Part 9
Occorre dire che il quattrino era l'infima fra le piccole monete di rame? Anche qui un buffo contrasto: fra la boria e la spilorceria.
_La nomina del cappellan_ non è meno significante della _Preghiera_ nel senso sociale; è persino più comica, ha più elementi comici, è più mossa, più viva.
Ci porta nell'interno di quei palazzi nobileschi all'antica, la cui dispotica padrona, una vetusta dama, la marchesa Travasa,
Vuna di primm damazz de Lombardia,
concentra le sue tenerezze su una brutta bestia, una cagna _inviziada_. Ci par di vederla, la vecchia marchesa Travasa, in gran cuffione alla Pompadour _cont i fioritt_, decorata di due baffi sporchi di tabacco. Ella s'avanza pomposa nella sala, dove stanno raccolti numerosi pretonzoli aspiranti alla cappellania della sua casa e siede con la cagna maltese accanto, la Lilla,
Tutta pel, tutta goss', e tutta lard;
la Lilla, che, dopo di lei, in cà Travasa, è «la bestia di maggior riguardo». Tutti devono rispettare la Lilla: guai a farla guaire, guai a beffeggiarla; e guai a darle del _tu_. La Lilla è parente della «vergine cuccia» del Parini. Ma, mentre questa toglie il pane a un servo, che si è permesso di tirarle un calcio, la «cagna maltesa» della marchesa Travasa procura pane, companatico e cappellania a un orribile don Ventura. E perchè? Costui, nel clamoroso ricevimento di preti, fatto in cà Travasa per la nomina appunto del cappellano in sostituzione del defunto don Glicerio, _prè de cà_, si è messo in dosso tre, quattro fette di salame gramo; e la Lilla, attirata dall'odore di quel _salamm de basletta_, comincia ad arrampicarsi sulle gambe istecchite di don Ventura e a raspargli i già logori calzetti; quindi è ben chiaro, agli occhi della padrona, che quelli sono segni infallibili di simpatia, di predilezione: sono una proposta di nomina in piena regola, che deve essere accolta. E così don Ventura diventa cappellano di cà Travasa.
Si ride per la _Nomina del cappellan_, satira lanciata contro il vecchio nobilume grottesco; si ride per il comico di quel ricevimento pretino, in cà Travasa, di tutti quei famelici, luridi concorrenti alla vacante cappellania resi con pochi tocchi di grande caricaturista; con quel maggiordomo «dolz come on ôrs» che, accogliendo i reverendi e istruendoli sui loro doveri in cà Travasa, usa con loro gli stessi modi sprezzanti, lo stesso linguaggio altezzoso della padrona. Ma quel comico sarebbe stato ancor più vivo, se il Porta si fosse ricordato d'uno dei principali doveri che incombevano al cappellano nei palazzi dei nobili: quello di pettinare ogni mattina il cagnolino, la cagna, appunto le _Lille_.
Il Porta, per bocca dell'iracondo maggiordomo della marchesa, da lui chiamato l'_ambassador del temporal_, snocciola gli altri doveri del cappellano: portar biglietti, qualche fagotto e pacco; correre dal sarto, dalla modista, dal parrucchiere; condurre la Lilla a spasso; scrivere qualche conto, qualche lettera al fattore; sopra tutto, saper giocare al tarocco. E messa breve, si badi!...
On quardoretta, vint minut al pù.
Ma non una parola, neppur una di carità cristiana verso i poverelli, verso i vecchi mendicanti, che si trascinavano alle soglie dei palazzi, per implorare dalla pietà dei servi pasciuti qualche rilievo del loro desinare o della mensa dei padroni. Della religione non si parla. Nulla! Non occorre.... s'intende.
La Lilla regina è
Quattada giò (_coperta_) cont on sciall nœuv de Franza.
E qui notisi come la marchesa, tenacissima nelle antiche usanze per sè stessa, si piega alla novità di Francia solo per amore della Lilla.
La sorella di donna Fabia meglio si manifesta nella marchesa Travasa, quando costei s'inalbera e tempesta all'improvvido atto d'impazienza d'un malaccorto don Malachia, uno degli aspiranti al posto di cappellano, mentre la brutta bestia ringhiosa gli abbaia, strozzandogli in gola un bel complimento preparato per la illustrissima.... Don Malachia fa per misurare una pedata irreverente all'importuna. La marchesa si alza inviperita; ma, nel sedersi di bel nuovo sul sofà, schiaccia la Lilla che strilla; e allora i pretucoli a ridere e la marchesa a investirli nel linguaggio italo-milanese stesso di donna Fabia così:
Avria suppost ch'essendo sacerdott Avesser on poo più d'educazion, O che i modi, al pu pesg, le fosser nott De trattar con i damm de condizion: M'accorgo invece in questa circonstanza Che non han garbo, modi, nè creanza. Però, da che l'Altissim el ci ha post In questo grado, e siamo ciò che siamm, Certississimament l'è dover nost Di farci rispettar come dobbiamm: Saria mancar a noi, poi al Signor, Passarci sopra, e specialment con lor.
Si veda come la boria feudale arrivi nella Travasa al punto da posporre Iddio a sè stessa. Questo è uno dei tratti più fini del Porta, che ne abbonda in tutta la sua produzione poetica, pur in mezzo a espressioni grossolane, che ne scemano il pregio squisito; espressioni portavoce del volgo. Da queste il grande poeta non seppe liberarsi; ma non erano forse allora adoperate pur nei discorsi della così detta _buona società_, la quale, anche nelle consuetudini della vita intima, era tutt'altro che raffinata?
Ma anche la Lilla vanta un confratello in un epigramma del Porta stesso: _Epitaffi per on can d'ona sciora Marchesa_:
Chì ghè on can, che l'è mort negaa in la grassa A furia de paccià di bon boccon: Poveritt, che passee, tegnivv de bon, Che de stoo maa no vee mai pu su l'assa.
Versi terribili d'anticipato socialismo che vogliono dire: «Qui giace un cane, che morì affogato nella pinguedine, a furia di papparsi saporiti bocconi. Poverelli, che passate, consolatevi: che di questa malattia non morirete» (_Andà su l'assa_ era frase del popolino, per «morire», dall'uso di porre i cadaveri dei poveri, morti all'ospedale, sopra un tavolato, prima di portarli alla fossa).
La _Nomina del cappellan_ circolò manoscritta pei crocchi che se ne deliziarono; e nelle copie si leggeva _Marchesa Paola Cambiasa_, in luogo di Paola Travasa. Il casato Cambiasi esisteva, e il mutamento in Travasa, quando si trattò di pubblicare per le stampe l'incomparabile lavoro, fu senza dubbio suggerito da convenienze, cui il poeta si piegava.
La _Nomina del cappellan_ pare di un solo getto. Invece, fu composta a più riprese. Carlo Porta scriveva all'amico Grossi: «Mi domandi se tiro avanti la faccenda del Cappellano della marchesa Cambiasi. No, ti rispondo, non so più nulla. Sono ricaduto nel mio proposito di abbandonare affatto la poesia, dacchè ella, per esperienza, non mi ha mai fruttato mezza oncia di bene, e poi, e poi.... a dirtela in confidenza, mi vado sempre più accorgendo che quel poco calore di cervello che mi aiutava a' tempi passati, al giorno d'oggi è affatto, affatto svanito. Ogni cosa deve essere alla propria stagione....».
Lady Morgan, la celebre viaggiatrice e scrittrice, cara al nostro Risorgimento ch'ella ci augurò mentre detestava di gran cuore il dominio austriaco, quando venne a Milano al principio del secolo passato, toccò anche dei costumi milanesi nell'acclamatissimo suo libro _Italy_, così improntato a spiriti sereni e liberali; e in esso accenna alla popolarità che la _Nomina del cappellan_ godeva a' suoi dì.
Con qualche inesattezza ne tocca pure lo Stendhal nel _Rome, Naples et Florence_; chiama quella caustica poesia sociale «un charmant poeme milanais de Carlin Porta» (e _Carlin_ veniva infatti chiamato da tutti), e ne cita i primi versi.
Lo s'immagina il tripudio delle novelle dee borghesi nel veder tanto ridicolo gettato sulle dame dagli impolverati blasoni; le quali non si degnavano neppur di guardarle, e faceano deviare la propria carrozza, se si trovavano per caso vicine alle loro prive di uno stemma nobiliare?
Una casa patrizia si manteneva, sopra tutto, superbamente rigida alle formali tradizioni blasoniche, non ostante le urlanti raffiche giacobine che passavano sui suoi maestosi finestroni. Era la casa ducale dei Litta, grandi di Spagna.
Il popolo ne parlava come d'una reggia sfolgorante d'oro; e, infatti, le molte ricchezze di casa Litta superavano tutte le altre allora.
Lady Morgan riferiva nell'_Italy_ un aneddoto appunto di casa Litta, che dimostra fino a quale eccesso i fumi aristocratici oscuravano la ragione e la creanza. Un ricco negoziante milanese (regnava ancora Maria Teresa) aveva ottenuto un titolo nobiliare; e il primo suo desiderio fu quello d'essere ammesso in casa Litta, per ricevere la consacrazione della sua nobiltà; e, siccome era stato presentato alla Corte e all'imperatrice stessa a Vienna (Maria Teresa non fu mai a Milano) potè alla fine appagare il suo assillante desiderio. Fu ricevuto, ma quando entrò nelle superbe sale, tutti i patrizi in massa gli voltarono le spalle. Una persona della famiglia imperiale rimproverò la duchessa Litta della sua insolenza aristocratica verso un uomo, che aveva avuto l'onore di baciare la mano all'imperatrice, e la duchessa replicò: «Tutti possono andare a Corte; ma, per essere ricevuti in casa Litta, bisogna essere muniti dell'albero genealogico».
Quel pover'uomo aveva quattrini, aveva anche uno stemma, ma non aveva alberi, neppure un cespuglio: non gli restò che accontentarsi dell'onore d'aver salite, per una volta tanto, le scale di casa Litta e vedersi accolto da tutta una fila di nobili schiene.
Questo aneddoto fa capire donna Fabia e la marchesa Travasa del Porta, più del ricordo e del confronto di donna Quinzia del Maggi; la quale era tutta vanti: vantava le proprie grandigie, le proprie carrozze nere e quelle dorate, tutt'i vantaggi e privilegi, nella gustosa commedia _I consigli di Meneghino_.[36]
Il sangue nobile non doveva imbrattarsi col sangue plebeo, in matrimoni di convenienza; guai! Eppure, anche al tempo del Porta una donna Quinzia, costretta da forza maggiore, come dicono i giuristi, poteva sospirare in questi versi caratteristici che non hanno bisogno di traduzione pei non lombardi:
Don Lell! che la sorte Sia tanto inviperida Contro la nostra casa, Ch'el noster sangu, tant limpid sin adess, S'abbia da intorbidar con altra sfera, L'è dura!... Ma, giacchè col fier destino Contrastar non si può Convien, stringend i occ, mandarla giò![37]
E questi versi del Maggi, nei quali donna Quinzia s'apre col figlio don Lelio, e che segnano la decadenza della stirpe patrizia, pur fra i collari inamidati e le borie, fanno ricordar bene donna Fabia e la marchesa Travasa.
Tuttavia, nel delirio demagogico, si vide un nobile, Gaetano Porro, bandire una crociata contro gli stemmi. Ministro di polizia, si tenne a fianco un Caccianini per distruggere i blasoni e gli stemmi patrizii sin nelle antiche tombe nelle chiese. Si vedevano scamiciati col martello in pugno penetrare nelle chiese, nei cimiteri, e distruggere a martellate tutte le insegne araldiche, e il Porro li eccitava: dissero persino che una volta li guidasse lui. Il cieco fanatismo del Porro restò in questo editto: «Gli antichi titoli e stemmi, di qualunque genere siano ed in qualunque modo esposti al pubblico, debbono essere distrutti senza risparmio, senza eccezione, senza misericordia. Purgate il territorio d'un veleno che merita i più pronti rimedii e la più efficace resistenza per sollevare il pubblico da sì crudeli e antiche scioperataggini.»[38]
Un altro Porro, l'illustre Pietro, disse invece: tolgo lo stemma, resta il nome.
Il Casino dei nobili dovette ribattezzarsi in «Società filarmonica» se volle vivere. In una festa di ballo sontuosa, il Massena v'intervenne con la propria amante a braccio, la _cittadina_ Frapolli, ch'egli aveva conosciuta a Genova. Con lei andava dappertutto. E nessuno ci trovava da ridire, nè da ridere.[39]
«A Milano i costumi sono più che facili: ogni signora ha il suo _patito_ dichiarato. Costui è una specie di secondo marito, ma non ha alcuna responsabilità di paternità», registra madamigella d'Avrillon, nelle sue Mémoires.[40] E continua: «Les _patito_ sont des complaisans, que les maris en titre souffrent sans s'en plaindre, et que souvent ils choisissent eux-mêmes».
Non si poteva andare più in là con la accondiscendenza e bontà dei mariti; i quali, alla loro volta, diventavano i _patiti_ d'altre signore, forse strette congiunte della moglie.
Le signore uscivano poco di casa, e andavano sempre in carrozza; solo la povera gente andava a piedi. Più tardi, il fastosissimo conte Archinto si vantava di non aver mai toccato il suolo della sua Milano. E quali eleganze nei palazzi! L'esterno alquanto semplice dei palazzi eretti nel Settecento, non faceva indovinare il lusso e il buon gusto signorile dell'interno, delizia della vita. Lady Morgan trovava in casa Visconti le squisitezze di Parigi.
Nell'Ottocento, i palazzi e le ville assunsero anche all'esterno un decoro architettonico, che s'accordava col grandioso impulso impresso da Napoleone in Milano, quando la volle capitale del Regno d'Italia, come vedremo seguendo le poesie di Carlo Porta. Il ticinese Luigi Canonica, al quale si deve il monumentale «Arco della pace» fu l'architetto di quell'epoca, che prese il nome dall'impero. Il pittore Andrea Appiani ne fu il decoratore. Se ne servì la Repubblica cisalpina, se ne servì il Regno d'Italia e una serie di ricchi proprietarii che vollero il cielo delle loro sale dipinto da colui che fu chiamato «il pittor delle _Grazie_».
Una casa era guardata con misteriosa paura dal popolino: quella, nel _vicolo Pusterla_, dove si raccoglievano i Franco-Muratori. Apparteneva all'evirato soprano Marchesi. Ma erano tanto franchi quei muratori, che non gli pagavano l'affitto. Nel 1800 una Commissione di polizia, durante la reazione, la invase; ma inutilmente. I capi erano fuggiti, e le carte scomparse.
XI.
_Preti indegni. — _El Miserere_ di Carlo Porta e l'arcivescovo Gaisruck. — Mercato pretino in piazza del Duomo. — Vescovi servili e oppressi. — Il folle eroismo d'un oscuro parroco ribelle a Napoleone. — Monache. — Preti d'altri tempi. — Il Viatico occulto. — Don Alessandro Bolis, modello di don Abbondio del Manzoni. — Un pensiero del Tommaseo. — Predicatori buffi._
Carlo Porta colse il ridicolo e l'immoralità di tutta una caterva di preti, che con la loro bassezza di sentimenti e venalità, disonoravano la religione di Cristo. Non già ch'egli volesse punire quegl'indegni servi dell'altare, con lo scopo di difenderne la religione. La fede de' suoi avi viveva solinga, e negletta, in un angolo della sua coscienza. In un sonetto, rimasto interrotto, che a me parve pietosa postuma opera di riabilitazione religiosa del premuroso delicatissimo amico Grossi, ma che viene tuttavia attribuito a Carlo Porta (non potei vederne l'autografo), l'autore di scandalose satire volterriane come _On miracol_, sospirava accorato così:
Religion santa di mee vicc de cà, Che in mezz al tribuleri di passion No te fet olter che tiratt in là, In fond al cœur, scrusciada in d'on canton...[41]
Carlo Porta non era religioso, nel senso in cui s'intende questa parola; no. Nè ebbe scopo religioso nel deridere e flagellare in tutto un ciclo di poesie infuocate di satira implacabile il mercimonio, le viltà dei preti indegni. Ma, quello scopo, egli senza saperlo e senza volerlo, lo raggiunse. Egli fu spinto da un senso morale, di decoro offeso, d'umanità offesa. I suoi preti venderecci profanavano infatti persino la morte, come si vede nella satira _El Miserere_.
È la più fiera satira del Porta contro il mercimonio dei preti scagnozzi, i quali, con indecente contegno alle esequie, profanavano una religione che non può avere atei: la religione della morte. Quei preti, recitando la _venal prece_, cui Ugo Foscolo alludeva nei _Sepolcri_, fermavano il pensiero nelle idee più volgari: parlavano di osterie, di osti, del caro de' vini.... Il caustico satirico coglie un loro dialogo grottesco e beffardo, mentre cantano un _Miserere_ in suffragio dell'anima di un ricco trapassato, nella chiesa di San Fedele, una delle principali di Milano; lo coglie e lo riproduce con la solita sua arte tutta evidenza nei particolari e nell'insieme. Gli episodi della funebre funzione, fra' quali la comparsa d'un soldato francese, che suscita col solo suo aspetto i livori, la bile degli officianti, nemici naturali di coloro che li perseguitavano, dànno forte sapore di comicità al componimento, il cui fondo è serio e lugubre. Versi che furono ispirati al poeta da viva indignazione. È il caso di ripetere il motto di Giovenale e ridirlo con Victor Hugo:_ C'est la sainte indignation qui fait poète!_ Il cardinale conte Carlo Gaetano Gaisruck, arcivescovo di Milano dal 1818 al 1847, diceva a Tommaso Grossi, a proposito di quella satira: «Innalzerei un monumento a Carlo Porta».
Da Pontremoli, circondario della provincia di Massa e Carrara, e dalla Corsica piovevano a Milano, come cavallette, preti sporchi e affamati. Poichè la loro diocesi non offriva a loro da vivere, correvano a Milano e dintorni, dove le messe erano ben pagate, dove ai funerali si davano in dono grosse torce, dove alle frequenti funzioni sacre non mancavano le buone tazze di cioccolata e altri regali a' celebranti. Questi preti _scagnozzi_, come si chiamano in Toscana, stavano di giorno sulla piazza del Duomo ad aspettare le offerte di messe e di funerali; e quivi ne facevano mercato. Si vendevano le messe come i polli. E i sagrestani erano i sensali. Preti _vicciurinn, vicciuritt, vicciurinatt_; così essi venivano battezzati per dispregio, sia perchè mescolati ai fiaccherai della piazza, sia perchè come quelli mercanteggiassero i noli. Sagrestani, sensali, si presentavano a loro, per venire a' contratti; quindi turpi gare, gelosie, baruffe. Per lo più codesti poco degni sacerdoti, senza loco nè foco, erano ricercati per i sacri uffici nei paesi circostanti, in occasioni di sagre od altro; e allora vi si recavano a piedi o su qualche umile cavalcatura. A Carlo Porta non isfuggirono i loro tipi grotteschi, nè il comico delle loro consuetudini venderecce; e in più satire li flagellò con lo scherno. Il ricordato arcivescovo Gaetano Gaisruck, della Carinzia, figlio illegittimo di sangue imperiale, bizzarro tipo di cardinale autoritario, nemico dei conventi, amico delle pipe e delle signorili feste di ballo, alle quali interveniva, gran consumatore di stivaloni alla scudiera, ebbe il merito di purgare Milano dai _vicciuritt_: li bandì.
Quale abiezione in molti sacerdoti del tempo sconvolto e inquinato del Porta! Cominciavano i vescovi a offrire il più basso esempio. Non solo cantavano il _Te Deum_, oggi per uno e domani per altro invasore, e padrone straniero: si lasciavano trattare da Napoleone con disprezzo, come suoi impiegati. E dovevano chinarsi a' suoi cenni, spesso in aperto contrasto con la religione, se volevano mangiare il loro pane in pace. Chi mai osava levare una voce di energica protesta? Un solitario parroco di montagna osò elevarla ed eccitare montanari e valligiani a scagliarsi in frotta, armati di falce, di roncole, nientemeno che contro l'onnipotenza di Napoleone. Non si può immaginare niente di più folle; folle, considerando la gigantesca possa del dominatore e l'infima debolezza dell'oscurissimo eroe. Ma quanto, per coraggio e svegliata coscienza, quel povero Passerini, curato d'un misero villaggio sperduto nella valle d'Intelvi, Ramponio, si elevava d'un tratto sui mitrati che incensavano il carceriere del loro pontefice! Fra tanti preti, che inneggiavano al despota côrso, nessuno sacrò mai un verso al prete Passerini di Ramponio. Se fosse stato vivo Vittorio Alfieri, lo avrebbe forse, e senza forse, esaltato; egli, che nel Misogallo esaltò il musico Marchesi per il fiero contegno che sappiamo.[42] Il povero Passerini fu decapitato, insieme con un illuso seguace, il giovane agrimensore Molciani, a Como.
Fu quello del Porta un brutto periodo per la Chiesa. Si udì persino, nella prima domenica di quaresima, un Besozzi, arciprete di San Lorenzo, eccitare dal pulpito i fedeli ad accorrere al teatro alla Scala, per ammirarvi il sacrilego, osceno _Ballo del Papa_, ch'egli aveva veduto e ammirato la sera avanti, e che gli era parso onesto e decente.[43] Peggio ancora: monsignor Dolfini, vescovo di Bergamo, incitava fra i plausi dei demagoghi, i sacerdoti a smettere la veste talare, quando non ufficiavano in chiesa, per avere agio a vita libera. L'autorità ecclesiastica non si era mostrata punto energica, ma vile, quando i Cisalpini distrussero furibondi tutte le immagini sacre, che da secoli si veneravano a ogni angolo di strada; mentre il Viatico veniva portato ai moribondi, paurosamente, di nascosto, quasi si volesse occultare un reato. Avverte il Tommaseo nel _Secondo esilio_: «Il prete è pianta anch'esso del suolo ove siamo cresciuti tutti. Siamo migliori e avremo preti migliori».[44] E quei preti erano spuntati da un terreno fracido.
Quando mai Milano aveva veduto qualche cosa di simile? Eppure, s'erano viste ben altre brutture. Nel Seicento, il clero lombardo alla ignoranza più crassa, univa la viltà più abbietta. I preti delle classi nobili venivano dalle campagne, come mendichi in cerca d'un tozzo di pane per isfamarsi e fungevano anche da servitori, in quelle case, come il _pret de cà_ della marchesa Travasa. Erano più gli umilissimi servi dei potenti e dei prepotenti, che i servi di Dio, ch'era cacciato all'ultimo posto. Si pensi a Don Abbondio del Manzoni, creazione che appartiene alla famiglia dei preti del gran Meneghino. Di recente un vecchio rigido parroco della campagna bergamasca, a chi gli magnificava i _Promessi Sposi_, dopo cupo silenzio si risolse a rispondere così: — Sarà un bel romanzo, non lo nego.... Anzi.... sì, è un bel romanzo; se vogliamo. Ma quel Manzoni fa fare a Don Abbondio una gran brutta figura!... Il ceto dei parroci non è contento. —
Il Manzoni, nel creare il suo Don Abbondio, non prese lo spunto dai tanti preti pusilli e indegni dell'amico suo Carlo Porta. Non ne aveva bisogno. Egli dipinse un ritratto dal vero. Ritrasse, passandolo nell'interpretazione creatrice del genio, un parroco vero e vivo: il parroco di Germanèdo, presso Lecco, don Alessandro Bolis, il quale abitava poco lontano dalla villa paterna del Manzoni, il _Caleotto_. Don Bolis morì nel 1832, quindi cinque anni dopo la pubblicazione dei _Promessi Sposi_. Poco amico dei libri qual era, non avrà forse conosciuto, neanche di vista, il romanzo che lo rendeva immortale nei secoli.
Un'altra osservazione. Le monache del Porta non presentano nulla di peccaminoso sul genere della Monaca di Monza dei _Promessi Sposi_. Il Porta non parla mai, neppure in iscorcio, di passioni, di colpe d'amore che alcune di quelle religiose, spesso monacate a forza dagli avari parenti, dovevano pur, nell'ombra del chiostro, avere provato; e ch'egli, vivendo a frequente contatto con ecclesiastici, negli uffici pubblici, nella società, doveva conoscere. Nulla, neppure sul gusto dei peccati viziosi della _Religieuse_ del Diderot.
Bensì il Maggi ci apre uno spiraglio nella occulta vita dei monasteri del suo corrottissimo Seicento. Una Tarlesca, servente delle monache, ingiustamente maltrattata da una giovane suora, arriva a questa estrema rivelazione, nel querelarsi con lei:
«Guardi un po', se sono cose da fare con una donna fedele di questa sorte; chè io so cose che, soltanto le bisbigliassi, farebbero oscurare il sole».[45]
Il Manzoni non ebbe bisogno d'andar lontano: trovò una specie di Monaca di Monza in famiglia: nella zia Teresa, monaca fra quelle soppresse da Giuseppe II, e che si chiamavano _monache giuseppine_. Il sommo scrittore spesso confidava agl'intimi amici che qualche cosa egli aveva preso dalla vita di quella sua zia nel parlar di Gertrude, la monaca di Monza. Avrebbe fatto meglio a non dirlo. Ma quando mai il Manzoni non fu sincero?