Part 2
_Clamoroso supplizio a Milano quando nacque Carlo Porta. — Masnadieri in campagna e _fermieri_ in città. — Pietro Verri combatte le ribalderie dei _fermieri_. — Nuovi nobili. — Come si comperavano i titoli nobiliari. — Qual era Milano quando nacque Carlo Porta. — Le vie, le tenebre, le torcie dei lacchè. — L'atto autentico di nascita di Carlo Porta. — I genitori e gli antenati del Porta in case di nobili. — Presso i Gesuiti di Monza. — Usi barbari nelle scuole. — Prime prove poetiche del Porta. — È mandato ad Augusta. — Diventa giuocatore. — Sue lettere alla madre. — Il padre lo richiama a Milano._
Nell'anno stesso, 1775, in cui Carlo Porta nacque a Milano, venne soppressa, per volontà assoluta dell'imperatrice Maria Teresa, la Inquisizione, già cara a san Carlo Borromeo, e seguì un supplizio che commosse a lungo Milano. Fu giustiziato un frate sfratato e suddiacono, Carlo Sala di Casletto, già scrivano del Voltaire, reo di furti in sette chiese campestri. Fu condannato alla tortura, a tre colpi di tanaglia arroventata, al taglio della mano destra, perchè ladro sacrilego: quindi fu impiccato e sepolto in terra sconsacrata, sul bastione. Non aveva voluto confessarsi, nè comunicarsi, nè pentirsi. Non è possibile dir quanto e preti e frati e prelati e la sacra compagnia che assisteva i condannati a morte, e autorità e cittadini fecero e tentarono per costringerlo a pentirsi alla fine! Tutto fiato sprecato, tutti passi perduti.
Quando nacque Carlo Porta, tutta la campagna era infestata da masnadieri. Si trattava di disertori delle guerre.... non amnistiati. Ma altri masnadieri, e tollerati e legali, imperversavano entro Milano: i così detti _fermieri_, appaltatori del sale, tabacchi, poste, polveri, dazii, persino dei giuochi che si facevano nelle sere di spettacoli entro i camerini dei teatri. I _fermieri_ esercitavano sopraffazioni, truffe. Essi facevano gettare dalla strada, nelle case private di galantuomini, merci di contrabbando, e poi ordinavano ai loro cagnotti d'invadere le case, in nome della legge, ed esigevano multe ingenti. Il popolo imprecava. Ma il Governo proteggeva quei masnadieri delle _ferme_, per amor del grosso denaro, che ne ritraeva negli appalti, e di cui aveva bisogno, con quel po' po' di guerre, nelle quali Maria Teresa era ingolfata. Pietro Verri, a viso aperto, li combattè.
Carichi dei milioni ammassati con quei metodi, i _fermieri_ domandavano a Maria Teresa un blasone per essere più potenti in una terra in cui la nobiltà era la terza dominatrice. Così continuavano l'uso antico; per il quale, i Silva, panattieri, gli Andreoli, cavallanti, e altri di simili origini, diventarono marchesi. Gl'Imbonati (cognome immortalato dal carme del Manzoni), Piantanida, Lattuada, acquistarono il blasone salendo dal volgo. Un Perini, oste _alli tre scagni_, diventò conte di Bresso. Gli Omodei ebbero per antenato un _pastaro di grosso_ nel plebeissimo Carrobbio, a Porta Ticinese. L'elenco sarebbe lungo e potrebbe recare inutili dispiaceri.[1]
Con duemilacinquecento fiorini, si otteneva il blasone di marchese; con duemila, quello di conte; con mille e seicento, quello di barone; con mille e trecento quello di cavaliere; con mille quello di nobile; con cinquecento si otteneva il semplice _don_.
Quando nacque Carlo Porta, Milano non assomigliava nemmeno a uno de' suoi inferiori sobborghi d'oggi. La numerazione delle vie non era ancora cominciata; non erano ancora battezzate con precisione le strade, le piazze. Le vie assumevano nell'uso il nome da un oratorio, da una chiesa, da un pantano, da un colatoio d'acque piovane, da un albero: onde _Via Pantano, Poslaghetto, Via Olmetto_; oppure prendevano il nome dalle numerose botteghe di questi e quegli artefici e mercanti: _Via Orefici, Via Spadari, Via Armorari_, o da insegne di osterie: _Croce Rossa, Tre Re_....
Qualche strada prese il nome da qualcuno dei piccoli villaggi scomparsi, come _Via Quadronno_; dove vedremo svolgersi il dramma amoroso dello sventurato _Marchionn di gamb avert_, il capolavoro del Porta.[2]
Le strade non selciate, o mal selciate, con ciottoli di torrente. Se ne vedono ancora fra le vecchie vie di Milano, tortuose, semibuie, malinconiche.
Non avevano fanali, cominciati, a olio, nel novembre del 1788, e che facilmente si spegnevano; le tenebre più fitte avvolgevano allora case e mortali, con piacere dei ladri e delle coppie amorose. Chi voleva camminare con qualche sicurezza, quando dal mezzo del cielo non risplendeva la compiacente luna, doveva munirsi d'un fanaletto a mano. Le carrozze dei nobili andavano di volo, accompagnate da lacchè con torcie fumose; lacchè che erano obbligati a perdere il fiato nella corsa affannosa a piedi, seguendo la carrozza sino al palazzo, al cui scalone capovolgevano e spegnevano le torcie entro buchi praticati in dadi di marmo, come se ne trovano anche oggi in qualche casa di via Borgonuovo e altrove.
Il Parini, nel _Giorno_, descrive le carrozze patrizie correnti di notte, nel buio. Al suo «giovin signor» egli rammenta ironico la scena notturna:
Tu, tra le veglie e le canore scene E il patetico gioco, oltre più assai Producesti la notte; e, stanco, alfine, In aureo cocchio, col fragor di calde Precipitose rote e il calpestio Di volanti corsier, lunge agitasti Il queto aere notturno; e le tenèbre Con fiaccole superbe intorno apristi; Siccome allor che il siculo paese Dall'uno all'altro mar rimbombar feo Pluto col carro, a cui splendeano innanzi Le tede de le Furie anguicrinite.
Gli alberghi obbligavano il forestiere che vi prendeva alloggio a pazienze supreme, per tollerare la sporcizia e gli insetti. L'Albergo del Pozzo (soppresso solo in questi mesi) accoglieva ospiti cospicui. Appena una banda di filarmonici erranti lo sapeva, dedicava ai nuovi arrivati, sotto le finestre dell'albergo privilegiato, un concerto: chi sa che musica! Carlo Goldoni vi alloggiò, quando venne a Milano: ne tocca nelle sue _Memorie_. Più antico era forse l'Albergo del Falcone, e sussiste tuttora. Quali fetori nelle vie, certo non sparse di rose di Gerico! Nell'ode _La salubrità dell'aria_, il Parini deplora il fimo che fermentava «fra le alte case». Era il fimo delle stalle che si usava tener accumulato, con quanta delizia delle nari e dell'igiene si immagini. Il Parini parla anche di «vaganti latrine». Tiriamo un velo.
Carlo Porta nacque a Milano il 15 giugno 1775. Oltre il nome di Carlo, gli furono imposti quelli di Antonio, Melchiorre, Filippo.
In un sonetto incompiuto (del quale non mi riuscì di vedere l'autografo) Carlo Porta si dichiara nato nella parrocchia di San Bartolommeo il 15 agosto del 1776. Dice precisamente così:
Sont nassuu sott a Sant Bartolamee, In del mila sett cent settanta ses, A mezz dì, del dì quindes de quell mes, Ch'el sô (_sole_) el riva a quel pont ch'el volta indree (_indietro_).
Ebbene: il registro delle nascite di quella parrocchia di San Bartolommeo (registro passato a San Francesco da Paola, perchè quella antica parrocchia fu soppressa) reca invece ben chiaramente quello che abbiamo riferito.
Come combinare date così differenti? A chi credere? È vero che non pochi svarioni si trovano nei libri delle nascite, dei matrimoni e delle morti, tenuti dai parroci che godevano funzione e autorità di ufficiali dello stato civile; ma è possibile che l'attestato ufficiale di nascita di Carlo Porta fosse sbagliato così? Non è da escludersi l'abbaglio, l'amnesia nel poeta, che soffriva di nevrosi: non diremo la lieve vanità di togliersi un anno.
Il padre si chiamava Giuseppe. Gl'inferiori, salutando per via quell'integro cittadino, e i preti, ne' libri delle loro parrocchie, gli regalavano tanto di _don_, spagnolesco indizio di nobiltà; ma la famiglia di Carlo Porta non era nobile.
In uno sferzante sonetto contro un marchese villano che non lo salutava per via, Carlo Porta si dichiara «senza nanch on strasc (straccio) d'on don»:
Sissignur, sur marches, lù l'è marches, Marchesazz, marcheson, marchesonon E mì sont Carlo Porta milanes, E bott lì, senza nanch on strasc d'on _don_.
Come abbiamo visto, il _don_ (che fra i poeti di Milano andava di diritto al solo Manzoni), era l'ultimo grado di nobiltà. Il _don_ sottentrò nel secolo XVII all'antico _dominus_. Ma ai soli nobili (e _don_) d'antica data era permesso d'adornare di fiocchi la testa dei propri cavalli.[3]
Riguardo poi al saluto dei nobili ai non nobili, avveniva questo bel casetto: che nobili, i quali avessero trattato, pur famigliarmente in campagna e in villa coi non nobili, non li salutavano quando li incontravano in città. La villa, adunque, faceva diventare educati, e la città villani.
Un ritratto dipinto a olio di Giuseppe Porta lo mostra con l'aspetto d'un pacifico galantuomo, d'uno di quei felici che vivono a lungo fra il lavoro ordinato e la quiete domestica. Visse la vita de' patriarchi, morendo nonagenario il 17 febbraio 1822 in mezzo ai fratelli, figli, nuore, nipoti intorno al suo letto. Fu pubblico impiegato, ragioniere e amministratore di aziende private. Ai frati della storica chiesa di San Simpliciano, teneva in ordine i conti. Avea mano nell'amministrazione della chiesa di San Pietro in Gessate, prima uffiziata già dagli operosi Umiliati, poi dai Somaschi. Amministrava il collegio di Brera, dove era stato docile e diligente scolaro. La tesoreria dello Stato di Milano (si chiamava così) lo ebbe sottocassiere e poi cassiere generale.
Chi più di Carlo Porta disprezzò i nobili e li derise? Non è senza curiosità lo scoprire nell'archivio civico di Milano che i suoi avi, milanesi tutti, servirono in casa di nobili. Suo nonno, Defendente, fu maestro di casa d'un principe Rasini, che lasciò il proprio nome al vicolo dove dimorava in sontuoso palazzo: passò al servizio di certi marchesi Bussetti; quindi si ritrasse in Romagnano, nel Novarese, a vivere, con le proprie rendite, gli ultimi anni. Il bisnonno Carlo Francesco, morto il 1737, cassiere dei così detti _perticati_ (tassa sui valori fondiari), fu anch'esso maggiordomo in una casa piena di stemmi e di parrucche.
Il domenicano Porta, orientalista, che si occupò d'una Bibbia poliglotta, non apparteneva alla famiglia del poeta.
C'era bensì a Milano una nobile famiglia Porta. Possedeva il palazzo, che fu poi degli arricchiti appaltatori, diventati nobili, si sa, Pezzòli, sulla _Corsia del Giardino_, ora via Alessandro Manzoni. Un viaggiatore straniero, Carlo De Brosses, che nulla capì del San Marco di Venezia, nelle sue _Lettres historiques et critiques sur l'Italie_, pubblicate a Parigi nel 1799, magnificava il giardino di quel palazzo, ora pubblico museo, perchè quel piccolo giardino aveva una muraglia dipinta a uso scenario.... Nè quella famiglia Porta ha fila gentilizie con quella di Carlo Porta, salita dal popolo.
Il cognome Porta è antico. Secondo lo storico Giulini, si diè ad alcune famiglie che, nel periodo effimero della Repubblica ambrosiana, abitavano presso qualche _porta_ della città e vi avevano qualche giurisdizione. Così _Pusterla_, porta minore della città. Tutte indagini che, scommetterei, Carlo Porta, spregiudicato, non si è mai sognato di fare.
La madre di Carlo Porta si chiamava Violante Guttieri. Da lettere giovanili del poeta si rileva quante cure ella prodigasse ai figliuoli, non ostante che, al pari del marito, fosse travagliata dalla gotta, malattia passata in eredità a Carlo. Ella ci appare il buon genio, la consigliera, il conforto di lui.
Carlo fu mandato dal padre al collegio dei Gesuiti di Monza; poi, al seminario di Milano. Pochi sanno oggi come si educassero i giovani da quei maestri tabaccosi, pronti a gonfiare con le nerbate le mani degli alunni, attanagliarli con pizzicotti e obbligarli a pane e acqua, quando non comandavano loro di tracciare con la lingua ripetute croci sul pavimento. I maestri dormivano spesso come ghiri, sulla cattedra, lasciando la scolaresca all'arbitrio di alcuni prediletti discepoli servili, che non mancavano di denunciare per le inevitabili punizioni i compagni più vivaci e più odiati. Le aule scolastiche risonavano di voci irose, di colpi, di strilli; certe camerette anguste, basse, che il Porta descrive in un sonetto italiano inedito, si aprivano ai delinquenti come carceri. «Le cose andavano alla pecoresca (narra Francesco Cherubini). Vorrei pur dire di certi biglietti fattimi portare talora da chi non doveva a chi non si doveva, profittando della mia innocenza.»
Alessandro Manzoni, mentre serbava venerazione per il mite padre Francesco Soave, inorridisce al ricordo d'essere stato discepolo di tale
Cui mi saria vergogna esser maestro,
confessava egli nel carme _In morte di Carlo Imbonati_.
Eppure, non ostante i sonni pomeridiani sulle cattedre e il resto, non s'insegnava male il latino, se devesi giudicare dagli esametri che Carlo Porta, fra una prigionia e l'altra, confortate dalla madre, scriveva nella lingua di Virgilio. In un fascicolo di versi latini composti da lui quand'era scolaro, trovo carmi su città d'Italia, ch'egli non avea mai visitate e che pur doveva descrivere; sono elegie al sonno, ad Andromaca, epigrammi sulla madre di Nerone, su Narciso alla fonte; temi rettorici, alcuni sciocchi addirittura. Fra i temi imposti dal padre maestro e svolti con ampiezza, trovo persino una descrizione del pudore, composta appunto dal _Carlin_, che scriverà un giorno la _Ninetta del Verzee_. Una delle primissime poesie italiane del Porta è _La penna in mano delle donne_, canzonetta in quartine. L'alunno dovette recitarla in una pubblica accademia, in cospetto degli accigliati maestri, de' genitori giubilanti e d'altri invitati in gala. Non c'erano scrittrici.
A studii severi, il Porta non si sentiva nato, e nemmeno, pare, alla poesia che trattava alla peggio, di quando in quando, per passatempo.
Il padre, uomo pratico, voleva fare di lui un negoziante. A sedici anni lo mandò ad Augusta, affidandolo a certo Weith, col desiderio che v'imparasse la mercatura e il tedesco. Ma le sue previsioni errarono. Se vi fu soggiorno fuori di patria increscioso per Carlo, fu quello. Si accese in lui la passione del giuoco; bazzicava, di nascosto, in qualche caffè di giocatori. Soprattutto, detestava le pratiche religiose alle quali il Weith voleva condannarlo. Se il mentore lo vedeva uscire solo di casa, erano sgridate.
Il ragazzo si sfoga con la madre lontana in lettere calde di tenerezza. «Ho ricevuta la tua carissima (le scrive), dalla quale, con sommo mio rammarico, ho dovuto rilevare che, per causa mia, la tua gotta ha notabilmente peggiorato in modo che tu non hai nemmeno di proprio pugno potuto scrivermi; ma quando sarà che tu mi scriverai d'essere perfettamente guarita?» E si lagna con lei di malattia che patisce a un occhio, di tremito ai denti, ed esclama desolato, piccolo Leopardi: «Pazienza! la natura mi ha destinato ad essere infelice!»
Sono queste le lettere nelle quali vedi come quel cuore materno fosse buono. Ella gli raccomandava di scrivere con più garbo l'italiano e d'imparare bene il tedesco. Ed egli: «Non posso impararlo bene, perchè non ho ancora maestro. Figùrati qual negligenza hanno questi signori! Sono già più di tre mesi che sono qui, e non ho imparato niente; anzi no, disimparato.» E finisce: «Addio. Amami, se lo merito.»
Quando il padre venne a conoscere che il figlio giovinetto non voleva saperne di pratiche religiose e giocava d'azzardo in un caffè d'Augusta, invece di imparare il commercio del cotone e della lana e il tedesco, gli tolse l'assegno mensile. E allora il figliuolo ricorre al grembo materno: «La deve scrivere a mio padre che mi sono adattato con buona volontà alle cose di Chiesa, che ho abbandonato intieramente quel caffè che loro non volevano che io ivi andassi, che ho abbandonato decisamente il giuoco, che io faccio il mio dovere nello scrittorio».
Ma Carlo perdeva il tempo lo stesso, e il padre lo richiamò a Milano.
III.
_Morte di Maria Teresa. — Le violente tumultuarie innovazioni del figlio Giuseppe II. — Il caso pietoso del poeta Passeroni. — Colloqui del poeta affamato col suo gallo. — Curiose guardie di polizia. — Minacciosi malumori contro Giuseppe II. — La morte e il successore di Giuseppe II. — La vita nelle famiglie borghesi. — Religiosità singolari. — Il nobile Andreani e il suo pallone aereostatico. — Libri, idee, mode francesi. — Discorsi in case aristocratiche. — L'ode del Parini sul vestire alla ghigliottina. — In che cosa consisteva quella moda infame. — Strano difetto di quell'ode. — Sua popolarità. — Carlo Porta la traduce in milanese. — Fine della parrucca._
I tempi ingrossavano. Era tramontato il sogno di Pietro Verri e degli amici di lui che, un bel dì, volevano chiedere a Vienna una costituzione, non prevedendo, però, nè una rivoluzione, nè un possibile intervento di nuovi vincitori.
Nel 1780, l'imperatrice Maria Teresa, la guerriera, ricca di figli e d'amori, moriva quasi sessantatreenne, lasciando al figlio Giuseppe II lo scettro, e chiudendo una vita di lotte acerbe e di riforme civili e militari memorabili, che la collocarono in un posto eminente nella storia.
Giuseppe II può essere chiamato, per certi riflessi, il battistrada di Napoleone. Pareva che presentisse di non aver lunga vita: per questo affrettò, condensò innovazioni su innovazioni; e accumulò, anche, rovine su rovine. Colpi micidiali mena sulle abbazie, sui conventi, come farà ben presto Napoleone. La Società segreta dei Franco Muratori è proibita per decreto di Maria Teresa con bando e scomunica, ma Giuseppe II la riconosce, e vuole che sia ricostruita, perchè fautrice della filosofia (la gran parola d'allora) e benemerita delle scienze. Il decreto porta la data del 21 gennaio 1786. Ben presto, sotto la Repubblica cisalpina, Francesco Palfi, filosofo, giurista, letterato, uscito da un convento della Calabria, diffonderà i principii della massoneria e ne spiegherà i riti nel poema _Ivan_, oggi lettura dei topi.
Giuseppe II soppresse tutte le corporazioni religiose, non utili alla società. Abolì persino la Congregazione dei Bianchi, il cui ufficio pietoso era quello di assistere, confortare i giustiziati e seppellirne le salme. Pubblicò un nuovo sistema giudiziario, solennemente inaugurato il 1º maggio 1786; ma il codice non corrispondeva ai principii liberali vantati.
Il barbogio Senato fu soppresso. E quella fu soppressione santissima. Il Senato, s'era opposto all'abolizione della tortura, come Maria Teresa comandava da Vienna, per non offendere le vetuste tradizioni. Durante gli strazii della tortura, inflitti spesso a poveri innocenti, per istrappare ciò che si voleva, gl'illustri signori giudici bevevano le loro brave tazze di cioccolata, la quale faceva parte anch'essa delle auguste tradizioni. Il Senato di Milano a cui appartenne qual segretario il poeta Carlo Maria Maggi, un antecessore (e lo vedremo) di Carlo Porta, finiva dopo quasi tre secoli.... non di gloria.
Un ordine dell'imperatore vieta i giuochi d'azzardo. Si giuoca, infatti, dappertutto a Milano: nei teatri, nelle case, nelle botteghe, nelle sacristie..... Ma il governatore di Milano, arciduca Ferdinando, è preso anch'egli dalla fregola dei subiti guadagni: specula in granaglie come suo padre. Malattia di famiglia.
Giuseppe II abolisce tutte le pensioni. Immaginarsi in quali miserie piombano poveri vecchi, che non hanno più la forza di lavorare per vivere.... alla vigilia di morire! Persino all'abate Gian Carlo Passeroni sono tolte le cinquecento misere lire milanesi annue, che il conte di Firmian, governatore illuminato e liberale, gli aveva assegnate sulle sostanze dei marchesi Lucini, antichi mecenati del povero nizzardo, autore del moralista ma buffoneggiante poema _Il Cicerone_, lungo centuno canti, nei quali il famoso arpinate è, per dire la verità,
Come l'araba fenice: Che ci sia ciascun lo dice, Dove sia nessun lo sa.
Il Parini, intimo amico del Passeroni, confessa d'avergli «grande obbligo», perchè lo ha «smagato dal vezzo d'ingemmare di frasi viete e dimesse i suoi versi».[4]
Il povero nizzardo, costretto a rifugiarsi affamato in una buia, angusta stamberga di legno, ha per unico compagno un gallo, al quale tiene lunghi discorsi filosofici sull'avversità dei tempi. E il consueto andamento di Milano viene sempre più turbato da riforme violente. V'ha chi pensa persino a una sommossa contro Giuseppe II, imitando i Paesi Bassi.
L'irritazione è acuita dal brutale contegno d'una nuova istituzione: della _Police_, squadra di soldati invalidi, che per mostrare autorità bastonano i cittadini. Qualche cosa di simile, anzi di peggio, vedremo fra poco, al tempo dell'occupazione demagogica francese, quando Carlo Porta scriverà uno de' suoi capolavori: _Giovannin Bongee_.
Ma, a placare il malcontento, ecco giunge a Milano la notizia della morte dell'imperatore. I Paesi Bassi, insorti, avevano già proclamato la propria indipendenza: l'Ungheria avea respinto minacciosa le riforme, e Giuseppe II dovette ritirarle, riportando un urto terribile alla propria autorità. I disagi, sofferti nella guerra contro i Turchi, contribuirono ad affievolire la fibra già scossa del sovrano. Tutto ciò affrettò la fine d'una fervida vita, che, assoggettata a maggior freno e riflessione, poteva essere tutta illustre. Giuseppe II spirò col nome di Dio sulle labbra, e rassegnato.
Era il 20 febbraio 1790. In quello stesso giorno, il fratello Leopoldo II saliva al trono.
Il nuovo principe ascoltò i reclami; chiamò a Vienna due deputati d'ogni città lombarda; ripristinò le istituzioni paesane abolite e rese gratuite a tutti le scuole pubbliche, dove i ricchi prima pagavano. Le famiglie patriarcali non temettero più morali rovine.
Nelle famiglie borghesi (si chiamavano cittadine) salite dal popolo, come quella di Carlo Porta, l'ordine e la quiete, il raccoglimento patriarcale dominavano. Il padre non era solo il semplice capo della famiglia; era, anche, un'autorità in tutto e per tutto, che i figli dovevano riconoscere e riverire in soggezione perenne. Ai genitori, i figliuoli davano del _lei_, mai del _tu_; nemmeno allora che diventavano genitori alla loro volta. Non potevano uscire di casa, senza spiegazioni e regolare permesso. A tavola, tutti dovevano essere radunati puntualmente all'ora prefissa, e aspettare, in raccolti silenzi, che il padre dividesse lui le pietanze numerate; ma tutto questo avveniva pure in altre contrade d'Italia. La madre, nella gerarchia familiare, occupava invariabilmente il secondo posto. Qualche volta (il cuore della mamma!) temperava i rigori di prammatica del genitore, e asciugava col bacio la lagrima del figlio, ma di nascosto. Alla sera, dopo il parco desinare, si doveva, secondo l'uso antico, recitare almeno una parte del rosario a suffragio delle anime dei defunti di famiglia. Talvolta, lo si recitava per liberare dalle fiamme del Purgatorio qualche anima ignota. Questa specie di suffragi anonimi era radicata a Milano. Il Purgatorio offriva (avrebbe detto un moderno), un bel margine per esercitare la pietà religiosa. Alle porte delle chiese (ce n'erano un dì a ogni passo come i conventi), si leggeva: «Oggi si libera un'anima dal Purgatorio». Un'anima sola fra tanti milioni e milioni d'anime purganti, non era gran cosa; ma ciò che doveva più impressionare i non devoti era l'assoluta certezza e precisione cronometrica di quelle promesse liberazioni dagli espiatorii tormenti, dei quali si parlava tanto, nei quaresimali e nelle omelie. D'inverno, durante i lunghi, tetri inverni di Milano, nelle famiglie borghesi, padri, madri, figliuoli si raccoglievano davanti ai focolari. I bambini ballavano a tondo, cantando in coro:
Ara bell'ara, Discesa Cornara, Dell'or e del fin — del Cont Marin....