Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 13
— E chi è, se vi piace, maestro Cecco d'Ascoli? E che cosa ha egli a fare in questa facenda? — disse la badessa, che, lontana com'era dal mondo, non aveva notizia veruna di Cecco.
— Maestro Cecco è dei valentissimi maestri, e dei savj filosofi che oggi sieno: lesse a Bologna con maestro Dino, che l'odia ferocemente e l'invidia; e questo amore della giovane Cavalcanti nimica quanto può, solamente perchè maestro Cecco è amico del cavaliere che ama la Bice, e favorisce tale amore.
— Oh mondo sempre tristo e fallace! Quanto ringrazio Dio di esserne al tutto lontana! Ma venite meco e parlerete alla Bice.
Il sere di Settimello non sapeva se dovesse o no andare insieme con loro; e domandatane la badessa, questa lo pregò di aspettare tanto ch'ella tornasse, che sarebbe tempo brevissimo, e voleva conferire con lui di una certa cosa.
Come frate Marco fu in una piccola saletta, presso alla cella della badessa, questa lo lasciò solo un momento, e tornò ben tosto con la Bice. La fanciulla vestiva una cioppa di lana bigia, senza verun ornamento, se non quanto aveva alla vita un'assai nobile cintura, da cui pendeva una piccola e molto leggiadra scarsella; e come era assai freddo, aveva di sopra un guarnelletto di monachíno foderato di vajo, ed in capo una piccola benda, semplicemente, ma gentilissimamente ricamata dalle sue proprie mani: al collo una piccola croce d'oro, pendente da un cordoncino di seta nera; cara memoria della sua diletta madre. Il dolore e il piangere quasi continuo aveanla affranta in gran maniera, ed era assai scaduta; ma quell'aria di profonda mestizia, quel viso affilato, quello schietto vestire le davano tanto e tanto delle più gentili attrattive, che ne parea anche più bella, e non si potea guardare senza sentirsi tutto intenerire dalla compassione e dalla meraviglia. Com'ella vide il frate, ebbe gran consolazione, e gli occhi le scintillarono di gioja inusitata, tanto buon presagio le fu.
— Frate Marco, che grave cagione vi ha qui condotto? Il mio cuore mi dice che siete messo di Dio.
— Messo del padre vostro, damigella.
— Che io amo e riverisco dopo Dio. Consolatemi tosto: si è ammollito il suo cuore? mi rende egli tutto il suo amore?
E siccome ella diceva ciò tutta accesa nel volto, e con atto di ardentissima impazienza:
— Tempera, le disse la badessa, tempera codesta tua smania. Messer Geri ti ama in cuor suo come sempre ti ho detto, ma vuol saperti buona ed obbediente; e manda appunto qui frate Marco per ricondurti al cuore, e per vincere la tua ritrosía.
— Oh, madre mia dolce, che sono codeste parole? Perchè appunto oggi vi porgete meco men benigna dell'usato?
E la Bice aveva ragione. La badessa, mentre eran sole, parlava sempre alla fanciulla le più amorose parole del mondo, e non si teneva anche dal darle qualche speranza; ma ora che il frate l'udiva, voleva mantenere la sua gravità, nè parer troppo molle con essa, alla quale rispose:
— No, figliuola mia, non sono men benigna teco; ma voglio solo ricordarti, come spesso ho fatto, che la disubbidienza e la ritrosía verso un padre non si giustifica per veruna ragione, ed ho voluto ricordartelo era appunto che il buon frate Marco viene qui a nome del padre tuo.
— O a che vi manda mio padre? — disse con pauroso atto la Bice.
— Il buon padre vostro vuol vedervi tornare figliuola amorosa; rivuole tutto l'amor vostro; arde di riabbracciarvi, nè può vivere senza di voi; ma....
— E quando ho io cessato di amarlo? — interruppe la Bice — io, che darei per esso la vita?
— Ma egli vuol tutto quanto l'amor vostro...
— Messere — disse la fanciulla, guardando il frate con occhi pieni di lagrime e supplichevoli — abbiate pietà del povero mio cuore. Amo, e disamare non posso. Ma a che vi manda mio padre? Fate che io il sappia tosto.
— Il buon messer Geri non può più vivere lontano da voi; vuole riabbracciarvi; ma vuole che scelghiate tra il suo affetto e quel d'altri, e si dà continuo cruccio per voi: e come non gli par possibile che l'abbiate a disamare, e pur lo crede, così si è lasciato persuadere che voi dobbiate essere ammaliata; e mi ha mandato perchè da tale incantamento vi liberi.
— Ammaliata? Oh, bel frate, e voi lo credete? Amo, sì, il gentil mio cavaliere, e l'amo di ardentissimo amore, ma non pertanto disamo mio padre.
— Figliuola, — disse qui la badessa, — dimenticate di essere in un monastero di sante donne, e che qui si disdice il parlare d'amore mondano?
La Bice chinò gli occhi a terra, facendosi rossa; e il frate riprese:
— No, damigella, io non credo a veruna malía; nondimeno parrebbemi, che, almeno per contentare il buon vostro padre, io facessi sopra di voi quelle orazioni e quelle cerimonie che si usano. Piacevi egli?
— Non mi dispiace, quando lo fo per satisfazione del padre mio.
La badessa pertanto disse alla Bice che andasse nel privato oratorio del monastero, o si mettesse in orazione, mentre frate Marco si fosse preparato alla cerimonia; al che la Bice ubbidì: e la badessa ed il frate tornarono là dov'era ad aspettargli il buon prete di Settimello, il quale come gli vide, non fu lento a chieder novelle della gentil figliuola del messere fiorentino, com'egli soleva chiamarla, e se veramente fosse ammaliata.
— Della fanciulla n'è bene, — rispose la badessa, — nè ammaliata la credo, nè credo — disse volgendosi a frate Marco — che le vostre orazioni cambieranno quel cuore, oggimai troppo occupato dall'amore del suo cavaliere.
— E questo pare anche a me, madonna, disse il frate; ma tuttavía proviamo: e preghiamo tutti che il Signore ci apra una via da veder consolato quel buon vecchio di Geri, e quell'angelica creatura della sua figliuola.
— Voi, madonna, potreste in questa bisogna essere di grande aiuto, disse il prete.
— Io? E che ne posso io?
— Madonna, entrò qui il frate, voi degnamente siete tenuta da messer Geri per santissima e prudente donna: la Bice so che amate teneramente qual diletta figliuola; e il val senza dubbio, perchè mai non si vide quaggiù la più gentile e angelica fanciulla. Che ella dimentichi l'amore al suo cavaliere, dicevate anche voi testè essere cosa non isperabile: qual'opra dunque più santa e più accetta a Dio che studiarsi di veder tutti consolati?... Messer Geri vive desolatissimo per la lontananza della Bice; una parola detta da persona cui egli veneri e stimi potrebbe richiamare a più umani consigli quel cuore già volto a ciò.... Se gli scriveste confortandolo....
— Oh, frate Marco, dimenticate forse chi son io? — disse la badessa, guardandolo fieramente e con piglio severo.
Frate Marco non potè reggere a quello sguardo, e chinò gli occhi a terra tutto confuso, senza trovar parola da rispondere. Ma il prete che naturalmente era più ardito, e con la badessa aveva più familiarità, rispose lui per quell'altro:
— A voi, anzi, madonna, sarebbe dicevole un atto di così sublime carità, che renderebbe la quiete a tante care e segnalate persone; dico anche segnalate, perchè messer Guglielmo è dei più belli, dei più nobili, gentili e prodi cavalieri di Provenza....
La badessa sapeva che il cavaliere amante della Bice si chiamava Guglielmo, e che era forestiero, ma altro non ne sapeva; e quando sentì esser egli del più gentil sangue di Provenza, il cuore le sobbalzò nel petto; e dimentica di sè, domandò con tal accento di curiosità che a frate Marco parve soverchia:
— Di Provenza, diceste, sere Gianni? E, se vi piace, di che sangue è egli?
— Io nol so così appunto, rispose il prete, ma frate Marco qui può informarvi di ogni cosa punto per punto.
Alle quali parole frate Marco, senza aspettare altra domanda, continuò:
— Il cavaliere è il più prode e il più leale di ogni cavaliere: nell'ultima battaglia sotto Pistoja fece miracoli di prodezza, e rimase ferito in una gamba; ed ora che è risanato volle venir qui con noi in Mugello per vedere almen da lontano le mura di quel monastero, che chiudono in sè la donna del suo cuore. Egli è messer Guglielmo di Artese, delle prime casate di Provenza.
A questo nome di Artese la badessa diventò bianca come un panno lavato; e se non che potè sorreggersi ad una sedia, sarebbe caduta in terra di colpo. Tuttavia fece tanta forza a se stessa, che, ricompostasi alla meglio, disse altre poche parole al frate, additandogli come dovesse andare in cappella dalla Bice, ed ella intanto conferirebbe alcuna cosa di sua bisogna col sere di Settimello; e fatto cenno a questo che la seguisse, uscì della stanza.
CAPITOLO XXVI.
LA CONFIDENZA.
Al frate non era fuggito nulla del turbamento della badessa; e mulinava per la mente quale ne potesse essere stata la cagione:
— Quel nome d'Artese senza un fallo al mondo — diceva tra sè — e qualche gran segreto ci dev'essere sotto questo nome.... e non so indovinare che altro possa essere, se non amore.... Amore?.... uhm! Ma come? ma quando?.... Ben si ragiona da qualcuno che questa badessa venisse a chiudersi qui per amore.... Ma allora messer Guglielmo poteva appena esser nato.... Figl.... Eh! andiamo, frate Marco, che pensieri ingiuriosi sono codesti? una donna così gentile, così santa!... Eppure qualche cosa ci debb'essere.... Basta, qualche novità conviene che si vegga: e potrebbe anche essere che tornasse a pro di questi poveri ragazzi. — E così dicendo, si avviò verso la cappella dove la Bice aspettavalo facendo preghiere accesissime a Dio, che la consolasse in questa sua tribolazione. Intanto la badessa, recatasi in cella sere Gianni[28], e serratala diligentemente, ebbe con lui sì fatto ragionamento:
— Sere Gianni, io sono per confidarvi cosa, che non l'avrei detta ad alta voce nemmeno essendo sola; ma le ultime parole di frate Marco, mi hanno messo tal fuoco nel petto, e tal dubbio nel cuore, che ne morrei se tacessi. Voi dall'altro lato da parecchi anni siete mio familiare, e sempre vi ho esperimentato discreta persona e di me parzialissima; e però non dubito che, se io vi domando, prima di compatimento alla mia fragilità, e poi strettissimo segreto di ciò che sono per palesarvi, non mi rifiuterete l'una, e mi osserverete fedelmente l'altro. Me lo promettete?
Il prete, ansioso di ascoltare quel che mai dovesse dirgli la badessa, promise sulla fede di sacerdote di Cristo che mai non avrebbe detto a persona viva quanto le uscisse dalla bocca; e allora essa incominciò:
Voi sapete ch'io sono de' Cavalcanti: uno di que' tanti rami della famiglia, che lasciarono Firenze per cagion delle parti. Mio padre fu Filippo de' Cavalcanti, il quale erasi riparato a Napoli, dove acquistò gran favore alla Corte di Carlo II, e poscia del re Roberto. Io era giovanissima, mi dicevano bellissima, e il fiore di tutta Napoli: nè vi era gentil donzello, o cavaliere o barone, che non si tenesse beato di un mio sorriso. Mi piaceva vedermi così careggiata da quanto Napoli aveva di leggiadro, di gentile, e di prode; e come più era in me la vaghezza che il senno, così ne andava lieta vanamente; senza per altro mancar mai di un sol punto al dovere di nobile e ben creata fanciulla. E se qualche leggiero segno d'affetto l'avevo dato ad alcuno, dei molti che mi vagheggiavano, su niuno mi era fermata giammai, nè di fermarmici mai aveva fatto proposito; quando giunse alla corte un cavalier provenzale, che tutti celebravano per il più prode e per il più leggiadro cavaliere che vestisse armi, e pulcelle e maritate non parlavano se non di lui. Io lo vidi; e mi parve, ed era, più bello a mille doppj che non dicevano tutti; e come egli ebbe veduta me, in me volse ogni suo desiderio ed ogni suo affetto. Il rimanente non vogliate che il dica, lo indovinate da voi. Quell'amore, vel giuro, sere Gianni, fu sempre puro ed intemerato; ma la invidia e la gelosía seppero tanto fare, che se ne cominciò a parlare con poco onore, non solo per la corte, ma anche per la città; e le maligne arti di queste due furie dell'inferno furono menate così bene che mio padre, quasi vergognoso di me, mi condusse fin qua da se stesso, e del cavaliere non seppi più nulla mai. Quel cavaliere si chiamava Ramondo d'Artese.
— D'Artese! — esclamò il prete maravigliato — come il cavaliere della damigella fiorentina.
— Per lunghi anni piansi il perduto amore, e mi consumai nel dolore e nelle incertezze; e sperai anche... Ah! sere Gianni, ma la speranza fu vana: non seppi nè vidi più nulla mai!... Il tempo aveva quasi del tutto saldato le piaghe del mio cuore, e viveva, se non lieta, almeno più tranquilla, col pensiero quasi tutto alla patria celeste, quando venne la povera Bice. In essa mi parve di vedere un'altra me stessa: ne fui tutta commossa, e da capo mi sentii agitata da passioni diverse, che non mi lasciavano aver bene; tuttavía le potevo signoreggiare. Ma quando frate Marco ebbe nominato sire Guglielmo di Artese, quel nome vinse ogni mia forza ed ogni mia facoltà; mise nel mio cuore un fuoco che mi arde tutta; nè spero refrigerio veruno, se non dalla vostra pietà.
— Madonna — disse il prete tutto compunto — cosa ch'io possa.
— Voi siete buono, siete discreto; non irridete la mia fragilità: la vergogna non mi dà balía di guardarvi in faccia; ma voi non l'accrescete col garrirmene o con lo schernirmi: compiangetemi, consolatemi.
— Garrirvi! schernirvi! Madonna, questo non sarebbe della riverenza che sempre ebbi per voi, nè dell'affetto che sempre mi mostraste; e cagione o di garrirvi, o schernirvi, nè io, nè altri può avere. Prima di essere votata al signore foste nel mondo; foste bella; amaste e foste riamata, nè mai vi partiste dalla onestà....
— Ma ora sono sacrata a Dio; sono preposta a governo di donne sacrate a Dio; sono sul confin della vecchiezza, e sono consumata da una smania che è tutta mondana.
— Non colposa però. Fatevi cuore: che posso o debbo io fare per servirvi?
— Bisogna che io vegga questo cavaliere d'Artese, che io sappia chi è il padre suo, chi i suoi parenti e consorti; e tutto questo salvo il mio decoro e la dignità mia, ed in modo che nulla si appalesi di quanto chiudo nel cuore: a ciò mi bisogna l'opera vostra.
— Rispetto al veder messer Guglielmo è agevole cosa, chè egli è qua alla chiesa di San Niccolò con maestro Cecco a adorare le mura di questo monastero. Il farlo salvo il decoro e la dignità vostra richiede molta accortezza e molta prudenza. Del non appalesarsi nulla, sta tutto in voi, madonna, e nel come vi sentite forte di ascoltare senza commuovervi troppo, quello che il cavaliere potesse dirvi.
— Preparata come io sono, e vinto questo primo commovimento d'animo, io mi sento forte abbastanza. Pensate voi al rimanente.
E il prete, stato un poco sopra pensiero, e veduto che questo era il modo certo da assicurare il buon esito dell'amore della Bice, disse:
— A fare quanto chiedete bisogna che vi porgiate benigna all'amor della Bice.
La badessa guardò il prete con quello stesso sguardo di quando le parlava frate Marco; ma questa volta il prete aveva buono in mano, e non gli venne meno il coraggio come allora; il perchè continuò:
— Madonna, voi confessate che nella Bice vedete un'altra voi, ed ora anch'io ce la vedo. Non vi sentite dunque volta al suo bene?
— Sì, — disse la badessa con profondo sospiro, — ma....
— E che vi ritiene? Non è egli ufficio di santa e prudente donna il salvare dalla disperazione tre cuori gentili? Altro non si richiederebbe che scrivere una lettera a messer Geri, per ora, e tenere a buona speranza i due giovani. E se no, che altra via c'è egli da condur qui Guglielmo?
— E quel maestro Cecco, che qualità di persona è egli? — domandò la badessa.
— La più sapiente, discreta e amorevol persona che mai conoscessi: ha onorato luogo alla corte di monsignor lo duca, e di messer Guglielmo è amicissimo. Uomo da confidargli ogni gran segreto.
— Confidar segreti no — disse la badessa guardando il prete con atto risoluto — ricordatevi bene della promessa vostra.
E qui il prete chinò il capo ed alzò la mano, in atto di togliere ogni dubbio alla badessa, la quale continuò:
— Ma giovarsi al bisogno del suo consiglio. Dite dunque il disegno vostro.
— Io direi di significare ai tre miei compagni, come voi, vinta dalle mie preghiere, consentite di essere benigna alla Bice, e di interporvi con suo padre, sì veramente che vi accertiate prima delle qualità, della nobiltà e della lealtà del cavaliere suo amante, e che l'amore di lui sia solo a buono e ad onesto fine; che il cavaliere volete vedere ed interrogarlo, per voler esser certa di ciò. Egli verrà; lo interrogherete minutamente: e così servirete voi stessa e la Bice ad un'ora, senza che altri possa trapelar nulla; dove per altro non vi lasciate vincere da voi medesima, mostrando di fuori le passioni che dentro possono turbarvi nel colloquio che avrete con Guglielmo.
— Di ciò posso assicurarmene; chè già la prossima speranza di essere tolta da ogni dubbio dal cavaliere, ha temperato molto l'ardore che mi fece quasi delirare. Ora ardo solo d'impazienza; e però, sere Gianni, fate che la cosa abbia pronto effetto.
CAPITOLO XXVII.
SI VEDONO.
In questo mezzo tempo frate Marco aveva fatto le sue orazioni sopra la Bice, le quali, com'era naturale, aveano lasciato il tempo che trovarono; e mentre usciva dall'oratorio, dove la fanciulla rimase aspettandovi la badessa, come essa avealo imposto, s'abbattè nel prete, che giusto veniva in cerca di lui: ed appena lo vide, gli disse tutto lieto nel volto:
— Frate Marco, la badessa è nostra....
— Come è questo? Come avete operato tanto miracolo?
— Di ciò non vi caglia. Andiamo tosto dagli amici che aspettano là nella chiesa di S. Nicolò — e mossi senza indugio, furono a S. Piero in meno che non si dice.
Come furono giunti, maestro Cecco esclamò verso frate Marco:
— La malía della damigella di messer Guglielmo doveva essere molto tenace, se tanto indugio ci è bisognato a vincerla. Ma che diavolo avete fatto sino ad ora? Noi stavamo per rinnegar la pazienza.
E messer Guglielmo nel tempo medesimo verso il prete:
— La Bice la vedeste? che è di lei? parlovvi di me?
— Ben altra malía abbiam vinto che quella della damigella; e abbiamo fatto cosa che messer Guglielmo e voi, maestro, ce ne vorrete bene a tre doppj, rispose qui il prete.
E il frate, a compimento delle parole di lui:
— La badessa è tutta per noi.
— Ma la Bice — ribattè Guglielmo — frate Marco, voi la vedeste? pensate che io ne muojo dal desiderio.
— La Bice piange e sospira; ma ogni speranza è adesso rinverdita. Dite voi, sere.
— Madonna la badessa, vinta dalle mie strette preghiere, ha consentito di scrivere a messer Geri per confortarlo a perdonare alla figliuola e consolarla del suo amore; nè dubito punto che la lettera di lei non abbia a essere efficace ed accesissima; e, unita alle persuasioni di frate Marco, non abbia a commuovere il cuore del vecchio, già disposto al perdono, e già troppo doloroso della sua desolazione e della lontananza della sua diletta Bice. Solamente vuole esser certa che messer Guglielmo ami veramente la gentile damigella, e che egli sia veramente de' più chiari lignaggi di Provenza; e vuole, prima di far nulla, conferire con esso lui. Voi dunque, bel sire, apparecchiatevi di vedere la badessa; chè forse potreste vedere anche la vostra donna, dove sappiate guadagnarvi l'animo della buona suora, che è della Bice tenerissima, e di cuore oltre ogni credere gentile ed affettuoso. Non so se nella vostra famiglia vi sieno esempj d'amori infelici; ma, se ci fossero, fate con bel modo di fargli entrare nel discorso quando la ragguaglierete del vostro lignaggio.
Il prete sapea bene che esempj di amori infelici dovevano esserci, a quel che le aveva detto la badessa del suo Ramondo d'Artese; e mise così in via il cavaliere di parlarne, non solo perchè la buona religiosa si intenerisse più del caso della Bice, ma ancora per darle modo di essere chiarita dei casi del suo cavaliere di quando era al secolo, senza che ella ne dovesse fare domande tali, che destassero qualche sospetto negli altri.
— Su dunque, disse maestro Cecco, tutti al monastero; e veggiamo se per opera del nostro sere si arriva ai desiderj nostri. Ma quella badessa convertita così presto mi sa troppo di miracolo: ci deve essere qualche gran cosa sotto. Deh, sere, se vi piace, ne dite come faceste tal miracolo, e ditene la vera cagione.
— Maestro, il cuore veramente gentile della badessa, il caso della Bice tanto pietoso, ed anche l'efficacia del mio ragionare....
— Veggo che avete credenza.... e ve ne lodo, nè più vi sollecito di ciò....
— La badessa aspetterà.... disse il cavaliere.
— Ah, _la badessa aspetterà_ — ripetè Cecco sorridendo; e tutti si mossero verso il monastero, dove la badessa stava veramente nella più grande ansietà, e cercava di fortificare con ogni argomento l'animo suo, che si mantenesse saldo al primo vedere Guglielmo, ed a tutto ciò che potesse udire da lui. Essa stava aspettandogli nella sala del parlatorio comune, ed aveva ordinato alla portinaja che, tornando frate Marco e sere Gianni con due altri cavalieri, gli conducesse tosto da lei; e di fatto non andò molto che giunsero, e la portinaja gli conduceva al parlatorio. Ma il prete gli arrestò nella sala precedente, e volle prima passar solo per avvisare la badessa, la quale, come il vide entrar solo, esclamò tutta smarrita:
— O il cavaliere?
— Il cavaliere è qui, madonna: vengo prima io solo, per avvisarvi intanto della sua vicinanza, e scemarvi così la impressione della veduta improvvisa; vengo per ricordarvi che siate forte, che pensiate alla vostra dignità, alla vostra età....
Qui la badessa si fece rossa nel viso; e abbassando gli occhi:
— Grazie, disse, sere Gianni, del vostro gentile pensiero; e grazie ancora dell'avermi ricordato ch'io sono presso alla vecchiezza: avrei potuto obliarlo per un momento, ed apparire schernevole presso il cavaliere ed il maestro.
Il prete aveva ricordato gli anni alla badessa, perchè, sebbene di poca istruzione, era però accortissimo, e sapeva che questo argomento sarebbe il più efficace di tutti a frenar l'impeto della sua passione, come fu veramente.
Ora alle ultime parole della badessa non rispose nulla; ma, chiesto solo licenza di introdurre i suoi compagni, ed ottenutala, si fece all'uscio, ed accennò che entrassero.
La badessa era seduta appunto dirimpetto all'uscio, e là teneva teso avidamente lo sguardo; primi si mostravano maestro Cecco ed il frate; ma, come Guglielmo gli sopravanzava di tutto il capo, così ella vide benissimo prima di ogni altra cosa l'elmo, che per cimiero aveva un dragone verde con tre penne di tre colori diversi, bianca, azzurra, vermiglia. La vista di quel cimiero fu il colpo più forte al cuore della buona religiosa, perchè era in tutto e per tutto simile a quello che già portava Ramondo, e ne cominciò a sudar freddo freddo: e fu bene che il vedesse così da discosto, e prima che i tre le fossero vicini; altrimenti non avrebbero potuto non accorgersi del suo turbamento. Ben videlo il prete, che erasele fatto appresso, e le disse sotto voce:
— Madonna, vi tradite....
Ella a queste parole si scosse tutta; e riprese il meglio che potè la sua gravità, se non quanto si cambiò di colore quando scorse da vicino l'aspetto di Guglielmo; ma non ne diede altro segno; e niuno, se non forse maestro Cecco, si accorse di ciò. Fattale per tanto riverenza da tutti, e presentatole maestro Cecco e messer Guglielmo, maestro Cecco le disse queste parole:
— Madonna, il caso pietoso di questo cavaliere e della Bice, voi lo sapete: siete di gentil sangue e di animo gentilissimo; siete ancella di Cristo, e non potete non essere informata dello spirito di carità, onde sono pieni i santi vangeli; voi potreste, volendo, essere grande ed efficace ajuto a ricondurre la quiete in una desolata famiglia, a render felici due nobili cuori; e che il vogliate ce ne dava speranza testè il buon prete di Settimello. Il perchè, io, che amo e riverisco quanto carissimo figliuolo il prode cavaliere che qui vedete, per me e per lui vengo a rendervi care grazie del vostro cortese assentire, ed a pregarvi altresì di perseverare nella santa e caritatevole opera vostra.