo tanto! non posso più vivere senza di lei.... Ma proprio non è ammalata?

— No, messere.

— E la badessa che dice? Mi manda ella dicendo nulla?

— La badessa è tenerissima della buona vostra figliuola: la esorta alla obbedienza; ma la compatisce molto, e la compiange. Partendo dal monastero, mi ha dato per voi questa lettera.

Geri prese la lettera di mano al frate con atto di ardentissimo desiderio; e mentre la leggeva vedevasi spesso cambiar di colore, e quando cadergli sul foglio una lacrima: arrivato poi all'ultime parole, dove la badessa il garriva della troppa sua durezza, esortandolo a perdonarle; e dove gli dipingeva l'orrore della desolazione, e la gioja celeste del vedersi fra' suoi, e del morire benedetto da tutti a modo dei patriarchi, ricadde sulla sedia, preso da una vera convulsione di pianto, e serrato il capo fra le palme, non faceva se non esclamare pietosamente:

— Bice, Bice mia, torna all'amor di tuo padre.... Abbi compassione di me....

Il frate stava immoto dinanzi a Geri, senza dir parola, lasciando ch'e' desse ampio sfogo al suo affetto; e quando lo vide un poco calmato:

— Messere, gli disse, la Bice vostra è al par di voi desolata; vi ama teneramente, e spero ve lo debba avere scritto anche la badessa.

— Ed anche la badessa scusa l'amor della Bice per il cavaliere provenzale... Una santa donna sua pari!...

— Ma l'amore non è peccato, messere, quando è puro e gentile, e ordinato a onesto fine: e però io, e la badessa, ed ogni santa e veneranda persona, non solo può scusarlo, ma anche approvarlo e secondarlo.

— Ed anche la badessa parla d'invidia e di maltalento....

— E ne parla a ragione, messere; ed anch'io, ministro di quel Signore che è tutto bontà, tutto carità e tutto misericordia, vi dirò a viso aperto che il vostro presente dolorosissimo stato, e la sepoltura e la desolazione della povera vostra figliuola, sono il frutto dell'invidia e del maltalento, che si cela sotto l'aspetto di zelo amichevole. E colui che ha condotto voi e la vostra figliuola a questo stato di disperazione è maestro Dino del Garbo.

— Frate Marco, che dite voi?

— Dico la verità, e lo giuro — disse ponendosi la mano al cuore — per la mia qualità di sacerdote. Messer Guglielmo d'Artese, come prima fu tornato a Firenze, fece capo a maestro Dino, perchè lo ajutasse a condurre a buon fine l'amor suo con la Bice; e rifiutando egli, si volse per il fine medesimo a maestro Cecco d'Ascoli....

— Allo scomunicato — disse Geri, accendendosi in viso — all'eretico, al negromante, al nemico dei Cavalcanti, che non si vergognò di fare il mezzano per onta alla cosa nostra....

— Maestro Cecco non è nè eretico, nè negromante, se non quando chiamasi così da' nemici suoi, perchè lo sanno più sapiente di loro; nè ai Cavalcanti è nemico. Contraddisse a certe dottrine filosofiche di messer Guido vostro nella sua canzone dell'Amore, ma queste tra' filosofi sono cose comuni, nè generano nimicizia; e vi dirò anzi che maestro Cecco, piuttosto che per onta della vostra casa, favorì l'amor di messer Guglielmo per temperare la mala impressione che la sua disputa con messer Guido potesse aver lasciato nell'animo dei suoi consorti e dei Fiorentini, tanto prode e tanto gentile e tanto dovizioso è il cavaliere che egli vorrebbe veder vostro genero. Ma quel maestro Dino, che, trovatosi a leggere insieme con Cecco a Bologna, si vide essere sopraffatto da lui in opera di scienza, e la sua scuola più fiorito della sua, e lui acclamato e celebrato da tutti, ne prese tanta invidia e tant'odio, che per opera sua fu accusato di eresía a Bologna; e qui adesso, non solo si studia continuamente di farlo còrre in fallo di eretico, e di accumulargli odio addosso in tutti i modi che può; ma è tanto accecato dalla passione, tanto è dimentico della propria dignità, e del proprio debito suo, che, dove egli dovrebbe adoperare ogni argomento dell'arte per sanar voi di ogni male dell'animo e del corpo, quei mali accresce a mille doppj, facendovi veder le cose tutte diverse da quel che sono, ed uccidendo voi e la figliuola, sol perchè in questa faccenda ha le mani maestro Cecco.

— Non posso pensar tanto male di maestro Dino....

— Pensate a mente quieta, se è ufficio di amico vero, e di medico buono, l'amareggiare piuttosto che addolcire i dolori dell'amico e del malato, e ben tosto vi persuaderete. Voi, messere, per opera di costui, siete in peggior condizione che non vi lasciai; e la povera Bice vostra non potrà molto lungamente durare a far quella vita così tribolata, e orrendamente desolata.... Deh! vi muovano le sante ed accese parole della badessa; abbiate pietà di quella angelica creatura, che più d'ogni altra cosa si accuora dell'essere lontana da voi, e del sospetto che non le vogliate più bene: abbiate pietà di voi stesso....

A queste parole il vecchio si commosse da capo: da capo rilesse la lettera della badessa; stette un pezzo sopra di sè, ed all'ultimo risolutamente disse:

— Frate Marco, son vinto. La mia Bice tornerà a Firenze: la vita senza di lei è per me peggio assai che la morte....

— Ma questo, messere, non è sufficiente, se non alla contentezza vostra....

— Intendo, e consentirò anche alla contentezza della dolcissima figliuola mia, quando per altro ed ella e il suo cavaliere giurino di osservare le condizioni che io porrò loro. Ora si sta apparecchiando nuova guerra contro il mortale nemico del nome fiorentino: il cavaliere vi sia, e si porti in modo che tutta Firenze debba lodarsene, e salutarlo suo campione; e fino a guerra finita, giuri sulla fede di leal cavaliere, che alle case dei Cavalcanti non si appresserà ad una balestrata; e la Bice accetti anch'essa tal patto, e giuri che fino a quel giorno più non vedrà il cavaliere. E più giuri il cavaliere che fino che tengo io gli occhi aperti, egli non allontanerà da Firenze la mia figliuola.

— Sono duri patti; ma non è da dubitare, che così l'uno come l'altra gli accetteranno.

— Ora, bel frate, correte tosto al cavaliere a sapere il suo pensiero; e poi, per amor vio, cavalcate da capo in Mugello a dar la novella alla Bice, recando anche risposta alla lettera della badessa. Dio ve ne renderà merito: ed io ne farò alla vostra chiesa un buon presente per rimedio dell'anima, mia.

E il frate senza metter tempo in mezzo si mosse, essendo prima rimasto con Geri che la sera stessa avrebbe portato la risposta di messer Guglielmo, e presa la lettera per la badessa.

Non erano passate molte ore che messer Guglielmo, e maestro Cecco sapevano il tutto; e non è da domandare se ne fossero lieti; se non quanto pareva troppo dura al cavaliere quella promessa di più non veder la sua donna fino al termine posto dal padre di lei: ma non esitò un momento ad accettarla, anche per consiglio di maestro Cecco, il quale esortò i compagni al più rigoroso segreto, facendo loro vedere quanti e quanto gravi pericoli correrebbe la cosa, dove si trapelasse dalla duchessa e da maestro Dino:

— Ora, continuò Cecco, debbo andare innanzi a monsignor lo duca, che vuol conferir meco non so che cosa; ma in sulla prima vigilia sarò da voi, frate Marco, e volentieri sarò vostro compagno fino in Mugello.

— Ed io, soggiunse il cavaliere.

— No, messere, voi non potete esservi, e male comincereste ad attenere la data fede; nè io farei buona opera, se vi accettassi a compagno.

Il cavaliere si fece rosso nel viso, e disse al frate:

— Avete ragione: resterò.

CAPITOLO XXXI.

MAESTRO CECCO ABBANDONA LA CORTE.

Il lettore si ricorderà senza dubbio, che quando maestro Cecco era alla presenza del duca con Guglielmo, gli si accostò messer Gualtieri di Brienne dicendogli che subito fosse da lui, perchè aveva da conferir seco da parte del duca cosa di gran momento: e sarà entrato in curiosità di sapere qual mai potesse essere tal cosa. Ecco per tanto di che si trattava:

Il duca, come già dissi, era stato sollecitato così dal suo cancelliere, come dalla duchessa a levarsi d'attorno Cecco; ma non si era lasciato vincere alle loro istanze; e pensò piuttosto, per levare ogni nuova occasione da rinfocolare sdegni, e per lasciare sfogare i già conceputi, di allontanarlo con qualche colorata cagione da Firenze; e l'invito fatto da Gualtieri al maestro era appunto per ragguagliarlo di questa fiera persecuzione, che gli si ordiva contro, la quale era tanto potente, che il duca stesso dubitava di poterla fermare, per esortarlo a governarsi in modo da non accrescerne le ragioni, e per significargli la volontà del duca di trovare qualche acconcia via da stornare la burrasca. Si tenesse per avvisato, ed aspettasse i comandi di monsignore, che non tarderebbero.

Cecco, benchè sospettasse per molte cagioni che l'odio di maestro Dino e la stizza della duchessa gli dovessero macchinar contro qualcosa, tuttavía non ne stava in grande apprensione, certo come era del favore e della protezione del duca. Ma ora che aveva udito da messer Gualtieri, come lo stesso duca si teneva insufficiente a difenderlo apertamente, se ne turbò in gran maniera e ne rimase afflittissimo; nè vedeva l'ora di sentire che cosa mai dovesse comandargli esso duca: quando un donzello venne appunto dicendogli che dovesse essere alla presenza di monsignore un'ora innanzi vespro.

Maestro Cecco volò tosto da messer Guglielmo, narrandogli del suo pericolo, dell'invito del duca, e raccomandandosegli quanto più poteva; e Guglielmo se gli profferse amico e difensore fin che il comportasse la sua qualità di onorato e cattolico cavaliere, le quali profferte gli rimisero l'anima in corpo per modo che quando venne frate Marco a raccontare il suo colloquio con messer Geri, non si accorse punto del turbamento di lui.

Ma già era sonata nona, e si appressava l'ora che il maestro doveva essere dal duca.

— Che vorrà egli dirmi? — pensava tra sè. — Allontanarmi dalla sua corte? Sarei diserto.... — Chè! non è possibile: egli ha concetto altissimo di me: fida nella mia scienza astrologica, nè farebbe impresa veruna, se prima io non dessi il punto... — Ma ha dintorno quel frate... Egli in fondo del cuore è cattolico.... — Basta: sarà quel che sarà, andiamo. — E avviatosi alla sala del duca, fu tosto introdotto. Il duca passeggiava con passo piuttosto concitato su e giù per la sala; maestro Cecco, dopo aver fatta profonda riverenza, stava fermo presso la soglia dell'uscio, aspettando che cosa il signore dovesse dirgli; quando a un tratto il duca fermatosi, e fatto cenno al maestro che si avvicinasse:

— C'è chi vuol vedere la tua morte, maestro.

— Sotto la protezione del grande scudo angioíno, monsignore, io vivo sicuro.

— Ci ha delle armi, contro le quali non ne può neanche lo scudo angioíno: e che meglio è cansarle con la prudenza e con l'arte: e questo è da fare adesso. Fia buono che tu per alcun tempo vada lungi dalla mia corte.

— Monsignore, come vivrò io senza l'ajuto vostro?

— L'ajuto mio non ti fallirà; ed appunto per aiutarti dai tuoi avversarj voglio allontanarti da Firenze, dandoti nel tempo stesso prova apertissima di affezione e di fiducia, in caso grave e di gran gelosía.

— Ed io vi ubbidirò rassegnato, e vi servirò con tutte le forze dell'ingegno e dell'animo.

— La cosa è grave, ti ripeto; e della credenza[29] e della fedeltà tua me ne è pegno il tuo capo.

— Quello ch'io vivo, e quello ch'io valgo, monsignore, è vostro da lungo tempo. Imponete.