Part 20
Un giorno, in cui credevasi quasi guarito, Carlo Porta promise agli amici rallegrati che, appena alzatosi dal letto, avrebbe composto uno scherzo sulla propria malattia....
Dopo morto si trovò che a un volume autografo di versi di lui mancavano molte pagine: alcune strofe erano raschiate e qualche nome di persona colpita da satira soppresso. Aveva fatto egli stesso tutto questo? O aveva (come sembra) pregato il Grossi di cancellare quelle strofe e lacerare quelle pagine? Nell'esaminare quel volume, trovo tracce palesi della mano del Grossi. Sul principio dell'amena novella _Fraa Zenever_ si legge, scritto di sua mano: «Novella stampata, ma certamente meritevole di molte correzioni». È fama che monsignor Tosi stesso, che confortò il Porta in punto di morte, abbia presieduto alla distruzione di parecchie poesie di lui, che gli parevano contrarie alla religione e al buon costume: egli medesimo, forse, avrà suggerita quella postilla.
La famiglia volle che un'iscrizione, nel cimitero di San Gregorio, ricordasse il principe de' poeti milanesi. Il De Cristoforis, un mite romantico, la compose; ma quando si trattò di chiedere all'autorità municipale d'inciderla, questa la trasmise all'abate Robustiano Gironi, censore, per la sua approvazione; ma il Gironi, direttore della Biblioteca di Brera, uno de' compilatori della _Biblioteca Italiana_, consigliere reale e dichiarato nemico de' romantici, de' loro sostenitori, e quindi del Porta, non volle accordarla. Vi trovò cento difetti; vi sofisticò in tutti i modi per non farla passare. Il De Cristoforis perdette la pazienza, se ne lagnò coll'autorità municipale, e il Gironi dovette piegare la testa. L'iscrizione fu scolpita:
CARLO PORTA MILANESE CONDUSSE LA POESIA DEL PATRIO DIALETTO AD UNA PERFEZIONE NON PRIMA CONOSCIUTA CUSTODÌ IL PUBBLICO DENARO CON CHIARA ILLIBATEZZA DEL PROPRIO FU LIBERALE AGLI INDIGENTI NEL XLV DELL'ETÀ SUA LA MATTINA DEL V GENNAIO MDCCCXXI PLACIDO CONFIDENTE IN DIO LASCIÒ IL PADRE, LA MOGLIE, I FIGLIUOLI, I FRATELLI I CONCITTADINI DOLENTISSIMI.
PREGHIAMOGLI L'ETERNO RIPOSO!
Quest'epigrafe si leggeva nel camposanto, ora soppresso, di San Gregorio; le ossa del poeta non si trovarono più. Lo stato deplorevole de' cimiteri, lamentato dal Foscolo, giungeva a tal segno che nel muro de' pii recinti si collocava la lapide ricordante il defunto, e a venti, cento, dugento passi di distanza si seppelliva la salma di lui.... Solo un lurido custode sapeva dove, press'a poco, il tal cadavere stava sepolto: un chiodo spesso lo indicava, null'altro che un chiodo confitto.
In occasione del centenario della nascita del Porta, si cercò di raccoglierne le ossa; ma ogni indagine riuscì inutile. Nella primavera del 1884, da parte della Giunta municipale di Milano, fui pregato di ricercare, insieme con la famiglia Porta, dove mai le reliquie del poeta potevano essere andate a finire, per collocarle, possibilmente, accanto all'urna granitica del Manzoni, nel Pantheon de' Milanesi illustri. Ma nemmeno le nuove ricerche approdarono a qualcosa. L'antico cimitero subì in tanti anni molte manomissioni. Anche le ossa di Vincenzo Monti non furono più ritrovate. La vedova, Teresa Pickler, e la sventurata figlia Costanza Perticari avevano eretta una lapide all'illustre estinto col verso di Dante: _Onorate l'altissimo poeta!_ Ma quando le autorità milanesi, in grave corteo, si recarono nel cimitero della _Mojazza_ per esumare le reliquie del cantore di Bassville, sotto la lapide ch'era confitta nel muro, invece del grande scheletro del vate, scopersero tre scheletrini di bambini e un uomo ignoto, quasi intatto, con tanto di parrucca. Anche quel cimitero di Porta Garibaldi fu distrutto. Ora vi sorgono case e osterie.
Non pago delle infruttuose ricerche, per rinvenire le reliquie del Porta, un assessore municipale, professore di belle lettere, volle risollevare le zolle del cimitero di San Gregorio. E s'affisò in uno scheletro, ch'egli dichiarò doveva essere assolutamente quello del poeta del _Marchionn_. Nella dentatura, un dente della quale era legato in oro (e il Porta ne' suoi versi parla d'un atroce cavadenti che gli aveva strappato mezza mascella), e anche nella mascella, larga e forte, l'egregio professore, infiammato da funebre entusiasmo, scorse persino il «ghigno» dell'implacabile satirico. Ma un insigne ginecologo, il senatore Edoardo Porro, s'accorse subito, con una semplice occhiata, dal bacino, che si trattava dello scheletro d'una donna. Fu una risata per tutta Milano.
Appena morto Carlo Porta, si raccolsero offerte per un ricordo marmoreo di lui, e nel 1822, nel palazzo di Brera, gli si elevò un severo monumento: lo scultore Pompeo Marchesi, allora in fama, ne scolpì il busto; ma non è rassomigliante. Nemmeno la statua, erettagli nel 1862, in un ombroso laghetto nei giardini pubblici fra i cigni veleggianti, ricorda il cigno del _Bongee_. Egli è rappresentato con una convenzionalissima _posa_ accademica, egli che non _posò_ mai. Scultore ne fu Alessandro Puttinati, ch'emergeva nelle statuine da caminetti, veramente graziose, amico del Balzac. Un terzo monumento fu decretato al Porta, ma non venne ancora eretto. E non bastano gli altri?... Non basta il monumento, che Carlo Porta lasciò a sè stesso, nelle poesie?
XXVI.
_Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta. — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta._
Il carattere predominante della poesia milanese è l'osservazione delle cose esteriori, e una simpatica, lucida bonarietà nel considerarle. Il carattere ambrosiano retto, onesto, senza finzioni, che non esclude la finezza dei particolari nelle sintetiche, geniali, pronte impressioni, si riflette nella sua poesia come i colli ammantati di verzura sui laghi lombardi. Ma a mano a mano che la coscienza umana si sviluppa e si affina sino a torturarsi, anche la poesia milanese si affina, s'impietosisce. Il dialetto, che par creato allo sdegnoso comando, emana un profumo di gentilezza che avvolge il dolore. E qual divario dai diffusi incensi a' piedi dei potenti fortunati, alle carezze pietose sugl'infelici percossi dalla sorte avversa, dalle ingiustizie umane! Noi veniamo a trovarci, nei tempi più prossimi a noi, anzi ai tempi nostri, alle effusioni del sentimento, e ne salutiamo maestri Tommaso Grossi, Emilio De Marchi, Piero Preda. Il formidabile realismo di Carlo Porta fa sembrare foglie di rose volanti una quantità di poesie graziose perchè, ispirate dal vero, dalla realtà della vita, come ne scrissero, per citare altri nomi, Antonio Picozzi, Giovanni Ventura, Ferdinando Fontana, Angelo Trezzini e il Tenca.
Anche i versi milanesi, come quelli di tutte le letterature dialettali che sgorgano dal vero, lontane dalle tradizioni auliche, non cantano, parlano. Amabili discorsi, care favelle che ci fanno sentire la poesia sacra, rimasta incolume fra tanti tumulti spesso odiosi, dei nostri focolari, delle nostre famiglie adorate.
I quattro maggiori poeti milanesi si chiamano Carlo Maria Maggi, Carlo Porta, Tommaso Grossi, Giovanni Raiberti; ma a tutti sovrasta l'autore del _Marchionn_, per la creazione e vivezza dei caratteri, per la ricchezza pittoresca del linguaggio, pei riflessi storici; ma, fuori d'Italia, il Belli lo supera nell'assalto politico. Il romanesco satirico menò in Roma, sotto gli occhi del papa, tali colpi al poter temporale, da innalzarsi a poeta civile, al pari, in questo, con l'autore dell'_Arnaldo da Brescia_, Giambattista Niccolini.
E poeta civile fu il Giusti, che nella satira adoperò, anch'egli, il linguaggio còlto dalla bocca del popolo. Fu messo il Porta di fronte al Giusti. E certo la _Vestizione_, che non ismarrì col tempo il colore dell'attualità, bensì, al contrario, oggi lo ravviva con lo spettacolo di certi arricchiti-decorati, è animata d'una tal vita ed evidenza, che gareggia con quella dei bozzetti più mossi e più vivaci del grande poeta milanese.
Il Manzoni chiamava il Giusti «il Porta toscano». E il Giusti, al Grossi che ne lo ragguagliava: «Tutt'altro che avermi a male d'essere messo accanto al Porta; anzi, beato se gli legassi le scarpe».
Dal Lomazzo, che scrisse particolarmente nel dialetto della valle di Bregno (Lago Maggiore); dai sonetti di Fabio Varese, che sulla fine del Cinquecento flagella sdegnato gli sciocchi insuperbiti, come più tardi farà il Porta; dallo stesso innovatore Carlo Maria Maggi, creatore di Meneghino, il quale, nelle proprie ingegnose commedie, proclama principii democratici che meravigliano in un segretario del retrivo Senato di Milano, anticipando la vindice democrazia del Parini e del Porta; da Girolamo Corio, che con la _Istoriella d'on fraa Cercott_ preludia il portiano _Fraa Condutt_; dal Tanzi; dal verboso Balestrieri, creatore o rifacitore, che sia, dello spropositato Sganzerlone; dal Pertusati; da tutti questi al nostro poeta, quale progresso fa lo stile poetico milanese!
Il vernacolo, questo oggetto di vivacissime lotte nel 1760 fra il padre Branda che lo disprezzava e cento altri, fra cui il Parini, che lo difendevano a spada tratta, diventa, nelle mani del Porta, ricchissimo come qualsiasi lingua illustre. Egli lo attinge, sull'esempio del Maggi, dalla classe più umile, fra la quale serbasi genuino assai più che fra le persone civili. Nel _Miserere_ avverte egli stesso (non bisogna dimenticarlo) che la sua scuola è il mercato.
È inestimabile la dovizia di vocaboli efficaci, di frasi immaginose nel Porta. Giuseppe Ferrari, in un esteso studio sulla letteratura dialettale (_Revue des Deux Mondes_, 1839 e 40), nota che sotto la penna del Porta il dialetto, già pesante e stentato, si fa vivo, mordente, incisivo. Giuseppe Rovani, in uno studio somigliante, inserito nelle _Tre Arti_ (vol. I, pagine 227-244), ricalca il giudizio del filosofo concittadino, e ne traduce (facendola passare per propria) questa giusta osservazione: «Nessuno meglio di lui ha saputo trar partito da certi vocaboli in cui sono consegnate, come a dire, le tradizioni di paese e certe intraducibili gradazioni, che pur sono una così gran parte del nostro dialetto, e in generale di tutti i dialetti del mondo».
Non pochi vocaboli, usati dal Porta, oggi non si usano più. Alcuni sono tuttora rilegati nel volgo, il quale non se li lascia rapire dall'uso dominatore, che a poco a poco italianizza tutto il dialetto e, col pretesto d'incivilirlo, lo snatura. Nel Porta troviamo modi che vivono nella Brianza, e ignoti in città. Nemmeno al suo tempo tutti i modi usati da lui s'intendevano dalla società civile, appunto perchè propri del ceto inferiore. Chi più del Cherubini appassionato studioso del dialetto milanese? Ed era contemporaneo al poeta, e editore delle sue poesie. Eppure, registrando nel proprio vocabolario milanese qualche modo portiano, per lui nuovo, si esprime così: «Credo che Carlo Porta abbia voluto dire con questo....». Crede; non n'è ben sicuro. Ma v'ha di più: il poeta stesso sapeva che tutta la lingua da lui usata non poteva essere compresa dagli stessi Milanesi, giacchè, ricopiando i propri versi, cominciò con ordine a spiegare le voci proprie dell'oscuro volgo che aveva adoperate, e che col succedersi degli avvenimenti cittadini, col mutarsi de' costumi avevano perduto significato. Lo stesso aveva fatto il Balestrieri postillando la sua versione del poema del Tasso. In una novella il Porta adopera, ad esempio, la voce _ratton_: in linguaggio scherzevole significava laico converso, e anche, secondo il Cherubini, fratacchione. Ed egli nota: «Voce caduta con la soppressione degli ordini religiosi».
In uno de' tanti frammenti inediti, intitolato _Ugo ed Opizia_, dice
Che la lengua busecconna No l'è minga ona giambella De biasass inscì alla bonna Spasseggiand coi man sott sella.
No: la lingua milanese non è un panetto dolce (_giambella_) da mangiucchiarsi così, alla buona, passeggiando, con le mani sotto le ascelle. Egli stesso lottava colle difficoltà del suo idioma; e lo provano i pentimenti, le correzioni, che riguardano rare volte il concetto, quasi sempre l'espressione, ch'egli cerca esatta e viva, come il Manzoni, come il Giusti.
Oggi il dialetto milanese subisce la sorte d'altri dialetti della penisola; si va mescolando di parole italiane; tanto più che oggi Milano non è più la caratteristica e singolare città di quarant'anni fa, raccolta nelle sue antiche tradizioni, nelle sue costumanze casalinghe, ne' suoi discernimenti di buon gusto, nella sua espansiva serenità.
Il Porta, nell'ultimo tempo della sua vita, raccolse e copiò di propria mano in due volumi le poesie che aveva scritte e sparse qua e là. Desiderava egli stesso approntare un'edizione di suo gusto; desiderio che la malattia gli spense colla vita. Ma la censura austriaca poteva lasciar passare certe audacie portiane? Menò le forbici in alcuni componimenti; altri lasciò passare, tollerando. Francesco Cherubini stesso recò alcuni mutamenti nella prima edizione del 1817. È curioso un foglio volante del filologo milanese, che trovo fra le carte del Porta, dove gli nota una litania di parole da cambiare. Il poeta gli diè carta bianca con una graziosa letterina pubblicata da un De Capitani, uno dei mille pedanti balordi, di questa valle di lacrime e d'inchiostro, che il Porta bollò in un verso non pulito ma rovente e giusto, nel _Romanticismo_.
Giovanni Raiberti, di Monza, aveva sedici anni quando moriva il Porta. Cominciò a farsi notare non già con un'opera originale, come sogliono i giovani ingegni, ma con una traduzione da Orazio. Fu medico; ma i suoi versi valevano più delle sue ricette. Usò la satira personale e la impersonale. Ritrasse i costumi del suo tempo (_I fest de Natal_, ecc.), ma è prolisso. Vive una patriottica vibrata sua sestina sull'Italia al tempo del Rossini; vive un suo verso su Maria Stuarda,
«Piena de religion e de moros»;
vivono quattro suoi versi sul cane, nei quali dice che l'amore d'un povero cane è un argomento così serio da pensarci su con la testa fra le mani; il che ci fa rammentare la tragica ultima strofa della _Ballade du désespéré_ di Enrico Murger. Il Raiberti, in una prosa più bolsa che arguta, pubblicò _Il viaggio d'un ignorante_, che al suo tempo divertì i lettori, e _L'arte di convitare_. E trattò la fisiologia d'una bestia cara a Teofilo Gautier: _Il gatto_. È il suo miglior libro in prosa.
Flebile, tenero il Ventura, che seguiva il Grossi; ma questi, nel sentimento pietoso e grave, vince tutti. Che sono mai le centotrentadue poesie del poeta laureato Alfredo Tennyson, _In memoriam_, per la morte d'un amico, in confronto delle sedici sestine di Tommaso Grossi in morte di Carlo Porta? Qui, il sentimento non degenera in sentimentalismo: è religione. V'è un passo d'una commozione profonda. Dopo d'essere stato in punto di morte, Carlo Porta migliorava un po'. Con un cenno del capo chiamò a sè il Grossi e, dopo d'aver sospirato, gli disse:
«Ho grandi cose, caro il mio Grossi; ho grandi notizie, che ti voglio raccontare!» E più non disse. E il Grossi esclama:
«Oh che consolazion, se avess poduu Vedé el cœur d'on amis de quella sort, Che l'eva tornaa indree del pont de mort!...»
Il Grossi non la udì, non lo vide più. Sbalordito, domanda all'eterno enigma:
«L'è mort? L'è propri mort? Cossa vœur dì Sta gran parolla, che fa tant spavent?...
».... Se non c'è più nulla di lui, com'è che gli voglio ancora bene?» Ma la speranza di rivederlo, un giorno o l'altro, lo conforta.
Alessandro Manzoni, che voleva scrivere in dialetto milanese _I promessi sposi_, perchè la lingua non gli sembrava che potesse rendere tutte le precise proprietà e sfumature ch'egli sentiva di dover esprimere; il Manzoni, che accoglieva festoso il Porta nella sua fida conversazione, chiamata dagli amici l'_Isola di Giava_, per i gran _giavanadd_ (balordaggini) ch'essi stessi dicevano di sballare chiacchierando; il Manzoni ricordò per tutta la vita l'autore del _Marchionn_: ne parlava spesso con gl'intimi amici che lo visitavano nella sua biblioteca a pianterreno della sua casa in Via Morone.
Carlo Porta moriva quando cominciavano i processi contro i Carbonari; quei processi che rivelarono al mondo quali magnanini sogni per l'indipendenza d'Italia infiammavano spiriti alti e puri in un tempo d'animosi, infausti fermenti.
A Carlo Porta fu risparmiato un gran dolore: l'annuncio delle nefande condanne; poichè, onesto e sensibile qual'era, specialmente pei romantici, coi quali aveva combattuto una battaglia vivace di vita artistica, avrebbe pianto sulla loro sventura.
FONTI DI QUESTO LIBRO.
SPUNTI INEDITI. — POSTILLE.
Riguardo a Carlo Porta, l'autore ebbe la fortuna d'ottenere dal nipote del grande poeta, dottor Carlo Porta, di Milano, tutte le carte autografe, le antiche bozze di stampa, poesie, lettere, documenti diversi: un insieme vitale. L'ingegnere Giuseppe Grossi gli affidò le lettere del Porta a suo padre Tommaso. L'autore, inoltre, consultò i manoscritti portiani della Biblioteca Ambrosiana, della Biblioteca Trivulziana e della Biblioteca Nazionale di Parigi, nonchè le carte dell'Archivio di Stato di Milano, per le poesie del Porta che conserva, e pei dati ufficiali che porge, negli atti, sulla carriera d'impiegato governativo di lui. Intorno alla vita del Porta gli tornarono preziosi i ragguagli forniti dal dottor Porta e dalla matrigna, che sposò Giuseppe, figlio di Carlo Porta; le notizie favoritegli dal comm. Guglielmo Berchet, segretario perpetuo del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, nipote del celebre poeta nazionale (amico del Porta) e marito d'una signora Londonio, nella cui famiglia Carlo Porta praticava. Altre notizie, ancora, gli furono comunicate dal venerato abate Adalberto Catena, di Milano, che dalla madre, amica del Porta e della famiglia di lui, e dalle tradizioni orali della Diocesi milanese apprese caratteristici particolari, fedelmente riferiti in questo volume. A ciò si aggiunga l'esame di archivi ecclesiastici e delle lettere del dottor Aquanio, morto vecchissimo, che lucidamente ricordava assai cose del tempo e delle vicende del Porta. Furono esplorati, ma invano, gli archivi di Venezia, dove il Porta passò parte della sua giovinezza.
La prima edizione del Porta è quella che comprende il volume VII della _Collezione delle migliori opere scelte in dialetto milanese_, curata da Francesco Cherubini (Milano, G. Pirola, 1817). La prima edizione critica del Porta, illustrata su carteggi inediti, storicamente, ecc., è quella curata dall'autore del presente volume (Firenze, G. Barbèra editore) nel 1884, e della quale si è qui ora in parte servito.
CARLO PORTA SCOLARO E NOBILI BALLERINI (pag. 15). — Non sappiamo se il Porta avesse, nel collegio di Monza, un soprannome ufficiale come era uso d'altri collegi. I convittori del Collegio dei nobili lo avevano tutti, e talora abbastanza comico. Alessandro Verri era chiamato _l'industrioso_; Carlo Verri, _il voglioso_; Giovanni Borromeo, _il composto_; Alessandro Rovida, _l'avventuroso_; Giambattista Lampugnani, _l'indifferente_. Altri si chiamavano _il sollecito, l'agile, il riflettente_.... perchè forse era il solo che rifletteva (Miscellanea: _Ex laboribus_ del padre Benvenuto milanese, del convento di Sant'Ambrogio _ad Nemus_, Biblioteca di Brera). Le accademie del Collegio dei nobili comprendevano giuochi, partite d'armi, recitazioni, danze. Il ballare era una passione. Il cavaliere Carlo Castiglioni, figlio della marchesa Paola Litta-Castiglioni, la nobile amica del Parini, vestì l'abito d'un mimo grottesco in un balletto del Ferlotti e danzò alla Scala (_Memorie del tempo_).
UN SONETTO INEDITO O RARO DEL PORTA. — Si legge alla Trivulziana. Ma è del Porta? Tutto fa credere di sì. Ê inedito? Non appare in nessuna edizione portiana o foglio stampato volante.
_Hoo faa un sogn curios. S'eva in d'on praa._ _Dove tresent somar, de cent color,_ _Staven, segond i regol, radunaa,_ _Per daa alla società un Superior._ _Gh'eva un creusch[119] de trenta separaa:_ _El rest, intorna all'asen direttor,_ _Faseva, in quel degnissim convocaa,_ _Un bordell maladett, un gran sussor._[120] _L'eva colù un bellissim somaron,_ _Intendevel al pari d'un pattan_[121] _Avend con poch'ingegn gran presunzion:_ — _Tornée a caa vostra, el dis, o tannanan!_[122] _Che nomina d'Egitt; sont mi el padron,_ — _E tutti respondevan:_ Ih han, ih han![123]
Fu attribuita al Porta una boccaccesca novella, pubblicata circa mezzo secolo fa col titolo: _I bragh del confessor salven la monega_, in ottave; ma, invece, è del Grossi. Infatti, all'Ambrosiana, c'è l'autografo. Nella Trivulziana si legge una copia manoscritta.
In dieci sestine italiane Carlo Porta compose un vivacissimo scherzo osceno e volteriano, sulla creazione degli organi vitali dell'uomo. Impossibile riferirlo. L'originale si conserva o, meglio, si nasconde nel Museo Portiano nel Castello, a Milano.
LA RELIGIONE DEL PORTA. — I versi citati alla pag. 155 sul negletto sentimento religioso del poeta, sono completati così in un aggrovigliato autografo del Porta stesso, e che il compianto prof. Carlo Salvioni potè trovare e decifrare:
_Religion santa di mee vicc de cà,_ _Che, in mez al cattabuj di mee passion._ _No t'ee faa olter che tiratt in là._ _In fond in fond, scrusciada in d'on canton:_ _A speccià i temp mior col to bell trà_ _De tornà voltra a repià reson._ _No te offend, no, se in sui vintiquattr'or,_ _Ghoo faccia anmò de fa di vers d'amor._
Ma codesti versi d'amore non si trovano (ved. _Lettere di Tommaso Grossi e d'altri amici a Carlo Porta e del Porta a vari amici, raccolte e illustrate da Carlo Salvioni_, in _Giornale storico della Letteratura_, vol. XXXVII, pag. 273).
L'ODE «A SILVIA» DEL PARINI, fu tradotta, come abbiamo detto, pag. 29, dal Bellati, quando il Porta ne aveva già cominciata la versione. Veramente, quella del Bellati è piuttosto una parafrasi; parafrasi pittoresca. Il dialetto milanese presta al soggetto alcune espressioni vivissime, che la lingua aulica contegnosa del grande poeta non offre. L'ode del Parini ha trenta quartine settenarie; quella del Bellati ha trenta sestine ottonarie. Fu stampata in un opuscoletto (conservato all'Ambrosiana) con questo titolo, a uso _bosinada_:
_Ode a Silvia molto bella_ _D'on Autor de conclusion,_ _Staa tradotta in manch de quella_ _In lenguagg de buseccon (milanese)_ _Par amor de quella gent,_ _Che 'l Toscan ghe liga i dent._
E comincia:
_Cosse l'è sta novitaa,_ _La mia Sura Regolizia?_ _Gh'è pù vell inamedaa,_ _Coss'ett fa, brutta sporchizia?_ _T'ee scovert i spall, e 'l sen_ _Mostrand quell che no stà ben?_ . . . . . . . . . . . . . . . _Con sta moda i tò bei grazi_ _Paren propri in man di strij (streghe):_ _No minaccien che disgrazi_ _Baronad, e porcarij;_ _E la toa figura bella_ _La deventa ona porscella._
La fine ha un tocco religioso, anzi cristiano, che l'abate poeta non ha:
_Sia modesta, e pensa a viv_ _Del guadagn di to fadigh:_ _Cerca d'ess graziosa e umana,_ _E ona bonna cristiana._
Ma, contro il Parini, un poeta anonimo milanese lanciò una satira in 28 ottave, che si legge manoscritta all'Ambrosiana, unita a una delle prime edizioni del Parini: _La Donzella_ (cameriera) _della Sura Silvia che porta la resposta all'Autor della Canzon sora el vestij alla Ghillottina_, 1795, Milan, _Con so permess_.