Castel Gavone: Storia del secolo XV

Chapter 13

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--Dico che tali son essi, e che altri dobbiamo esser noi da quelli di prima, per loro;--ripigliò Giacomo, infiammato di sdegno;--dico che bisogna odiarli.... e amarci tra noi;--soggiunse sottovoce e quasi bisbigliandole la frase all'orecchio.

Alle inattese parole e al soffio infuocato delle labbra di Giacomo, la Gilda trasaltò e volse su lui uno sguardo smarrito.

--Amarci tra noi, sì!--ripetè il Bardineto.--Non siamo noi quanto loro? In che sei tu men bella di lei? E in che son io da meno di uno sposo che ella conosce a mala pena per nome? Io e tu, fanciulla, siam nati in umile stato; è questa l'unica differenza tra essi e noi. Ma chi furono i loro antenati? E non potrebbe nascere da noi una stirpe più nobile della loro e più generosa a gran pezza? Abbiamo dunque, noi pure gli stessi diritti sulle gioie dell'esistenza; dobbiamo e vogliamo liberarci da questa infame servitù, essere, come ci sentiamo, uguali a costoro.

--Ah, messer Giacomo,--esclamò ella sbigottita,--voi parlate come Tommaso Sangonetto.--

--Che ti ama!--notò il Bardineto con accento sarcastico.

--Sì,--rispose ella prontamente,--ma non quanto io lo detesto.--

--Fai bene, sai!--disse Giacomo, carezzandone accortamente i pensieri, mentre la traeva dolcemente a sè, per ravviarle i capegli sulle tempie.--Egli non intende l'amore; è di tempra volgare; desidera, non ama. Ed io t'amo. Sei bella,--soggiunse, notando un misto di sorpresa e d'incredulità che le traspariva dagli occhi,--sei bella come la vergine Maria, che frate Angelico ha raffigurata, e che i nostri signori custodiscono tanto gelosamente nella chiesa di San Giorgio. Come torno io ad avvedermi di ciò, io che fui tanto smemorato per giorni e per mesi? Vedi, Gilda, mia Gilda, sono stato cieco; che dirti di più? Si è fuori di senno talvolta, come si è presi dal vino. Certo la tua signora mi ha posto una malìa, per condurmi in mal punto, e spezzare il tuo povero cuore. Imperocchè, vedi, io lo sentivo, di essere amato da te. Erano le tue bianche mani che mi davano più grato refrigerio, quando le s'accostavano a medicarmi la ferita. Laggiù all'Altino, te ne rammenti? sei stata la prima a giungere, la prima a toccarmi. E desiderai di rimanere eternamente colà, quando sentii il tuo braccio scorrere lievemente sotto il mio capo per rialzarlo, quando sentii sulle mie guancie l'alito della tua giovinezza. E poi, quale follìa! Come ho potuto io uscir fuori di me? Credilo, fu una malìa. Più ti guardo, e più vedo che nessuna donna ti vince in bellezza. Occhi meravigliosi che han pianto tanto!...... Anche i miei, Gilda, ma non piangeranno più, o piangeranno per te. Labbra porporine, da cui mi sarà così dolce una parola di perdono! guancie morbide, che non respingeranno i miei baci!....--

Accesa di quelle parole, gittata di balzo in un mondo così nuovo per lei, Gilda trovò pure la forza di svincolarsi dalle strette del giovine.

--Ah no, messer Giacomo;--gridò ella piangente;--non è così che si ama.

--T'inganni;--le diss'egli, ma chetandosi tosto e persuadendola con atti riguardosi a sedere daccanto a lui, mentre stringeva una mano che ella non ebbe cuore di negargli;--t'inganni. L'amore è un'ebbrezza, uno spasimo; qualche volta un martirio. Non l'hai sentita tu una spina nel cuore, quando mi udivi, forsennato, implorar mercè da quella tua vanitosa signora?

--Non parlate così di lei,--diss'ella scorrucciata, ritraendo la mano,--o io crederò che l'amiate ancora.

Il Bardineto si morse le labbra.

--Ha ragione,--pensò egli tra sè,--ed io non sono ancora abbastanza esperto in cosifatte battaglie.--

Indi, rivoltosi a lei, prosegui raumiliato:

--Sentimi, Gilda; e non merita essa il mio sdegno? Non è sua la colpa di tutto ciò che è avvenuto? Se ella non mi avesse ammaliato, lusingato, tirato a sè con quelle arti sottili che le sue pari conoscono, avrei potuto io mai levar gli occhi e le speranze vane sino a lei, sino alla figlia del marchese mio signore?

--Amore uguaglia!--disse con accento di amarezza la Gilda.

--Sì, quando si ama; e io non l'amavo. Forse potevo io rivolgermi a lei, avendo dato a un'altra donna il mio cuore? Ed eri tu quella. Ne dubiti ancora? Ma pensaci, o Gilda; dimentica un'ora di follìa; ritorna colla mente al passato. Perchè mi hai amato, tu, se non perchè sentivi in me un affetto che rispondeva al tuo?

--Ah, l'ho creduto!--esclamò la fanciulla, coprendosi il volto colle palme.

--E avevi ragione; e così fu;--soggiunse il Bardineto.--Ma cotesto non mettea conto alla maliarda. Voleva esser sola qui, regnar sola. Un uomo giovine e prode viveva nella corte di suo padre; la vedeva, le parlava ogni giorno, e non si curava altrimenti di lei? E i begli occhi di una ancella avevano avuto più potere de' suoi? Un reo capriccio le nacque allora nell'anima, di sviare quell'uomo, di ferir questa donna nella sua onesta alterezza. Imperocchè tutti, in qualsivoglia stato cresciuti, possiamo averci la nostra; e la tua, o fanciulla, è giusta, è sacra, come l'alterezza d'una figlia di re. Sei bella; è questa la tua nobiltà. I tuoi grandi occhi neri son gemme che tutto l'oro del mondo non basterebbe a comprare; i tuoi capegli corvini, morbidi e lucenti, che scendono amorosi a baciarti le spalle, valgono un manto d'imperatrice, come questo ferro che io stringo potrebbe valere uno scettro. Amiamoci, trionfiamo uniti dell'avversa fortuna; io son tuo per l'amore che mi distrugge; tu sei mia per le lagrime che io t'ho fatto spargere poc'anzi. Dimmi, Gilda, non perdonerai tu a chi ha tanto sofferto? Vorrai tu che quella donna m'abbia fatto impunemente il peggior male e goda di averci divisi per sempre? Serviresti alla sua gelosia, non al tuo orgoglio di donna, che ha già nelle mie supplicazioni il suo più largo trionfo. Perchè mi guardi con quegli occhi smarriti? Ti sono io così odioso? Non fuggirmi, no, non fuggirmi, te ne scongiuro! credi, alla sincerità dell'amor mio, alla grandezza dal mio rimorso, o ch'io mi uccido a' tuoi piedi.--

Così dicendo, con meditata progressione di affetto, Giacomo Pico aveva sguainato il pugnale che gli pendeva al fianco, e fu tanta la foga con cui lo brandì, rivolgendone la punta al suo petto, che la fanciulla fu per vederlo già morto.

--Ah no, Giacomo, per amor del cielo, per l'amor mio, ve ne prego!--gridò ella atterrita.

E levate le mani, colse in aria il pugnale. Lottarono disperatamente un tratto, egli per ritenere, ella per istrappargli quell'arma paurosa. E per fermo, debole com'era, non ne sarebbe ella venuta in capo, se Giacomo, veduto scorrer sangue dalla mano di lei, non avesse tosto abbandonato l'impugnatura.

--Per l'anima mia!--gridò egli a sua volta, impallidendo, mentre tendeva le palme, per afferrar quella mano.--Ti ho ferita?

La fanciulla diede una rapida occhiata al suo braccio, che a tutta prima avea ritirato, per tema non volesse egli riafferrare il pugnale, e vide grondar sangue dal cavo della mano sul polso.

--Che importa?--diss'ella, sorridendo.

E innanzi di ridargli la mano, gittò il pugnale lungi da sè.

Ella era bella così, nel suo piantoriso, come un lieto raggio di sole attraverso le nuvole, nell'aria ancor madida degli ultimi spruzzi del nembo. Era bella nel gaudio della sua vittoria, nel sublime conforto di aver salva la vita di Giacomo, di aver veduto nel suo disperato proposito una certa testimonianza d'amore e di avergliene dato un'altra a sua volta nell'ardimento con cui ella, timida fanciulla, rifuggente dal lucicchìo delle armi, gli aveva strappato il pugnale, insanguinando in quella lotta le sue povere mani.

Ogni altr'uomo si sarebbe commosso e avrebbe rispettata quella celeste innocenza. Non così Giacomo Pico, anima bieca, indole travolta dalle sue matte ambizioni, cuore inasprito dall'odio, nè più disposto a vedere quel che ci fosse di buono o di santo dintorno a lui, se non per farne pascolo e stromento a' suoi tristi furori.

Prese la mano della giovinetta e osservò la ferita. Vedevasi attraverso il sangue sparso una scalfittura pel largo della palma, e appariva essere stata fatta dallo scorrere della lama lungo le carni invano ristrette per trattenerla.

Prese quella mano, dico, la osservò un tratto, indi con moto rapidissimo se la recò alle labbra, suggendo avidamente quel sangue.

La Gilda tentò di ritrarsi, ma non le venne fatto.

--L'amore è una dolce schiavitù;--le disse allora Giacomo Pico, volgendole una languida occhiata, che la turbò nel profondo dell'anima;--il tuo sangue, o fanciulla, ha suggellato il patto della mia sommessione. Per questo sangue, dolce come il più dolce liquore, io ti giuro, amor mio, una eterna obbedienza. Da questo momento sarai tu la regina del cuor mio; così mi assista la sorte, come ho fede che il mio ferro ti conquisterà una corona.--

Ella non rispose parola; era vinta. Reclinò la sua bruna testa sul petto di lui, nascondendogli così il suo rossore, e facendogli palese il suo smarrimento.

Giacomo seguitava a parlare. Quel che dicesse, neppur egli sapeva. Nè la fanciulla, venuta in quella confusione, potea più meditare le parole di lui. Ne coglieva il suono indistinto e in quella musica soave le si addormentava ogni spirito di resistenza. Anima candida, credette al candore dei giuramenti di Giacomo; nè solamente dimenticò quell'ora terribile in cui aveva provate tutte le trafitture della gelosia; ma il passato, il presente e il futuro si confusero in quel profondo oblìo di sè stessa, da cui si riebbe alla fine, ma indissolubilmente legata a quell'uomo, perduta senza rimedio, innanzi di aver visto il pericolo.

Era già tardi, e il marchese Galeotto non doveva indugiar molto a mettersi in cammino per alla volta di Noli. Dalla finestra della cameretta di Giacomo si udiva il suono di molte voci nella gran sala del castello.

Il Bardineto si strappò dalle braccia di Gilda, per discendere, come avea disegnato, alla presenza del suo signore. Voleva andare incontro agli eventi, sostenere lo sguardo di tutti, mostrarsi forte, seguire il marchese all'assalto di Noli e confermare in quella impresa il suo buon nome di animoso soldato; voleva insomma un mondo di cose, delle quali poco o nulla seppe intendere l'inesperta donna che tutto aveva dimenticato per lui.

La poveretta sentì in quella vece, al dolore della separazione, quanto ella già appartenesse a quell'uomo. Rimasta sola nella torre dell'Alfiere, pianse lungamente, s'inginocchiò, chiese a Dio perdono e soccorso, non senza pensare con raccapriccio ai suoi signori, così amati da prima, ed ora così molesti al ricordo.

Finalmente, poichè tutto ha un termine quaggiù, anche il dolore, ella si riebbe dal suo abbattimento e volle esser forte.

--Non mi ama egli?--chiese a sè stessa, rialzandosi e scuotendo la bruna testa, madida ancora dei baci di Giacomo Pico.--Non lo ha giurato? Non ha bevuto il mio sangue? Così gli bruci il cuore, se egli dovesse tradirmi. Ma io saprò difendere l'amor mio; lo ucciderò,--soggiunse, raccogliendo da terra il pugnale di Giacomo e nascondendolo in seno,--lo ucciderò con questo ferro, se penserà ancora a colei.

CAPITOLO X.

Nel quale si parrà l'accortezza del narratore, per annoiare il meno possibile i suoi benigni lettori.

Così nell'arte della guerra come nell'arte della scherma, botta vuole risposta e le finte non giovano più, se non a patto di precedere il colpo. Ora la risposta di messer Pietro Fregoso al tiro di messer Galeotto su Noli fu per l'appunto di stringere viemaggiormente l'assedio del Borgo. Condotto l'esercito più sotto le mura che non avesse fatto dapprima, il capitano genovese die' fiato a tutte le artiglierie del suo campo, e per dieciotto dì e per altrettante notti fu un trarre indiavolato di bombarde, falconi, ed altri consimili ordegni. Basti il dire che, in quello spazio di tempo, trecento novanta palle di bombarda furono gittate nella terra assediata, il che torna a una razione di forse ventidue sassi da cinquecento libbre ogni dì, senza mettere in conto le palle minori, cioè a dire quelle dei falconi, delle colubrine, cerbottane, ribadocchini, e via discorrendo.

Fu, come i lettori di leggieri argomentano, una grande rovina per le case del Borgo. Per contro, non n'ebbero molto strazio le vite. Morì una povera vecchia, còlta da uno di que' sassi in sua casa; morirono due altre donne, sorde e mute dalla nascita, le quali stavano lavando i loro pannilini nel torrente di Calice, alle spalle del Borgo, e non poterono udire l'avvertimento della campana posta sulla torre di Bichignollo. Era questa la torre più alta della città e vi stava di continuo un guardiano, con obbligo di dare un rintocco, ogni qual volta nel campo nemico gli venisse veduto il lampo d'una scarica. In tal guisa si custodivano gli abitanti della terra, e ad ogni avviso del guardiano correvano a riparo sotto il portone più vicino. Senonchè, questa guardia era efficace di giorno, che si potevano allora tener d'occhio le artiglierie nemiche e i loro mutamenti di luogo; laddove di notte il povero custode non ci avea mica gli occhi del gatto, e gli avveniva che la più parte dei colpi, per non aver egli veduto il lampo, fosse annunciata dal rombo, cioè, quando non c'era più tempo a cansarsi.

Un gran rischio lo corse una sera messer Barnaba Adorno. Sedeva egli a cena nel palazzo assegnato a lui e alla sua famiglia dalla ospitale liberalità del marchese Galeotto, allorquando la campana di Bichignollo diede un rintocco.

--Bene!--esclamò ridendo il giovine Paolo Adorno, nipote di Barnaba, in quella che stava per recarsi il bicchiere alle labbra.--Ecco una giuggiola per le frutte. A chi toccherà essa?--

Aveva egli a mala pena finito di parlare, che un frullo veloce si udì per l'aria e subito dopo un fortissimo schianto. La colonnetta di marmo che partiva la finestra si ruppe, mandando i frantumi e le scheggie per tutta la camera, e in men che non si dice piombò sulla tavola un regalo di Anselmo Campora, fracassando il vasellame e mandando ogni cosa sossopra.

Parecchi dei commensali balzarono in piedi dallo spavento, e taluno di essi con qualche ammaccatura per giunta.

--State, messeri, in nome di Dio!--gridò Barnaba Adorno.--La giuggiola di Paolo è toccata alla nostra mensa; ma altro di peggio non può fare oramai.--

--Raccattiamo almeno qualcosa!--disse Paolo, chinandosi a terra, dov'erano sparpagliati tra i cocci gli avanzi della cena interrotta.--Ecco giusto uno spicchio di pollo, che non me lo mandano più a male i Fregosi, che il malanno li colga!

--_Amen_, cominciando da Giano!--soggiunse lo zio.

E la cosa finì in ridere, senz'altro danno per la nobile brigata che quello di avere abbreviata la cena.

Intanto, più durava l'assedio, e più grande era il guasto, non solamente nel Borgo, ma eziandio nelle campagne circostanti. I soldati del Fregoso, segnatamente i non genovesi (che i genovesi furono sempre buoni massai, e la roba altrui, quando si studiavano di averla, trattavano già come fosse la loro) i soldati, dico, rompevano, tagliavano, mettevano in pezzi, davano lo spianto a ogni cosa. Se mastro Bernardo avesse potuto dare una sbirciata all'Altino, altro che botti sfondate! Avrebbe visto il suo pergolato in terra, gli anguillari divelti e il suo bel fico brigiotto, onore dell'orto, quel maestoso fico dond'egli spiccava ogni anno cinquecento dozzine di fichi prelibati, polputi e maiuscoli, pietosi a vedere per la buccia screpolata e per la lagrima all'occhio, quel nobilissimo fico andato in iscavezzoni, sotto i colpi bestiali d'una soldatesca, la quale non prevedeva di dover essere ancora in que' luoghi alla stagione dei frutti.

Poveri a noi! griderà qualche lettore spaventato; siamo a mala pena in febbraio e dobbiamo ingoiarci tutti gli altri mesi per infino a settembre? Sissignori; ma badate, gli è come a sorbire un uovo fresco; l'autore è discreto e va per le spiccie; sicchè, non temete ch'egli intenda abusare della vostra pazienza, come fece Catilina coi Romani, se dobbiam credere a quella lingua tabàna di Marco Tullio dal Cece.

Per venir difilati alla storia, si dirà che in quel mezzo fu di ritorno al Finaro il bel conte di Osasco. Aveva egli veduto in Asti il balìvo di Trasnay e conduceva al marchese Galeotto i nuovi soccorsi di Francia che erano dugento lancie, sotto il comando di sere Gaulois, e colla giunta di due maravigliosi cavalieri di ventura, Ludovico Masson e Gianni Fontaine, di soprannome l'Abate.

Questi soldati forastieri fecero di belle imprese al Finaro e risollevarono alquanto gli spiriti abbattuti della difesa. Non si veniva già a capo di rompere il nemico, ma con audaci sortite lo si travagliava di continuo ne' suoi ridotti e segnatamente si tornava molesti a que' capitani, venuti in condotta nell'esercito genovese, i quali erano avvezzi alle guerre senza troppo spargimento di sangue. Feroci in battaglia erano a que' tempi i francesi, e ciò forse perchè inaspriti in quella giostra spietata, che da tanti anni avevano sostenuta in casa loro, contro l'armi invaditrici d'Inghilterra. Laonde, mentre i condottieri italiani si contentavano di balzare d'arcioni il nemico, ponendogli taglia se era persona d'alto affare, o d'alcun grado nella milizia, e levandogli in quella vece l'armatura e rimandandolo in farsetto se soldato semplice, o di povera apparenza, i francesi per contro usavano, ov'egli fosse caduto sotto il loro urto, di calarsi a terra e di finirlo con un colpo di misericordia sotto l'allacciatura dell'elmo.

In quel torno un Andrea Romanengo, che militava nelle file genovesi, per esser egli ghibellino siccome erano i Carretti, piantò le insegne de' suoi concittadini, e, andato a' servigi del marchese Galeotto, incignò il suo passaggio al nemico guidando contro il campo genovese cinquanta animosi soldati, e fu ad un pelo d'impadronirsi delle bombarde postate sull'altura di Monticello; la quale impresa nessun altri avrebbe potuto tentare fuor lui, che ben conosceva le vie coperte, i tragetti, la forza delle guardie e tutti gli usi del campo.

Messer Pietro Fregoso gli mandò a dire, per uno de' prigioni fatti in quello scontro e resi secondo il costume in cambio di altrettanti genovesi, che badasse a custodir bene la sua persona o volesse dare frattanto gli estremi conforti alla sua gola; imperocchè egli si prometteva di farlo impiccare al trave dell'ultima torre che rimanesse in piedi al Finaro.

Molti altri bei fatti d'arme intervennero, che per amore di brevità, e perchè sottosopra tutti compagni, tralascio di raccontare. Bene raccontano le cronache finarine della proposta fatta da Giovanni, fratello del marchese Galeotto, di combattere egli solo contro un campione di Genova e così por fine alla guerra; proposta che il Fregoso non accettò, come quella che mettea conto solamente al nemico, inferiore di tanto per numero e stremato di forze. Raccontano inoltre della disfida che mandò Giacomo, figliuolo di Oddonino del Carretto, a Nicolò e ad Antonio Fregoso; rifiutata la quale, con un pugno di cavalieri fece una scorreria fin sotto le mura di Castelfranco. Narrano di una zuffa che avvenne sopra l'ospedale di San Biagio, proprio daccanto alle mura del Borgo, delle prodezze che vi operò Giovanni Sanseverino e di quelle d'un cavalier francese che sostenne da solo l'impeto di cinque nemici; uno ne uccise, gli altri ferì, ed egli poi appiedato ebbe tronche le gambe da un colpo di colubrina. Aggiungono che i genovesi, nel fare un'altra bastita, dovettero per un giorno intiero far fronte ai ripetuti assalti della gente assediata, e in quella occasione Gianni Fontaine, detto l'Abate, ebbe il fratello malamente ferito e sepolto ancor vivo dai genovesi; la qual cosa proverebbe invero una fretta soverchia e niente affatto lodevole, ma altresì la buona intenzione dei genovesi e il costume che avevano di rendere gli estremi onori ai caduti.

Raccontano.... Insomma, io non mi fermerò a pigliar nota di tutto. Metterò in sodo che si pugnò lungamente e valorosamente da ambe le parti; cosa che torna ad onore del buon nome italiano, dappoichè finarini e genovesi, monferrini, lombardi, napoletani e quant'altri combattevano, alleati, o assoldati, nei due campi del Finaro e di Genova, erano tutti figliuoli d'una medesima patria.

E l'assedio intanto durava; nè ciò solamente per la singolare asprezza dei luoghi e per la inaudita tenacità della difesa, ma eziandio per la instabilità degli uomini nell'esercito genovese. Ho già detto come si usasse allora far gente e come il nerbo dell'esercito posto sotto il comando di Pietro Fregoso si componesse di forze comandate, tutte con poca e varia durata di servizio; di guisa che, spirato il termine fino a cui una data compagnia era obbligata a rimanere sotto le insegne, questa si ritirava dal campo, foss'anco alla vigilia d'una pugna. Anche i mercenarii, finita la loro condotta, e dove i patti nuovi non fossero più larghi dei vecchi, od altrimenti accettevoli ai condottieri, spulezzavano tosto; e talfiata anco passavano con arme e bagagli alla parte contraria, se questa aveva trovato il verso d'intendersi con esso loro e di offrire una paga più alta. Il sentimento dell'onore per que'tempi era tale, e comandati e condotti non si tenevano obbligati ad averne più in là del giorno assegnato.

A proposito di giorni, uno finalmente ne venne, e fu quello di San Gregorio, ai 12 di marzo, che i genovesi levarono il campo. Già da due dì il fuoco delle bombarde si era di molto allentato; di che gli assediati aveano dato merito al tempo piovoso, che non tornava propizio alla lunga e malagevole operazione della carica. Ora, la mattina del 12, uscito il Sanseverino colle sue lancie francesi fuor dalla porta di san Biagio per far correrìa lunghesso il torrente, ebbe a meravigliar forte di non ricever molestia dai balestrieri nemici, che solevano stare in agguato alle falde di Monticello.

Incontanente spiccò un uomo dalla cavalcata, perchè desse avviso di quella novità al marchese Galeotto. Il quale fa pronto ad uscire con grossa mano di fanti per tastare il terreno all'intorno, incominciando dalle bastite dell'Argentara e del poggio di Maria. S'inoltrarono guardinghi fino agli steccati, già per lo addietro così fieramente contesi, e del nemico non ebbero indizio; le bastite erano abbandonate. Salirono ai greppi di Monticello e niente trovarono; ridiscesero al piano, e la valle apparve deserta. I genovesi nella notte avevano levato l'assedio.

Messer Galeotto, che pizzicava di lettere, pensò allora alla fuga dei Greci da Troia e sospettò d'una insidia. Ma dov'era egli il cavallo di legno, od altro che ne tenesse le veci?

Per aver traccia dei genovesi, fu mestieri a Galeotto di giungere fino alla Marina, donde si vedevano ormeggiate a poca distanza dal lido le galere nemiche, e sotto a Castelfranco, dove la rocca incominciò a piover sassi e il battifolle di san Fruttuoso a vomitar fuoco sulle prime schiere dei finarini. Il nemico era andato a far testa colà, come sul principio dalla guerra; Galeotto non volle saperne altro e tirò indietro la sua gente, pensando che messer Pietro Fregoso non tenesse fermo laggiù che per coprire la sua ritirata. I ricordi greci occupavano quel giorno la mente di Galeotto, che si sovvenne allora di Temistocle e dei suo detto memorabile: a nemico che fugge, ponte d'oro.

Checchè ne fosse del partito preso dai genovesi, il fatto era che i capi dell'esercito stavano appunto allora a consiglio presso il capitano generale messer Pietro Fregoso, nella chiesa di Nostra Donna in Val Pia, per avvisare il da farsi. E pare che la deliberazione fosse appunto di lasciare l'impresa, poichè nella notte seguente le artiglierie erano chetamente levate dai battifolli di San Fruttuoso e di Vignadonna, e una grande fiammata annunziò ai finarini che quelle bastite di Val Pia, e l'altra più forte e più vasta del poggio di Castiglione, erano condannate a perire, essendo l'esercito genovese già in salvo sulla via delle Magne.