Part 4
La data, sulla quale non cade dubbio, dice chiaramente che l'opera fu fatta durante il soggiorno della Corte papale ad Avignone, dove il vescovo catanese Marziale si era recato presso Gregorio XI ad annunziargli l'assunzione di Federico III al trono di Sicilia, e dove morì, affidando la diocesi ed il compimento del reliquario al suo connazionale e successore Elia. Ma chi furono gli artefici della statua? Eugenio Müntz, poichè i lettori dell'iscrizione non sono d'accordo, leggendo alcuni _cui patria Ceve_, altri _cui patria leve_, addottò una terza interpretazione: _cui patria Senam_, identificando l'autore del busto catanese con Giovanni di Bartolo, senese, orafo per l'appunto alla Corte pontificia in Avignone, ed autore dell'altro celebre reliquario racchiudente le teste dei santi Pietro e Paolo. Se non che, c'è una difficoltà. L'iscrizione non riesce bene decifrabile perchè il busto è tutto ricoperto di _ex-voto_ offerti dalla pietà dei fedeli--tra i quali la corona regale che si dice esser dono di Riccardo Cuor di Leone al suo passaggio da Catania durante la crociata del 1191, la collana d'oro del vicerè de Acuña, varie insegne del Toson d'oro e dell'Ordine d'Alcantara, parecchie mammelle d'oro e d'argento, due delle quali portano incise le armi dei re di Spagna, e molti anelli pastorali e croci vescovili, tra le quali quella di Leone XIII, e un gran numero di minutaglie d'oro, d'argento, di corallo, d'ambra, e finanche orologi da tasca;--ma lo Sciuto Patti, dopo avere esaminato da vicino il reliquario, escluse assolutamente che si possa leggere _cui patria Senam_: l'iscrizione dice chiarissimamente _cui patria Ceve_: non regge quindi l'interpretazione del Müntz, il quale aveva eccitato molto entusiasmo, lasciando credere che fra i tesori artistici italiani si trovasse un'altr'opera uscita dalle miracolose mani del Bartoli. E lo Sciuto Patti lo nega per altre ragioni che sarebbe troppo lungo riferire; se non che, escluso il Giovanni di Bartolo, resta ancora da vedere chi furono gli artefici nominati nell'iscrizione: _Johannes Bartolus et genitor_. Ed è strano come il nostro critico abbia avuto sotto gli occhi l'identificazione e non l'abbia compita. Glielo impedì l'aver voluto, contrariamente alle concordi affermazioni dei cronisti, distinguere gli autori del Busto da coloro che eseguirono lo _Scrigno_ dove si custodiscono, in sette teche d'argento dorato e cesellalo di ottimo lavoro, le altre sparse membra della martire. Questo _Scrigno_ è una cassa a base rettangolare, con gli angoli tagliati e il coperchio a spigolo, rivestita internamente di velluto trinato d'oro ed all'esterno di lamine doppie d'argento vermicolato con figurine di santi a rilievo ed a cesello negli scomparti architettonici di stile gotico _fiammeggiante_: una fervida fantasia vi ha profuso i motivi ornamentali. Ora lo Sciuto Patti, leggendo negli _Emailleurs limousins_ di Maurizio Ardant, che Giovanni e Bartolomeo Vitale «andarono a Catania in Sicilia per ornare di smalti il reliquario di S. Rosalia», e che il padre di Bartolomeo, Bernardo, «vi sarebbe stato anteriormente a cominciare il lavoro», riconosce che questi Vitali, chiamati nell'isola, eseguirono lo Scrigno: opinione non contrastata dal facile errore nel quale cadde e--trattandosi di uno scrittore francese che si occupa di cose italiane--doveva cadere l'Ardant; dallo scambio, cioè, di S. Rosalia, patrona di Palermo, con la protettrice celeste della minore Catania. Ma, riconosciuti così in Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale gli autori dello Scrigno, e negato che i nominati _Johannes Bartolus et genitor_ del Busto fossero Giovanni di Bartolo da Siena e il padre suo, era ed è molto semplice e quasi necessario identificarli con Giovanni, Bartolomeo--o Bartolo che è tutt'uno--e Bernardo, padre, «_genitor_», per l'appunto, di Bartolomeo: tutti della famiglia Vitale, venuti da Limoges a Catania per attendere a questi lavori sacri. Intento a dimostrare, contrariamente alle concordi affermazioni di tutti i cronisti, che Busto e Scrigno non sono della stessa mano nè dello stesso tempo, lo Sciuto Patti non fece questa identificazione tanto naturale; alla quale non si oppongono gli argomenti da lui addotti per distinguer gli autori dello Scrigno da quelli del Busto. Se è vero, infatti, che esisteva in Catania un _Opus Scrinei_, una istituzione destinata a raccogliere fondi per la costruzione dello Scrigno, forse che bisogna perciò escludere come ordinatore del lavoro il vescovo Marziale e il suo successore Elia? Che cosa impedisce di ammettere che questi prelati, come ordinarono il Busto, così--coi denari dell'opera dello Scrigno--ordinassero quest'ultimo? Non è anzi naturale che commettessero insieme i due lavori--ed agli stessi artisti? Se dall'esame dello stile risultasse che le due manifatture appartengono a tempi molto distanti, certo la supposizione cadrebbe; ma lo stesso Sciuto Patti afferma che lo Scrigno mostra di essere «di alquanti anni posteriore» al Busto; anni tanto pochi, da far ammettere una «quasi contemporaneità», con la quale, appunto, egli spiega l'origine dell'opinione che vuole lo Scrigno eseguito, come il Busto, per commissione ed al tempo dei vescovi Marziale ed Elia. Di Bartolomeo Vitale è provata l'esistenza fino al 1401: se, dunque, la cassa «mostra chiaro di appartenere, al più tardi, agli ultimi anni del secolo XIV, ma più probabilmente ancora ai primi del XV», le date concordano. Il fatto che in questa cassa non c'è iscrizione o segno che accenni minimamente alla data del lavoro nè a coloro che lo ordinarono e l'eseguirono, conferma precisamente che esso nacque ad un tempo con la statua: inscritte nella base di questa tutte le indicazioni desiderabili in quei bruttissimi distici, gli artefici dovettero giudicare superfluo ripeterle in quella: se, invece, lo Scrigno fosse uscito da altre mani in altro tempo, il nuovo orafo avrebbe rivelato l'esser suo. E se, finalmente, mancando qualunque iscrizione nello Scrigno, lo Sciuto Patti vi ha trovato lo stemma di Catania e quello di casa Paternò, ciò vorrà dire che questa famiglia concorse all'opera, e che il lavoro fu eseguito in Catania: tutte cose che non escludono l'identificazione dei _Johannes Bartolus et genitor_ sottoscritti nel Busto coi Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale esecutori dello Scrigno. Una sola parte del quale--per esaurire l'argomento--è senza dubbio, come dimostra lo Sciuto Patti, di altra mano: il coperchio, dove si legge la data del _1579_; lavoro molto probabilmente di quel Paolo Guarna, catanese, a cui si debbono il bel reliquario del braccio di S. Giorgio serbato nel tesoro del Duomo e la stupenda porta del Tabernacolo nell'altar maggiore di S. Francesco.
[Illustrazione: IL FERCULO DI SANT'AGATA. (Fot. Castorina).]
[Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--BUSTO DI S. CATALDO.]
[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA--MAUSOLEO DEL VICERÈ DE ACUÑA.]
[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PARTICOLARE DEL MAUSOLEO DEL VICERÈ DE ACUÑA.]
[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PORTA DEL SACELLO.]
[Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: DECORAZIONE SOVRASTANTE ALL'ALTARE.]
Compiuto lo Scrigno, e continuando le oblazioni all'Opera appositamente istituita, si pensò, nella seconda metà del Cinquecento, di costruire una sontuosa macchina per trarvi, nella solenne processione annuale, le reliquie della Santa. Questa _Bara_, come è volgarmente chiamata, o Ferculo, ha la forma d'un tempietto, con un basamento dal quale s'innalzano sei colonne sorreggenti la vôlta o cupola: l'ossatura di legno ha un rivestimento di lamine d'argento in parte dorate; quelle della vôlta sono congegnate a scaglie o squame. Attorno allo zoccolo, in altrettante riquadrature, sono scolpiti a mezzo rilievo, da mano egregia, le scene del martirio e della traslazione; dagli orli inferiori della cornice pendono encarpi o festoni e lampade d'argento; sull'orlo superiore stavano infisse dodici statuette d'argento massiccio rappresentanti i dodici apostoli, ma una combriccola di ladri le portarono via, spogliando anche di molta parte dell'antico prezioso rivestimento la tre volte centenaria macchina, che la pietà dei fedeli volle poi restaurata. All'opera, compita in diverse età, contribuirono parecchi artefici, e primo di tutti, fra il 1540 e il 1550, essendo vescovo un Caracciolo, Antonio Arcifer o Archifel, figlio di Vincenzo, entrambi rinomati orafi catanesi; del quale Antonio sarebbero anche, secondo lo Sciuto Patti, i rocchi o terzi inferiori delle colonne, le specchiature a cesello che stanno fra i riquadri del martirio, e le graziose cariatidi di rame dorato che ornano lo stilobate. Mezzo secolo dopo, nel 1592, furono aggiunte le statuette a spese del vescovo Corionero, per opera d'un artefice di cui s'ignora il nome; più tardi ancora, intorno al 1638, la decorazione fu compiuta da Paolo Aversa, o meglio d'Aversa--cioè aversano, e non già catanese, secondo la correzione proposta dal di Marzo, il quale però attribuisce tutto il ferculo a questo artefice, facendolo lavorare al tempo del Caracciolo, quando invece gli sarebbe posteriore di più che un secolo.
[Illustrazione: SANT'AGATA ALLA FORNACE. (Fot. Martinez).]
[Illustrazione: IL MONTE DI PIETÀ DI S. AGATA. (Fot. Martinez).]
[Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--CANDELORA. (Fot. Ursino).]
E da secoli, ogni anno, ricorrendo la festa della Santa, il ferculo è tratto in processione. Questa festa è uno degli spettacoli catanesi più singolari: chi ha letto _La coda del diavolo_ di Giovanni Verga rammenterà ciò che ne dice il maestro novelliere: «A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma c'è in compenso la festa di S. Agata, gran veglione di cui tutta la città è il teatro». Il giorno 3 febbraio tutto il clero regolare e secolare, tutte le confraternite e congreghe pie--un tempo anche tutte le autorità municipali e governative--muovono dalla chiesa della _Calcarella_, dove i fedeli venerano la fornace dalla quale la martire uscì illesa, fino alla cattedrale, recando processionalmente l'offerta dei ceri. In coda al corteo, vistoso per le variopinte tonache e cotte dei seminaristi, dei preti, dei frati, dei canonici, dei vescovi, dei caudatarii, vengono le _candelore_, forse così chiamate dalla festa della Candelora celebratasi il giorno prima: pesanti macchine scolpite e dorate, colossali candelabri infiorati ed imbandierati, dove sono confitti gli enormi ceri offerti dalle varie corporazioni operaie. La sera di quello stesso giorno, schiere di devoti accompagnate da altrettante musiche scendono dai varii quartieri della città in piazza del Duomo; dove, dopo un'orgia di fuochi artificiali, cantano le laudi della Santa, e donde muovono poi a ripetere i cantici dinanzi alle case dei più ragguardevoli cittadini. Il domani all'alba, si schiude la cappella della Santa, disposta nell'abside minore di destra, che è uno dei cantucci della chiesa dove l'amante di cose d'arte trova da fermarsi più a lungo. La macchina centrale eretta sull'altare, rappresentante la vergine catanese incoronata dai Ss. Pietro e Paolo; la porta del sacello scavato nel muro di sinistra, adorna di colonnine sostenute da arpie ed a loro volta sostenenti una decorazione nel mezzo della quale è ripetuta la figura della Santa ritta sull'elefante; e nel lato destro il monumento sepolcrale di don Ferrante de Acuña, vicerè di Sicilia, sono le sole sculture della fine del Quattrocento che restino in Catania: opere di squisita fattura, segnatamente le teorie d'angeli che si svolgono nel fregio della macchina centrale. Dalla porta del sacello, chiusa da una doppia cancellata, i dignitari ecclesiastici penetrano nel ricettacolo, dove sono dipinte a fresco le figure di Giliberto e Goselino, e nella cui più recondita nicchia si custodiscono il Busto e lo Scrigno: questi sono tratti fuori, e dopo una breve esposizione sull'altare maggiore, sono disposti nel ferculo che aspetta alla porta della chiesa: allora al grave suono del campanone, fuso e rifuso cinque volte dal 1388 al 1614, e pesante più di mille chilogrammi, una folla di devoti insaccati in grandi tuniche bianche e col capo coperto da un berretto di velluto nero, trascina la Bara preceduta dalle _candelore_ per la cerchia delle antiche mura, troppo poca parte delle quali è ancora visibile qua e là, alla Marina, al Santo Carcere e in via del Plebiscito. Il giorno dopo, 5 febbraio, che è il giorno propriamente consacrato dal calendario romano a S. Agata, la stessa processione è ripetuta per le vie interne; in questa occasione le signore catanesi di tempi non troppo remoti--poichè ne serbano memoria anche i non troppo vecchi--esercitavano quel diritto di _'ntuppatedda_, o imbacuccata, sul quale il Verga impostò la già citata sua novella: tutte chiuse in grandi manti neri, con la testa anch'essa coperta, col viso nascosto, e lasciando vedere, per vederci, un occhio solo, esse andavano attorno e fermavano i loro parenti od amici, o i semplici conoscenti ai quali volevano giocare qualche tiro; perchè i cavalieri che le imbacuccate onoravano della loro scelta avevano il dovere di accompagnarle dovunque e finchè ad esse piacesse, e di soddisfare i loro capricci nei negozii, nelle botteghe dei confettieri e dei gioiellieri, senza poter sollevare un lembo del manto, senza poterle seguire quando si vedevano lasciati in asso, senz'altro mezzo di riconoscerle fuorchè quello di rivolger loro domande più o meno suggestive, alle quali esse rispondevano, come al veglione, con voce alterata, o non rispondevano affatto: singolare usanza, che dovette dar luogo a chi sa quante commedie e forse anche drammi, e degna di ispirare, prima che tramontasse, la bellissima novella di uno dei suoi ultimi testimoni.
[Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--LA «BARA» IN PROCESSIONE. (Fot. Martinez).]
[Illustrazione: PROCESSIONE DI S. AGATA. (Fot. Martinez).]
IV.
Oltre quelle parti del Duomo e degli altri edifizii sacri delle quali si è già ragionato, solo due architetture profane dei tempi di mezzo hanno resistito alle offese della natura e degli uomini.
Prima che i Lerida e la regina Bianca fondassero sulle rovine del tempio di Basco la Badia di San Placido, i Platamoni, nobilissima famiglia catanese oggi spenta, vi eressero nel XIV secolo le loro case: ne avanza un terrazzo, nel giardino della Badia, decorato esternamente con fasce a zig-zag (_chevron_), alternate di pietra vulcanica nera e di pietra calcare bianca. Nel centro, dentro una cornice a fogliami, campeggia lo stemma dei Platamoni, e sotto ricorrono quattordici piccole ogive sorrette da altrettante mensole e sotto-mensole: ogni ogiva racchiude graziose sculture a mezzo rilievo, rappresentanti fiori, frutta, conchiglie e teste umane.
[Illustrazione: BADIA DI SAN PLACIDO--TERRAZZO DI CASA PLATAMONE.]
[Illustrazione: CASTELLO URSINO. (Fot. Gentile).]
Il cimelio è interessante; ma senza paragone più notevole è un edifizio rimasto interamente in piedi: quel castello Ursino che Federico II fece erigere da Riccardo da Lentini, architetto militare, contro la città. La vecchia rocca è ancora in piedi, ma quanto mutata dai tempi della sua potenza! La piccola Catania del medio evo ebbe anch'essa qualche giorno di gloria, quando la Corte angioina e l'aragonese vi si fermarono e quando vi si raccolsero i parlamenti siciliani: il castello fu appunto sede dei parlamenti e dei re. Allora esso avanzava in importanza lo stesso palazzo reale di Palermo; perchè, se il soldo dei due governatori era eguale, di trenta onze annue, mentre tutti gli altri della rimanente Sicilia ne riscuotevano soltanto dodici, diciotto o tutt'al più ventiquattro, i servienti o gente d'arme della reggia palermitana erano diciotto, quando il mastio catanese ne contava non meno di trenta. Tanta ne era l'importanza, che i vicerè di Sicilia non ebbero dai re di Spagna la facoltà di nominarne il comandante: il re personalmente provvedeva. Altro singolare privilegio era quello di innalzare due bandiere sulle due torri della fronte settentrionale, una per la val di Noto e l'altra per la val di Démone. Di queste due torri, quella a destra era chiamata appunto della _Bandiera_, la seconda del _Martorio_, perchè vi si dava la tortura; le altre due meridionali si chiamavano una della _Sala_ perchè contigua alla gran sala dei _Paramenti_ e l'altra del _Magazzino_, come adiacente al deposito dei congegni guerreschi. Per una scala cordonata si saliva ai quartieri del piano superiore: dalla porta _Falsa_ si usciva direttamente al mare, che prima dell'eruzione del 1669 batteva il fianco orientale della fortezza. Già gagliarda e reputata addirittura inespugnabile sin dalla fondazione, essa fu ingrandita da Federico d'Aragona di due battifolli, che più tardi, dopo le ricostruzioni del 1554, furono detti di S. Croce e di S. Giorgio: a S. Giorgio era dedicata la cappella costruita sotto la sala dei Paramenti e solennemente consacrata il 22 dicembre 1391 dall'arcivescovo di Monreale, alla presenza dei vescovi di Catania e di Nicastro.
E di quante drammatiche e tragiche vicende furono spettatrici le vecchie mura! Quanti vagiti di regali infanti e quanti gemiti di non meno coronati agonizzanti esse raccolsero! E quante torture di prigionieri e quanti supplizii nella prossima riva del mare, particolarmente ai sanguinosi giorni del Vespro! Qui pose la sua sede Giacomo d'Aragona, il re che «_ascutava tutti e si assittava 'ntra lu curtugghiu di lu casteddu e dava udienza a tutti e facìa la giustizia_». Qui si svolsero quei romanzi di cappa e spada che furono le vite della regina Maria, figliuola di Federico III aragonese, e di Bianca di Navarra, vedova del re Martino: romanzi pieni di innamoramenti, di gelosie, di fughe, di ratti, di congiure, di sollevazioni.... Finita l'indipendenza siciliana, ridotta l'isola ad una provincia spagnuola, la gloria del castello andò rapidamente scemando; poi la natura cospirò contro di lui: le lave del 1669 lo circuirono, ne colmarono i fossi, ne seppellirono le opere avanzate; il terremoto del 1693 lo rese inabitabile, quello del 1818 gli diede il colpo di grazia. Restaurato dopo i moti del 1837 contro la ribelle città, fu purtroppo rovinato come opera d'arte architettonica, e da allora ad oggi la rovina è continuamente cresciuta. Il primitivo scheletro, nondimeno, si rivela ancora nei muri grossi circa tre metri, alti più che 30, lunghi 63 per lato; nelle vôlte a crociera del vestibolo e delle sale inferiori delle torri; nelle robuste ogive impostate sui capitelli romanici delle colonne incastonate negli angoli dei muri; nella bellissima scala a chiocciola che lungo la piccola torre centrale porta al cammino di ronda. La decorazione esterna è quasi tutta distrutta; non restano se non, all'entrata, una piccola nicchia con arco trilobato, nella quale si vede un uccello strozzato--a giudizio dello Sciuto Patti alludente, come la decorazione della porta del Santo Carcere, alla punizione inflitta da Federico di Svevia alla città--e l'intarsio del Pentalfa o Pentagramma sulle finestre di levante: prova, a giudizio dello stesso archeologo, della cieca fiducia che lo Svevo riponeva nei cabalisti e nei loro segni, leggendosi nel libro di Saba Malaspina che il re, «mentre con sottili investigazioni indagava i segreti della natura, per modo onorava gli astrologi, i negromanti e gli aruspici, che, secondo le divinazioni ed auspici loro, il suo leggerissimo pensiero, a guisa di vento, or di qua ed or di là con celere moto vagava».
V.
E col castello finiscono le vestigia dell'antica Catania: tutto ciò che si vede in città non risale oltre il principio del Settecento, quando si pose mano alla ricostruzione dopo il terremoto del 1693. Non occorre dunque spiegare perchè il barocco trionfa in queste moderne architetture: un barocco che sotto l'influenza dello spagnolismo unito all'enfasi meridionale, gonfia le gote dei suoi mascheroni, moltiplica le cariatidi ed i puttini, distende ed allaccia i più pesanti festoni, aduna ed ammonticchia i più vistosi motivi decorativi. Barocche sono tutte le chiese, fra le quali particolarmente notevoli la Collegiata, regia cappella degli Aragonesi, l'aquila dei quali spiega ancora le ali sulla facciata ricca di colonne, di statue e di ornati; la Badia di S. Agata, con le finestre difese da grate panciute e traforate; la chiesa dei Crociferi, esempio di architettura gesuitica; quella di S. Placido, e via dicendo.
[Illustrazione: PORTA GARIBALDI. (Fot. Brogi).]
[Illustrazione: LA COLLEGIATA. (Fot. Gentile).]
Di bell'effetto, con le sue linee mosse, è la porta Garibaldi, più conosciuta tra i popolani col nome di porta del Fortino, e chiamata ufficialmente Ferdinanda al tempo della sua costruzione, che avvenne nel 1768, a solenne memoria delle nozze di Ferdinando III, o I che dir si voglia, con Maria Carolina d'Austria. È d'ordine toscano e dorico, con otto pilastri geminati, dei quali quattro reggono l'architrave e gli altri i trofei.
[Illustrazione: BADIA DI S. AGATA. (Fot. Grita).]
La _Loggia_, il palazzo comunale che delle antiche logge o pergole, dove il civico consesso si adunava nei tempi di mezzo, serba il nome soltanto, sostituì il crollato palazzo senatorio, nel 1741; della metà del Settecento è anche il collegio Cutelli, ora trasformato in convitto nazionale: Mario Cutelli, gran signore e giureconsulto egregio, destinò le sue rendite alla istituzione di questo collegio «all'uso di Spagna», in un tempo nel quale la moda spagnuola imperava, e lo stesso fondatore scriveva in castigliano la sua curiosa _Catania restaurada_.
[Illustrazione: CHIESA DI S. FRANCESCO. (Fot. Martinez).]
[Illustrazione: CHIESA DEI CROCIFERI. (Fot. Gentile).]
Prima del Cutelli, e dopo la lunga notte del medio evo, i buoni studii erano rifioriti in Catania, dove sorse la prima università di Sicilia, il _Siculorum Gimnasium_. Per concessione di Alfonso d'Aragona, il 28 ottobre 1434 fu decretata la fondazione dello Studio generale, eretto dieci anni dopo, quando il papa Eugenio IV spedì la bolla accordante alla scuola catanese tutti i privilegi largiti alle università italiane e particolarmente alla bolognese. Questo Studio fu per qualche secolo il solo dove la gioventù siciliana potè addottorarsi: di qui la nuova reputazione di sapiente che fu goduta dalla città e che il Tasso confermò nella _Conquistata_:
O di Catanea, ove ha il sapere albergo...
[Illustrazione: CHIESA DI S. PLACIDO. (Fot. Grita).]
Il palazzo universitario, eretto dapprima dove ora s'allarga la piazza del Duomo, fu poi noi 1684 demolito e ricostruito nella piazza da allora detta degli Studii; ma dopo nove anni, quando l'interno dell'edifizio non era ancora assestato, il terremoto lo travolse dalle fondamenta; la nuova costruzione, di linee molto eleganti, più volte rafforzata ed in parte rifatta per l'altro terremoto del 1818, non ha ancora un secolo di esistenza. Ed una quantità d'istituti se ne sono a poco a poco, con l'accrescersi dei gabinetti, staccati; buona parte hanno posto la loro sede nel recinto del convento dei Benedettini.
[Illustrazione: COLLEGIO CUTELLI. (Fot. Martinez).]
[Illustrazione: PALAZZO MUNICIPALE. (Fot. Gentile).]
[Illustrazione: PIAZZA DEGLI STUDII E PALAZZO DELL'UNIVERSITÀ. (Fot. Gentile).]
[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--FACCIATA PRINCIPALE. (Fot. Brogi).]
[Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--CHIESA DI SAN NICOLA.]