Carlo Porta e la sua Milano

Part 8

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Bravi, sciur rezitant! Se Dio 'l v'ha daa La deslippa de vess curt de danee, A tuttamanca el v'ha pœu compensaa Con fior de tolla che la var pussee!...[29]

Il figliastro di Napoleone, Eugenio Beauharnais, proteggeva l'Accademia, di cui era socio. Volle compensarne con tremilacinquecento lire l'istruttore artistico, certo Andolfati, e volle assistere all'_Antigone_: serata degna di storia.

Una cantata del Monti, posta in musica dal maestro Gnecco, esaltava in Eugenio «il valoroso figlio del maggior de' mortali». Sul palcoscenico troneggiava, inghirlandato di fiori, il busto dell'Alfieri; busto che, pochi giorni prima, veniva decorato nello stesso teatro di corone con recitazioni del Torti e del conte Giovanni Paradisi, armeggione, adulatore, che seppe salire a presidente del Senato del Regno italico, e segno all'ira del Foscolo nell'_Ipercalissi_.

Non si lasciava trascorrere occasione per onorare in quel teatro i dominatori: oggi Napoleone, domani Francesco I. Per l'onomastico di Napoleone si preparò una serata, con isfoggio di lumi e di epigrafi sbalorditoie. Sulla porta del teatro leggevasi: _Al nome del grande — dei principi — dei popoli — delle arti — proteggitore — l'Accademia Filo-drammatica di sè maggiore_ (sic!) _per Eugenio — primogenito al cuore di Napoleone — socio auspice presente._

IX.

_Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini delle vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora il _Ballo del Papa_. — Nefanda celebrazione del supplizio di Luigi XVI. — Le fortune dei cantanti evirati. — Napoleone ne decora uno! — Motto maligno della cantante Grassini. — I fàscini, gli amori e le vicende di costei. — Il suo primo protettore difeso dalla storia. — La più grande rivale della Grassini. — Il mantello fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate della libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla Scala. — Dove si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti delle signore alla Scala._

Ma il teatro che assurgeva al grado di teatro ufficiale, per tutti gli avvenimenti politici, era il teatro «alla Scala», eretto dopo che il Regio Ducale Teatro andò distrutto da un incendio, divampato appena finito il veglione del sabato grasso del 1776, all'alba. Il teatro alla Scala fu rapidamente costruito, a spese dei ricchi proprietari dei palchi di quel teatro incendiato. Sul disegno dell'architetto Piermarini, sorse sull'area della chiesa soppressa di Santa Maria alla Scala, e venne inaugurato la sera del 3 agosto 1778 con l'opera seria in due atti _L'Europa riconosciuta_, musica di Antonio Salieri, di Legnano, allora alla moda, autore d'una cinquantina di opere, oggi tutte dimenticate. Vi si aggiunse un balletto: _Paffio e Mirra, ossia I prigionieri di Cipro_; perchè allora cominciava nei cartelloni teatrali l'andazzo degli «ossia», durata sino ai nostri giorni.

Le «strepitose vittorie» (così i manifesti ufficiali) riportate da Napoleone venivano celebrate appunto là, alla Scala, aprendola a quanti volevano godersi _gratis_ «illuminazioni a giorno», fremebonde tragedie repubblicane (l'Alfieri era sempre il preferito), opere, balli sul palcoscenico, e sbrigliatissime feste di balli popolari in platea. Si accennò in queste pagine al vituperoso _Ballo del Papa_. Fu rappresentato la sera del 25 febbraio 1797, in odio e disprezzo del vecchio pontefice Pio VI. Il vero titolo dell'azione coreografica era _Il generale Colli a Roma_; ma il popolo lo chiamò con quel nome, ch'è rimasto. Un ignobilissimo maestro di ballo, il Lefévre, per obbedire all'invito dei nuovi padroni, impasticciò un'azione d'intrighi politici e amorosi. Si videro in scena il cardinale segretario Busca, il senatore Rezzonico, generale delle truppe papali, il Generale dei padri domenicani, le principesse Santa Croce e Braschi, nipoti entrambe del papa, e il papa stesso, il canuto Pio VI, che ballò sconciamente col berretto frigio in capo, dopo aver buttato in aria il triregno, fra gli applausi deliranti dei demagoghi. Sì, così si volle raffigurare quell'infelice pontefice, già malato, che doveva morire, prigioniero del Direttorio francese, a Valenza nel Delfinato. L'azione coreografica rappresentava il popolo sollevato contro il generale Colli; e cardinali, teologhi, preti, monache, frati, guardie, dame romane e meretrici ballavano, alla fine, tutti insieme col papa.

La principessa Braschi sveniva fra le braccia del Generale dei domenicani; il generale Colli, mandato dall'Austria, per essere il campione del papa, ne baciava la pantofola; il ballerino, in costume d'eunuco, saltava come il turacciolo d'una bottiglia di vino spiritoso; in platea un declamatore, mentre parlava di Costantino il Grande, vincitore del tiranno Massenzio, fu colpito in fronte da un nocciolo al grido: _Abbasso Costantino_! Il libretto del ballo fu immaginato e scritto dal «cittadino» Salfi dietro suggerimento del prevosto Lattuada, prete indegno. La musica era del maestro Pontelibero, giacobino rabbioso come la sua musica.

Il delicatissimo capolavoro si ammannì per undici sere di seguito. Sfarzosi i costumi; d'effetto gli scenari d'una sala del Concistoro, dell'appartamento della principessa Braschi, della piazza San Pietro, dipinti da un Landriani, che non si vergognò di prostituire l'arte a quelle sconcezze. Analogo si mostrò il contegno dei demagoghi, ululanti di tripudio.

Quella fu la sera più turpemente memorabile. Altra nefanda serata segnò il 21 gennaio 1799, nella quale si volle celebrare l'anniversario del supplizio di Luigi XVI. Si eseguì una «cantata» scritta apposta da Vincenzo Monti, che oltraggiava la memoria di quello sventurato, chiamandolo «vile e spergiuro Capeto». E dire che lo stesso Monti, nella _Bassvilliana_, l'aveva glorificato come vittima sacra! La musica era d'un maestro Minoja, un altro miserabile di quel tempo, nel quale le deboli coscienze venivano rovesciate dai mutevoli avvenimenti come rachitici comignoli dai turbini. Di vivissimo entusiasmo fu accesa al teatro alla Scala la sera del 15 giugno 1800, quando un ufficiale francese annunciò agli spettatori la vittoria di Marengo, avvenuta il giorno prima. Un immenso applauso, un grido frenetico accolsero l'annuncio improvviso. E i maestri? Quelli le cui opere si rappresentavano in quel periodo formavano bella corona: il Cimarosa, il Paisiello, lo Zingarelli, il Fioravanti, il Mayr, il Salieri.... Opere quasi tutte buffe, allora, poichè, in teatro, bastavano le tragedie repubblicane a ricordare che a questo mondo ci furono anche dei mostri incoronati che fecero piangere.

S'era nel tempo dei cantanti evirati; e, fra i primissimi, Luigi Marchesi, detto anche Marchesini, del quale la satira disse:

Quel cappon colla vôs de canarin, Che a ogni trill el ciappava en marenghin.

Un altro evirato ammiratissimo era Gerolamo Crescentini, nato a Urbania, villaggio presso Urbino, morto ottantenne nel 1846. Nell'aria _Ombra adorata_, nell'opera _Romeo e Giulietta_ dello Zingarelli, metteva brividi di commozione. Ma le più vive simpatie dei milanesi andavano al Marchesi, perchè nato all'ombra del Duomo. Quand'egli morì, a Inzago, più che settuagenario, nel 1829, fu pianto da tutta Milano per la sua grande, generosa bontà. Egli fondò a Milano, con le sue elargizioni, il Pio Istituto filarmonico e soccorse quello tipografico. Non ostante che, fanciullo, fosse stato vittima, al pari d'altri infelici, del ferro barbarico, esecrato dal Parini nell'ode altamente umana e fremente _La Musica_, il Marchesi aveva sentimenti non solo pietosi verso i miseri, ma virili, coraggiosi, verso i prepotenti. Al burbanzoso generale francese Mioillis, che una sera pretendeva di costringerlo a cantare, il Marchesi rispose: «Ella può farmi piangere, ma non farmi cantare». Conobbe Ugo Foscolo questa risposta? Se l'avesse conosciuta non avrebbe alluso a lui, col noto ma velato disprezzo e sdegno nei _Sepolcri_, là dove biasima la città di Milano «d'evirati cantori allettatrice».

Ma il Foscolo alludeva, forse, anche al Crescentini. Costui, veramente, più che da Milano fu «allettato» da Napoleone, il quale, caso unico allora, lo decorò della Croce di Ferro, attirandosi biasimi e ironie.

Un giorno, la cantante Grassini, maligna quanto avvenente e quanto celestiale nel canto, dopo d'aver ascoltata l'indignazione di chi non approvava quell'onorificenza messa sul petto d'un evirato, non avendo il Crescentini, infine (diceva colui), nessun merito, esclamò: _Et sa blessure, donc?

_La Grassini! Passò nella storia sopratutto perchè fu una delle amanti di Napoleone. Il pittore Bossi, in un suo diario erotico, lasciò scritto: «Esco adesso dalle stanze della Grassini divina. Chi me lo avesse detto! Ed ora sono cognato di Sua Maestà!»

Di recente, alcuni ricercatori si arrovellarono per istabilire la data precisa del primo incontro amoroso fra il celebre guerriero e la celebre cantante. Nella partita volle entrare persino un avvocato, a corto, sembra, di cause più nobili.

«Qui, su questo petto, Napoleone posò la sua testa!»

Così diceva la Grassini, per vanto. E aggiungeva volentieri che, nell'amplesso, il gran Côrso sveniva. Egli, infatti, pativa d'«aura epilettica» come Giulio Cesare. Conobbe la Grassini a Milano, nei giorni de' suoi trionfi militari, e ne ottenne le intime grazie, destando gelosie nella moglie Giuseppina Beauharnais, la quale si lagnava delle infedeltà del grande marito perchè non poteva soffocare la sua natura — ci racconta madamigella Avrillion, che le stava sempre vicina.[30]

Lineamenti decisi, sopracciglia imperiose nere, neri gli occhi balenanti, nero il volume della chioma opulenta avea la Grassini, e magnifica, statuaria, la figura, nata pei trionfi della scena e.... d'un talamo imperiale. La chiamavano «la decima Musa», ed ella credeva di esserla.

Giuseppina Grassini era nata a Varese l'8 aprile 1773, non da «poveri contadini» come si legge nelle biografie. Suo padre, che procreò la bellezza di diciotto figliuoli, era un ragioniere di conventi; fu anche impiegato governativo a Milano. La madre aveva passione per la musica, e suonava ad orecchio. E Giuseppina cantava come un usignolo innamorato. Il vaiuolo, così diffuso a quel tempo, devastò il viso di tutta quanta la famiglia Grassini, ma risparmiò il volto di Giuseppina.

Il conte generale Alberico Barbiano di Belgioioso di Milano fu il suo primo protettore, che la fece perfezionare nell'arte canora. Si vuole ravvisare in quel patrizio l'eroe del _Giorno_ del Parini; ma è un abbaglio. «La vita di quel sontuoso cavaliere non fu tanto disperatamente frivola, quanto la pretende una tradizione digiuna di sana critica.»[31] Il conte Alberico Barbiano di Belgioioso era generale degli eserciti imperiali, capo della Casa militare dell'arciduca Ferdinando d'Austria, uno dei decurioni della città, presidente dell'Accademia di belle arti. «Non fu vero che trascorresse la vita in ignobili passatempi.»[32]

Giuseppina Grassini si _rivelò_ alla Scala.

Nel 1796, ella vi sostenne la dolce parte di Giulietta nell'opera del Zingarelli, _Giulietta e Romeo_; e tutti l'ammirarono. Il conte Carlo Leoni, il pittoresco epigrafista padovano, la dice, nel suo _Teatro nuovo di Padova_, soffusa di «voluttuoso e magnetico languore», e riferisce il particolare dello svenimento napoleonico.

Nel vedere nel Museo teatrale della Scala una miniatura della Grassini, opera del Quaglia (molto rara, ma pagata salatissima), si pensa alle vicende di quella vita fortunosa e fortunata, che ebbe per intermezzo un'avventura di briganti. Ella stessa raccontava che, in Francia, era stata presa dai masnadieri, i quali la condussero in un antro ch'ella fece echeggiare della sua voce deliziosa, immergendo i suoi tiranni nell'estasi.

L'aggressione dei briganti è storica. Avvenne sulla strada presso Rouvres (Dijon). La Grassini fu malmenata e derubata, ma poi fu trattata con riguardo. Perciò quando vecchia riandava i suoi ricordi, ella non diceva male di quei malandrini: tutt'altro! Li chiamava: _Ces chères assassins_!... È pure storico che certo Durandeau affrontò i briganti; ne uccise due e ne arrestò un terzo. Napoleone fregiò il bravo Durandeau della croce della Legion d'onore, ma la Grassini non si mostrò molto grata a Napoleone. Quando poteva tradirlo era felice. Ella non lo amò. Amò il violinista Rode, di Bordeaux, quel Rode per il quale il Beethoven creò una ben nota romanza.

Napoleone nominò la Grassini cantante di camera, con 51,000 lire di stipendio all'anno, e la coprì di alti favori, di doni, con quella munificenza liberale e spettacolosa ch'era uno degli elementi della sua arte sovrana, insuperabile, d'imperare.

Furibondo di gelosia bestiale per lei si mostrò il principe Augusto duca di Sussex, figlio di re Giorgio d'Inghilterra, avendo fra i cospicui rivali il marchese di Caltanissetta, figlio del principe di Paternò. Il critico musicale della _Revue des Deux Mondes_, il veneziano Scudo, raccontò un bel giorno del 1852, nella sua celebre rivista, che il principe britannico, in un accesso di geloso furore, attentò persino alla vita di lei. Una sera d'estate, il principe e la sirena incantatrice si cullavano in una barca, sulle onde del golfo di Napoli, al chiaro di luna. Ella cantava.... D'un tratto, il principe Augusto la fece afferrare e prendere di peso da due barcaiuoli e gittar nel mare. «Quel demonio di donna (disse poi il principe al buffo napoletano Lablache) sapeva nuotare, e il giorno dopo mi fece pagare ben caro il bagno involontario!» Con qual prezzo? Non sappiamo. Quel «demonio» con la voce di angelo era capace di tutto.

Voce, veramente, di contralto e di soprano insieme. E vero «demonio» nella rivalità con la Billington, che partecipò, ella così pia, alla scellerata cantata del Monti nell'anniversario del supplizio di Luigi XVI alla Scala. La Billington rapiva per la bellezza e per la voce. Lo Scudo narra che la Grassini, «scattando come un leone còlto di sorpresa», assalisse la rivale con certi colpi di voce da farla sgomentare. Era donna maschia, nonostante il «magnetico languore» del volto. E, nonostante i mille corteggiatori, la viragine inclinava ad acri amori speciali.... A Venezia, quand'ella vi cantò nelle opere _Issipile_ del Farinelli, _Giulietta e Romeo_ del Zingarelli e _Telemaco_ del Mayr, volavano di bocca in bocca salaci aneddoti su quegli amori.

Giuseppina Grassini visse sino i settantasette anni. A Milano potè assistere alla lotta popolare delle Cinque giornate contro gli Austriaci. Guardando dalla finestra della sua dimora, a San Babila, vide una grossa barricata improvvisata laggiù sulla via; barricata costrutta con tutto ciò che gl'insorti potevano trovare a portata di mano in quei frangenti. E, fra tavole e botti e persino stie, la Grassini scorse una grande carrozza: era la sua, quella che l'aveva condotta di trionfo in trionfo attraverso l'Europa.

Morì la sera del 3 gennaio 1850, a Milano, in quella casa Arese dove teneva spesso conversazione parlando un linguaggio curiosissimo: un miscuglio d'italiano, di francese e di lombardo. Veniva corretta, di tanto in tanto, da Carlo, suo fratello. Costui, a soli sedici anni, seguì, come semplice tamburino, Napoleone nella campagna di Russia, e fu dei pochissimi che ritornarono da quelle stragi. Si pose poi a comporre novelle e romanzi, che Dio glieli perdoni!, e una grammatica francese, sulla quale molti di noi abbiamo studiato ragazzi.

Il ritratto in miniatura della Grassini, che ora si ammira nel Museo teatrale della Scala a Milano, dipinto dal Quaglia, ella lo lasciò in legato ai «suoi distinti amici Pacchierotti». A suo marito Cesare Ragani (poichè, e pochi lo sapevano, aveva persino un marito!...) la Grassini lasciò il capitale corrispondente a 4000 franchi di rendita all'anno. Sì, a quel marito «residente (ella così dichiarava nel testamento) da tanti anni in Francia, a Vincennes».

Nel Museo potrebbero figurare le due liste superstiti d'un ampio mantello rosso fiammeggiante, ricamato d'oro, regalato da Napoleone alla sublime, che ne andava superba mostrandolo a' suoi visitatori, alle sue favorite come una bandiera di vittoria.

Quando la Grassini moriva, naufragava alla Scala _Cellini a Parigi_, opera semiseria di Lauro Rossi, un giovane ch'ella voleva proteggere.

Fu sepolta a Milano, nel cimitero di San Gregorio, oggi distrutto. E le sue ossa, che portarono in giro per il mondo una delle più affascinanti vite italiane, andarono disperse.

Carlo Porta, elegantemente abbigliato alla moda, frequentava anche il teatro alla Scala, dove s'incontrava con gli amici romantici dei quali doveva essere il caustico paladino vernacolo. Nel palco del marchese de Breme, gran signore, che appunto in quel palco accolse lord Byron quando, nel 1816, il bellissimo bardo, tutto bollore carbonaro, venne a Milano,[33] anche il Porta aveva accesso. Là il poeta del _Bongee_ vedeva lo Stendhal, il suo più fervido ammiratore straniero.

Lo Stendhal ricorda che l'atrio della Scala era il quartier generale dei fatti del giorno: ivi si fabbricava l'opinione pubblica sulle signore, ivi si attribuiva per amico a ciascuno d'esse l'uomo che dava loro il braccio per salire nel loro palchetto:

«C'est surtout les jours de première représentation que cette démarche est décisive. Une femme est déshonorée quand on la soupçonne d'avoir un ami qu'elle ne peut pas engager à lui donner le bras à huit heures et demi, lorsqu'elle monte dans sa loge.»[34]

Ma degli amici delle signore d'allora, dei «patiti», come si diceva, parleremo più innanzi.

X.

_La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua finta tomba. — La nuova borghesia e la vecchia aristocrazia. — La _preghiera_ e _La nomina del cappellan_ di Carlo Porta. — Un'antenata di donna Fabia e della marchesa Travasa. — Le commedie del Maggi. — Lady Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che cosa diceva del Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta. — Eleganze in casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti delle signore milanesi». — Artefici di grido: Canonica e Appiani. — La casa dei Franco-Muratori._

Nel frattempo il Parini, irato contro i demagoghi e contro i predatori, era morto a settant'anni, in una camera a pianterreno del palazzo di Brera. Il Parini non morì così povero, come si disse; ma certo non ricco. Alessandro Manzoni raccontava, nelle veglie, a' suoi intimi amici, che quando dopo la morte del Parini, furono venduti all'asta i suoi libri e i suoi manoscritti, fra i quali ancora inediti il _Vespro_ e la _Notte_, i congiunti del poeta, che erano contadini di Bosisio, accorsi a Milano, per raccoglierne la eredità, vedendo salire ad alto prezzo semplici manoscritti, li presero in mano e li scossero, credendo che vi fosse dentro denaro.[35]

Le ossa di Giuseppe Parini andarono disperse, al pari di quelle di Cesare Beccaria, sepolto nello stesso cimitero di Porta Comàsina; la lapide che, in memoria del Parini, vi pose l'amico Calimero Cattaneo, disparve anch'essa, e il cimitero fu trasformato, non ha guari, in un orto.

Più tardi, i demagoghi in una festa popolare all'aperto, eressero varie finte tombe d'illustri; fra esse, una col nome di Giuseppe Parini. Goffa profanazione.

Saliva una nuova borghesia; arricchita borghesia di signore milanesi, i cui allegri, liberi costumi, i cui gesti imitati sui modelli di Francia potevano offrir tema a satira saporita; ad esempio, le loro pose sentimentali adottate prima ancora del Romanticismo, ma derivazioni della _Nuova Eloisa_ del Rousseau, e i nervosismi, e i languori e i _fumi_, come dicevano: poichè _aver i fumi_ era un rendersi interessanti come più tardi (ahimè, chi potrebbe crederlo oggi) l'etisia, idealizzata nella _Dame aux camélias_ da Alessandro Dumas figlio.

Carlo Porta, borghese, non toccò quella borghesia nuova. Rivolse il suo dardo contro la vecchia aristocrazia, gonfia dei propri titoli nobiliari, albagiosa, che il Parini aveva già deriso, con insuperabile finezza, nel _Giorno_.

Ne _La preghiera_ e ne _La nomina del cappellan_, del Porta, siamo al cospetto di due vecchie dame della superstite aristocrazia spagnuolo-lombarda, superbissima del proprio inclito sangue, e la cui razza, nella tormenta giacobina, andò travolta, non distrutta; chè anzi, poi, ottenne dall'Austria l'imperiale riconoscimento de' suoi vantati diritti.

Ne _La preghiera_ udiamo le sdegnose recriminazioni di donna Fabia Fabron de Fabrian contro i nuovi tempi diabolici. Un ex-francescano, uno dei tanti licenziati dal Bonaparte quando (come dice il Porta stesso in un sonetto caudato) diede _ona sopressada ai fratarij_, invitato a pranzo da donna Fabia, l'ascolta, mentre in cucina cuoce il riso. Ella gli parla concitata e irata in quel linguaggio italo-milanese, assai buffo, che si usava dalle dame dell'antico stampo; le quali volevano accrescere col linguaggio pretenzioso il sussiego di prammatica.

Il racconto di donna Fabia, piena di dignità nello sdegno, si svolge intorno a un capitombolo fatto da lei, sulla strada, mentre, scendendo di carrozza, voleva evitare l'urto d'un prete sporco e bisunto, che le passava accanto in quel momento. I monelli, il popolino si mettono a ridere alla caduta spettacolosa, a motteggiare.... Ma ella è gran dama, non risponde; è devota, ed entra in chiesa, dove innalza al suo «caro e buon Gesù» una _preghiera_, per raccomandare alla divina clemenza gli «eccessi», le «colpe», i «delitti» di quei «delinquenti» rallegrati dalla sua disgrazia; pensando che

l'offendesser Senza conoscer cosa si facesser,

e sperando che la propria rassegnazione possa «condurli al ben».

In quella preghiera, donna Fabia rappresenta e sostiene il diritto divino; crede che le nobili gerarchie terrestri, alle quali ella appartiene per nascita, siano simbolo delle gerarchie che «fan corona» a Gesù in cielo. Crede che il disgraziato, il quale non nasce nobile, sia fango....

Giuseppe Ferrari, nel suo studio sulla poesia popolare in Italia, pubblicato nella _Revue des Deux Mondes_ del 1839-40 (e il Rovani gli fa eco nelle _Tre arti_, a proposito del Porta), nota che donna Fabia è la donna Quinzia del Maggi, arguto, sereno commediografo milanese del Seicento, così superiore al suo secolo. È la dama italo-spagnuola tipica.

Ma se il tipo comico nell'essenza è lo stesso, ben più espressiva, più incisiva è l'arte con cui è rappresentato dal Porta: sopra tutto è diverso l'«ambiente». È questo che fa spiccare al vivo il tipo di donna Fabia. Dal contrasto, dall'urto fra l'albagia aristocratica rappresentata, affermata da donna Fabia, e le beffe irriverenti del popolino, che l'accolgono, sfavilla il comico. È la lotta fra il vecchiume e il nuovo. È l'irritazione di chi si vede strappato il terreno, creduto legittimo, sacrosanto, sotto i piedi. E a donna Fabia è tolto ormai quasi tutto, poichè le è tolto il rispetto degli inferiori. Non le resta che di sfogarsi, prima del pranzo, mentre cuoce il riso, con un ex-francescano, il quale considerando le tante rovine del giorno vede, al pari di lei, «prossima assai la fin del mondo». Non le resta che sapere di non essere, per grazia speciale del suo «caro e buon Gesù», nata plebea, «un verme vile, un mostro». E le resta il cielo.

A donna Quinzia del Maggi non vien meno il rispetto degl'inferiori; a donna Fabia i monelli della strada hanno il coraggio di fischiarle il beffardo _va-via-veh_! È la democrazia che irrompe e beffa l'aristocrazia che cade.

Ma donna Fabia Fabron de Fabrian (anche il cognome è spagnolescamente rimbombante) non è cristiana e non è gran dama per nulla. Vuol perdonare agli offensori; vuol essere generosa con essi. Uscita di chiesa, domanda ella stessa a loro medesimi quanti sono quegl'insolenti, in luogo di farli chiedere dal proprio domestico Anselmo:

Siamo _vent'un_, responden, Eccellenza!

E donna Fabia:

Caspita! molti, replicò.... Vent'un? Non serve, Anselm, degh un quattrin per un!