Castel Gavone: Storia del secolo XV

Chapter 9

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Tutto andò francamente come avea disegnato il marchese. Prima a dar dentro furono gli uomini di Barnaba Adorno, dalla parte di San Fruttuoso. Giunsero senza intoppo sino all'orlo del fosso, lo colmarono con fascine, tempestarono di colpi la stecconata, e fecero impeto nel battifolle. Ma lì, a poca distanza dalle prime difese, l'ingegno acuto di messer Pietro avea seminato i tranelli, facendo scavare carbonaie e bocche di lupo, nelle quali cascarono molti assalitori a rinfusa. Lo scompiglio fu grande e poco il danno degli assedianti, che tosto si fecero addosso ai malcapitati ed appiccarono la zuffa.

Messer Pietro, dati i comandi più urgenti a spronare il coraggio de' suoi, e lasciato in quel luogo il cugino Nicola, si partì dallo steccato di San Fruttuoso per correre indietro, a Vigna Donna. Il suo disegno non era stato indovinato dal marchese, appunto perchè era il più semplice. Pietro aspettava quell'assalto notturno, e volea trarne profitto, per mostrare ai nemici la saldezza delle opere sue. Ora l'assalto dato a San Fruttuoso, sulla fronte ristretta e quasi cuspidata del campo genovese, non gli pareva che una finta, laddove il gran colpo doveva esser ferito sul fianco, alla bastita di Vigna Donna.

Nè s'ingannava. Sorprese e rovesciate la scolte, si scagliava appunto allora il marchese sullo steccato. Rami, sarmenti, pietre, e quanto poteano avere alle mani, tutto gittavano i suoi fanti animosi nel fosso, per far la colmata. Incitandoli coll'esempio, fu egli il primo a scrollare con braccio poderoso i pali, a romperne la traversa a replicati colpi di scure, balzar dentro del varco, faticosamente aperto nel palancato, e, menata a tondo l'arme villana, incignare gagliardamente l'attacco.

Ma se per avventura fu terribile il colpo, non riuscì la difesa men fiera. Al grido delle scolte, allo strepito dei nemici accorrenti, si erano levati in armi i soldati genovesi e colle partigiane spianate venivano incontro a quelle bianche fantasime, piombate allora nel campo. Dàlli, dàlli! San Giorgio e Fregoso! Ammazza, ammazza! San Giorgio e Carretto! E la mischia s'impegnò d'ambe la parti accanita.

Messer Pietro, uomo di partiti se altri fu mai, per mettere lo scompiglio in mezzo ai nemici e far vedere in pari tempo alla sua gente come pochi fossero costoro e in poco spazio ristretti, comandò di portare innanzi fascine incatramate, appiccarvi il fuoco e gittarle a tutta forza di là dalla chiusa. I molti che ancora non avevano potuto penetrarvi e che facean ressa al palancato, sopraffatti da quella pioggia di fuoco, dovettero dare indietro solleciti e sparpagliarsi pei campi; intanto una torbida luce rischiarò gli assalitori alle spalle e mostrò ai genovesi quanto poco di terreno avessero, con tutto il loro impeto, guadagnato i nemici. Frattanto il Picchiasodo, che non avea niente a fare del suo mestiere, e sempre si doleva di stare colle mani alla cintola, imbattutosi in una catasta di pali aguzzi che erano avanzati agli artefici, prese, colla fretta di un uomo che lavorasse a cottimo, a sfrombolarne gli assalitori. Volavano i tronchi l'un dopo l'altro, rombavano in aria, cadeano nel fitto dei combattenti, ammaccavano le cervelliere, rimbalzavano sulle braccia, chi coglievano di punta e chi di schiancio, facendo ognun d'essi il lavoro di quattro soldati. Anche il marchese Galeotto ebbe a saggiarne la forza, che uno di quegl'insoliti verrettoni gli portò via netta la scure dal pugno. Anselmo Campora seguitava a picchiare (e come sodo!) mostrando coi fatti di non averlo scroccato, il suo soprannome di guerra. E intanto, dàlli, dàlli, ammazza, ammazza, le grida cozzavano come i ferri; San Giorgio e Fregoso, San Giorgio e Carretto s'incontravano in aria, accompagnati salivano al cielo.

Il povero santo delle battaglie sicuramente udì quelle invocazioni notturne, dal luogo de' suoi celesti riposi; ma io porto opinione che egli, per non sapere a cui porgere orecchio, tagliasse corto, dicendo che la notte è fatta per dormire, e si voltasse dall'altro lato, lasciando a' suoi divoti la cura di levarsi d'impaccio da sè.

Grande fu l'uccisione da ambe le parti. Ma gli uomini di Galeotto non potevano, con tutta la loro maravigliosa prodezza, fare un passo più oltre, serrati com'erano e oppressi da una moltitudine di nemici. Oltre di che, dalla parte di San Fruttuoso era cessato il frastuono delle voci e dell'armi; segno che Barnaba non avea potuto sfondare la cerchia dei Genovesi e aprirsi l'adito fino ai compagni d'attacco.

Allora Galeotto comandò la ritirata, e, perchè non avesse a mutarsi in dirotta, con un pugno de' suoi migliori la protesse egli medesimo fin oltre il fosso; indi, col favor delle tenebre, nè volendo messer Pietro arrisicare i soldati in una caccia notturna, potè ricondursi in salvo a Calvisio. I Genovesi profittarono delle ore che ancora avanzavano al romper dell'alba, per isgomberare il fosso e rifar lo steccato.

Passarono quattro o sei dì senza cose notevoli. Messer Pietro faceva le mostre di dormire. Sapeva prodi i Finarini e, da buon capitano, mirava a stancarli, a condurli allo stremo, senza spreco de' suoi. Il Picchiasodo solea dire che messer Pietro faceva come la gatta di Masino, che chiudeva gli occhi per non veder passare i sorci; e frattanto si struggeva di quella inerzia apparente.

Un giorno, usando di quella dimestichezza che aveva col capitano generale (dimestichezza nata nel vivere un tal po' brigantesco, che anni addietro aveva fatto con esso lui su quel di Novi) se ne lagnò apertamente con messer Pietro, padrone suo riverito.

--I pigionali della colombaia,--diceva egli, accennando ai difensori di Castelfranco,--son liberali a lor posta, mandandoci ad ogni tratto qualche regaluccio coi màngani, e a me la mi cuoce, di non poterli rimeritare con qualche pera zuccherina del nostro orto. Anche la signora Ninetta ne ha, son per dire, uno spasimo, e se la mi crepa un giorno o l'altro, state sicuro che gli è proprio di stizza.--

La signora Ninetta era, come il lettore arguto avrà indovinato alla prima, una bombarda, e aggiungerò la più bella del campo e la prediletta di Anselmo Campora, che amava caricarla e darle il fuoco egli stesso, senza aiuto di valletti.

--Chètati, via;--gli disse di rimando messer Pietro;--c'è tempo a tutto. Prima di metter mano alle artiglierie, dobbiamo impadronirci della Marina e piantarci saldamente a cavallo. Che diresti di me se, mentre tu fossi qua a sfrombolare quella colombaia, come la chiami tu per dispregio, non ricordando che l'hanno murata i Genovesi tuoi padri, io lasciassi calare quattromila uomini a far impeto sui tuoi passavolanti, cortane e falconi, in un luogo dove non potrei certo spiegare tutta la mia gente in battaglia?

--Voi dite sempre bene, messer Pietro, e meglio operate;--rispose il Picchiasodo;--ma infine, sapete, amor di padre....

--Sì, sì, lo capisco;--interruppe l'altro ridendo,--Dirai dunque alla signora Ninetta che stia di buon animo, e si risciacqui la bocca, che presto avrà da usare tutti i suoi vezzi e le sua moine più dolci.--

E messer Pietro mantenne la parola. Nella notte sopra l'Avvento, assicuratosi con una grossa guardia di fanti dalla parte di Calvisio, che il nemico non s'attentasse di molestarlo sui fianchi, s'inoltrò verso la Marina col grosso dell'esercito. Da Castelfranco udirono lo scalpiccìo di quella grande passata; ma, per la notte buia non potendo aggiustar la mira, poco o nissun danno arrecarono coi verrettoni e coi sassi alle spedite compagnie del Fregoso.

Il marchese Galeotto, col fiore de' suoi combattenti, aspettava il nemico alle prime case della Marina. Furioso lo scontro; accanita la pugna; i Finarini fecero miracoli di valore per una intiera giornata. Quivi si segnalò Paolo Adorno, nipote di Barnaba, combattendo a corpo a corpo con Giovanni di Cuma, che fu balzato d'arcioni e campato a fatica dai suoi serventi e compagni.

Vantaggio di quella giornata, in apparenza, nessuno. I Finarini, a maggior sicurezza e fors'anco ad insidia, si ritrassero sotto le mura del Borgo; i Genovesi, padroni della Marina, non ardirono di mettervi il campo, e solamente vi collocarono alcuni drappelli per invigilare il nemico.

Per altro, messer Pietro si sentiva oramai da quella parte aver le mani più libere, e allora comandò ad Anselmo Campora di condurre innanzi le artiglierie, per battere finalmente il castello.

Erano queste artiglierie, con nome vecchio, una cosa nuova, cioè vere armi da fuoco, non più macchine da trarre per forza di contrappeso, o di tensione, come usavasi dapprima. Una polvere infiammabile, che alzava per la propria virtù esplosiva corpi leggieri in cui fosse rinchiusa, era conosciuta dugento e più anni addietro; ma per assai tempo si restrinse a far volare certi razzi, nè fu usata ad avventar palle e saette, se non intorno al 1300. I cannoni, le spingarde, gli schioppi, che furono le prime armi da fuoco, erano canne di bronzo, e di non grave dimensione, adattate ad un fusto di legno. Semplici in principio e quasi manesche, le nuove artiglierie s'ingrandirono man mano e si fecero più complicate. La bombarda, ad esempio, che fu la più grossa e che apparve dopo la prima metà del secolo XIV, constava di due parti disuguali; l'anteriore, chiamata tromba, era una specie di mortaio di forma conica, a cui s'adattava un gran sasso ritondato e ravvolto in pelle, o tela cerata; la posteriore consisteva in un cilindro, in cui si metteva la polvere, e dicevasi mascolo, per essere in quella il maschio della vite che collegava i due pezzi. Nè sempre la carica si faceva con un sasso, ma altresì con un cartoccio di scaglia, fasci di verrettoni, fuochi artifiziati, bigonci di sassi, canestre, sacchetti d'ogni minutaglia, o fosse di piombo, o di ferro.

Colla bombarda si apriva la breccia nelle muraglie e nei ripari nemici; ma, essendone i tiri troppo rari, usavasi tener lontani dalla breccia i difensori, facendo spesseggiare colà i colpi d'artiglierie minori, che erano bombardelle, falconi, colubrine, cerbottane, ribadocchini. Inoltre, una bombarda di mezzana grandezza dicevasi cortana; passavolante la bombarda più lunga.

Toglievasi la mira con due traguardi, collocati alle due estremità della tromba, e alzando e abbassando la parte anteriore del pezzo, con piuoli, o zeppe di legno. La vite di mira doveva essere un trovato del moltiforme ingegno di Lionardo da Vinci. La carica, poi, non si accendeva colla miccia, bensì con ferro rovente, in forma di uncino, che si accostava al focone. Ad ogni colpo fatto, la canna si rinfrescava, ungendola d'olio, od anco di aceto; più tardi l'acqua giustamente prevalse.

Usavasi anche il mortaio solo, senza la tromba, sotto il nome generico di bombarda; e forse fu questa la sua forma più antica, che sottentrò ai màngani, ai trabocchi, alle briccole, ingegni di vecchio stampo, che tutti traevano, come il mortaio, in arcata.

La difficoltà di maneggiare queste armi, il tempo soverchio che si spendeva a caricarle, ed anche in parte il pericolo che c'era a trattare la polvere, furon cagione che l'uso di que' graziosi ordigni per lunga pezza stentasse a volgarizzarsi e che per quasi tutto il secolo XV l'arte della guerra non n'avesse mutamenti essenziali. In molti luoghi i trabocchi e le briccole durarono a fronte delle spingarde e dei falconetti. Genova, ad esempio, non ebbe bombarde fin dopo la guerra di Chioggia. Il Giustiniani lo nota espressamente in due luoghi, accennando la moltitudine delle bombarde veneziane «ritrovate di nuovo per questo tempo (1379)» e, aggiungendo più sotto, «l'uso delle quali non avevano ancora i Genovesi.»

Tre di questi ingegni poderosi furono adunque tirati avanti, per comando del capitano generale, e il buon mastro dei bombardieri li fece collocare di fronte al castello. Altri ne furono piantati lì presso, ma di minor mole, detti cerbottane e falconi, e la mattina del 10 di gennaio incominciò la serenata, come il Picchiasodo la chiamava, in quel suo stile faceto che i miei lettori conoscono.

Dominava il concerto la signora Ninetta, che ad ogni colpo gettava un sasso di cinquecento libbre. Il suo primo saluto andò a dirittura a cascare dentro il castello, come impromessa di altri, non meno aggiustati ed efficaci, che dovevano uscire dalla sua bocca d'oro.

E questi non si fecero molto aspettare. Anselmo Campora (ho già detto che il cavalier servente della signora era lui in persona) levò una zeppa di legno di sotto alla gola della, bombarda, le abbassò il mento d'altrettanto spazio, le fece posar tra le labbra una di quelle giuggiole che ho detto di sopra, tolse l'uncino rovente dal braciere, l'accostò al focone, e tonfete, mandò il secondo saluto al castello. La palla imbroccò il parapetto e, rotolando giù dalla cortina, si trasse dietro una rovina di pietre. Un lembo di parapetto, colle sue caditoie, era spiccato dal sommo delle mura.

Intanto che questo accadeva sotto Castelfranco, il Vecchia da Lodi, co' suoi cinquecento fanti e una ventina di cerbottane, portate dagli scoppiettieri in ispalla e munite d'un piede da porle in terra quando occorresse di trarre, s'inoltrò dalla Marina fino ai prati dell'Altino, che sono a mezza via tra il Borgo e la spiaggia del mare. I lettori hanno già pratica del luogo; io aggiungerò che il Picchiasodo, saputo del comando dato al suo compagno d'armi, gli aveva raccomandato di salutargli tanto e poi tanto un certo ostiere suo amico, e di farsi dare un fiaschetto di quella malvasia, che teneva in serbo, per gli uomini di conto.

Ohimè, povero mastro Bernardo, _quantum mutatis ab illo_! La frasca e l'insegna ce le aveva tuttavia sul portone; ma da parecchie settimane non vendeva più vino e l'accoglienza era triste. Gli ultimi fiaschi glieli avevano bevuti gli uomini del marchese, tornando dal combattimento alla Marina, e se egli non si era ritirato ancora nel Borgo, ciò doveva attribuirsi ad amore del suo povero nido e ad una tal quale superstiziosa idea che la sua fuga dovesse tornare di mal augurio alla patria. Fino a tanto che io sarò qua, pensava egli nel suo corto cervello, non ci verranno a squadronare i genovesi; e dopo tutto, chi terrebbe d'occhio queste quattro panche e questi quattro caratelli vuoti?

Fu un brutto quarto d'ora per mastro Bernardo quello in cui i soldati genovesi comparvero all'Altino e fecero capo alla sua osteria. Ben si provò il dabben uomo a sorridere e a fare inchini a tutte quelle facce proibite (almeno, secondo lui, avrebbero dovuto esserlo in ogni paese ben governato); ma quando il comandante di tutti que' diavoli scatenati gli ebbe detti i saluti e l'imbasciata del Picchiasodo, di quell'arnesaccio che lo aveva fatto cantare da quel babbio ch'egli era e che oramai sentiva di essere, il povero mastro Bernardo fece a dirittura una smorfia.

--Maledetta lingua!--borbottò egli tra i denti.

E borbottò ancora di più, quando, sotto pretesto di cercargli il vino che non aveva, quei furfanti si sparpagliarono qua e là per la casa, sguisciarono in cantina e gli sfondarono le botti, che non ci avevano colpa.

Per contro, siccome ogni ritto ha il suo rovescio, mastro Bernardo ebbe in quel medesimo giorno vendetta allegra di tanto dispetto. Sui prati dell'Altino, il Vecchi da Lodi si scontrò nei soldati del Finaro e lì, fino a tarda sera, altro che botti sfondate! Cento cinque genovesi restarono, tra morti e feriti, sul campo. Dei Finarini, che erano appostati in luoghi eminenti, o coperti, pochi furono feriti, e questi dalle cerbottane, coi lor tiri di rimbalzo e lontani.

San Giorgio, come si vede, tirava innanzi a dormire.

La mattina vegnente, il Vecchio Calabrese co' suoi duecento uomini andava in aiuto al Vecchia di Lodi, e ambedue, con impeto temerario, s'inoltravano fin sotto le mura del Borgo. Simili spacconate eran comuni in que' tempi. La grande mobilità delle fanterie leggiere, e la nissuna delle nuove artiglierie, che sole avrebbero potuto tenere in rispetto gli audaci, consentivano di correre molto paese innanzi e indietro, senza fare e senza ricevere gran danno. Questo, come disse il poeta, «era il costume dei braveggiatori, che fan poche faccende e gran rumori.»

Senonchè, stavolta i braveggiatori s'erano spinti troppo sotto, e balestroni, e spingarde, e cerbottane (che anco di quest'armi da fuoco ne aveano qualcheduna al Finaro) mandarono un tale diluvio di roba assaettata sui malvenuti, che questi furono costretti a voltar le calcagna, e molti, anzi, non fecero a tempo.

Ma di queste e d'altre maggiori perdite d'uomini, poco importava al capitano generale. Con simili scascamuccie e affrontamenti quotidiani, egli teneva a bada il nemico, e, meglio ancora, lo aveva sempre sotto la mano; frattanto serrava i panni addosso a quelli altri che difendevano Castelfranco.

Nello spazio di otto giorni, la signora Ninetta e le due altre comari che le facevano compagnia, gittarono su quel povero baluardo la bellezza di cento sessantatre nespole. Per una bombarda, a que' tempi, sei o sette colpi al giorno erano un bel trarre, e ne ho detto le ragioni più sopra. Le mura erano così profondamente scombussolate, che non poteano più reggersi; e ad ogni nuovo colpo ne crollavano con alto frastuono larghissime falde. Già sui parapetti e lungo i ballatoi non si poteva più stare.

Come il Fregoso vide in tal guisa avviato il lavoro del Campora, mandò sotto le mura un araldo. Allo squillar della tromba, Antonio Del Carretto, il difensore del castello, si affacciò sulle macerie.

--Per comando dell'illustrissimo capitano generale dei Genovesi, messer Pietro Fregoso, vi è intimata la resa;--disse l'araldo;--fatelo, e sia pel vostro meglio; se no, tra due ore si dà la scalata e non isperi allora di aver salva la vita nessuno.

--Di ciò non mette conto parlare;--rispose Antonio, con piglio tra non curante e faceto.--La guerra è cosiffatta, e cui non garba il giuoco stia co' frati e zappi l'orto. Dite piuttosto, che patti ci fa il vostro capitano, se noi si rende questo mucchio di pietre?

--Libera uscita,--soggiunse l'araldo,--e portando tutti con voi le armature; ciò consente messer Pietro Fregoso, in segno d'onoranza al valore.--

Il bravo Antonio rimase un tratto sopra pensiero. Gli cuoceva di dover cedere e tuttavia ben vedeva di non poter resistere più a lungo. Per sè, avrebbe forse rifiutato; ma il patto era onorevole pe' suoi compagni, e certo, poichè la difesa avea toccato agli estremi, meglio valeva portare a Galeotto cinquanta animosi soldati, che seppellirglieli sotto le rovine d'un castello perduto.

Così pensando, chiese ancora che gli si concedesse tempo fino al giorno di poi; avrebbe reso il castello, se nello spazio di ventiquattr'ore non gli giungeva soccorso. Messer Pietro gli fu tanto cortese da recarsi egli in persona sotto le mura, per rispondergli che non poteva contentarlo. Galeotto era chiuso nel Borgo e i Genovesi padroni della vallata; cedesse adunque, accettasse i patti larghissimi da lui consentiti a un così prode nemico, e co' suoi occhi medesimi, nel tragitto dalla Marina al Borgo, si sarebbe sincerato della sfidata condizione in cui era.

Antonio ben vide che non gli restava altro scampo e si arrese. Ebbe all'uscita tutti gli onori che un esercito vittorioso potesse rendere al valore sfortunato, e mentre nel campo di San Fruttuoso le bombardelle e i falconi facevano gazzarra per questo primo trionfo delle armi genovesi, egli si ridusse malinconico al Borgo, coi suoi sessanta compagni, la sera del 18 gennaio.

--E uno!--aveva detto il Picchiasodo, palpando amorosamente il collo della signora Ninetta mentre i difensori di Castelfranco passavano muti e dimessi davanti alla loro capitale nimica.--Or viene la volta di castel Gavone.--

L'incontro di Antonio col marchese Galeotto alle porte del Borgo fu commovente. Antonio, triste e raumiliato, quasi non ardiva alzar gli occhi a guardare il cugino; ma Galeotto gli andò incontro con piglio amorevole, lo abbracciò e di altro non ebbe cura che di confortarne lo spirito.

--Di che vi accorate, cugino, quando io trovo nella vostra difesa argomento a sperar bene del futuro? La resistenza di Castelfranco ci ha fatto guadagnare un mese di tempo. La lega dei nostri congiunti ha avuto agio a raccogliere gli aiuti, che mi si annunzia esser pronti a Garessio. Anche di Francia ne aspetto. Noi qui possiamo tener saldo un anno, e in un anno molte cose possono accadere a Genova e altrove.--

Le parole di Galeotto furono molto lodate, come quelle che facevano testimonianza d'animo grande e in pari tempo avveduto.

A rinfrancare vieppiù lo spirito de' suoi, quella medesima notte egli fece dal Borgo una vigorosa sortita generale. Antonio gli aveva detto non esser gran gente nella vallata, e Galeotto ne approfittò. Ributtate le prime schiere genovesi, piombò sulla Marina prima che il nemico avesse potuto raccapezzarsi, e fu tale la furia, che egli pervenne senza contrasto alla riva del mare, dov'erano tirate in secco alcune feluche e fregate corriere. Tosto i soldati vi balzano dentro a farvi bottino, e per fermo v'appiccavano il fuoco, se l'impresa non portava via troppo tempo; indi, con larga preda e buon numero di prigioni, se ne tornano indietro.

Comandava la spedizione Francesco del Carretto, figlio a Corrado e cugino di quel Marco, signore di Osiglia, che segretamente se la intendeva coi Genovesi. Galeotto lo aveva nominato suo capitano generale, in omaggio alla Lega, di cui aspettava, siccome ho detto, gli aiuti.

Con questo colpo audace si ricattarono i Finarini della resa di Castelfranco. Già l'ho detto e ripetuto; san Giorgio ancora non avea preso partito. E lo spirito conturbato di mastro Bernardo aveva, nel giro di pochi dì, una seconda consolazione. A farlo pienamente felice mancava tuttavia che un certo Anselmo Campora fosse preso e impiccato per la gola.

Ma già, contenti in tutto, a questo mondo, trovarli!

CAPITOLO VII.

Come Giacomo Pico parlasse a madonna Nicolosina e qual risposta ne avesse.

Riposiamoci un tratto dai combattimenti e dai pensieri di guerra. Il castello Gavone, lontano ancora da queste gravi molestie, c'invita. Lassù, in una camera alta del torrione dell'Alfiere (che guarda alla marina da ponente, come il torrione della Madonna a levante, mentre gli altri due, del Marchese e della Polvere, guardano, nello stesso ordine, dalla parte di tramontana) c'è il nostro Giacomo Pico, seduto la maggior parte del giorno su d'una scranna a bracciuoli, nella strombatura d'una smilza finestra, dond'egli beve la tiepida luce del sole.

La perdita del sangue lo ha infiacchito, lo ha reso bianco in volto come un cencio lavato; ma infine, quel che gli ha tolto di forza e di fierezza, gli ha aggiunto, in una certa misura, di leggiadria. Dico in una certa misura, intendiamoci; che non aveste a pigliarlo in iscambio d'un fior di bellezza, nato lì per lì e sbocciato sotto la penna dello scrittore, per comodità delle sue invenzioni. Vo' dire soltanto che il ruvido giovinotto s'era in quella occasione raggentilito di molto e che aveva fatto una ciera, da pigliarci amore le donne a cui piacciono le pallidezze e i languori.

Madonna Nicolosina e madonna Bannina, figlia e madre, come sapete, consolavano spesso di lor presenza il ferito. La Gilda andava e veniva, aliava a guisa di farfalla, e trovava modo, ora con un pretesto, ora con un altro, di essergli sempre dattorno. Nè ciò gli sarebbe dispiaciuto (perchè una bella ragazza non fu veduta mai di mal occhio da alcuno) se a lui da molti giorni non avesse pigliato la smania di restar solo, almeno per dieci minuti, con madonna Nicolosina.