Carlo Porta e la sua Milano

Part 4

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«Sì, sì! bravo, bravo!» urlarono gli ascoltatori, e la guglia restò salva, aspettando livellatori più radicali.»[11]

Ma si voleva abbattere addirittura il Duomo! I più miti fra gli arruffoni, venuti dal di fuori, e che nulla sapevano del sacro amore degli ambrosiani per il loro tempio, sublime monumento di fede avìta e di storia, volevano trasformarlo in uffici pubblici; ma compresero che si andava contro sentimenti, dei quali era imprudente, per lo meno, non tener conto cauto e rispettoso. Si pensi che, nel Duomo, si affollavano attoniti ogni giorno densi gruppi di contadini; i quali scendevano dalla campagna per vedere anch'essi, almeno una volta nella loro misera vita, _el Domm_ meraviglioso, del quale avevano udito parlare sin dall'infanzia come d'un portento più che umano. Lady Morgan, nella sua _Italy_, parla di quei contadini raggruppati in famiglie, seduti in estasi prolungate.

In piazza del Duomo era stata eretta, accanto all'albero della libertà, una tribuna con un enorme stendardo nero (roba allegra), nel quale leggevasi in lettere bianche l'annuncio sintetico di tutti i discorsi che si dovevano tenere alle turbe: _Diritti dell'uomo_. Ma nel club in via Rugabella c'era un'altra tribuna; e in quella salì tremando un grande poeta: Vincenzo Monti. Ma lasciamo narrare ad Alessandro Manzoni, le cui parole furono religiosamente raccolte anch'esse da uno dei suoi adoratori devoti:

«Il barone Ferdinando Porro, che fu prefetto sotto Napoleone, e del quale, non ostante la differenza dell'età, io fui amico (diceva il Manzoni), mi raccontava che, quando nel 1798 il Monti venne a Milano, dove prima per mano del boia era stata abbruciata in piazza del Duomo la sua _Bassvilliana_, si presentò a lui, che era allora uno dei capi del club repubblicano, pregandolo d'introdurlo in quel club per leggervi un suo sonetto: e il Porro acconsentì. Io salii sulla tribuna, egli mi raccontava, e dissi: Cittadini, al piede di questa tribuna vi è il più gran poeta d'Italia che chiede di recitarvi un suo sonetto: volete sentirlo? — Sì, sì, si gridò da ogni parte. Allora io scesi dalla tribuna, e andai a prendere il Monti: la sua mano tremava come una foglia. Lo trascinai su per la tribuna, ed egli recitò il famoso sonetto, in cui dice che la Repubblica cisalpina aveva

Di Sparta il senno col valor di Roma.

Applausi frenetici; e da quel giorno il Monti divenne il poeta della Rivoluzione.»[12]

Pochi anni dopo, Carlo Porta mandava alla suocera, Camilla Prevosti, alcune sue sestine italiane non eleganti, — tutt'altro, — ma riflessi di quella baraonda demagogica:

E chi lo sa che un giorno non diventi Qualche signore anch'io d'importanza? A buon conto sto bene assai di denti, Ho bastante presenza ed arroganza; Malcreato, mendace, sprezzatore Mi farò poi col diventar signore. Ah! con doti sì belle, egli è un peccato Che quel tempo prezioso sia trascorso, In cui bastava ad essere ammirato Crin mozzo, gran berretto e voce d'orso; In cui quanto più eri manigoldo Ne ritraevi onor, rispetto e soldo. Ah se fosse quel tempo! per Milano Mi vederebbe correre severo Con tanto d'occhi e la sciabola in mano, Gran flagello dei nobili e del clero; Ma quel tempo felice oggi è passato, E sol oggi il mio spirto è sviluppato. Nè oggi mancherebbonmi i talenti Di volger per rovescio la medaglia, Massime cogli esempi ognor presenti D'una quantità simil di canaglia, Ch'oggi Gracchi corcârsi, e all'indomani Tigellini si alzâr, Planzj, Sejani.

Specchio fedele di quei figuri e di quel tempo rimangono i giornali; funghi velenosi spuntati da un terreno fracido. Parliamone.

V.

_Sconce pubblicazioni volanti. — Carlo Salvador e il suo _Termometro_. — Vien bastonato e messo in prigione. — Sua tragica fine. — L'eteroclita figura del «terrorista» Ranza. — Sue geste, suoi opuscoli, suoi giornali, e il suo perfezionamento della ghigliottina. — E anche lui va in prigione. — L'economista Pietro Custodi: da demagogo a barone. — Melchiorre Gioja qual era. — Il giornale _Senza titolo_ e i suoi carnevaleschi collaboratori. — Il giornale di Ugo Foscolo. — I due giornali di Napoleone._

Una delle prime libertà portate da Napoleone fu quella di stampa, senza alcun freno contro gli abusi. Tutti potevano scrivere e pubblicare tutto, infamie comprese. Si arrivò al punto che, per tre mesi continui, si vendettero per le strade di sant'Ambrogio e di san Carlo, da cenciosi strilloni, gl'indirizzi delle pubbliche meretrici «ad uso della gioventù cisalpina».

_Gli amici della libertà_ fu il primo giornaletto apparso sull'Olona; e _Il termometro_ di Carlo Salvador fu il secondo.

Costui l'abbiamo già incontrato; ma è necessario tornare ancora su codesta figura di rivoluzionario nefando e ridicolo.

Era nato a Milano. Per evitare i castighi meritati dalle sue ribalderie, fuggì a Parigi, dove si cacciò fra i terroristi della Senna al tempo delle esecuzioni furibonde e sommarie degli aristocratici. Quali atroci accuse pesassero sopra di lui abbiamo detto più addietro. Appena Napoleone ebbe l'ordine di conquistare la Lombardia si mosse da Parigi e, qualche giorno prima dell'ingresso dell'esercito francese, percorse le strade della sua città eccitando frenetico il popolo a rendersi libero da nobili, preti, frati, sovrani, e gettando a destra e a sinistra coccarde tricolori. La conoscenza del dialetto di Carlo Porta gli agevolava l'ufficio. Si vendette anima e corpo ai comandanti francesi, e per giustificarne le violente ruberie e iniquità d'ogni genere fondò _Il termometro_, che faceva spavento ai passeri. Ma era tale l'eccesso delle parole di quell'eroe della mannaia che, più di qualche volta, fu battuto come la lana. Gli stessi suoi protettori, che lo pagavano, furono costretti a strappargli di mano la penna maledetta e lo cacciarono in prigione.

Ridotto alla miseria più squallida, Carlo Salvador fu visto, più tardi, errare, come un mendicante reietto, per le vie di Parigi. Disperato, alla fine, si annegò nella Senna.

Peggiore persino del Salvador, parve un buffo omiciattolo dalla lunga zazzera rossigna svolazzante, scialbo e magro, mezzo sepolto sotto un enorme cappellone decorato d'una maiuscola coccarda sfacciata. Strascinava uno sciabolone più lungo di lui, e, declamando contro i principi d'Italia, ai quali minacciava coltellate in abbondanza, agitava le braccia come due fruste da carrettiere irritato. I buoni ambrosiani, vedendolo sulle piazze dove irruiva contro i «tiranni», lo stavano a osservare come un «fenomeno» da baracca.

Chi era? Donde veniva? Era il «cittadino» Antonio Ranza, professore e tipografo. Si chiamava modestamente da sè «capo dei rivoluzionari piemontesi».

Nato a Vercelli, nella cui agitazione popolare del 1790-91 era sorto quale «amico del popolo» e nemico dei nobili, avversava con altri rivoluzionari la Casa Savoia: voleva strapparle il Piemonte per gettarlo fra le braccia della Francia. Evitò il carcere con la fuga. A Lugano, in Corsica, a Nizza, continuò l'apostolato; finchè Napoleone gli aprì con le sue vittorie il varco alla massima scena delle sue geste clamorose: la Lombardia.

Negli orrendi giorni, quando Binasco e Pavia osarono ribellarsi all'invasione francese e furono perciò il primo, per cenno del Bonaparte, orribilmente incendiato, e Pavia abbandonata al saccheggio e alla strage, il Ranza, che a Pavia aveva piantato l'albero della libertà, eccitava alle vendette, alle carneficine, vantandosi d'aver trovato un perfezionamento alla ghigliottina che, secondo lui, doveva essere il tocca-e-sana dei ribelli lombardi.[13]

Il Ranza stampò giornali sterminatori e opuscoli analoghi; alcuni de' quali si possono leggere nella raccolta Custodi, nella Biblioteca Nazionale di Parigi.[14]

Col giornale _Il rivoluzionario_, che il Ranza pubblicò per isfamarsi, trascese a tali eccessi contro i nuovi magistrati, che non potè arrivare al terzo numero. E anche il Ranza fu cacciato nel Castello, in prigione. Morì nell'aprile del 1801.

Ben altro cervello vantava Pietro Custodi, nato nel 1771 a Galliate Novarese, caro a Pietro Verri per l'amore che portava agli studii severi. Nella tormenta della Repubblica cisalpina, il Custodi si esaltò, e unitosi a un chirurgo Buzzi, demagogo da dozzina, fondò la settimanale _Tribuna del popolo_, dove non esitò a investire lo stesso Bonaparte. Immaginarsi se il vittorioso permetteva d'essere vilipeso dalla libera stampa, ch'egli stesso aveva elargita al popolo redento!... Ordinò che anche il Custodi fosse arrestato e gettato in un carcere, ma il giovane eroe sfuggì ai gendarmi nascondendosi in un solaio.

Chi mai gli avrebbe detto allora che, solo pochi anni dopo, sarebbe stato creato cavaliere della Corona ferrea e barone del Regno italico? Che sarebbe assunto qual segretario a lato del ministro delle finanze Prina? E avrebbe lasciato nome chiarissimo per la classica sua raccolta degli _Economisti italiani_?... Morì nel 1842.

Un altro dotto, celebre economista, Melchiorre Gioja, seguiva la manìa del giornalismo polemico e del pubblico oltraggio, egli che doveva comporre più tardi un _Galateo_ delle belle creanze! I suoi giornali _Il censore, La gazzetta nazionale_ e _Le effemeridi politiche_ morivano anch'essi, strangolati dalle mani delle autorità offese. Il Gioja subì il carcere a Parma e a Milano, poi l'esilio. La sua opera _Del merito e delle ricompens_e è una miniera di erudizione. Ma egli era un'anima ignobile. La rivela nella rivoltante scritturaccia contro Bianca Milesi, che, illusa e pietosa, lo aveva assistito in carcere.[15]

Sbocciò anche _Il giornale rivoluzionario_ e _Il conciliatore_; il primo fu soppresso, il secondo morì d'inedia.

Ma anche un giornale a tratti briosi ebbe l'allegra repubblica: _Il senza titolo_; anch'esso ampio al pari degli altri.... come un fazzoletto da naso d'educande.

Un furbo libraio francese, Barelle, lo fondò, rimanendo prudentemente fra le quinte, nell'ombra, e cacciando, invece, innanzi quale direttore (_estensore_ dicevasi allora) un suo commesso di negozio, certo Nova, che andava alla messa ogni mattina e che finì in prigione anche lui, per le ingiuriose escandescenze dei suoi anonimi collaboratori, fra i quali (una vera carnevalata!) frati sfratati, preti spretati e un Calderini di Gallarate, soprannominato il «granatiere teologo». Molta prosa v'inserì il Bernardoni, il grande amico di Carlo Porta, propugnandovi persino l'unità d'una Italia repubblicana.

Un avversario detto l'«ulano legislatore» scriveva amabilmente così: «Sapete in che modo discuto io le mie questioni personali? A cazzotti!». E lo chiamavano legislatore!

In un certo numero si legge che un tale comasco (e qui è spiattellato nome e cognome) fa l'incettatore di grano ed è l'amante della moglie del signor tal'altro pure di Como (e qui ancora nome e cognome: mancava soltanto il numero della porta). Come mai la faccia dell'ignoto rivelatore non veniva illustrata da un corteo di pugni? E i pugni fioccavano fra quei gentiluomini. Niente duelli: fior di cazzotti, come insegnava l'«ulano legislatore»!

Benchè svillaneggiato e messo in ridicolo dal _Senza titolo_, il Ranza vi fa allegramente i conti addosso al piacentino Poggi, estensore dell'_Estensore cisalpino_, sussidiato dal Direttorio; ma è tutta invidia di quei sussidii!...

Un arguto «associato» domanda al «caro Nova» perchè certo comandante di certa piazza, mentre qualche giorno fa si lamentava d'avere in tasca sole cinquanta miserabili lirette, ora esce con tanto di vestito _nuovo_ e su un cavallo _nuovo_?

Questa l'alba radiosa della libera stampa sull'Olona, promulgata da Napoleone Bonaparte!

Ma pochi anni passeranno, e nella stessa Milano sorgerà _Il conciliatore_ di Silvio Pellico, di Luigi Porro, di Federico Confalonieri, di Giovanni Berchet, a far dimenticare con le gloriose sue audacie liberali quella effimera, fracida, velenosa fungaia, spuntata sotto gli scrosci di pioggia delle innovazioni rivoluzionarie frettolose; e, più tardi ancora, sorgeranno la. _Rivista europea_ del Battaglia, _Il politecnico_ di Carlo Cattaneo, _Il crepuscolo_ di Carlo Tenca.

Eppure, dalla baraonda dei gazzettieri cisalpini, spuntava qualche cosa di lodevole. Il _Monitore italiano_ va, infatti, citato, a titolo d'onore, a parte. Il manifesto steso da Ugo Foscolo, e la collaborazione del grande poeta, gl'imprimeva un carattere d'altera indipendenza. Il Foscolo vi pubblicava i processi verbali dell'Assemblea legislativa della Repubblica cisalpina; e vi aggiungeva con tono tribunizio (il tono allora comune) severi commenti.[16] Il cittadino Somaglia, nel Consiglio dei Seniori perora a favore dei poveri, dicendo che gli aggravi maggiori dovevano pesare sui ricchi. E Ugo Foscolo a tal proposito prorompe:

«Legislatori! badate che le tacite orme degli opulenti non vi sbalzino da quel seggio, ove rappresentate una nazione costretta a comperare colle proprie sostanze una libertà, che calò dalle Alpi accompagnata dalle desolazioni e dal terror della guerra e seguìta dall'orgogliosa avidità della conquista; una nazione, la quale, colpa forse de' tempi, non peranco ha partecipato dei beni della libertà. Legislatori! mentre voi ritardate il rimedio, il male va crescendo in ragione progressiva: l'onnipotenza dei sacerdoti, l'ambizione dei grandi, l'avarizia del ministero, l'attaccamento alle antiche abitudini, la miseria del popolo, tutto congiura al soqquadro d'una troppo nuova Costituzione.»

Immaginarsi se tali parole potevano piacere ai dominatori! Ma esse, meglio di tutte, compendiavano uno stato di cose infermo e malfermo.

Una sera, per le vie di Milano, un vecchio e un figlio giovinetto cadono travolti sotto una carrozza a due cavalli. Il Foscolo li trae dalle ruote in istato miserando, arresta il cocchiere che vuol fuggire coi cavalli spaventati, e pubblica sul _Monitore italiano_ una fiera lettera al ministro della polizia, Sopransi, invocando provvedimenti e pene.

Ancora più bello è l'atto (oggi si dice gesto) del Foscolo, quando sul _Monitore_ si offre spontaneo al Capitano di Giustizia, in luogo del cittadino Breganza, collaboratore del giornale, assente e inquisito, autore d'un articolo che feriva il Governo.

Il _Monitore italiano_ fu fondato da giovani patriotti; vi convenivano verso un'unica meta e settentrionali e meridionali d'Italia; quasi preludio dell'unità della patria. Vi appartenevano scrittori del Veneto, di Napoli, del Piemonte, del Piacentino. Tre soli, alla fine, rimasero redattori: Foscolo, Gioja, Custodi. Al 42mo numero il giornale, costante censore del Governo, fu soppresso; e sulla sua tomba precoce, sorse il _Monitore cisalpino_, composto da rifugiati politici, a capo dei quali stava il romagnolo Giovanni Compagnoni, politico, giornalista, romanziere, poeta, scienziato, autobiografo, autore delle _Veglie del Tasso_, stese in italiano e in francese, che ottennero voga; negazione della verità e del buon gusto. Nel _Monitore cisalpino_, lavorò un conte, avventuroso giramondo: Bartolomeo Benincasa di Sassuolo, che servì da spione agli inquisitori di Stato negli ultimi anni della Repubblica di Venezia. Insieme con l'amica Giustina Winne, contessa di Rosenberg, il conte Benincasa compose, fra altro, un romanzo _Les Morlaques_; suonata a quattro mani, che deve aver divertito solamente i due innamorati suonatori.

Napoleone volle esser tutto; fu anche giornalista. Fondò e ispirò due giornali: _Le Courrier de l'armée d'Italie_ e _La France vue de l'armée d'Italie_. Quest'ultimo per preparare l'opinione pubblica all'assassinio di Campoformio. Lo dirigeva un Jullien; laddove figurava quale direttore un ignoto presta-nome: Iacopo Rossi; e così il _Courrier_.

Il Jullien non potè tacere neppur lui davanti all'infamia perpetrata dal suo padrone col mercato di Campoformio; cagione di tante guerre, compresa l'ultima nostra. Non con l'asprezza spiegata dal _Monitore italiano_ del Foscolo, ma non senza coraggio, il Jullien si mostrò contrario nel _Courrier_ a quell'iniquità; e fu licenziato. Il giornale passò allora nelle mani dello stato maggiore francese. Si stampava a Milano, nella così detta patriottica tipografia di Via San Zeno «dietro al palazzo di giustizia» dove, più tardi, l'Austria alloggiò il boia.[17]

VI.

_Carlo Porta a Venezia. — Suo impiego, sua miseria, sue spensieratezze. — Venezia dopo la caduta della Repubblica. — Società gioconde. — Quella di Carlo Porta con l'intervento della Polizia. — Carlo Porta e i grandi poeti dialettali veneziani. — Le voluttà di Antonio Lamberti. — Una coraggiosa satira civile del Buratti. — Degenerati e degenerate. — Carlo Porta è muto agl'incanti di Venezia. — Poesie veneziane del Porta? — Amori d'una patrizia veneziana col poeta. — Rivali. — L'abbandono. — Come amava Carlo Porta. — Sue drammatiche gelosie. — Sua vita di pubblico impiegato. — Un aneddoto._

Al padre di Carlo Porta doleva che questi consumasse i giorni nell'ozio, e lo consigliò d'andare a Venezia, a quell'archivio delle finanze, come impiegato.

Era il 1798 quando Carlo lasciava un'altra volta la famiglia per la città delle lagune dove, giovane e brioso com'era, liete accoglienze non gli potevano mancare, nè brigate allegre, nè passatempi. Eppure vi andò di malavoglia, e vi trasse giorni angustiati. Le lettere che manda da Venezia alla famiglia sono quasi tutte lamentevoli. Uno Zuccoli assumeva colla Repubblica cisalpina, a nome di certo Gaetano Borella, un contratto, impiantando a Milano una vasta amministrazione; e Carlo Porta desidera ottenervi un posto migliore di quello in cui il padre lo ha collocato a Venezia. È sempre corto a quattrini; e arriva a scrivere al fratello Gaspare: «Mando al Monte di Pietà il mio tabarro e mi lusingo che avrò da vivere così un'altra settimana».

La Serenissima Repubblica era caduta: al folle lusso di tante spensierate famiglie era successa la miseria: eppure il brio, _el morbin_, degli abitanti non era scomparso. Da una lettera, conservata alla Quiriniana,[18] veggo la triste pittura che della decaduta Venezia il poeta della _Tunisiade_ e delle _Perle dell'Antico Testamento_, il patriarca Pyrker invia all'imperatore Francesco I. In quell'arsenale glorioso, che ferì un giorno la fantasia di Dante, l'anno stesso dell'ignominiosa caduta della Repubblica (1797), erano tremila e trecento gli operai: e in breve ne restarono soli settecento. I gondolieri presso le famiglie patrizie, in quello stesso anno, erano millesettecentonovantasette, e in breve ne rimasero dugento e novanta. La poveraglia tendeva le palme ai passanti. Eppure le sagre erano ancora numerose, allegre, colle bandiere svolazzanti dai mille colori, co' fieri ritratti di barcaiuoli vincitori nelle regate, con cembali e trombe squillanti, e scampanìo festoso. Si proibivano i giuochi d'azzardo, ma si apriva il teatro La Fenice alle voluttuose veglie carnevalesche. Le belle figliuole di Canaregio non portavano più attorno al collo roseo le fini collane d'oro, i manini, ma, sbattendo sdrucite pianelle, salivano i ponti di pietra con lo stesso sorriso, col medesimo regale incesso di ieri. Nei luminosi vesperi estivi, sulla laguna smagliante, si banchettava, si cantava nelle barche adorne di frasche e di pendule lanterne colorate.

Carlo Porta, in quel carnevale, si trovava nella necessità di partecipare alle baraonde giulive e sciupava in una sola sera lo stipendio d'un mese. Voleva mostrarsi generoso con amici e anche con gente sconosciuta cui pagava all'osteria pranzi e cene: voleva darsi l'aria d'un signore: confessava al fratello Gaspare che delle tante lettere raccomandatizie delle quali era fornito non volea servirsi, per non sembrare pitocco. Divenne persino capo d'una società di capi ameni, detta della _Ganassa_, perchè avea lo scopo di mettere in moto continuo le _ganasce_, a mense lautamente imbandite.

La polizia, sospettosa, come tutte le polizie che si rispettano, s'era fitta in capo che quei buontemponi si raccogliessero a congiurare contro lo Stato. E un giorno entrò d'improvviso nella sala del cenacolo della _ganassa_, e la perquisì per ogni buco. Restava da esaminare l'interno d'un antico armadio; ma era chiuso con doppia chiave. Ciò accrebbe i sospetti.

— Aprite! — intimò al domestico il capo della pattuglia.

— _No gavemo le ciave, sior_! — gli rispose il servo.

— Non avete le chiavi? Cercatele! —

Alcuni momenti dopo, ecco si presenta Carlo Porta. Cammina lento, con aria misteriosa. Adagio adagio apre l'armadio entro cui si sospettavano celati armi ed armati come nel cavallo di Troia; ed: — Esamini pure l'eccelsa polizia — dice con voce ferma — esamini pure ogni pezzo, diligentemente. —

Era una collezione di gusci d'ostrica, e un ammasso di ossa di pollo, tutti avanzi delle mense, ivi raccolti, come in museo. Scoppiò una risata; la Società della _Ganassa_ festeggiò l'evento con un altro simposio; e, forse il giorno dopo, Carlo Porta scriveva al fratello quel biglietto rattristante: «Vessato intanto dalla fame e dalla paura di fare una trista comparsa col padrone della mia casa per l'impossibilità di corrispondergli l'altra pigione di fitto....»

Tommaso Grossi, il più intimo e caro amico di Carlo Porta, ci dice in alcuni cenni biografici che il Porta a Venezia, avendo conosciuto alcuni poeti dialettali veneziani, «per la prima volta sentissi bollire fortemente in seno il desiderio di far versi». E noi dobbiamo credergli. Ma dobbiamo anche ricordare che, prima ancora di ricevere quelle impressioni determinatrici del suo genio, Carlo Porta aveva verseggiato a Monza e a Milano; sappiamo che, a vent'anni, aveva cominciato a tradurre in milanese l'ode del Parini _A Silvia_.

Il Porta aveva conosciuti a Venezia gli almanacchi che Antonio Lamberti andava pubblicando, ingemmandoli delle sue vernacole _Stagioni campestri e cittadinesche_, pitture vivide e fedeli dei costumi veneziani, nelle quali si sente (chi lo crederebbe?) un anticipato lamento socialista. E, tornato a Milano, Carlo Porta volle pubblicarne qualcuno anche lui, in milanese.

Allora spirava vento propizio agli almanacchi. Ne uscivano a stormi, in vernacolo e in lingua, coi titoli più stravaganti, e il pubblico li comperava perchè conditi di satira. Un almanacco censura le mode di allora, le vesti muliebri così aderenti alle cosce che un professore d'anatomia potrebbe rilevare ogni muscolo, quasi ogni fibra; biasima le nudità dei seni: ride delle scarpe «piccole come un sospiro». Al teatro alla Scala, le dame calano le cortine misteriose de' loro palchetti colla scusa di ripararsi dal freddo?... È un almanacco a ricamarvi su storie maligne. L'_Almanacco degli almanacchi_ li passa tutti in rassegna. Nella Biblioteca Ambrosiana n'è raccolto un cumulo; ma vi si trovano forse i due almanacchi che il Porta scrisse in milanese? Non esistono nemmeno nella libreria lasciata dal poeta; e nelle numerose sue carte, non ve n'è traccia. Tutte le ricerche mosse per averli nelle mani riuscirono vane. O rondinelle smarrite, come vi chiamavano almeno? Forse: _Il Meneghino critico_? Era, è vero, un almanacco in versi milanesi, ma lo scarabocchiava un Sommaruga, scempiato e stentato verseggiatore, che volea farla da moralista. _El Lavapiatt de Meneghin ch'è mort_ era anch'esso del bel numero uno; ma reca la data del 1792, e il Porta non scriveva così male in milanese. _La Gran Torr de Babilonia_? Oppure _El Verzee de Milan_? Nemmeno. O _Il borgo degli Ortolani_? Quest'è del '94; e non è del Porta. _L'ombra del Balestrieri in cerca de la veritaa_, ch'è del 1800? _El servitor de la bon'anema del pover poeta Balestrieri_, del 1804? _El Caffè de la Reson_, del 1805? Oppure _Meneghin Peccenna_?