Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 12
— Lo so, e ne vivo dolorosissimo. Io vi ho sempre riverito ed amato per uno dei probi e discreti e gentili uomini di questa terra; e la vostra figliuola ho sempre conosciuta per la più gentile e più bella di tutte le fanciulle fiorentine, e per figliuola buona ed amorosissima; e sempre ch'io capitavo qui da voi, mi sentivo dolcemente compreso dalla domestica felicità vostra, la quale solea ricordarsi per esempio da tutta la città, e molti e molti ve la invidiavano. E vi accerto, messere, che il rammentarmelo ora, ed il veder tanta felicità, prima avvelenata, e poi così spietatamente rotta, per opera forse della malignità e della invidia, mi accuora proprio come se tale sventura toccasse me.
A queste parole, che riduceangli a memoria le sue contentezze e le sue gioje domestiche, il vecchio si sentì tutto commuovere, e, asciugandosi le lacrime che gli piovevano dagli occhi, rispose:
— Ed ora vedete come sono ridotto!... Ma che parlate voi di malignità e d'invidia? L'amore al cavaliere straniero, e la ritrosía e disubbidienza della Bice non sono opera d'invidia.
— Il fatto non è certamente opera d'invidia; ma la invidia e il mal talento ve lo hanno colorito sinistramente. Al cuore, lo sapete, non gli si comanda; e sapete che l'amore ripara sempre al cuore gentile, come cantò il vostro Guido; e se vi ricorda con quanta sapienza egli parlò in quella sua nobile canzone della qualità e della forza d'amore, non parmi ragionevole che vi abbia a parer grave colpa, se la Bice vostra è stata vinta dalla forza di amore. Che poi voi teniate la infelice fanciulla per disubbidiente e disamorata, questa può essere opera tutta, ed è, d'invidia e di maltalento; chè io, quanto a me, la ho sempre saputa figliuola tenerissima ed ubbidiente.
— Ohimè! frate Marco; non vi par grave fallo l'aver posto il cuor suo nell'amore di uno straniero, e il contrastrare alla volontà del padre che lo divieta? e non vi pare figliuola snaturata quella che il padre comporta di veder morire per dolore, e che lo abbandona alla desolazione piuttosto che obbedirlo?
— Non approvo la disubbidienza; ma nego che avesse portato a questa conseguenza, dove non fosse stata dipinta troppo malignamente; e nego che la Bice vostra non vi ami più, e più di voi ami il cavalier provenzale. L'amore filiale è tutto diverso dall'altro, benchè forte quanto esso; ed io, invece che condannarla, compiango la Bice quanto compiango voi, perchè me la immagino combattuta fieramente da questi due affetti, il contrasto dei quali non potrà fare che all'ultimo non ispenga quella gentile vita.
Geri a queste parole si sentì correre un gelo per le ossa, e disse tutto smarrito:
— Che! pensate voi per avventura che la Bice sia veramente dolorosa dello star lontana da me, e che la sua sanità ne possa troppo peggiorare?...
— Credo — rispose il frate.
— Ah! frate Marco, anche me cruccia da un pezzo codesta paura, e per riparare a tanto danno ho appunto mandato per voi. Anch'io da poco in qua compiango la mia Bice; non perchè approvi il suo amore, o scemi la bruttezza della sua disubbidienza; nè perchè io riconosca vero quel che voi avete detto della invidia e del maltalento; ma perchè un savio e discreto uomo testè mi accertava che questa era tutta opera di malía, operata in lei da quel negromante, che si chiama qui Cecco Diascolo. E però, vorrei, bel frate, faceste ogni opera che la mia Bice fosse liberata da siffatta malía, e ritornasse tutta mia, e consolasse questi pochi momenti che tuttora mi restano di vita.
Frate Marco, udendo tali parole, gli parve di essere il più lieto uomo del mondo per due capi: sì perchè vedeva porgerglisi il destro di servire efficacissimamente maestro Cecco e messer Guglielmo, e sì ancora perchè gli pareva di intravedere tanta pietà negli atti e nel parlare di Geri, che non dovesse poi esser tanto difficile il ricondurlo a più temperati consigli. Laonde, non volendolo al tutto contrariare, volendo anzi tirarlo ad agevolargli più che fosse possibile la via per venire al suo proposito, rispose:
— Messere, maestro Cecco d'Ascoli non è quell'uomo tristo, nè quel negromante, che alcuni dicono essere, non si sa da qual passione mossi, ma senza fallo da men che onesta; egli è astrologo e filosofo molto solenne, e la sapienza sua non condurrebbe sì basso che si desse a malía o incantesimo veruno. Può bene alcuna malía essere stata fatta per opera altrui; ed io mi ci adopererò con tutta la sollecitudine. Dite dunque che cosa vi piace che io faccia.
— Quello che in simili casi prescrive la santa madre chiesa.
— Ma la Bice è assai di lunge di qui, ed è chiusa in un monastero.
— Cavalcherete per amor mio fino in Mugello, e vi accompagnerò con una mia lettera alla badessa, acciocchè vi faccia vedere la Bice. Parlatele a lungo e con tutta attenzione; accertatevi bene del fatto suo, e salvatemela. In poco d'ora tutto sarà fatto: non vi gravi l'aspettare tanto che io torni.
E così dicendo entrò in un piccolo suo scrittojo, e lasciò il frate ad aspettare; il quale, vedendosi avere occasione così propizia, diceva fra sè:
— Mi par proprio che questa sia opera della divina provvidenza. E come potea offrirsi occasione più propizia al proposito di maestro Cecco e di messer Guglielmo?... e vo' dire anche al proposito mio; dacchè tanto mi par degna di compassione la sventurata figliuola di messer Geri, e tanto puro e tanto degno il suo amore, che darei anche la vita per vederla contenta. E chi sa che non possa nascer cosa che ammollisca l'animo di questo vecchio, certamente inacerbito dalla malizia altrui, e forse di maestro Dino? Basta, io non so appunto qual sia il disegno di maestro Cecco, il quale ha fissato il priore di Settimello per andare al monastero; ma, se questo disegno non potesse colorirsi, non dispero di trovar la via del cuore di messer Geri, e di fare opera veramente degna di un sacerdote di Dio, riunendo padre e figliuola, e santificando col matrimonio l'amore di questi due cuori gentili.
Mentre frate Marco era tra questi pensieri, ritornò nella sala messer Geri:
— Ecco, bel frate, questa è la lettera per la badessa: fate che l'indugio non sia troppo lungo.
— Messere, domattina all'alba sarò a cavallo.
— E Dio vi accompagni nel cammino, e vi conceda perfetta fine alla santa opera vostra.
E come il frate prendeva commiato, il vecchio, sopraffatto da un pensiero di paterno affetto e di desiderio della figliuola:
— A Dio v'accomando, frate Marco. Oh quanta invidia vi porto! voi vedrete la mia Bice: le parlerete; ed io debbo viverne in continuo desiderio, piangendo perduto il suo amore per quello di uno strano! Deh, se ogni vostro desío si compia, rendetemi l'affetto della mia diletta Bice, spiantatele dal cuore quel maledetto e diabolico amore. Sento prossimo il mio fine, e morrei disperato, se più non avessi a vederla....
— Messere, la vostra Bice potete pure richiamarla quando vi aggrada.
— Ma voglio la mia Bice di prima: voglio quella dolcissima Bice che tanto mi faceva lieto del suo angelico affetto. Questa, e non altra io voglio; e questa spero che dobbiate ridonarmela voi. Fate ch'io abbia questa consolazione, che io l'abbia tosto: la mia vita e la mia felicità l'aspetto da voi: l'esser solo mi spaventa.... Oh Bice mia, abbi compassione di questo sventuratissimo vecchio!....
E qui diede in un pianto dirotto. Il frate fu sempre più certo dell'amore svisceratissimo che il vecchio portava alla figliuola; e gli crebbe per conseguenza la speranza che il tutto si sarebbe potuto trovar modo di acconciare: per la qual cosa, promesso a messer Geri, che nulla avrebbe lasciato a fare per ricondurre la Bice al suo affetto, prese commiato da lui, e tutto lieto in cuor suo, dispose in modo le cose da poter montare a cavallo la mattina appresso.
CAPITOLO XXIII.
DA FIRENZE A PRATO.
E di fatto era appena spuntata l'alba che il frate montava a cavallo, e spronava di santa ragione, pensando alla contentezza che prenderebbero messer Guglielmo e maestro Cecco, quando sapessero che il padre stesso della Bice porgeva loro occasione da compiere il desiderio loro. Parlo di questa consolazione di messer Guglielmo e di maestro Cecco, perchè il lettore si sarà già immaginato da sè che frate Marco non sarebbe ito in Mugello prima di tornare a Prato per conferire ogni cosa co' suoi amici, e prendere con essi que' temperamenti che paressero migliori.
Egli dunque arrivò a Prato di poco passato terza, e fu tosto a messer Guglielmo, il quale già si era alzato da letto ed era sanato del tutto; e come vide il frate gli fece maravigliosa festa, ed il frate a lui. Maestro Cecco non era in casa; ma fu tosto mandato un valletto che lo trovasse, e il pregasse di esser tosto da messer Guglielmo, che persona arrivata testè da Firenze doveva conferir con lui per cosa di momento; e il valletto si fu tosto sdebitato del suo ufficio, dacchè, fatti pochi passi fuori dell'uscio, si abbattè in maestro Cecco che tornava a casa, per modo che i due avevano fatto poche parole insieme che egli fu a loro, e come vide il frate, esclamò:
— Oh, frate Marco, che buona novella? come siete tornato prima del tempo posto?
— Questa fiata porto veramente la buona novella — rispose il frate: e fattosi da capo, raccontò minutamente ogni cosa del colloquio avuto con messer Geri, della Bice creduta da esso ammaliata, della lettera della badessa, ogni cosa insomma, e concluse con queste parole:
— Su, dunque, maestro Cecco, e voi messer Guglielmo, qui non c'è da metter tempo in mezzo: bisogna battere il ferro ora che è caldo; e non dubito che tra l'una cosa e l'altra non dobbiamo arrivare al nostro fine, col beneplacito anche di messer Geri; sol che a sere Gianni riesca, ajutato da me, di tirar dalla nostra la badessa.
— Che messer Geri possa cambiar natura lo spero poco, disse Guglielmo.
— Non dite _cambiar natura_, messere; chè quel buon vecchio ama perdutamente la sua Bice, e non può vivere lontano da lei; e sol che gli uscisse d'attorno qualcuno che lo inasprisce contro di lei e di voi, e potesse ascoltar parole persuasive d'amore e di concordia da persone a lui care e degne di riverenza, vi dico che tornerebbe il più amoroso e benigno padre del mondo.
Maestro Cecco, udendo qui parlare il frate di persone che inacerbivano il vecchio, disse alzando il dito e scotendolo:
— Eh! lo so io chi sono coloro che inacerbiscono messer Geri; niun altro che l'invidia rabbiosa di maestro Dino del Garbo. Ma, alla croce di Dio! potrebbe darsi caso.... — e qui mordendosi le labbra con atto stizzoso: — Ma parliamo del fatto nostro. Anch'io dubito un poco che quel vecchio indiavolato del padre della Bice possa per cagione veruna venire a più benigno proposito; e però avevo fatto disegno che, andando al monastero, studiassimo tutte le vie di tirar dalla nostra la badessa, o riuscendoci, pigliar consiglio del come governarsi; non riuscendoci, vedere se si può di furto levar la Bice dal monastero.
— Codesto, maestro Cecco, parrebbemi poco savio consiglio; e nemmeno la Bice per avventura, e nemmeno messer Guglielmo ci consentirebbe: e poi, non passerebbe senza grave pericolo di tutti.
Guglielmo fe cenno col capo di assentire alle parole del frate, il quale continuò:
— In questo per altro sono d'accordo col maestro, che per ogni via si tenti di far nostra la badessa; e di ciò io non dispero, perchè l'opera in sè è onesta e meritoria; e poi ancora perchè quella donna è di animo gentilissimo, e si sa che anch'ella fu nella sua gioventù rinchiusa per una violenta passione d'amore; e naturalmente, come non ignara del male, deve avere imparato a soccorrere e ad aver compassione de' miseri. Ma non c'è tempo da perdere: facciamo dunque di metterci tosto in cammino, chè messer Geri me ne ha gravato strettamente.
Rimasero pertanto che la sera medesima sarebbero tutti e tre insieme (perchè anche Guglielmo poteva ben montare a cavallo) andati dal prete di Settimello, e che la mattina appresso sarebbero difilato andati in Mugello; e ciascuno, chi per un conto e chi per un altro, faceva assegnamento quasi certo sul buon esito di questa impresa.
CAPITOLO XXIV.
DA SETTIMELLO IN MUGELLO.
Sere Gianni, priore di Settimello, era in quel giorno nel suo piccolo orto dietro la canonica con la sua brava Simona, e stavano ambedue sollecitamente curando gli erbaggi e le piante, nettando qui, mozzando là, sbarbando, sarchiettando e facendo tutte quelle diligenze che sogliono i buoni e diligenti cultori.
— Guarda, Simona, insalatína gentile che è questa! svèlline un par di cesti, chè ce la mangiamo stasera con quegli anitroccoli arrosto.
— Ecco fatto, messere! ci va unito un pochino di pepolino, che sarà la mano di Dio, massimamente con quell'aceto che abbiamo noi. Oh! quello è proprio una delizia. E non fo per dir che l'ho fatto io, ma un aceto come quello, sfido il primo signor di Firenze ad averlo.
— Tu l'ha' fatto tu fino a un certo segno. È che nel caratello ci si è messo del vino buono.
— E il caratello chi l'ha ridotto in quel modo? e la madre dell'aceto chi l'ha saputa conservare? e tutte le seccature che ci vogliono per condurre a bene la cosa chi l'ha sofferte? Non lo sapete che un caratello d'aceto bisogna avergli una cura come a un figliuolo?
La Simona dicea queste parole con alquanta stizza; e il prete, benchè quel paragone del figliuolo gli paresse un po' strano e da riderne, e benchè gli paresse troppo esagerato quel vanto dell'aceto buono, tuttavía si guardò bene dal ridere e dal rimbeccare quelle millanteríe della Simona, perchè sapeva che contraddicendola non l'avrebbe finita più; e cercò di mutare adagio adagio discorso:
— Sicuro, gua', lo dico anch'io che senza molta diligenza può guastarsi e caratello ed aceto, ed a me questo graverebbe troppo; chè un po' d'aceto buono in una casa è un gran che. Dunque, viva le mani della mia Simona: ce ne faremo onore quando ritorna qui frate Marco con maestro Cecco...
— Chi? quel negromante?
— Ma che negromante! Frate Marco non è uomo da bazzicar negromanti..... E sì che, a quel che mi dissero partendo, e' dovrebbero a quest'ora esserci già ritornati.
— Ah! non è un negromante e un mago, è vero? O quel piccione cotto che rimesse le penne e volò? o quel vino che diventò acqua? o quella roba che sparì dal tagliere? ditemi un pò, messere, poteva essere altro che opera del diavolo?
— Ti ho detto un'altra volta, e ora te lo ripeto, che il piccione era di quelli della piccionaja, e che le altre cose si possono fare per iscienza comune. E poi, o non gli feci anche tutti gli esorcismi nelle regole?
— Gli esorcismi son belli e buoni; ma spesso lasciano il tempo che trovano. Alle volte il diavolo ne sa più del prete, e sta duro, e gli ride sul muso: alle volte il prete è impeccatito, e allora gli esorcismi non attaccano.
— Ma io non era impeccatito! Simona, questo non è onesto a dirsi da te.
E la Simona, che quel giorno era in vena, e che voleva rifarsi un po' del prete, perchè le aveva negato l'abilità dell'aceto, e garritala di non so che per il desinare della mattina, le cominciò a sfilar la corona così:
— Messere, non dico che siate un peccatoraccio come questi mondani; ma ecco, non credo nemmeno, a dirla qui tra noi, che vo' siate uno stinco di santo, da dovere i diavoli scappar via al solo udir la vostra voce. I' v'ho sentito tante volte predicare a' vostri popolani contro il peccato della gola, e portare a cielo le astinenze e' digiuni: e con loro ve lo potresti anche risparmiare, perchè, povera gente! hanno tanto a fatica da cavarsi la fame; e voi poi vi vedo continuamente studioso de' meglio bocconi, e ghiotto dei migliori vini che sappiano fare le viti di queste colline; e se qualcosa non è fatta a vostro modo la povera Simona lo sa.... E poi, messere, che sono que' presentuzzi che spesso mandate facendo alla Costanza, moglie del lavoratore qui accosto, ora il moccolo benedetto, ora un bel mazzo di agli freschi, ora il panier dei baccelli; e quando la domenica la sentite in chiesa, vo' cantate un _Kirie_ ed un _Sanctus_ che parete un galletto marzuolo....
In questa si sentì un calpestío di cavalli presso alla canonica, per la qual cosa il prete, affacciatosi al muro dell'orto: — E' son dessi, — esclamò; e proprio non gli parve vero, se non chi sa dove andava a parare la Simona con quella sua catilinaria. Allora il prete, rivoltosi a lei:
— Simona mia buona, fa' di mostrarti quella valente femmina che tu se'....
Qui la Simona cominciò a scuotere il capo, in atto di stizzosa negativa; e il prete:
— No, via, non mi fare arrossire; massimamente che frate Marco ha seco questa volta un gran cavaliere provenzale, prode e gentile quanto altro cavaliere di tutto il mondo.
E come gli ospiti erano già in sulla piazzetta della canonica, e si potevano dell'uscio dell'orto vedere tutti e tre comodamente, così appena la Simona ebbe veduto messer Guglielmo, rimase presa in maniera del suo gentile e nobile aspetto, che ne fu tutta compunta, e accettò il prete che si porterebbe da sua pari; e però il prete corse tutto lieto incontro ai tre arrivati, e la Simona mise il cervello a partito per fare una cena degna di sè e del bel cavaliere. Le feste che il prete fece ai suoi ospiti, e gli ospiti a lui furono maravigliose: e sere Gianni non cessava di fare riverenza a Guglielmo, e di fargli con quel miglior garbo che sapeva un monte di domande su Castruccio e sulla guerra, alle quali il cavaliere rispondeva con parole cortesissime. Ed anche la Simona, alla quale quel bel giovanotto aveva ferito la fantasía, si struggeva di vederlo da vicino e di udirlo parlare: il perchè, trovata la scusa di domandare al prete alcuna cosa, entrò nella sala dove tutti erano raccolti. Maestro Cecco, appena vide la Simona, non potè tenersi che non le dicesse così mezzo ridente:
— Monna Simona, che è di voi? Siete più adirata meco?
— Maestro, rispose la Simona, di me n'è bene, e con voi non sono stata mai adirata: ben mi rincresce dell'anima vostra.
E maestro Cecco, dubitando ch'ella non uscisse contro di lui in qualche poco misurata parola, sapendola donna di pochi riguardi, e petulante la parte sua, prese la via delle lusinghe; e volto a Guglielmo, gli disse:
— Vedete, messere, questa è valentissima femmina; saccente, piena di senno; e ha le mani così benedette per fare i più delicati bocconi, che mai cuoco delle più nobili corti seppe forse fare altrettanto.
E Guglielmo, volgendo il suo parlare alla Simona proprio:
— Invidio la fortuna del sere, che abbia al suo governo una valente donna pari vostra: fortuna che certamente non tocca a noi, che siamo sempre tra le armi e nelle guerre.
La Simona, udendosi dire così dolci parole da tanto gentile e tanto bel cavaliere, se ne ringalluzzì tutta, e studiava una conveniente risposta; ma del trovar le parole non era nulla, ed appena potè dire confusamente:
— Sire cavaliere.... siamo povere fanti.... da poco più che da fare una peverada.... voi siete tanto gentile.... il mio sere vuole che mi faccia onore.... e poi il maestro là si fa beffe di me.... Messere, perdonatemi, non so che io mi dica.... vorrei....
Guglielmo, veduta la confusione della povera Simona, cercò di farle cuore meglio che potè:
— La vostra umiltà accresce il vostro merito; e maestro Cecco non vi beffa, ma vi pregia tanto, che da quella sera che fu qui a cena non ha fatto altro sempre, se non ricordare la vostra abilità, e additarvi per valentissima femmina.
La Simona non capiva nella pelle dalla consolazione, udendosi così encomiare dal cavaliere; e finì di riconciliarsi anche col maestro, sapendo ch'egli faceva di lei così buona testimonianza. Pose dunque l'ingegno a far vedere tutta quanta la sua bravura, e andò in cucina col proposito di farsi onore veramente; e vi riuscì. La cena non fu abbondante, ma fu veramente squisita; e la Simona n'ebbe gran lode da tutti, e specialmente dal cavaliere, per la qual cosa quella sera la si teneva da più che il despoto di Romanía.
Dopo cena il prete co' suoi ospiti trattarono maturalmente come dovesse condursi questa specie di spedizione al monastero, affinchè la cosa avesse il desiderato effetto. Guglielmo avrebbe voluto andar per le corte: cercar d'intendere dalla Bice se consentisse, e vedere ad ogni modo di liberarla senza indugio da quel sepolcro di vivi; e Cecco non era alieno al tutto da questo disegno; ma non voleva venire ad atti troppo arditi, se prima non tornavano a nulla tutti gli assalti dati alla badessa. Frate Marco e il sere, di ratto non ne volevano sentir parlare, nè in caso veruno ci si sarebbero prestati; prima, perchè non consentivalo il loro ministero, e poi perchè, oltre all'essere cosa troppo pericolosa verso di sè, non poteva avere se non conseguenze tristissime.
— Ed io ho tanto in mano — continuò il frate — che non dubito punto che messer Geri debba ammollire il suo cuore, dove tutti ci adopriamo a questo, e la badessa altresì; della quale non par da dubitare, se vere sono quelle cose che di essa ci disse il sere qui l'altra sera, del grande affetto ch'ella ha per la Bice, e della pietosa compassione ch'ella sente per la sventura di quella povera fanciulla. A me pare dunque, se pare anche a voi, che alla badessa andassimo tosto, con la lettera di messer Geri, io e il sere: che col pretesto di disincantare la Bice, cercassimo d'informarla di ogni cosa minutamente; che il sere tentasse poi il cuore della badessa, ajutato da me; e se la badessa si mostra benigna, come spero, fare un passo ardito più in là (il quale, fatto con accortezza, potrebbe condurci dove vogliamo), pregandola di unirsi con noi per secondare il nostro disegno; e vedendo il bello, far che ella si abbocchi con maestro Cecco e col cavaliere. Se possiamo giungere a tanto, siamo a cavallo.
La proposta piacque a tutti; e la mattina appresso si misero in cammino per il Mugello, dove furono a mezza terza. Poco discosto dal monastero, dove la Bice era sepolta, forse trecento metri o poco più, vi era la chiesa di S. Niccolò, posta sopra un poggetto, che allora faceva cura da sè, il cui prete era molto amico di sere Gianni: quivi pertanto si fermarono prima di andare al monastero, e quivi rimasero maestro Cecco e Guglielmo, ad aspettare di sapere a che riuscissero il frate e il sere presso la badessa.
CAPITOLO XXV.
LA BICE E IL FRATE; LA BADESSA E IL CAVALIERE.
Arrivati i due al monastero, e picchiata la porta, come a gente nota fu tosto a loro la badessa, che ambedue cortesemente salutò, domandando loro che buon vento gli avesse portati colà.
— Madonna, disse il frate, io vengo mandato da messer Geri Cavalcanti, e reco a nome suo questa lettera.
La badessa prese la lettera, e scioltala, lesse sotto voce:
«Madonna,
«Senza la mia Bice non posso più vivere: il rimorso, la desolazione, la certezza della morte vicina mi straziano, e mi spaventano; il pensiero di aver perduto l'amore di tanto diletta figliuola mi condurrà alla disperazione. Come vi significai per altra mia, un savio e discreto uomo accertommi, dovere la mia Bice essere ammaliata; e però mando a voi frate Marco de' predicatori, vostro conoscente, e solenne teologo, che guardi di liberarmela da ogni malía. Fate che la Bice parli con esso; e voi non restate anche di pregare in quel punto efficacemente messere Domeneddío e messere santo Piero apostolo, che l'opera del frate abbia ogni buono effetto.
«GERI _vostro_».
— Mi manda dicendo messer Geri — disse la badessa com'ebbe letto la lettera — che faccia abboccarvi con la sua figliuola, da esso creduta ammaliata, come ne lo accerta un savio e discreto uomo. Ma a me, nè ora nè mai, quella fanciulla non mi ha dato verun segno di ciò; nè so che qualità di uomo savio e discreto sia colui, che, così da lontano, e senza altro segno, va mettendo tali dubbj nel cuore di un povero padre, straziato già da tanti dolori.
— La qualità dell'uomo savio e discreto, la so ben io: egli è maestro Dino del Garbo, il quale sfoga il suo odio e la sua invidia contro maestro Cecco d'Ascoli, sopra questa sventurata famiglia.