Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 14

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La badessa, mentre Cecco parlava, non restava di volger gli occhi verso Guglielmo, e intese a fatica il concetto delle parole di lui; al quale rispose così per le generali:

— Il caso della Bice è pietoso; e non si disdice a me il fare alcuna cosa per vedere di rammollire l'animo di suo padre. Questo però non si può nè si dee, se prima non sono certa che il grave sdegno di messer Geri non abbia fondata ragione; e che il cavaliere sia di quel nobile lignaggio che si dice, e che l'amore di lui sia solo a buono e lecito fine.

— Madonna — disse qui Guglielmo — che messer Geri sia stato inacerbito dalla maligna e insidiosa istigazione di maestro Dino del Garbo, ve lo giuro sulla mia fede, e ve lo accerta qui frate Marco, il quale non mente: del mio amore per la Bice vi dirò solo che l'adoro come si farebbe di una immagine della Vergine: del mio lignaggio basti dire che è di quelli d'Artese.

— Vivono i vostri genitori? — domandò con voce tremante la badessa; nè ebbe balía di dir altro.

— La dolce mia madre, che fu della casa di Angiò, mi lasciò dolente della sua morte dieci anni sono; mio padre vive in verde vecchiezza, ed ebbe già onorato luogo alla corte di re Carlo, e l'ha ora onoratissimo alla corte del gran re Roberto.

A queste parole la povera religiosa sentì come passarsi il cuore da un coltello, pensando tra sè — _Alla corte di Roberto? Ramondo forse_....; e domandò quasi balbettando:

— Il nome e l'ufficio di lui?

— Sire Gilberto, gran siniscalco.

All'udir questo nome la badessa riprese un poco di cuore; ma non sapeva che via tenere per fare altre domande, che la conducessero a sapere, senza dar verun indizio, che cosa fosse stato di Ramondo; e se fosse stretto parente o consorto del cavaliere. Sere Gianni ben si accorse di ogni cosa; e ben indovinava il desiderio di lei, a certe occhiate che essa gli dava; onde entrò egli in ragionamento col cavaliere, per vedere se riuscisse a qualche cosa; ma a nulla di certo lo potè trarre; sicchè la povera suora, perduta quasi ogni speranza, conchiuse il colloquio così:

— Cavaliere, pregio altamente e il lignaggio e la cortesía, e il gentile animo vostro; farò appresso messer Geri ogni mia opera in vostro servigio.

— Madonna — riprese timidamente il cavaliere — daretemi voi commiato, senza che io possa vedere la donna del mio cuore?

— Parvi cortesía — disse con dignitosa gravità la badessa — il fare a me codesta domanda?

Guglielmo vedeva bene che la badessa aveva ragione: a lei aveva messer Geri affidata la Bice, ed ella avrebbe fatta villanía a consentire che la vedesse e ci parlasse col suo beneplacito; e però, sentendosi rimproverare di scortesía, rispose:

— Perdonatemi: l'amore mi ha sopraffatto, e però feci tal domanda: ma il vostro rifiuto, benchè giusto, mi ucciderà. Esserle così presso, sotto un tetto medesimo; dopo tanto tempo; dopo i pericoli della guerra; dopo la speranza già concepita di rivedere quel caro volto, di riudire quell'angelica voce; e dovere abbandonare questo luogo senza vederla! Sì, madonna, io ne morrò di dolore, come fece messer Ramondo mio zio.

Qual divenisse il cuore della badessa a questo nome non si può dir con parole; fu tale e tanta la sua commozione, che non potè tenersi di non esclamare, tutta infiammata nel volto:

— Messer Ramondo!...

Ma tosto accorgendosi del suo fallo, cercò di temperarsi al possibile, e continuò:

— E chi fu, se vi piace, codesto messer Ramondo; e come dite che morì per amore?

— Io era tuttor fanciullo, e mi ricordo di aver più volte sentito narrare da' miei, di un gentiluomo fiorentino, che riparò a Napoli al tempo dei Bianchi e dei Neri, dove ebbe gran favore alla corte del buon Carlo II: aveva questo gentiluomo una figliuola unica, la più bella e gentile che a memoria d'uomo si fosse veduta alla corte; nè v'era cavaliere o barone, che non ardesse d'amore per lei. Ella per altro fra tutti prescelse messer Ramondo di Artese, fratello di mio padre, il più leggiadro e prode cavaliere che mai portasse arme; e si amarono di ardentissimo amore, e pareva loro di essere la più felice coppia d'amanti di tutto il mondo. Ma ben tosto la felicità tornò in troppo amaro pianto. Un giorno che la sua Gismonda (tale era il nome della fanciulla) doveva venire alla corte col padre, e parlare col suo cavaliere, la Gismonda non vi fu: al balcone, come spesso solea vederla, Ramondo non la vide per più giorni; ed alla fine si seppe, come suo padre, avverso fieramente all'amor della figliuola col cavaliere, l'aveva condotta fuori di Napoli; ma niuno potè mai trapelar dove. Le inchieste del cavaliere furono senza numero; andò per molte parti d'Italia, se potesse avere niuno indizio, fuorchè in Firenze, dove il padre della sua donna non sarebbe potuto andare, essendovi condannato per rubello; ma ogni domanda ed ogni viaggio tornò invano; chè nulla più seppe della bella damigella. Tanto dolore si pose al cuore messer Ramondo di tal perdita improvvisa e crudele, che la sanità gli se ne alterò in gran maniera, e struggeasi proprio come una candela; e ben tosto gli entrò addosso una febbre lenta lenta, che lo condusse in poco più d'un anno al sepolcro.

La badessa ascoltava questo racconto con evidente commozione; e quando udì il suo Ramondo esser morto per lei, non potè non dare sfogo all'affanno con pianto abbondantissimo. Il prete non si meravigliò, perchè ne sapea troppo bene la cagione; si meravigliò ben frate Marco e messer Guglielmo delle lagrime della suora, nè sapevan trovar la cagione di tanto amaro pianto. Maestro Cecco per altro, il quale era di coloro, di cui dice Dante, che non vedono l'opera solamente, ma per entro i pensier miran col senno, bene sospettò che messer Ramondo doveva essere stato quel cavaliere, per il cui amore la badessa fu già rinchiusa, come sapevasi per il paese; e di ciò prese certezza al buon esito della loro impresa; e volendo pur profittare del momento, disse rivolto a lei:

— Madonna, il caso di messer Ramondo è molto compassionevole, nè può un cuor gentile come il vostro non esserne pietosamente commosso; pensando massimamente alla vita infelice, che dee aver condotto la povera Gismonda della cui sorte noi tutti rimaniamo col desiderio.

— Oh, potessi io — riprese qui il cavaliere — potessi sapere ove ripara, se vive tuttora, la donna del mio buon parente! L'amerei come seconda madre, la condurrei qui ai piedi vostri, madonna, che mi impetrasse ella la grazia che io vi domando, dipingendovi ella stessa lo strazio del suo cuore in questi lunghi anni, e pregandovi di non volere rendere infelice al pari di lei una gentil fanciulla come la Bice, e condurre il nipote alla morte disperata che fece lo zio.

— Messere, vedete che il racconto di messer Ramondo ha molto ammollito il mio cuore — disse la badessa, asciugandosi le lagrime — perchè volete anche straziarlo con parole, che hanno per me dell'acerbo? Temperate il vostro ardore: siate certo del mio efficace ajuto; e sperate.

Dette queste parole con voce tremante, e non potendo più reggere alla piena della passione, uscì dalla sala, accennando al prete che la seguisse.

Come la badessa fu uscita, maestro Cecco si volse ai compagni, e disse a mezza voce, e con quell'aria di chi dice cosa strana, ma vera:

— La badessa è madonna Gismonda di messer Ramondo....

— Maestro, rispose il cavaliere, che dite voi?

— In tutto il tempo di questo colloquio io non le ho mai levato un momento gli occhi da dosso, e ne ho studiato ogni atto, ogni volger di ciglio, ogni sospiro. È lei; e il sere di Settimello per avventura sa tutto. Vedete? Ella era sopraffatta dalla passione: si è involata da noi per darle sfogo; e il prete ha chiamato con sè. State di buon animo, messere; tosto vedrete l'effetto del vostro racconto: vedrete la Bice; e forse il prete lo ha condotto seco per questo.

Maestro Cecco si apponeva.

La povera badessa, appena fu sola col prete, diede ampio sfogo al suo dolore con pianto dirotto, nè il prete volle interrompere il corso alla piena dell'affetto, e se ne stava muto dinanzi a lei. Dopo il primo sfogo, a poco a poco la ragione cominciò a riprendere il suo dominio. Il saper morto per lei il suo cavaliere, davale pietoso martorio; ma tuttavía (mala cosa! ell'era donna come l'altre) le dava anche qualche conforto la certezza che altra donna non aveva più amata: erale pure di alcun conforto l'avere così vicino il nipote di lui, che di lui ritraevale l'aspetto e la gentilezza; e sentiva tutta consolarsi, ricordando le parole di Guglielmo, quando disse della Gismonda, che l'amerebbe come una seconda madre, se fosse viva tuttora; e sentivasi volta ad amar lui come suo dolce figliuolo; e si spaventava al solo pensiero che questo amore contraddetto dovesse condurlo a morte immatura: laonde propose ad ogni costo di volerlo veder felice. Tutti questi varj affetti combattevano nel cuore e nella mente della badessa, e ne fecero quasi subitamente un'altra donna. Riprese ben tosto la sua tranquillità d'animo; e si fissò tutta nel solo pensiero di consolare messer Guglielmo.

— Donno Gianni, gran tempesta ha sofferto il mio cuore, ma la calma ritorna. La sventura del mio Ramondo mi ha colpita; ma bisogna rassegnarsi al volere di Dio; chè ad ogni modo l'uno era già morto all'altro da lunghi anni. È gran conforto per altro l'essere uscita da tanta dura incertezza. Un affetto nuovo ha ora occupato il mio cuore, che ora è tutto pieno di messer Guglielmo, e lo amo per figliuolo tenerissimo: il solo pensiero di vederlo disperato del suo amore per la Bice mi spaventa, e mi sta paurosamente dinanzi agli occhi il compassionevole caso di messer Ramondo. Non ho cuore di lasciarlo partire, senza che veda la Bice; e veggo dall'altra parte esser villanía, se, avuta in così gelosa custodia una fanciulla, io la faccio abboccare con l'amante: sento che un tal atto troppo si disdice a chi governa un monastero di donne. Che ne pare a voi? Consigliatemi in questa crudele incertezza.

— Madonna, il caso è tanto nuovo e tanto singolare, e la cosa è in sè tanto onesta, che niuno potrebbe con ragione darvene biasimo, anche sapendosi. Ma chi il saprà? Niuno, ve l'accerto io; chè sulla fede dei tre compagni miei non è da dubitare minimamente. Circa poi all'essere dicevole o no alla qualità vostra, di ciò, madonna, non ve ne gravate: prima perchè niuno il saprà, e poi perchè le opere sante e caritatevoli, come questa è, si addicono a qualunque santa e caritatevole persona.

Queste ragioni del prete, massimamente quella del _non si saprà_, non reggono in tutto e per tutto al martello della stretta morale; e la badessa forse in parte lo vedeva da sè; ma l'affetto prevalse, e si lasciò convincere. Solo volle che la cosa si facesse con ogni possibile riguardo, e in modo da non offendere minimamente la più severa onestà, e però disse al prete:

— Le vostre ragioni mi convincono: la Bice dunque parlerà col cavaliere; ma qui al cospetto mio, e senza altri testimoni che voi. Se ci fosse o frate Marco o messer Cecco, arrossirei dinanzi a loro; voi dovete esserci, chè oramai tutto vi è noto, e sapete compatirmi; ed anche per far testimonianza del modo severamente onesto che intendo tenere.

A queste parole della badessa il prete rispose:

— Madonna, parmi anzi che e frate Marco e maestro Cecco dovessero esserci, prima perchè la cosa non è in sè biasimevole; ma anche perchè il farne mistero potrebbe in essi ingenerare sospetti e fargli pensare al peggio.

— Se così vi pare, e così sia, replicò la badessa. Io vado dalla Bice per prepararla; acciocchè l'improvviso veder Guglielmo non l'abbia troppo a commuovere; voi fate il medesimo con Guglielmo, e che egli non si porti altrimenti che come si conviene dinanzi ad una donna consacrata al Signore in un monastero di sante donne. Io sarò qui tosto con la Bice, e vi chiamerò io stessa.

Così l'una andò via da una parte e l'altro dall'altra: e mentre la badessa preparava la Bice alla commozione che l'aspettava, confortandola che non si lasciasse vincere alla passione e non si scordasse mai chi era e dov'era, e ch'ella sarebbele accanto; il prete corse dai compagni, e, voltosi tosto a Guglielmo, gli disse senz'altro:

— Testè vedrete la Bice vostra....

Gli occhi del cavaliere sfavillarono di subita gioja, e corse tutto lieto ad abbracciare il prete: ma poscia, come dubbioso:

— Sere Gianni, non vi gabbereste voi di me?

— Messere, gabbarmi di voi, e specialmente in questo fatto, sarebbe non pur villanía, ma crudeltà. Vedrete testè la Bice vostra.

E come il cavaliere agli atti e alle parole si mostrava quasi fuori di sè dal contento, il prete continuò:

— Ma fa di bisogno che temperiate molto cotesto vostro ardore. Madonna la badessa consente che la veggiate; ma vuole fede di leal cavaliere che vi porterete in quel modo dinanzi a lei, che si conviene ad una donna religiosa e della sua qualità; nè vi esca dalla bocca parola, o facciate verun atto, che sia disdicevole al santo luogo dove siete, e per il quale ella abbia da pentirsi di avervi concesso tanto benefizio: e vuole che mentre parlate alla Bice, sia presente ancor io, come colui che debbo rispondere della vostra fede.

— Prometto e giuro ogni cosa; andiamo.

— No, messere, bisogna aspettare che la badessa ci chiami.

Qui entrò a parlare maestro Cecco, e disse al prete:

— Sere Gianni, m'ingannerò; ma questa badessa è nè più nè meno che quella Gismonda, di cui fu amante messer Ramondo d'Artese.

— Maestro, è egli possibile questo?

— Possibile è, tali riscontri ho io fatto, e tali atti ho veduto fare alla badessa mentre messer Guglielmo raccontava il caso del suo zio. E voi, che da tanto tempo siete familiare di lei; che vi ha dato testè segni di tanta confidenza: voi, sere Gianni, dovete sapere ogni cosa.

E il cavaliere tutto ansioso.....

— Deh! sere Gianni, diteci ogni cosa: mi parrebbe di aver trovata una madre.

— Maestro — rispose il prete — io non ho mai potuto accorgermi che la badessa sia quella che dite: ma è santa e prudente donna....

A questo punto si fece sull'uscio la badessa in persona, e chiamato il sere, accennogli che venisse col cavaliere, e si ritirò. Il prete esortò il cavaliere a ricordarsi della data fede, ed entrarono là dov'era la badessa con la Bice. La suora stava seduta su nobile scranna, ed accanto sedeale la Bice; nè si può accertare chi più di loro due fosse agitata, e il cui cuore battesse più ansiosamente: entrò primo maestro Cecco, poi il frate e il prete, e per ultimo Guglielmo, il quale, mentre gli altri passavano, non lasciava di allungare il collo per vedere se scorgeva la sua donna. Entrati che furono tutti, e come i due giovani si furono veduti, senza accorgersene e senza volere, esclamando ciascuno il nome dell'altro, la Bice si rizzò e Guglielmo mosse verso di lei tutto desioso di abbracciarla: ma uno sguardo della badessa fermò tosto la Bice, ed a fermare Guglielmo bastò una parola del prete, che gli ricordava la data fede. I volti dei due amanti per altro erano accesi di tanta gioja e di tanto desire, e tanto abbondanti le loro lacrime che ciascuno ne sentiva pietà, e più di tutti la badessa, che mal poteva celare la commozione e il turbamento dell'animo; nè veruno era in grado di articolar parola; quando maestro Cecco, per troncare questa comune confusione, ruppe egli il silenzio:

— Madonna la badessa, voi messer Guglielmo, e voi gentil damigella, ha consentito che vi veggiate dinanzi a lei, non per ajutare un mondano amore, ma perchè sa che l'amor vostro è virtuoso e ordinato a buono e santo fine. Voi, Bice, essa ama come figliuola, e sente pietà della vostra sventura; e voi, cavaliere, ha preso certezza che siete da pregiare ed amare, e quasi sente per voi un affetto di madre....

Queste parole disse Cecco a disegno, e ficcò gli occhi nell'aspetto della badessa, la quale ne cambiò stranamente di colore, che a lui non isfuggì; e senza darsene per inteso continuò:

— Per questo ella si mostra tutta benigna verso di voi altri; e farà di tutto con messer Geri, acciocchè vinca la sua avversione, e consenta alla vostra unione.

Qui Guglielmo prese animo, e ruppe anch'egli il silenzio, prendendo occasione di dir parole di affetto alla Bice, col parlare alla badessa.

— Madonna, gran mercè, non pure dell'aver consentito ch'io rivegga qui colei che adoro, dopo Dio, sopra ogni cosa; ma della benignità altresì che voi mostrate per me; ed anch'io vi accerto, madonna, che al primo vedervi mi sentii volto ad amarvi, non so perchè, come tenerissima madre. Deh! abbiate misericordia di noi!

A queste parole la Bice s'inginocchiò dal lato dove sedeva, accanto alla badessa, e appoggiato il capo sulla gamba di lei la bagnava tutta di lacrime. La povera suora era combattuta da tanti affetti che stava per esserne sopraffatta; ma nondimeno potè riprendere tanta signoría di se stessa che disse con bastante fermezza e gravità:

— Figliuoli, quanto lo consente la mia qualità, farò ogni cosa per vedervi contenti; ma tu, Bice, fa di non iscordar mai la riverenza ai genitori; e voi, Guglielmo, non vi esca mai di mente, come leal cavaliere che siete, che l'amor vero debb'esser cosa tutta pura e gentile; e fate di non obliare un solo momento quale è la santità del luogo ove la Bice si custodisce, e il debito di lealtà e di cortesía che avete meco.

Guglielmo accertò la badessa che al suo onore non fallirebbe giammai; ed ella, che non vedeva l'ora di restar un poco sola, fatto cenno alla Bice che la seguisse, e detto al frate, che tra poco gli darebbe un foglio per messer Geri, salutati gentilescamente gli altri due, uscì della sala con passo piuttosto frettoloso, e forse lo fece a disegno, acciocchè la Bice rimanesse un poco discosta da lei; per modo che Guglielmo potè appressarsele, e dandole un ardentissimo bacio sulla fronte, dirle con gli occhi sfavillanti di gioja:

— Addio, mia dolcissima Bice: tra poco saremo felici.

Alle quali parole la Bice rispose alzando gli occhi al cielo; e guardando poi il suo diletto con amoroso sorriso, aggiunse:

— Addio, mio dolce signore. Aspetto sospirando e pregando.

E senz'altro seguitò la badessa.

CAPITOLO XXVIII.

LA LETTERA E IL COMMIATO.

I quattro compagni furono assai lieti del buon avviamento che prendeva la cosa, e maestro Cecco non ebbe più un dubbio al mondo che la badessa era nè più nè meno che madama Gismonda, amante dello zio di Guglielmo: della qual certezza non parlò agli altri tre; ma ne prese sicurtà al buon esito della cosa, anche quando Geri fosse stato fermo nel suo duro proposito; a rimuoverlo dal quale forte dubitava che fosse sufficiente la lettera della badessa, e le poco efficaci parole di frate Marco. Ma, non fermandosi per ora con la mente sopra nulla di determinato, si misero tutti insieme a ragionare di cose diverse, per aspettare che fosse scritta la lettera. Lasciamogli per un momento confabulare a bell'agio, e veggiamo che cosa faceva la badessa. Ella aveva detto alla Bice che tornasse nella cella, ed essa come prima fu rientrata nella sua, si gittò sull'inginocchiatojo col capo fra le mani, sfogando in abbondanti lacrime la passione che empievale il cuore, e facendo spesso invenie alla immagine del Redentore Crocifisso che le stava dinanzi; e quando si sentì un poco calmata, si mise al tavolino, e presa la penna, scrisse a messer Geri la lettera, che fu di questo tenore:

«Carissimo fratello e padre, per reverenza del dolcissimo Sacramento in Cristo dolce Gesù. Io, suor Anna, scrivo a voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi alluminato di vero e perfettissimo lume, acciocchè conosciate quello che più fa alla quiete e contentezza vostra, ed alla vostra salute, così dell'anima come del corpo. Frate Marco vi significherà a bocca, come la Bice vostra non è ammaliata, nè disamorata di voi; che vi ama anzi tenerissimamente, e si addolora del dovere star lontana da voi; e questo ve lo accerto io nel nome del nostro Signore Gesù. Messere, lei esorto sempre alla obbedienza, e sempre studio di persuaderla che le bisogna spiantarsi dal cuore ogni altro affetto che contrasti al volere del padre; ma a voi è debito mio il parlare in altro modo. Le forze d'amore sono grandi; e nei cuori gentili le usa esso formidabilmente: la povera Bice è stata vinta da lui, nè sa nè può contrastargli, perchè ciò è sopra ogni umana possanza. Che colpa o peccato ne ha dunque la vostra figliuola? Parmi piuttosto, messere, che peccato facciate voi, quando per siffatta cagione quel cuore gentile straziate in tanto spietata maniera, ed a colei date tanta afflizione, la quale così caramente vi ama e vi tiene in riverenza.

«Il cavaliere che la vostra figliuola ama, so essere della più nobile progenie della Provenza; lo so essere prode in arme, e strenuo difensore della vostra terra, per la cui libertà e buono stato non dubita di dare il sangue e la vita; voi so che ama e còle per padre dolcissimo, e che si accuora troppo duramente di non potervi anche egli appellare col dolce nome di padre. E voi, sordo alle voci della natura, istigato per avventura dall'invidia e dal maltalento, volete essere micidiale della vostra figliuola, e vivere quasi disperato nella desolazione, piuttosto che consolarvi nell'affetto di una carissima fanciulla, che tutta si strugge di rivedervi, di abbracciarvi le ginocchia, di usarvi ogni più amorosa cura che possa essere richiesta dalla vostra età e dalla mal ferma sanità vostra. A voi parrà troppo strano il mio ragionare, io che ho accettato la custodia della vostra Bice; ma, se a lei mi porgo grave, severa, e le consiglio sempre obbedienza e rassegnazione al vostro volere; non posso però non sentirne pietà, vedendola consumarsi come fa, e peggiorarne ogni giorno; non posso non condannare la vostra durezza, contraria alla carità e alla giustiza. Deh! messere, a così parlarvi mi inspira il nostro benignissimo messere Gesù Cristo: per il suo sangue prezioso adunque, per l'amore che il condusse a morte per noi ricomprar dal peccato, prendavi misericordia della povera Bice vostra: perdonatele; consolatela del suo innocente amore: ne sarete lodato da ogni cuore gentile; tornerete a gustare la ineffabile dolcezza della gioja domestica; la vostra estrema vecchiezza sarà consolata dall'amore dei vostri figliuoli, e rallegrata dai figliuoli dei vostri figliuoli, e chiuderete gli occhi, a modo degli antichi patriarchi, tra le benedizioni di tutti e circondato dai vostri più cari; dove, stando pertinace, sarete straziato dal rimorso, spaventato dalla desolazione, e morrete abbandonato da tutti, se non disperato».

Questa lettera sembrerà al lettore un poco troppo accesa, e mal dicevole alla qualità di chi la scriveva; e forse e senza forse è ciò vero; ma la meraviglia cesserà, chi ripensi un poco al punto nel quale suor Anna la scrisse; chè certo doveva essere sopraffatta dalla passione, e solo aveva dinanzi agli occhi il pensiero di veder felice il nipote di colui che per lei era morto di amore.

Suggellata che l'ebbe, stette un pezzo fra 'l sì e 'l no del mandare per frate Marco, o dall'andare essa stessa a portargliela; l'un cuore le diceva non istar bene ad una donna di santità com'ella era il presentarsi da capo a coloro a cui aveva dato commiato; ma l'altro pur la spingeva a volere per l'ultima volta rivedere il cavaliere; e questo la vinse, persuadendola per di più che parole di commiato non si erano cambiate fra loro, e che pure era atto di cortesía il farle. Laonde, vinto ogni rispetto, andò là dove i quattro aspettavano, e fattasi incontro a frate Marco:

— Questa, frate Marco, è la lettera per messer Geri.

E volta al cavaliere con atto donnescamente benigno:

— Messere, gli disse, così Dio ammollisca il cuore al padre della Bice, come io ardentemente lo desidero.

E Guglielmo, chiestole, ed ottenutolo, di baciarle la mano per atto di grato animo: