Catania

Part 5

Chapter 53,544 wordsPublic domain

Questo è, o per meglio dire era prima della soppressione, una delle singolarità di Catania: andati via i Padri per dar luogo ai soldati ed agli studenti, i lunghi corridoi furono divisi e suddivisi, il più antico ed elegante chiostro fu trasformato in palestra ginnastica, una strada fu aperta nei terreni che lo circondavano, un osservatorio ed un ospedale furono eretti nei suoi giardini. Tutt'insieme, esso si sviluppava sopra un'area di circa centomila metri quadrati ed era il più grandioso edifizio monastico d'Europa, dopo quello di Mafra d'Estremadura in Portogallo. Il già citato Musumeci, nel rispondere all'Hittorf che glie ne chiedeva notizie, ne ricostruì la storia. Cominciato nel 1558 in presenza del vicerè La Cerda che ne pose solennemente la prima pietra, e finito venti anni dopo, il primitivo edifizio ideato dal cassinese Valeriano de Franchis comprendeva il chiostro più occidentale decorato di cinquanta colonne di marmo nel 1605, i corridoi e i dormitorii che lo fiancheggiavano e la vecchia chiesa. Le lave del 1669 sconquassarono quest'ultima e ricopersero i giardini; allora fu chiamato da Roma l'architetto Giovanni Contini, su disegno del quale, nel 1687, fu ricominciata la nuova chiesa e il nuovo monastero; ma, pochi anni dopo, il terremoto del 1693, rinnovando ed accrescendo le rovine e seppellendo trentadue monaci, fece riprendere il lavoro di Sisifo. Per colmo di disgrazia, non si trovava allora in Catania nessun architetto: il solo sopravvissuto al terremoto, Alonzo di Benedetto, era anch'egli morto di morte naturale. Fu chiamato pertanto da Messina Tommaso Amato, il quale disegnò i dormitorii di levante e mezzogiorno; poi, su disegno del palermitano Vaccarini, che non rispettò l'antica grandiosa unità della iconografia ideata dal de Franchis e serbata dal Contini, si eressero i due refettorii e la biblioteca, imponenti per vastità e decorazione. Francesco Battaglia Biondo ideò il portico del nuovo chiostro, e suo nipote, Francesco Battaglia Santangelo, lo scalone, che ha le pareti adorne di quadri a stucco bianco su fondo azzurrino, e la chiesa. Questa, la maggiore di tutta Sicilia, doveva avere una facciata tanto sontuosa, con colonne tanto gigantesche, che i Padri, nonostante il loro mezzo milione di rendite, la lasciarono incompiuta, come oggi si vede. Donato del Piano, abate calabrese, spese dodici anni della sua vita e dieci mila onze dei Padri--centoventisette mila e cinquecento lire--per costruirvi uno dei più celebri organi d'Europa, con settantadue registri, cinque ordini di tastiere e duemila novecento sedici canne. Il barone Sartorius di Waltershausen, l'insigne illustratore dell'Etna, vi tracciò, insieme col Peters, nel 1841, una meridiana, per la quale il Thorwaldsen disegnò le figure dello zodiaco. Il Coro, situato dietro la tribuna, è composto di due centinaia di stalli, disposti in due ordini: le sculture di Niccolò Bagnasco, palermitano, vi rappresentano i fatti del Vecchio Testamento. Tra i sacri arredi si menzionano l'apparato di seta rossa trapunta d'oro donato ai monaci benedettini dalla regina Bianca, il reliquario d'oro gemmato dove i fedeli adorano il chiodo che trafisse la destra di Gesù, dono del re Martino, che portava sempre addosso quella reliquia; un ostensorio ed un calice d'oro gemmato, ed altre manifatture dei secoli XV e XVI. La biblioteca, passata al Comune, ha molte migliaia di volumi e parecchi codici, alcuni dei quali di molto pregio per il testo e le miniature; essa è accresciuta dall'archivio, di valore anche più grande, ricco di diplomi bizantini, normanni ed aragonesi, e di bolle papali; alcuni di questi documenti portano attaccati suggelli di squisito lavoro, come quelli della regina Eleonora e dei due re Martini e della regina Bianca, rispettivamente loro nuora e moglie.

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI E CUPOLA DELLA CHIESA DI S. NICOLA. (Fot. Castorina).]

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--PRIMO CHIOSTRO E CHIOSCO. (Fot. Castorina).]

[Illustrazione: RITRATTO DI DONATO DEL PIANO, DA UN QUADRO DEL DESIDERATO E DA UNA STAMPA DELL'HUOT. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--SALA MAGGIORE DELLA BIBLIOTECA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: CHIESA DEI BENEDETTINI--L'ORGANO DI DONATO DEL PIANO. (Fot. Castorina).]

I Padri Cassinesi avevano anche messo insieme un museo, che divenne municipale nel 1866 ed è stato ultimamente riordinato da Francesco di Bartolo. Qui sono adunati parte dei marmi, dei vasi, delle lapidi, dei mosaici trovati negli scavi cittadini e già menzionati; di alcuni altri conviene tenere qualche parola, segnatamente d'una stupenda terracotta siceliota rappresentante una danzatrice, che sarebbe veramente d'un valore impareggiabile se il corpo, tra il busto ed i piedi intatti, non fosse un brutto raffazzonamento di gesso; d'un bassorilievo rappresentante Ercole sul monte Oeta con molte figure intorno; dei frammenti di decorazione nei quali è intatta la figura della Vergine e del Bambino. Narra il di Marzo che Antonello Gagini scolpì per il convento del Carmine minore di Catania una porta, e poichè questi pezzi appartengono evidentemente alla decorazione d'una porta, della quale si vede disegnato parte dell'arco, giova supporre che siano stati ritrovati fra i rottami di quella casa religiosa, dopo il terremoto. Notevoli sono anche nel museo un Anfione ed un ratto d'Europa scolpiti a mezzo rilievo su pietra rossa; una Venere di porfido, parecchie urne cinerarie e ossarie, molte terrecotte, tra le quali diote, cratere, scifi, danarii, tessere, idrie, lucerne con iscrizioni nel manico, teste votive, vasi etruschi, tirreno-egizii, greco-siculi. Tra le manifatture dei tempi di mezzo e moderni, vi sono armi bianche e da sparo, arnesi sacri, lavori di porcellana, carte da giuoco, due bellissime tavole cinquecentesche di ebano intarsiato d'avorio nelle quali sono rappresentati i fatti della storia romana, un cofanetto d'avorio scolpito, lavoro egregio e squisito degli Imbriachi. Le antiche descrizioni della importante raccolta fanno menzione di un medagliere, la parte più preziosa del quale, dopo il 1866, brilla, come si dice, per l'assenza. Accresciuto è invece il numero dei quadri, dei quali si dirà fra poco, dopo aver fatto menzione dell'altro museo catanese, più volte citato, appartenente a casa Biscari.

[Illustrazione: CHIESA DI S. NICOLA--IL CORO. (Fot. Grupi).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--TERRACOTTA SICELIOTA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: RATTO D'EUROPA. MUSEO DEI BENEDETTINI. ANFIONE. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--VASI ETRUSCHI E GRECO-SICULI. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI: VENERE DI PORFIDO. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DEI DUE MARTINI E DI MARIA D'ARAGONA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DELLA REGINA ELEONORA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CRISTO SMALTATO. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CROCEFISSIONE. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--COFANO D'AVORIO.]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--INTARSIO. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--BASSORILIEVO DI ANDROMEDA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ERCOLE SUL MONTE OETA. (Fot. Giuffrida).]

Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, offerse, nella Catania feudale dei suoi tempi, un esempio piuttosto unico che raro. La città fu bensì, allora,--«un fonte inesausto della più fiorita nobiltà, ed una scaturiggine del sangue più illustre»--a detta del nostro spagnolesco Muglielgini, il quale è tutto felice di poter citare uno Spagnuolo puro sangue, don Sebastiano Cabarruvias Orosio, secondo il quale «_en Italia llaman Catanes, y Valvasores, a los que en España llaman Infanzones_», essendo Infanzones «_termino antiguo, y vocablo que aora no se usa_», il quale «_vale tanto come caballero noble hijo de Algo señor de vassallo, pero no de tanta autoridad, come el titulado, o Señor de titulo_». Ma l'Accademico Infecondo, se porta al cielo la nobiltà cittadina, non va fino a sostenere che i signori catanesi si distinguessero nell'età sua per un eccessivo amore alle lettere ed alle arti. Tanto più notevole fu quindi che un gran signore come il principe di Biscari le onorasse e ne facesse lo scopo e la passione della sua vita. Tutte le persone di riguardo che passarono per questo estremo lembo d'Italia ebbero onesta ed intelligente accoglienza nel suo palazzo, costruito verso la fine del Seicento sulla cortina delle vecchie mura, alla Marina; e non dovettero provare poca meraviglia trovando nella piccola e povera Catania di quella età una dimora tanto magnifica, ricca di sale sontuose e d'un salone che per architettura e decorazione è anche oggi mirabile. Con una profusione di lacche, di ori, di stucchi e di affreschi rappresentanti la storia di don Chisciotte--opera del catanese Pastore--, il cielo d'una cupola impostata sul centro della vôlta e illuminata da finestre invisibili gli dà una luce ed una elevazione straordinaria; nella loggia coperta sulla quale esso si apre a mezzodì, una leggiadrissima scala a giorno, leggiera e rabescata come un merletto, dalla quale par che debba discendere una incipriata marchesa, porta al quartiere superiore. Nell'ornamentazione esterna delle finestre il barocco imperante in città è d'una ricchezza straordinaria: le cariatidi, i puttini, i festoni, tutti i motivi decorativi vi sono profusi. Il principe aveva anche costruito in casa sua un teatro che fino ai principii del secolo scorso fu, con la sala degli spettacoli dell'Università, il solo della città; ma il maggior titolo di questo signore al rispetto dei posteri fu lo zelo col quale fece scavare a proprie spese il sottosuolo di Catania e di altri luoghi dell'isola e del continente, ed il gusto che lo spinse ad acquistare molte opere d'arte: con gli oggetti ritrovati e comprati egli mise insieme, in un edifizio appositamente costruito accanto al suo palazzo, un museo ad uso dell'Accademia degli Etnei e di tutti gli studiosi. Una bella medaglia fu coniata nell'occasione della solenne cerimonia inaugurale, avvenuta nella primavera del 1758, ed il principe stesso recitò allora, dinanzi a una dotta adunanza, una sua canzone:

Per secondar talun l'innato sdegno D'irato Re si fa ministro all'ira, Marte seguendo sanguinoso e fero. Per serbar d'altri il Regno Anelante si mira Sotto il grave cimiero; Ma da nemica man pugnando offeso, O vinto, o al suol disteso Estinto, o prigioniero Rimane alfin dopo l'altrui vittoria Senza onore di tomba, e senza gloria. Io non così; di Giove infra le figlie Meno di vita lieti i giorni, e l'ore In bella pace alla virtute amica....

[Illustrazione: PALAZZO BISCARI--FINESTRE. (Fot. Castorina).]

[Illustrazione: PALAZZO BISCARI--SCALA INTERNA. (Fot. Giuffrida).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--ATRIO. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--FRAMMENTI DI UNA PORTA DEL GAGINI. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--BRONZI. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--VASI, TERRECOTTE, IDOLI. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--GALLERIA DEI MARMI. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--TESTE ARCAICHE E VASO ETRUSCO. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--TERRACOTTA ARCAICA. (Fot. Grita).]

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--CENTAURESSA E FAUNO. (Fot. Grita).]

La qual cosa non impedì che uno scultore lo rappresentasse vestito all'eroica, con corazza e lorica, proprio nell'atrio di quel museo dove

In mirar tra chiusi vetri quanto Offerse prisco tempo, arte e natura Trovo larga mercede al sudor mio

e quando espressamente egli disse:

Sarà mia gloria e vanto Appo l'età futura, Che seppi il suol natìo Ornar così di pregio illustre; e a Voi Ben degni figli suoi, A scorno dell'oblio Per coltivar le belle Muse, ameno Campo vi apersi, ed ubertoso appieno.

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DELLE TERRECOTTE. (Fot. Gentile).]

Non era millanteria: Volfango Goethe, qui venuto il 3 maggio del 1787, scrisse sul suo Diario: «Le statue, i busti di marmo e di bronzo, i vasi e le altre antichità raccolte in questo museo, hanno molto slargato il cerchio delle nostre cognizioni artistiche...».

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DEI VASI ETRUSCHI. (Fot. Grita).]

Degli avanzi dell'antica Katana custoditi nel principesco museo già si è parlato a loro luogo: converrà ora ricordare la raccolta dei bronzi, tra i quali molti pregevolissimi, e la ricchissima collezione delle terrecotte e dei vasi etruschi e greco-siculi. Alcuni di essi hanno un particolare interesse locale, per essere di fabbrica catanese: si riconoscono al maggior peso, dovuto al fatto che nell'impasto è mescolata la sabbia vulcanica ricca di silice e ferro, ed a certi caratteri esterni, come le curve meno pronunziate, il colorito più vivo, le anse attaccate al labbro e talvolta l'impronta della civetta. Il loro disegno più rozzo scapita ancora quando si paragona a quello purissimo di alcuni vasi di altra fabbrica: uno particolarmente, il gioiello della collezione, ha una quadriga stupenda che rammenta quella di una metopa selinuntina. Fra le terrecotte è notevole un busto di grandezza naturale, di stile eginetico e di remota antichità. Ai primi tempi della scultura appartengono un bassorilievo di lava rappresentante la pugna di due guerrieri, una testa di granito rosso di stile egiziano ed un'altra di marmo bianco con capelli ed acini di uva, di stile eginetico. Un piedestallo, che pare reggesse un'urna, porta scritto in greco: Diodoro Apollonio, e poichè fu trovato in Agira, dove il grande storico nacque, da Apollonio per l'appunto, si suppose che reggesse l'urna contenente le ceneri dello storiografo.

[Illustrazione: MUSEO BISCARI--BASSORILIEVO DI SANT'AGATA. (Fot. Grita).]

VI.

[Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--ANTONELLO GAGINI: STATUA DELLA MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Gentile).]

E il discorso di Catania artistica sarebbe così finito, se non restasse, in qualche chiesa, qualche opera d'arte degna di nota. Per cominciare dalla più ricca di cose pregevoli, ecco quella di S. Maria di Gesù, dove sono due opere autentiche del Gagini, e se ne ammirerebbe una terza se non fosse da più tempo scomparsa. Del valoroso scultore palermitano è qui la statua della Madonna col Bambino, opera giovanile, ma già egregia, documento quindi della precocità di quel mirabile ingegno. Antonello la scolpi a vent'anni, durante il suo soggiorno in Messina; ma egli non poteva veramente dare alla Vergine un viso più bello, d'una espressione più pura, nè un'aria più maestosa e divina al Bambino, che senza la consueta timidezza volge lo sguardo ridente allo spettatore. Bellissimi sono anche i tre bassorilievi dei piedistalli, dei quali il centrale rappresenta la Visitazione di Maria ad Elisabetta, e i due laterali S. Francesco d'Assisi e S. Antonio di Padova. Nella stessa chiesa è dello stesso Gagini la fiorita e squisita decorazione della porta che mette nella cappelletta di casa Paternò--quella cappelletta sepolcrale della quale già si parlò per la sua architettura e dentro alla quale c'è una bella tavola del messinese Angelo di Chirico (1525) rappresentante l'Immacolata fra i simboli dei suoi titoli e le figure di S. Agata e S. Caterina. La porta gaginesca, allogata da don Alvaro Paternò ad Antonello nel 1518, per il prezzo di onze 30--382 lire e 50 centesimi--ha due pilastri d'ordine corintio, scanalati, con contropilastri ornati d'acanto; sull'architrave il frontespizio semicircolare racchiude un gruppo di mezze figure: il Cristo morto fra Maria e la Maddalena, con due genietti ai piedi, in tutto tondo, ciascuno dei quali regge uno scudo di casa Paternò. La terza opera, ora scomparsa, era, dentro questa cappella, un busto dell'Alvaro già nominato: lavoro tanto stupendo che fu da taluni attribuito a Michelangelo, del quale il Paternò, senatore romano, sarebbe stato amico nella città eterna. Se non che il di Marzo non solo ha negato questa pretesa dimestichezza, ma avendo veduto, prima che scomparisse, il celebre busto, afferma che gli mancava qualsiasi carattere dello stile michelangiolesco, e che rammentava invece, precisamente, la maniera del Gagini.

[Illustrazione: CHIESA DI S. MARIA DI GESÙ--PORTA DELLA CAPPELLA DI CASA PATERNÒ. (Fot. Brogi).]

Prima di uscire da S. Maria di Gesù merita uno sguardo il gran Crocefisso scolpito su legno da Frate Umile da Petralia, al secolo Giovan Francesco Pintorno, morto nel 1639 e _specialista_, come si dice, in Cristi, che egli diffuse in quasi tutte le chiese di Sicilia, da Girgenti a Nicosia, da Caltagirone a Salemi, da Milazzo a Randazzo. Il cronista Francesco Tognoletto narra di lui che «mentre stava lavorando quelle statue, alzando la sua mente alla contemplazione, pensava gli intensissimi dolori, che nella morte soffrì l'autor della vita: onde per tal causa, quand'egli ne lavorava qualcheduna, se ne stava ritirato in una stanza serrata di dentro, dove gli occhi suoi erano fontane di lacrime, spargendone in abbondanza per tenerezza e compassione del suo amato signore». E dalla sua dolorosa cogitazione venivano fuori opere, come questo Crocefisso, dolorosissime a vedere, e propriamente spaventose.

[Illustrazione: PARTICOLARE DELLA PORTA DI ANTONELLO GAGINI. (Fot. Gentile).]

[Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--MONUMENTO SEPOLCRALE DEL DUCA DI CARCACI, DEL TENERANI. (Fot. Gentile).]

Per tornare al Gagini, mentre in Catania gli si attribuiscono tante opere non sue, nessuno gli appropria la suissima Madonna di S. Domenico fuori le mura. La paternità ne è stata dimostrata dal sullodato di Marzo, il quale ha pubblicato il contratto fra lo scultore e Lodovico Platamone vescovo di Siracusa, mediante il quale l'artista si obbligava a scolpire, con altre due statue, una simigliante in bellezza, anzi ancora più bella che quella da lui stesso lavorata in Palermo nel 1526, e non ancora consegnata, per commissione dei frati domenicani di S. Maria la Grande in Catania. Ora, sapendosi che il moderno S. Domenico era intitolato una volta, per l'appunto, S. Maria la Grande, e notandosi alla base della Madonna gli stemmi dell'ordine Domenicano, non sarebbe già possibile dubitare che questa è propriamente la statua del Gagini, se pure la mano dell'autore non si rivelasse nello stile dell'opera, in quella soavità dell'espressione cristiana nella quale il Gagini fu unico--dice il Galeotti--come unico fu Michelangelo nella terribilità.

[Illustrazione: S. DOMENICO--ANTONELLO GAGINI: MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Ursino).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--PIETRO NOVELLI: S. CRISTOFORO. (Fot. Brogi).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ANTONELLO SALIBA: MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Alinari).]

Altre notevoli opere di scultura non si serbano nelle altre chiese catanesi; vi abbondano i quadri, ma alla quantità non corrisponde purtroppo la qualità. Nei primi secoli dell'arte cristiana la Sicilia tenne un posto onorevolissimo, particolarmente coi mosaici; e se di Catania non si sa che ne possedesse qualcuno paragonabile a quelli di Cefalù, di Palermo e di Monreale, certo qui la pittura religiosa dovette esser tenuta in grande onore, dato che la resistenza di tutta l'isola all'eresia degli iconoclasti ebbe alle falde dell'Etna i più caldi ed efficaci propugnatori. Catanesi furono i vescovi S. Giacomo e S. Sabino che lottarono strenuamente per il culto delle immagini; catanese fu il vescovo Teodoro che, insieme coi compagni di Palermo, Taormina, Messina, Lentini, Iccara, Triocala, Lilibeo e Siracusa, sostenne la stessa causa nel secondo concilio di Nicea, e catanese fu lo stesso diacono Epifanio che chiuse quella devota adunanza con una sua eloquente orazione. Anche durante il dominio saraceno in Catania, rimasta lungamente indipendente con Taormina e Siracusa e tutta la val di Noto e la val Démone, la pittura cristiana fu salvata; ma delle opere che allora e più tardi qui furono prodotte o recate, quasi nulla più resta, tranne le tavolette bizantine del museo Benedettino, le migliori delle quali, menzionate dal di Marzo, per colmo di sciagura non si trovano più. Più tardi, nell'età normanna, il Duomo ebbe una decorazione pittorica della quale il nostro Accademico Infecondo così parla: «Il tetto era fatto a scorniciature di legnami, ove vedevansi di peritissimo ed antico pennello tutte le istorie del Testamento vecchio e nuovo»; ma l'opera andò perduta, come perdute andarono le pitture del Tau e della navata maggiore «a fresco con stucchi finiti arricchiti d'oro à maggior segno, che pareva giusto un perù pendolo in quelle mura». Di chi fossero questi affreschi il Muglielgini non riferisce, e con tutte le sue amplificazioni non si può nascondere che, mentre Palermo e Messina, fra il Quattrocento ed il Cinquecento, ebbero due floridissime scuole di pittura, in Catania non si rivelò nessun maestro del pennello, nè furono portate opere di grandi pittori forestieri.

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--SCUOLA DEL RIBERA: TOBIA RESTITUISCE LA VISTA AL PADRE. (Fot. Brogi).]

[Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--AUTORE IGNOTO (SCUOLA FIAMMINGA): MORTE DI CATONE.]

Di Antonello da Messina si sa, narra il di Marzo, che ebbe relazioni con Catania, essendosi obbligato per contratti a dipingervi opere che alla sua morte furono assunte dal figlio Jacobello; ma nè delle opere, nè delle stesse scritture è rimasta traccia. Dell'insigne maestro messinese è comunemente creduta la perla del museo Benedettino, la Madonna col Bambino, e _Antonellus Missenius_ firmò infatti lo stesso autore nel cartellino che si vede nell'angolo inferiore di sinistra; ma, dopo queste due parole, altre vi si leggono che troppi osservatori hanno trascurate, forse temendo di scemar valore all'opera d'arte non attribuendola al glorioso maestro messinese. Dice dunque l'Iscrizione: _Antonellus Missenius D' Saliba hoc pjecit opus 1497 die 2 julij_. Questo Antonello non è dunque da confondere col suo più celebre omonimo e zio: egli visse e lavorò in un tempo alquanto posteriore, dal 1497, appunto, al 1531. C'era un suo prezioso quadro, ora perduto, nella parrocchia di Pistunina presso Messina, nel quale il suo nome era così scritto: _Antonellus Resaliba_; altri due ne esistono ancora, nelle due maggiori chiese di Monforte e di Milazzo; il primo porta scritto _Rosaliba 1530_; il secondo _Eu mastru Antonellu Resaliba pinsit 1531_. Ma se l'ortografia del suo nome è così ambigua, e se troppe cose s'ignorano dell'esser suo e della sua vita, il valore della sua arte è evidente, segnatamente nella tavola catanese, della quale il di Marzo dice con ragione che basta a dimostrare «qual divino artefice sia stato il Saliba».

Un altro bel quadro del museo Benedettino è di Pietro Novelli, il Monrealese, e rappresenta un gigantesco S. Cristoforo, con una clava nella possente sinistra, la muscolatura michelangiolesca, il petto largo e gagliardo, le spalle larghe e quadrate sulle quali sta accavalcato, afferrandosi alla criniera del colosso con la destra, e reggendo con la sinistra il globo, un adorabile bambino Gesù. Allo stesso Monrealese, od alla sua scuola, si attribuiscono due altri quadri della pinacoteca Benedettina: gli Apostoli ed una Sacra Famiglia.

Di altri artisti isolani non vi sono opere nel museo; vi sono invece una Deposizione di Polidoro da Caravaggio, in tutto simile a quella di Roma; un Cristo schernito che si vuole di Gherardo delle Notti, e molti buoni quadri d'ignoti autori, tra i quali un bellissimo Tobia della scuola del Ribera, una Maddalena, una S. Cecilia di scuola bolognese, una morte di Catone fiamminga, e via dicendo.

[Illustrazione: MONUMENTO A VINCENZO BELLINI, DEL MONTEVERDE. (Fot. Alinari).]