Castel Gavone: Storia del secolo XV
Chapter 6
--Che diamine m'andate voi latinando?--gridò il Picchiasodo imbizzarrito.--Sareste voi chierico, per avventura?
--Eh! un pochino;--rispose quell'altro, facendo bocca da ridere, ma senza averne gran voglia.--Ho scombiccherato qualche foglio di carta presso un notaio, e mi capirete....
--Sì, capisco alla prima che ci avete inchiostro per sangue, dentro le vene.
--Oh, mi meraviglio!...--sclamò il Sangonetto; rizzando la testa.
--Orbene, vediamo dunque che cos'è; fuori lo spiedo!--
E così dicendo il Picchiasodo trasse la spada dal fodero.
--Fuori, e sia; fuori dunque!--ripetè il Sangonetto, che già più sapeva a qual santo votarsi.
E messe mano al suo coltellaccio. Ma qui per fortuna gli venne trovata la gretola.
--Ecco il mio spiedo!--diss'egli, con aria di trionfo.--Voi ci avete la spada d'Orlando, e vi fa comodo di metterla fuori; io, colto alla sprovveduta, non ci ho che un coltello da caccia; vedete!--
Il Picchiasodo rimase lì grullo per un istante a guardarlo. Ma egli non era uomo da smarrirsi per così poco, e trovò subito uno spediente da rimediare allo sconcio.
--Oh, non importa!--rispose.--Date a me il coltello; io cedo a voi la spada d'Orlando.
--Ma....--balbettò il Sangonetto.--Non ci sarebbe generosità....
--Eh via! Non temete; con quel coltellaccio tra mani io mi riprometto di tagliarvi la punta del naso che avete rossa e lucente come una ciliegia marchiana.--
Fu questo per Tommaso Sangonetto il caso di vedersi perduto. Con quel diavolo d'uomo non la si potea vincere nè impattare.
Buon per lui che messer Pietro gli venne in aiuto.
--Anselmo!--diss'egli severo.--Lascialo stare; non c'è bisogno di combattere in quattro, dove la lite è soltanto tra due.
--Già, diteglielo voi, messere;--ripigliò il Sangonetto, ritornando da morte a vita.--Che bisogno c'è? Se ci fosse una ruggine tra noi, non direi di no... si potrebbe anche vederlo, questo taglio del naso. Ma la ruggine non c'è, come non c'è la ciliegia, con vostra licenza. Del resto, siamo sacri alla patria. Se foste un nemico.... un genovese....
--Ah! con quelli là ti sentiresti proprio di combattere?--domandò il Picchiasodo, con piglio sarcastico.
--Ma, sicuramente!--rispose il Sangonetto, facendo l'uomo a sua posta.
--Ci ho gusto, perbacco!--disse a lui di rimando il vecchio soldato.--Han da tremare, povera gente, quando ti vedranno in prima fila, colla tua cerbottana da passeri!--
Volea replicare, il prode Sangonetto; ma sì, a farne la prova! Quel maledetto vecchio lo guardava con certi occhi da spiritato!
Così perdette la ciarla Tommaso Sangonetto, come il Picchiasodo avea perso l'occasione di misurarsi con lui. Frattanto i due avversarii, che già stavano colle spade sguainate, si fecero in mezzo dell'aia, pronti a impegnare il combattimento.
Giacomo Pico ne aveva una voglia spasimata. Così almeno mostravano gli atti impazienti e le contrazioni del volto. Messer Pietro era a gran pezza più calmo, e la faccia atteggiata al sorriso dinotava, non pure il disprezzo del pericolo, ma eziandio la certezza della vittoria. E la pugna in sè stessa e l'occasione dond'era venuta, parevano cosa da scherzo per lui. Certo il valentuomo s'era trovato più volte a simili scontri, fors'anco a più gravi, e quello doveva parergli la cosa più naturale dal mondo.
Incrociarono le spade. Ma era scritto lassù che il combattimento non dovesse aver principio così presto.
Un grido li rattenne in quel punto e li costrinse a smettere. Era mastro Bernardo che compariva sull'uscio di casa, col vassoio de' bicchieri in una mano e col suo fiasco prezioso nell'altra. Mai fiasco e bicchieri furono raccomandati a più trepide mani, e ben se ne avvide il Picchiasodo, che, voltatosi a quel grido improvviso, fu sollecito a sostenere que' dolcissimi pesi.
--Per amor del cielo, messeri, che vuol dir ciò?--chiese l'ostiere, con voce tremebonda.
--Animo, via, mastro Bernardo!--entra a dirgli il Picchiasodo, con quel suo piglio burlesco.--Non si sforacchiano mica le tue botti, nè la tua pancia, perbacco!
--Oh, Gesummaria! che cos'è stato? Ah capisco, ora!--soggiunse il povero oste, ricordandosi.--Messer Giacomino.... Ah, maledetta lingua! Ma spero che non andrete più oltre.... Nella mia osteria!... E che dirà il magnifico marchese quando saprà che avete fatto uno sfregio a suo genero.... al magnifico signor conte di Cascherano.... a un gentiluomo di quella fatta? Nobilissimo signore, per carità, non date retta alle offese di quel giovinastro. È un matto, credetelo.... e ai matti non si presta orecchio.--
E intanto che così parlava a frasi spezzate, come voleva lo stato dell'animo suo, mastro Bernardo, aiutato e costretto dal Picchiasodo, gli veniva mescendo il vino nel bicchiere.
Giacomo Pico a cui rinfiammavano lo sdegno le allusioni matrimoniali dell'oste, perdette a dirittura la pazienza al sentirsi dare di giovinastro e di matto.
--Taci là, vecchio rimbambito!--gli disse, schizzando rabbia dagli occhi.
--Rimbambito a me? Sciocco presuntuoso.... villan rifatto.... serpicina riscaldata, per amor di Dio, dai nostri signori...
--Ohe, dico, mastro Bernardo, non mi spandere il vino; e' sarebbe peccato mortale!--gridò il Picchiasodo, affannandosi a rimettere in equilibrio il vassoio, che andava di qua e di là, secondo i movimenti impetuosi del vecchio stizzito.
--.... E v'hanno tirato su,--proseguiva mastro Bernardo, montando in furore,--vi hanno rimpannucciato, messo all'onore del mondo, perchè vi crescesse la superbia fino al punto di.... Ma vedete un po' l'ambizione! Credersi degno di sposare la figlia del marchese!... Un vassallo!... un servitore! Andate là, messer Giacomino; io sarò un vecchio rimbambito, ma voi....
Messer Pietro gli troncò il filo dell'invettiva. Ed era tempo; chè Giacomo Pico faceva già l'atto di correre colla spada addosso all'ostiere.
--Orsù, smetti, alla croce di Dio,--gridò messer Pietro,--e lasciaci aggiustare le nostre faccende come ci aggrada.--
A quelle parole di messer Pietro, l'ostiere chinò la fronte raumiliato.
--Magnifico signor conte....--diss'egli;--voi lo volete; obbedisco. Quanto a voi....--
E qui mastro Bernardo, che avea rivolta l'apostrofe al Bardineto, fece un gesto di minaccia, che doveva mostrare a Giacomo Pico com'egli, mastro Bernardo, non fosse per menargli buona così presto la sua pazza sfuriata.
Il Picchiasodo finì di chetarlo.
--Alla tua salute, degnissimo ostiere! Ma bevi anche tu; questo è contro la rabbia.
--Alla salute del signor conte!--rispose mastro Bernardo, alzando il bicchiere, che gli avea messo in mano il vecchio soldato.
E bevve, per contentarlo, ma guardando tuttavia a squarciasacco il Bardineto, che più non si curava di lui, intento com'era ad impegnare la zuffa.
Giacomo Pico era agile e destro. Il furore ond'era tutto invasato gli raddoppiava le forze. La sua lunga spada milanese balenava in alto e ruotava, scendeva a rovina sulla spada dell'avversario, si ritraeva veloce e tornava più veloce ancora all'assalto, cercando la via fino al petto di messer Pietro e non trovandola mai. Il suo nemico, immobile, sereno, quasi scherzevole, lo teneva a bada con fine artificio. I movimenti del suo ferro erano così scarsi e misurati ad un tempo, da lasciar credere ad uno spettatore inesperto che egli non facesse davvero. Per fermo, tanta era la sicurezza dell'occhio e tanta la perizia della mano, che l'una e l'altra consentivano a messer Pietro di baloccarsi un tratto con quella furia del suo avversario. Opponeva ai colpi il forte della lama; metteva a quell'altro di continuo la punta della spada sugli occhi, e non profittava mai del suo evidente vantaggio.
Il Sangonetto sudava freddo, si faceva piccin piccino, e di tanto in tanto socchiudeva gli occhi, quasi per non vedere la botta che doveva passare fuor fuori il suo malcapitato compagno.
In quella vece il Picchiasodo rideva. Egli conosceva il giuoco del suo signore come il fondo del suo borsellino in fin di mese, e quel suo riso tra beffardo e benevolo diceva chiaramente a tutti gli astanti: aspettate, or ora vedrete; il buono ha ancor da venire. Frattanto, per non rimetter nulla de' suoi godimenti, venia centellando il suo bicchiere di malvasia, e attraverso alla sottil parete di vetro i suoi occhi si godevano, anzi meglio, si succiavano quella scena deliziosa, che facea sudar freddo il Sangonetto e tremar le gambe e battere i denti a mastro Bernardo.
--Poveri a noi!--gli andava dicendo l'ostiere.--Che ne dirà il marchese?
--Che vuoi ci abbia egli a ridire?--soggiunse il Picchiasodo.--La ragazza, piuttosto, se ama quel tuo bell'arnese; poichè egli mi pare un uomo spacciato.
--Ah, messere, e potreste crederlo? Madonna Nicolosina?... Nemmen per sogno! Se ella avesse pensato mai a quel pazzo da catena, io, non fo per dire, avrei a saperne qualcosa. Mia moglie è zia della Gilda.... e per la Gilda non ci sono segreti. Vi giuro, messere, e voi ci potreste mettere la mano sul fuoco, che la fanciulla pensa a messer Giacomino, com'io a farmi frate, e le son tutte fisime che s'è messe in capo costui.
--Tu mi consoli;--rispose gravemente il Picchiasodo;--perchè infine, dico io, quando si prende moglie, bisogna avere un occhio al cane e l'altro alla macchia. Menar donna non gli è mica come a fallar la strada, che c'è sempre il rimedio di tornarsene indietro; una volta fatto il pateracchio, addio fave! chi le ha, son sue. Or dunque tu credi che madonna Nicolina.... come la chiami?
--Nicolosina, messere.
--Tu credi adunque che madonna Nicolosina non lo veda di buon occhio?
--Ma neanco per prossimo, starei per dire. Una savia e costumata fanciulla, che quel che vuole suo padre vuol lei! E poi, come supporre che una donnina a modo, e della sua levatura, si fosse invaghita di quel tanghero?
--Eh, quanto a ciò, se ne son viste tante, e il conte di Cascherano non sarebbe il primo.... Ma vedi il tuo messer Giacomino, come s'è invelenito! S'affanna per la gloria, il poverino! E se, per caso, le busca....
--Chi le ha, son sue!--sentenziò mastro Bernardo.
--Ah, bravo, tu mi fai l'eco!--ripigliò il Picchiasodo.--Ma guarda; le ha tocche davvero e son sue, questa volta.--
Queste ultime parole del vecchio soldato avranno detto al lettore che Giacomo Pico, dopo essersi lungamente e inutilmente affaticato per ferire il suo avversario, toccava egli invece una botta.
Si era adoperato per quattro, il povero Giacomo Pico; aveva messo l'ingegno e le forze, la rabbia e l'amor proprio alla prova, e non era venuto a capo di nulla. Messer Pietro, come si è detto, parava facilmente, senza scomporsi, senza riscaldarsi il sangue, e, contento di mandar vani i colpi del Bardineto, non profittava del suo vantaggio su lui. Sorrideva, frattanto sorrideva di continuo, come un vecchio schermidore che avesse a sostenere gli assalti d'un bambino, o d'un cieco. Ora, egli non è dire come quello eterno sorriso tornasse molesto al Bardineto, che se lo vedeva sempre sugli occhi, tra un guizzo e l'altro delle spade cozzanti. E non poter giungere fino a quel volto! e non poter mutare quel riso sarcastico in un ghigno di dolore! Venne un istante che egli, pur di cessare quel riso, avrebbe amato una puntata nel cuore. Fu per dolersene ad alta voce; ma gli parve viltà e si morse le labbra fino a dar sangue. Messer Pietro se ne avvide ed ebbe compassione di lui. Intendiamoci, ne ebbe compassione a modo suo, che tenero non era di cuore, e i tempi del resto non comportavano certo delicatezza di nervi. A que' tempi si dava il nome di misericordia ad una foggia di pugnale, e quello di grazia ad un certo colpo che finiva l'avversario. Così, e non altrimenti, fu compassionevole il cuore di messer Pietro, il quale, cessati gl'indugi, pigliò a sua volta l'offesa, si serrò addosso al nemico, e, sviato un maledetto fendente, che, giusta l'intenzione del feritore, doveva spaccargli la testa, corse veloce con un soprammano al costato di Giacomo Pico. Questi che troppo si era logorato le forze nei molteplici assalti, perdette il tempo, e giunse alla parata che già la punta nemica lo avea colto al sommo del petto.
La spada aveva forato il farsetto di cordovano come fosse di tela, e tornando rapida indietro aveva aperto la via ad uno spruzzo di sangue. Balenò un tratto il ferito, agitò con moto convulso le braccia, e mugghiando ferocemente stramazzò sul battuto.
Il Picchiasodo, com'era stato il primo ad avvedersi del colpo, così fu il primo ad accorrere verso il ferito.
Egli da tergo e il Sangonetto da piedi, lo sollevarono riguardosamente da terra e lo adagiarono sopra una panca, che in fretta aveva tirato innanzi mastro Bernardo.
--Ah, povero il mio Giacomo!--sclamò il Sangonetto, notando il pallore che di repente invadeva la fronte e le guancie del Bardineto.--Egli è morto!
--Eh, non tanta fretta a cantargli il deprofundis!--gridò il Picchiasodo.--Scusate, veh, messere dell'archibugio; io penso che voi non ne abbiate mai visto, de' morti.
--Sono stato alla guerra anch'io;--rispose il Sangonetto, mettendosi in gota contegna;--e la mia parte....
--Sia pure;--interruppe il Picchiasodo;--voi dunque capirete che, per sincerarsi della morte di un uomo, bisogna dargli la prova. Ohè, mastro Bernardo, qua il vino!
--Eccolo, messere!,--disse l'oste, raccattando sollecitamente il fiasco e un bicchiere da terra.
Il Picchiasodo prese il fiasco, e versò gravemente nel bicchiere quattro dita di malvasia.
--Da bravo, a voi;--disse poscia al Sangonetto, che sorreggeva il ferito;--sollevatelo un pochino, e mettetegli la mano sulla ferita, che non versi altro sangue; mastro Bernardo porterà un pannilino inzuppato d'acqua, d'aceto, di quel diavolo che vorrà.--
L'ostiere corse dentro ad eseguire il comando. Intanto il Sangonetto rialzava tra le sue braccia l'amico, e guardava stupefatto il Picchiasodo, non intendendo che diamine volesse egli fare di quel vino.
Il vecchio soldato lo levò subito di pena. Accostato il bicchiere alla faccia del Bardineto, gli messe l'orlo tra i denti e gliene fece andar giù una sorsata.
--Guardate; questa è la prova del vino. La scuola antica porta così. Ippocrate, capitolo quarto! Se il morto beve, gli è segno che vive.--
Per dar ragione ad Ippocrate, o, per dir più veramente, al suo burlesco discepolo, che inventava di pianta, il ferito riaperse gli occhi e diede in un gemito.
--Ah, lo vedete?--soggiunse il Picchiasodo, con aria di trionfo.--State di buon animo, messere dell'archibugio. Levategli il farsetto; chiudete per bene le labbra della ferita; fasciatelo strettamente con questo pannilino; date un altro bicchiere al medico (grazie, mastro Bernardo; questo lo bevo alla salute di tutta la brigata), e sarà accomodata ogni cosa. Vediamo un po', giovinotto; provatevi a respirare.--
Giacomo Pico, a cui erano rivolte le ultime parole del vecchio soldato, trasse un respiro senza troppa fatica.
--Lo dicevo io; non gli è nulla.... un buco che si stopperà facilmente! Io n'ho una mezza serqua seminati sulla pelle, e fo conto di tirare innanzi dell'altro.--
Frattanto messer Pietro, ricacciata la spada nel fodero, e dato un altro genovino all'ostiere, che non lo voleva a nissun patto, e che forse perciò, mentre si tirava indietro colla persona, sporgeva tuttavia la mano per prenderlo, si mosse alla volta del suo palafreno e fu in sella d'un balzo.
--È tardi, e dobbiamo guadagnare il tempo perduto;--diss'egli al Picchiasodo, che fu pronto a seguirlo.
Indi, accostando il cavallo alla panca su cui era adagiato Giacomo Pico, e fatto della mano un cortese saluto al suo avversario, gli disse:
--Messere, io vo' aiutare al vostro risanamento, più efficacemente che non abbia fatto Anselmo Campora, detto il Picchiasodo, capo de' miei bombardieri. Se voi foste stato più calmo quest'oggi, avreste di leggieri capito che chi viene per tornarsene subito indietro, non è certamente uno sposo.
--Che? come?--farfugliò il Sangonetto.
--Ah!--sclamò in pari tempo il ferito rizzando il capo e volgendo al suo vincitore uno sguardo da cui trasparivano in pari misura la curiosità e lo stupore.
--Sicuro;--ripigliò il cavaliere;--e avrei amato dirvelo, se non mi aveste sbarrata la strada e afferrate le redini del cavallo, cosa che non mi ha mai fatto impunemente nessuno. Ma basti di ciò. Avete incrociato il ferro con Pietro Fregoso, capitano dei genovesi all'impresa del Finaro. Se la vostra mala, sorte vi fa cadere in balìa dei nemici, ricordate che la tenda del capitano è un fraterno rifugio per voi, e che non vi bisogna riscatto.--
Con queste parole si accomiatò messer Pietro dall'osteria dell'Altino; indi, spronato il cavallo, si mosse verso l'uscio di strada.
Fu quello un colpo di fulmine a ciel sereno. Giacomo Pico sbarrò gli occhi, volle parlare, ma la commozione fortissima gli fece nodo alla gola. Balbettò alcune parole vuote di senso, e ricadde svenuto nelle braccia di Tommaso Sangonetto, che era rimasto mutolo, guardando ora il Fregoso, ora il Picchiasodo, ora l'ostiere.
Quest'ultimo, che pur dianzi, tutto ilare in volto ed affaccendato negli atti, si sprofondava in riverenze alla staffa di messer Pietro, fece tre passi indietro, a quella improvvisa rivelazione; inarcò le ciglia, strabuzzò gli occhi, spalancò la bocca ad un grido, e rimase là sbalordito, come se avesse visto la tregenda, o il diavolo in carne ed ossa.
Il Picchiasodo diede alla sua volta di sprone, per farsi alla manca di messer Pietro Fregoso, e si trovò per tal guisa a pari di quel simulacro della melensaggine.
--Orbene, mastro Bernardo;--gli disse, appoggiandosi sulla staffa verso di lui e assestandogli un buffetto sotto il naso;--che è ciò? Hai forse perduto la scrima?--
Il povero ostiere, che era stato cagione di tutto quel guaio e si vedeva canzonato per giunta, alzò sdegnosamente le spalle e torse gli occhi da lui.
--Sta di buon animo, via!--proseguì il Picchiasodo.--Ho il tuo ricapito e fo conto di ritornare. Tienmene in serbo un fiasco di quest'ultimo, che abbiamo a bercelo tra noi due, ciaramellando da buoni compari sul gotto.--
E ridendo a più non posso, Anselmo Campora, detto il Picchiasodo, capo dei bombardieri dell'esercito genovese, uscì alla sua volta di là.
--Ah sì, a ciaramellare!--ripetè mastro Bernardo stizzito.--Mi si tagli piuttosto la lingua!
--_Amen_!--soggiunse il Sangonetto, poichè furono soli.--E intanto, vediamo di aggiustare questa mala bisogna.
--Ah, messer Tommaso, tutto quel che vorrete;--gridò mastro Bernardo;--comandate, son qua. Maledetti! e dire che avevano un'aria così candida! Mangiavano e bevevano con tanto gusto!
--E tu hai bevuto più grosso di tutti, Bernardo; e non hai capito che coloro tiravano a scalzarti. E non basta; fors'anco pigliavano cognizione dei luoghi, e tu....
--Ah, non me ne parlate, messer Tommaso! Parevano così innamorati del paese! Segnatamente quel capo dei bombardieri.... oh, san Biagio benedetto! Ma già, del senno di poi son piene le fosse; ed ora bisognerà pensare a quello che si potrà dire di questo affaraccio.
--Già!--soggiunse Tommaso.--E che cosa diremo? Ah ecco? che il nostro Giacomino aveva odorato il tradimento e non seppe portarselo in pace. Capisci? Non gli è di buona guerra venir qua, sotto colore d'ambasciata, per esplorare il terreno, e cavare i calcetti alla gente. Per altro, innanzi di presentare la nostra invenzione, bisognerebbe sapere che cosa è avvenuto al castello tra i due genovesi e il marchese Galeotto.
--Sicuro, bisognerebbe saperlo;--disse mastro Bernardo;--ma come si fa?--
CAPITOLO V.
Dal messaggio di Pietro Fregoso e di ciò che ne seguisse al castello Gavone.
In quella che Tommaso Sangonetto sta almanaccando insieme coll'oste dell'Altino, per trovar modo di sapere le cose avvenute e di foggiarvi su una credibile invenzione, andiamo noi per la spiccia e vediamo che ambasciata portasse messer Pietro Fregoso alla corte di Galeotto, marchese del Finaro.
I due cavalieri genovesi (oramai l'arcano è svelato e l'incognito non serve più a nulla) presentatisi alla porta di san Biagio e debitamente fermati dalle scolte, si erano annunziati messaggieri dalla possente repubblica e portatori di lettere d'alto rilievo al marchese. Il comandante della porta, veduto il sigillo coll'arme di Genova, avea dato loro il passo e la compagnia d'un drappelletto di balestrieri, che, parte per onoranza e parte per custodia, li condussero oltre. Così orrevolmente scortati, sotto gli occhi di un popolo curioso che si affollava sul loro passaggio e della loro venuta non pronosticava niente di buono, erano riusciti alla porta settentrionale del borgo; d'onde, per una ripida strada serpeggiante sulla costiera del monte, erano saliti in vista del castello Gavone, dove i marchesi del Carretto, terzieri del Finaro, avevano corte e dimora.
Si è già detto che il castello Gavone era murato a cavaliere del borgo, su d'un contrafforte della roccia di Pertica. Da quella notevole altura il feudale baluardo dei Carretti guardava davanti a sè il borgo anzidetto e tutto il corso del Pora fino alla spiaggia del mare; sui lati, poi, vigilava le due valli del Calice e dell'Aquila, quella che mette a Rialto e questa a san Giacomo. Era, per que' tempi, fortissimo arnese. Quattro torri merlate lo munivano sugli angoli. Lunghesso le mura si aprivano larghe finestre, partite a colonnini, indizio di fasto all'interno; ma su quelle finestre correva un poderoso cordone di pietra e poco sopra di questo una lunga balconata, colle sue caditoie aperte sotto gli sporti, donde all'occorrenza si facea piovere una gragnuola di sassi sui nemici che avessero ardito accostarsi a pie' delle mura.
Grandiosa mole, che, a mezzo diroccata (dopo essere risorta un'altra volta, insieme colla mutevole fortuna de' suoi signori) fa tuttavia bella mostra di sè, e potrebbe anco tentare il più nobile dei capricci che la ricchezza consenta ai fortunati del tempo nostro; il capriccio, vo' dire, di restaurare il passato nella sua parte accettabile! I marchesi del Carretto, ai quali era toccata quella porzione litorana del retaggio aleramico, avevano innalzato il castel Gavone intorno al 1100. Uomini in continuo stato di guerra con vicini e lontani, dovettero eleggere a loro dimora e presidio un luogo discosto dal mare e manco accessibile alle incursioni dei barbari, che infestavano in que' tempi le coste della Liguria. Epperò, da principio si fortificavano in Orco, Verzi ed altre villate sui monti; indi, scemato il pericolo, o cresciute le forze, calarono a Pertica, dove sorse appunto il castel Gavone, due miglia distante dalla riva del mare.
Ci condurrebbe a troppo lunghe e, per giunta, non grate considerazioni, il cercare qual parte della valle fosse da principio abitata. Di certo, agricoltori e pescatori v'ebbero ugualmente dimora da antichissimi tempi. I Romani segnavano in que' pressi una stazione della via militare che correva tutta la spiaggia ligustica, e il nome _ad Pollupices_ ci fu tramandato dall'itinerario di Antonino. L'altro di _Finar_ comparve nell'età di mezzo, e certo era nome antico del pari, a significare, non già la finezza dell'aria, come vollero certi etimologisti sconclusionati (Liguria a _leguminum satione_, Arenzano _ab äere sano_ e simili altre bambinerie), ma dall'essere colà stabiliti i confini tra gl'Ingauni e i Sabazii.
E qui, prudenti, lasciamo da banda l'età romana, il basso impero e la gran notte barbarica; chè il troppo amore delle minuzie archeologiche non ci tragga fuori del seminato e, quel che sarebbe peggio, della grazia vostra, o lettori. Il Finaro, nel 976, per investitura di Ottone I, appartenne al marchese Aleramo; i cui discendenti, chiamati Del Carretto, lo ebbero e lo signoreggiarono, confuso con altre terre sotto il nome di marca savonese, fino al 1268; nel qual tempo, per la spartizione avvenuta fra i tre figli di Giacomo, toccò ad Antonio Del Carretto, da cui ebbe principio il ramo dei terzieri del Finaro.