Part 6
Ecco come esprimevasi quest'uomo, che la rompe risoluto colle amanti e si studia di mostrarsene indifferente. Eppure si lascia dominare da strane gelosie. Paolo Mantegazza, in un articolo sul nervosismo degli uomini grandi, pubblicato in un numero del _Fanfulla della domenica_ del 1880, dopo aver toccato del temperamento del Porta, uomo «appassionato, convulsivo, pieno di nervosismi», racconta questo curioso aneddoto: «So dalle labbra della mia mamma un aneddoto del poeta, che per via femminile è anche un po' mio parente. Una notte egli si sveglia ad un tratto tormentato dalla gelosia per una donna adorata, e che villeggiava in Brianza. Di certo egli è tradito, di certo in quella notte istessa la donna del suo cuore dorme con un rivale. Balza dal letto, corre alla porta; domanda con lauta promessa di danaro i due migliori cavalli delle scuderie pubbliche e via di volo per Brianza. Era d'autunno inoltrato.... I cavalli volano e il postiglione interpreta fedelmente la furia del Porta. Si arriva alla villa fra le tenebre, e il poeta, lasciata la vettura a piccola distanza, a piedi, come ladro notturno, prende d'assalto muri e cancelli, appoggia una scala al balcone del primo piano; risveglia i dormienti mette a rumore cani, servi e ogni cosa. Poi si nasconde non so dove, spaventato egli stesso per lo spavento di tutti e forse vergognoso della sua pazza impresa. Riesce però a trovarsi colla donna amata che dorme il sonno dell'innocenza.... Il resto della scena mi è ignoto, ma sarà tutto finito, come se non si fosse trattato di uomini di genio o di nevrosici.»
Dopo l'avventura amorosa con la patrizia veneziana, nulla sappiamo di quella poveretta, che trovava nel suo cuore ferito accenti di dignità e di sdegno. Carlo Porta era ancora un ragazzo, non ostante il suo ingegno naturale e certa penetrazione; era ancora un inesperto, un egoista, soprattutto. Non comprendeva il male che aveva fatto con l'accondiscendere a una passione, che sin dalle prime si capiva doveva finire presto e male. Mai le donne amino uomini più giovani di loro: non ne ricaveranno che lagrime. Paolo Heyse, il novelliere tedesco che amò tanto l'Italia, ha una novella su questo soggetto. La sua protagonista, una signora matura innamorata, scopre il tradimento del proprio adorato: lo sorprende mentre egli contempla amoroso, estatico, una giovane bella, di casa, che giace seminuda, addormentata. Ella, nel vedere la scena, ne riceve tal colpo, che cade ammalata; e poi, guarita alla meglio, esclama: Come fui sciocca!
Qui dobbiamo un po' considerare la vita di Carlo Porta quale pubblico impiegato: vita un po' agitata a motivo dei rapidi mutamenti politici: vera fantasmagoria, lanterna magica tumultuosa.
In una domanda autografa indirizzata, negli anni maturi, a' superiori d'ufficio e che si conserva nell'Archivio di Milano, il Porta compila il proprio «stato di servizio» come impiegato pubblico. Trasferito da Venezia a Milano nel 1799, egli venne conservato nel medesimo impiego presso la «Intendenza generale delle finanze della Lombardia». Il suo stipendio limitavasi ad annue milleseicentotrentasette lire milanesi, e bastavano alla sua vita, considerato come allora, non ostante i balzelli, tutto costava poco in confronto di adesso, dal vino squisito col quale si brindava a' nuovi padroni, alle camere dove si dormivano sonni interrotti da risse di nottambuli e da canzonacce straniere. Ma, ben presto, impiego e stipendio gli sono tolti. Difatto, non era egli impiegato per decreto del Governo austriaco? L'arruffata Repubblica cisalpina crollò al ritorno vittorioso dell'esercito austriaco fiancheggiato dai russi condotti dal feroce Suvaroff; una reazione austro-russa imperversante per tredici mesi desolò la Lombardia fino al 14 giugno 1800, giorno della battaglia di Marengo, vinta gloriosamente da Napoleone che ritornò padrone di Milano e rialzò la Repubblica cisalpina; e Carlo Porta non avea egli forse continuato nell'impiego di nomina austriaca durante quella reazione? Ciò formava un'imperdonabile colpa agli occhi di que' signori della ripristinata Repubblica, ignari che il Porta avesse maledetto i ladroni che, guidati dal Suvaroff, s'erano rovesciati sull'infelice Lombardia. L'arcivescovo Filippo Visconti, patrizio milanese, deturpando la propria canizie venerabile, incensava il Suvaroff: e il Porta ne scattava di sdegno:
Con la mitria e 'l puvïaa L'è andaa in Domm, el l'ha incensaa; Dandegh finna la soa dritta A on eretegh moscovitta!...
Ciò non valse a salvarlo. Un decreto di reciso licenziamento dall'impiego, firmato _Soldini_, diceva: «il cittadino Carlo Porta è ringraziato».
Ma il Porta non s'abbandona all'ozio. Diviene per tredici mesi «capo di corrispondenze» presso quel Gaetano Borella fornitore generale delle «sussistenze militari» nella Repubblica cisalpina, impiego cui già aveva aspirato. Più tardi, nel 1804, è riammesso nell'impiego primitivo, quale sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del Debito pubblico.
Egli fu impiegato diligentissimo; nè mai s'accapigliò co' superiori. Una volta, uno di costoro gli negò un favore; egli scagliò contro di lui un paio di sonetti, ma ne tenne il nome segreto.
Durante l'orario d'ufficio, quale cassiere (come poi divenne al Monte Napoleone), non conversava coi colleghi: se ne stava taciturno; ma la facezia usciva talvolta brillante dal suo labbro. Un aneddoto: chi riscoteva le pensioni doveva presentare, come adesso, l'attestato di vita. Un pensionato non si poteva capacitare di tale formalità:
— Ma lei non mi vede che son vivo? — dice al Porta.
— Sì, — risponde il poeta, aprendo un cassetto; — ma non basta: venga qui dentro, che la presenterò ai miei superiori. —
Salì poi al posto di cassiere; e, come succede ai burocratici nati, ci teneva quasi al pari d'un regno.
VII.
_Celebrazione repubblicana in piazza del Duomo. — Ciò che portò via e ciò che lasciò Napoleone nel tornare in Francia. — La «fiera» dei pubblici saccheggiatori. — Il bozzetto storico del Porta: _Desgrazi de Giovannin Bongee_. — Documenti che ne provano la verità. — Giudizi francesi sulle soperchierie francesi. — Stendhal. — L'irruzione degli Austro-Russi. — Suvaroff. — Suoi costumi. — La feroce reazione controllata dal Porta. — Il racconto della contessa Cicognara. — La battaglia di Marengo. — Napoleone di nuovo padrone della Lombardia. — Rialza la Repubblica cisalpina._
Carlo Porta era, dunque, tornato da Venezia nella sua Milano, e intanto gli avvenimenti politici incalzavano. Qui bisogna chiarirli.
Dopo che, nel 5 luglio 1797, il ministro della polizia, generale Porro, ordinava che a tutte le bandiere sparse nel dipartimento dell'Olona fosse «tolto il color bleu e sostituito il verde» (la bandiera, che doveva diventare più tardi quella di tutta Italia); dopo la celebrazione dell'anniversario del quinto anno della Repubblica francese, celebrazione svoltasi nella piazza del Duomo, con infernale tuonare d'artiglierie, che infransero molti vetri degli artistici finestroni colorati del tempio, e con la mostra spettacolosa delle immagini dei due Bruti (il primo non bastava più!) e di Publicola e di Catone, buonanime (ritratti, s'intende, tutti dal vero.... e che il popolo ambrosiano conosceva di vista benissimo); dopo, infine, aver firmato il trattato di pace di Campoformio, per il quale l'Austria riconosceva la Repubblica cisalpina, Napoleone tornò rapido in Francia.
E, in Francia, lo avevano preceduto i nostri cimelii più preziosi: il famoso papiro della _Storia giudaica_ di Giuseppe Flavio, una _Divina Commedia_, manoscritti figurati di Leonardo da Vinci, e insigni capolavori d'arte, fra cui il cartone della scuola d'Atene di Raffaello; ma questo fu il destino di tutte le terre italiane, per le quali il liberatore passò. L'orgoglio francese veniva accarezzato da quelle ruberie, gabellate per trofei di vittoria.
Napoleone ci lasciò un Direttorio e due Corpi legislativi, ben lontano dal riflettere che non erano adatti al carattere, allo spirito, ai bisogni dei Lombardi.
Il Direttorio cominciò a sopprimere, per volontà di Napoleone, una folla di monasteri, di monache, di frati. I beni delle mense vescovili vennero avocati alla nazione. La chiesa votiva di San Sebastiano, eretta per la cessata peste del 1577, fu trasformata in circolo politico, assordante.
Ma la Repubblica cisalpina era destinata a non lunga vita, come tutte le improvvisazioni senza logica base. Invano, fetidi giornali, che già conosciamo, vomitavano velenose ingiurie e diffamazioni per intimidire e imperare. Invano, nel detto gran giorno della festa del quinto anno della Repubblica francese, un carro tirato da sei cavalli inghirlandati e con piume tricolori in testa, aveva condotto in clamoroso trionfo una giovane seminuda col berretto frigio in capo, appoggiata a un'asta, che simboleggiava la Francia; mentre, a' suoi piedi, sei Genii spargevano rami d'alloro. E ciò per abbagliare il popolo. Ma il popolo milanese ne aveva abbastanza di quei buffoni e di quelle buffonate. Già Napoleone aveva frenato più volte gli eccessi dei demagoghi, facendo, ad esempio, strappare dalle cantonate un proclama del giornalista Lattanzi, che bestemmiava Cristo e la religione; di quel Lattanzi nato nella Campagna romana, e che il Monti chiamò nella _Mascheroniana_ «del rubar maestro....».
Ma non sempre arrivava, o voleva arrivare, per sopprimere gli oltraggi alla religione e al pontefice, come quando nella sera del 25 febbraio 1797 al teatro della Scala si rappresentò il turpe _Ballo del Papa_, ove si vide Pio VI gettar via il triregno, mettersi in testa il berretto frigio, e ballare sconciamente con cardinali, preti, monache, frati, fra le urla di _Viva!_ e di _Morte!_ dei demagoghi.[25]
Così il Bonaparte sapeva benissimo delle innumerevoli trufferie che si commettevano nelle pubbliche amministrazioni. Un giorno scrisse al Direttorio: «Tali orrori fanno arrossire d'essere francese». Ma faceva capire ch'era inutile sottoporli al Consiglio di guerra, aggiungendo: «Corrompono i giudici. È una fiera, e tutto si mercanteggia.» Si poteva continuare così? Il generale Despinoy venne chiamato «il generale delle ventiquattr'ore», perchè a ogni momento mandava alla Municipalità l'ordine di consegnargli, «entro ventiquattr'ore», cavalli, buoi, letti, coperte di lana, tela, stivali, sciabole. Pietro Verri lasciò scritto ch'era un «saccheggio prolungato». E intanto, i «bosini» beffardi delle vie cantavano:
Liberté, Fraternité, Egalité. I Franzes in carroccia e nun a pè.
E qui dobbiamo mettere nella sua luce, che è luce storica pur troppo, uno dei capolavori di Carlo Porta: le sestine _Desgrazi de Giovannin Bongee._
È un vivo episodio delle brutali violenze che, durante la Repubblica cisalpina, si commettevano a Milano, a danno de' cittadini pacifici e troppo inoffensivi. In _Giovannin Bongee_ è rappresentato il popolano scemo, debole, che mentre ostenta coraggio da leone, per emulare forse nelle vanterie i demagoghi trionfanti, le piglia sode da quei «prepotentoni de frances», i quali vanno a godere la moglie di lui dopo d'averlo ben bene bastonato. E ancor lui fortunato, che è preso a scappellotti soltanto! I soldati francesi erano avvezzi a ben altro! Le cronache milanesi del tempo riboccano di furti e d'aggressioni a mano armata da parte di malviventi fuorusciti, a' quali si mescolavano quasi sempre soldati cisalpini. Nè i soli furti, ma e le risse che i soldati accendavano coi cittadini, e gli omicidii. Il Porta scriveva al fratello Gaspare a Galbiate: «Ieri notte (la lettera è senza data, ma è di quel tempo) fu compromessa la sicurezza de' cittadini da una numerosa ciurma di ubbriachi che scorreva armata per le contrade, e tagliava a fette, bastonava e maltrattava quanti loro succedeva d'incontrare. Entrarono anche in qualche casa a frastornarvi le conversazioni ed a commettere degli eguali delitti. Ora tutto è tranquillo mediante l'arresto che fu fatto di venti e più di questi scellerati.» Tali le condizioni della pubblica sicurezza d'allora; e questo il rispetto ai cittadini. Il _Bongee_, da buon meneghino, servo fedele de' vecchi padroni, versa le proprie querimonie nel seno di qualcuno di que' parrucconi illustrissimi, i quali odiavano i rivoluzionari francesi e formavano ardenti voti per il ritorno degli ordini aristocratici.
_Bongee_, in milanese, significava una volta «buzzone, uomo di gran pancia», e il Porta ne fa un cognome.
«Questo è il primo lavoro (rammentava Tommaso Grossi) che abbia acquistato al poeta celebrità durevole. Levò rumore grandissimo in Milano e in ogni luogo ove il dialetto milanese è inteso. Fu copiato a mano, più volte, anche dallo stesso Porta, e distribuito agli amici, e stampato e ristampato.» Quel linguaggio meneghino, misto d'italiano e di francese storpiati, che il _Bongee_ adopera narrando le proprie disgrazie; linguaggio che il popolino allora, e in circostanze come quelle, avrebbe usato, suscitava alte risa. Il Manzoni ammirava la perfezione artistica del carattere di _Giovannin Bongee_. E Ugo Foscolo, in una briosa lettera al Porta, che leggeremo più avanti, lo chiamava scherzosamente «Omero dell'Achille Bongee». Ma nessuno avrebbe pensato che il popolano milanese, bistrattato così vilmente dallo straniero invasore, sarebbe divenuto, mezzo secolo più tardi, uno degli eroi delle barricate nelle «Cinque giornate» contro un altro straniero. Alte risa, sì, suscitava al suo tempo _Giovannin Bongee_, miserabile, ignorante, cornuto, bastonato: non oggi, dotati come siamo d'una coscienza più sensibile, con un sentimento più educato della giustizia, quell'infelice ci fa ridere. Desta, anzi, sdegno e pietà; sdegno per le violenze; pietà, per la vittima. Oggi, nel Porta, vediamo balenare quasi un vendicatore, celato sotto il lepido verso, che mostra di quali armi gli stranieri si servivano per conculcare ancor più gli oppressi deboli e inermi. La stessa oppressione e lo strazio quanto ridestarono il sentimento della dignità! Lo stesso infame bastone austriaco quanto servì al sacro odio patriottico!
Famosi storici francesi (il Thiers ed altri) confessano le soperchierie, le ribalderie dei soldati e degli ufficiali francesi, commesse sugli abitanti di Lombardia, per il solo loro gusto, per il loro divertimento. Lo Stendhal, nel libro _Rome, Naples et Florence_, dove parla tanto di Milano, arriva a dire: «Quant à l'insolence du soldat français, elle était superlative: faites-vous réciter un des chefs-d'œuvre de notre poésie nationale». E alludeva al _Giovannin Bongee_ del Porta.[26]
Ma un moscovita, Suvaroff, doveva rovesciare ogni baracca.
L'Austria e la Russia, di concerto con l'Inghilterra e con la Turchia, nel maggio del 1799, erano pronte a dar guerra alla Francia, che la prevenne e la intimò. I due eserciti si posero di fronte. Gli Austriaci erano capitanati dal generale Melas; i Russi dal maresciallo Suvaroff, che assunse poi il comando di tutti; i Francesi dal generale Schérer, vecchio e debole.
Suvaroff! Quale tipo di capitano bizzarro, buffo e terribile! Piccolo, magro, tutto nervi, occhi accesi, bocca enorme, grossi denti, faccia piena di rughe con certi _tic_ spasmodici. Odia gli specchi, non vuole carrozze, non letti. Dorme per terra, e, all'alba, emette un acutissimo chicchirichì, come un gallo, per isvegliare i soldati. Comanda e combatte in camicia, brandendo uno sciabolone enorme, su un cavallo indemoniato come lui. Mangia carne cruda. Al campo porta una cappella ambulante piena di reliquie e prega più volte il giorno, baciando la terra; e, inginocchiato, bacia la bandiera russa; ma al solo nome di «francese» balza in piedi tremendo, con gli occhi iniettati di sangue.
— Bajonetta! bajonetta! Carica alla bajonetta! — egli grida. — La palla? È una vecchia pazza, che non sa quello che si fa. La bajonetta è giovane, vigorosa, e non sbaglia. — «_En avant et frappe!_» è il suo motto.
I Francesi non aspettano di essere attaccati. S'impadroniscono dei forti di Rivoli. Ma lo Schérer viene battuto, e si ritira sbigottito prima al Mincio, poi all'Oglio, poi all'Adda. Suvaroff passa l'Adda, piomba sul generale Serurier, fa prigione lui e tutta la sua divisione. A Cassano, il Melas irrompe contro i Francesi, e ne abbatte l'ala sinistra. Ormai la via di Milano è aperta ai nuovi barbari.
I notabili austriacanti milanesi sono giubilanti. Muovono incontro agli Austro-Russi nel villaggio di Crescenzago. L'arcivescovo Filippo Visconti li guida, s'incontra nel Melas, e, quasi piangendo di commozione, gli presenta le chiavi della città, quelle famose chiavi dorate.... E usseri austriaci si schierano in piazza del Duomo, dove, fra vituperii, si abbatte l'albero della libertà. Alcune dame inghirlandano le bandiere austro-russe; si grida «evviva i liberatori! evviva la religione!» Suvaroff è ricevuto in Duomo dall'arcivescovo in mitria; bacia tre volte il pavimento, quindi l'altare. Il primate lo incensa, lo benedice. Ed è allora che Carlo Porta vibra il suo verso contro l'arcivescovo; il quale fa tutto l'opposto di sant'Ambrogio. Il fiero santo proibì all'imperatore Teodosio di entrare nel tempio, perchè aveva le mani grondanti di sangue; invece, egli, suo successore sul soglio ecclesiastico, lo accoglie in festa, dà la diritta a lui, eretico, e lo incensa. I versi del Porta li abbiamo letti.
I cosacchi, a cavallo, galoppano intanto per le vie di Milano, lanciando una corda a nodo scorsoio al collo dei supposti repubblicani, e se li trascinano dietro. Carlo Porta li ricorda in una strofa del _Brindes per un disnà alla Cassina di pomm_. Egli sogna:
Me pariva che on ulan El me trass la corda al coll, Strascinandem per Milan A tœu su di brutt paroll.[27]
La contessa Massimiliana Cicognara, nata Cislago, veronese, coltissima, graziosa, coraggiosa e un po' intrigante, benchè avesse visto i soldati francesi spogliarle d'ogni ben di Dio il palazzo de' suoi avi, partecipava alle idee repubblicane del marito, allora tanto famoso quanto oggi dimenticato, Leopoldo Cicognara, morso dal Porta in un sonetto.
La contessa Cicognara narrava in lettere confidenziali al marito le avversioni al passato, da molti ostentate all'estremo, dopo le vittorie degli Austro-Russi. «Tu non puoi immaginarti sino a che punto si spinga la ostentazione di sentimenti avversi alle cose passate. I riguardi o le paure di molti sono spinti all'eccesso, e si manifestano con vili adulazioni e bassezze più vili. Che sperare da un paese e da una gente di questa fatta?»
E il 1º febbraio 1800 gli scriveva ancora: «In questo momento, un terzo di Milano è convulso d'entusiasmo per l'apertura d'un «Casino nobile», che fu istituito per espiare tante colpe democratiche; questa sera dev'essere aperto con una festa di ballo di cui si dicono meraviglie. Immaginati che sensazione fa codesta risurrezione delle gerarchie, in questi momenti, a chi s'era abituato a non considerarle più come il compendio di tutti i meriti! Io non posso proprio simpatizzare con questi butirrosi semidei.»
E il 22, accennando a quella festa, scrive di bel nuovo al Cicognara:
«M'hanno raccontato cose meravigliose dello sfarzo, della ricchezza di molte di quelle donne: una aveva intorno per più d'un milione e mezzo di brillanti; e appena osavano intervenirvi quelle che non possono tappezzarsene: la magnificenza tien luogo dell'eleganza. Sul corso poi dei bastioni, non havvi meno di trecento superbe carrozze con bellissimi cavalli e ricchissime livree: insomma, se il lusso è indizio di abbondanza, qui v'è di certo più che il superfluo. Vedi che cosa vuol dire l'essersi conciliati con la Chiesa e con l'Imperio! Gli eroi repubblicani languiscono nella indigenza, e i «buoni cristiani» godono di tutte le delizie della vita, a onore e gloria di Dio!»[28]
Qui abbiamo il quadro delle ricchezze che, non ostante i saccheggi francesi, formavano di Milano, anche allora, una delle città più ricche d'Italia. Giuseppina Bonaparte soleva dire che le gemme sfoggiate dalle signore milanesi erano «male legate» e, forse, non aveva torto; ma erano tante!
La feroce reazione austro-russa durò tredici mesi, nei quali furono richiamate alcune corporazioni religiose (gli oblati), quand'ecco mutò d'improvviso ancora la scena.
Napoleone, reduce dalle vittorie d'Egitto, vola verso gli Austriaci; valica il Gran San Bernardo, fra le nevi, fra difficoltà indicibili; con 60,000 uomini scende ai piani, piomba il 14 giugno 1800 sugli Austriaci a Marengo, in una battaglia che lo rende una seconda volta padrone della Lombardia. La salma dell'eroico generale Desaix, a cui Napoleone deve quella vittoria, viene imbalsamata a Milano e spedita in Francia. Le acclamazioni al vincitore vanno al cielo. Milano torna in festa. Nel teatro «alla Scala», luminarie, inni, evviva. Napoleone rialzerà la Repubblica cisalpina, ma per poco, volgendo in mente una più razionale costituzione repubblicana. I poeti dal «servo encomio» lo chiamano «Giove terreno»: il Cesarotti ed il Monti fra tanti altri affascinati.
VIII.
_Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del Teatro Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti signore di Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno scialle. — La profonda filosofia d'un marito. — Paolina Bonaparte. — Le scatole da tabacco e il giuoco del tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e le sue recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. — Una lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea Appiani. — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del Monti. — Carlo Porta attore drammatico. — Malumori di quinte. — Epigramma del Porta. — L'accademia «di sè maggiore»!..._
Carlo Porta aveva la passione dei teatri. Volle essere annoverato fra i fondatori del Teatro Patriottico di Milano, che cambiò poi il nome in quello di Teatro de' Filodrammatici, tuttora esistente.
Quel teatro ebbe curiose vicende; uomini famosi lo protessero; donne e madonne famose lo decorarono.
Sulla fine del Settecento, non erano rare a Milano le private società filodrammatiche. La vita d'allora scorreva semplice; lo sappiamo; e uno dei prelibati divertimenti era il recitare nelle commedie del Goldoni; magari nei rustici _Conti d'Agliate_, commedia scritta parte in milanese e parte in italiano, come Carlo Porta e Tommaso Grossi composero insieme la loro comitragedia _Giovanni Maria Visconti_, cavallo di battaglia dell'attore Preda. Il giovanotto milanese voleva farsi vedere dalla sua bella sul piccolo palcoscenico, vestito da «lustrissimo» o da «guerriero», presso a poco come adesso vuol farsi vedere alle corse vestito all'inglese. Le ragazze da marito, le _popòle_, erano accompagnate dove la «pivelleria», come si chiamano ancora a Milano gli sbarbatelli, accorreva a inaugurare, prima della scoperta della pila, un corso completo di telegrafia con le occhiate e coi gesti più cauti. Le società filodrammatiche si radunavano, stipate come sardine di Nantes, in afose, anguste sale, al chiarore di lumi a olio col riverbero di latta che accecava o di candele di sego che dal soffitto gocciolavano lagrime attaccaticcie sulle teste.
Una di codeste società filodrammatiche ricercate era quella del «Gambero». Carlo Porta ne lasciò memoria ne' suoi manoscritti inediti: «Fu nominato «del Gambero» (egli scrive) il teatro di San Pietro all'Orto, perchè era accessibile dal cortile della trattoria così detta «del Gambero», che ne mostrava al di fuori una immensissima insegna coll'effigie in rosso del protagonista». Più tardi, i componenti dell'artistica società si chiamarono «Filogamberi».