Carlo Porta e la sua Milano

Part 18

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Nato il 1777 nella grossa borgata di Busto Arsizio presso Milano, Giuseppe Bossi, che a soli venticinque anni era levato a capo dell'Accademia di belle arti in Brera, morì giovane il 9 dicembre 1815 dopo lunga malattia nella quale sputava sangue di continuo: eppure, come lasciò scritto egli stesso nelle sue note autobiografiche che si conservano autografe alla Braidense, subì in pochi giorni nientemeno che ventuna cavata di sangue! Ma era il tempo dei feroci salassatori, il tempo del sangue, si spargesse da Napoleone o dai medici della nuova scuola medica capitanata dal Rasori! Come ricorda un sonetto del Porta, l'ultima ora gli fu affrettata dal lavoro. Il Bossi era operosissimo; non poteva stare un momento in ozio. Viaggiò molto, insegnò pittura; la vastissima tela in cui copiò il _Cenacolo_ di Leonardo e il sontuoso libro in folio dove illustrò quel capolavoro con varie tavole tratte dai disegni di quel sommo, gli costarono fatiche indicibili. E alle fatiche si aggiunsero le spese. Lavorando intorno a quell'illustrazione di critica e d'arte, scriveva a un amico: «Esausto per infinite spese d'ogni genere, sto alla vigilia di fallire, la qual parola per me vuol dire vendere qualche preziosa cosa, e ciò per cavarne un cattivo libro». Aveva molti invidiosi e nemici, anche perchè avvenente e le donne lo amavano; si potrebbe dire lo adoravano. Era il più bell'uomo di Milano. Ugo Foscolo lo maltrattò nell'_Ipercalisse_ e gli scagliò questo epigramma:

Se fredde come son le tue pitture Fosser le tue censure, O calde come son le tue censure Fosser le tue pitture, Saresti buon censore E forse buon pittore.

Si racconta che la stupenda Paolina, sorella di Napoleone, volle farsi ritrarre in pittura dal Bossi, tutta nuda, come aveva fatto in scultura dal Canova; e che quel povero artista, in una stanza molto riscaldata e infagottato negli abiti di panno, che per l'etichetta non potè levarsi, mentre ritraeva la dea, si buscò un bel malanno, trasformatosi in polmonite, causa prima della sua morte precoce.

Antonio Canova, reduce dai memorandi colloqui con Napoleone a Parigi sull'arte italica e sui capolavori artistici rubati dal Despota, e che il Canova voleva fossero restituiti all'Italia, fu ospite più giorni dell'amico suo Bossi. Si sedeva nel giardino, sotto un antico tiglio, che spandeva larga ombra e profumi soavissimi coi mille suoi fiori; tiglio che vigoreggiava ancora, quand'io dimoravo in quella stessa casa di via Santa Maria Valle, che vide il Porta e altri grandi.

Le pitture, del Bossi, fredde come malignava il Foscolo, meschinamente accademiche, non seducono i più. Graziosissime, invece, le sue poesie erotiche dall'aroma oraziano; e ragguardevole la sua ode _Adrezz de Meneghin al prenzep Eugenio_. Il Bossi non si curva, come il Monti, davanti al principe potente, davanti al sole che splende, ma sta diritto e parla da uomo libero: sembra un artista indipendente del Cinquecento. Carlo Porta, che, come abbiamo visto, sentiva fortemente l'amicizia, questo etereo soffio della vita, lo difese dopo morto dalle censure.

È indicibile com'egli soffrisse alla morte del caro Bossi. Soffriva alle arti dei maligni che tentavano di sminuire il merito e la fama di quell'artista appassionato, di _spiscinigh el nomm_, ed esclamava amaramente: «Mondo imbecille!» — In quella dolorosa circostanza si sfogava col fratello Luigi così: «Il Peppo ha fatto male a morire. Egli si sarebbe fatto largo in mezzo alla nebbia dei tempi, ed avrebbe almeno colla sua presenza fatto tacere i maligni». E li smaschera; sono tutti professori di Brera, colleghi del defunto: «Zanoia, Longhi e l'ingratissimo Albertolli sono i principali nemici di tuo fratello e si dibattono come energumeni per nuocere alla di lui riputazione ed agli interessi di chi gli succede» (lettera 24 aprile 1816).

All'eredità di Giuseppe Bossi volle attendere egli stesso, occupandosi per appianarne tutte le difficoltà presso i tribunali. «Gli affari Bossi mi occupano non rare volte intiera la festa», scrive al Grossi.

In una sala della Biblioteca ambrosiana fu eretto, in onore di Giuseppe Bossi, un grandioso monumento, dovuto allo scalpello di Pompeo Marchesi; ma il busto fu scolpito amorosamente dall'amico Antonio Canova. Al Bossi fu fatto merito d'aver decorata l'Accademia di Brera dello _Sposalizio_ di Raffaello; ma bisogna ricordare un altro nome: quello d'un avvenente, gaudente, epicureo, innamorato del bello, e ricchissimo, il conte Giacomo Sannazzari, il cui palazzo a San Fedele (scrive Francesco Cusani) fu da lui trasformato in un meraviglioso museo di quadri, marmi, antichità, convegno d'artisti, di gentiluomini. Le pingui dovizie del conte derivavano dall'eredità lasciatagli da un Pezzòli; uno dei pubblici appaltatori (_fermieri_) flagellati da Pietro Verri. Quel Pezzòli era amico della famiglia Sannazzari.

Ebbene, lo _Sposalizio_ di Raffaello, che si ammira a Brera, fu comperato dal munifico Sannazzari assicurandolo a Milano. Era stato rapito dai Francesi all'Italia nel 1797.

Intanto la salute di Carlo Porta vacillava per nuovi malanni.

Pareva che i dolori della podagra lo lasciassero un po' in pace; ma ecco a infastidirlo il mal d'occhi che lo aveva afflitto da ragazzo.

«Quanto a me, non me la passo male, e non mi resterebbe altro a desiderare fuorchè d'essere lasciato in pace da una flussione d'occhi, che ogni due o tre dì ricompare, e non si lascia vincere dalla cura.... _Deus providebit_. In casa mia vi è scuola piantata, e quasi centenaria, dell'arte di condurre a spasso e conversar cogli orbi, e quindi non dispero di trovarmi bene anche nello stato di fringuello da moda». Così a Luigi Bossi.

Ciò nonostante, lavora di continuo: e, quando giunge il dì del riposo, ne informa subito l'amico: «Oggi leggo, e sto tutto il giorno godendomela colla pancia all'aria, sdraiato come le lucertole al sole. Questo è il vero gusto».

Ma sollievo più dolce Carlo Porta trovava a Blevio, paesello sul lago di Como; lago che il Balestrieri aveva cantato, e che Ugo Foscolo prediligeva per le emozioni de' suoi procellosi amori con la _Cecchina_ Giovio, a Como, e con la _Lenin_ Bignami nella villa rossa di Cernobbio.

A Blevio, la villa Belvedere era posseduta dalla marchesa Imbonati, sorella di Carlo immortalato dal Manzoni nel noto carme; la quale pietosamente aiutò negli studi un povero ragazzo di Perlasca, frazione di Blevio: quel Tommaso Bianchi, che, prete, e poeta romantico, alto, dalle bionde chiome inanellate alla nazzarena, entrò ardente nella _Giovine Italia_, e, arrestato, fu trovato una mattina morto nelle carceri di Milano. Sembra che nella notte, in delirio, lo sventurato siasi ucciso.[101]

E a Blevio ebbero le loro ville la celebre cantante Giuditta Pasta, l'angelica interprete del Bellini, nemica dell'acqua e del sapone; l'adorata ballerina Maria Taglioni, che acquistò la villa della crestaia Ribier (già nostra conoscenza) arricchitasi assai a spese delle dame milanesi. E a Blevio s'era eretta con architettura russa una villa graziosa il principe Schuwaloff, che la abbandonò per convertirsi al cattolicismo e farsi frate barnabita; a Parigi raccontò poi in un libro la sua conversione. A Blevio, la portentosa principessa Cristina Belgioioso, vi trovò l'ultimo suo rifugio di pace, dopo una vita tempestosamente patriottica e avventurosa.

Alessandro Manzoni scrisse a Blevio la faceta _Ira d'Apollo_, che fece parte dell'arsenale guerresco contro i classicisti, contro i quali Carlo Porta si lanciò, come vedremo fra poco.

E da Blevio Carlo Porta scorgeva di fronte, sul lago, la grandiosa villa che Carolina Amelia Elisabetta di Brunswich, principessa di Galles, tramutò nel teatro de' suoi turpi amori. Quando l'erculeo favorito della sciagurata, Bartolommeo Pergami, già corriere del generale Pino e al servizio di lei, venne nominato cavaliere della Croce di Malta, Carlo Porta gli scaraventò contro quattro roventi sonetti. Li compose sul lago di Como, forse a Blevio o a Moltrasio, nella villa dei conti Lucini-Passalacqua, dei quali era amicissimo, e dove pure soggiornò.[102] Molto si scrisse di quella principessa: non tutto. Gli atti segreti di Stato a Milano recano ignoti particolari che non solo lumeggiano episodi occulti di depravate passioni, ma personaggi aulici, e il tempo.[103]

XXIII.

_Nella casa del conte Luigi Porro. — Silvio Pellico e il _Conciliatore_. — Carlo Porta in mezzo ai Carbonari. — Si accorse egli del suo pericolo? — La lotta fra romantici e classicisti. — Perchè Carlo Porta la combattesse. — Il suo verismo. — Giovanni Berchet portabandiera dei romantici. — Il Manzoni difeso con buon umore dal Porta. — Sua lettera da Parigi. — Un giudizio del Manzoni riportato da Ruggero Bonghi. — Un giudice in tribunale strapazza i romantici: risate del Porta. — Giornali in zuffa letteraria. — Le solite soavi polemiche letterarie. — Vincenzo Monti contro l'Acerbi. — Francesco Cherubini. — Abbattimenti del Porta e sgridata del Grossi._

La bella casa del conte Luigi Porro in _Via dei tre monasteri_, detta poi _Via di Pietà_, ricca di oggetti d'arte rarissimi, talchè i forestieri di buon gusto si facevano premura di visitarla, non si apriva soltanto ad ospiti stranieri celeberrimi di passaggio per Milano come Lord Byron, il grande poeta della passione dolorosa e ardente carbonaro; accoglieva anche altri carbonari e romantici d'azione, sì lombardi che d'altre terre.

La polizia austriaca, onnipotente, e il governatore austriaco (che talvolta doveva obbedirle) vigilavano attentissimi quel focolaio di idee sovversive.

Il conte Porro teneva seco in casa, com'è notissimo, Silvio Pellico, istitutore de' suoi figliuoli e compilatore indefesso d'un periodico che, nella storia del giornalismo italiano, rifulge di splendore imperituro: _Il Conciliatore_, fondato e mantenuto specialmente coi denari del ricchissimo conte. La lotta del _Conciliatore_ e del cenacolo che vi scriveva (Berchet, Pellico, Federico Confalonieri, Porro....) non mirava soltanto a combattere i classicisti convenzionali, freddi, verbosi; mirava a ben altro: a combattere il Governo austriaco e a sostituirsi ad esso con tutto un programma di governo liberale e innovatore; programma pubblicato, quale prima sinfonia orchestrale, nel periodico animoso. L'ufficio austriaco di censura fu allora raddoppiato di forze e di forbici. Tagliava, mutilava implacabile gli articoli. Alla fine, il _Conciliatore_, che veramente non poteva conciliare l'irriducibile, venne soppresso.

Ora, come possiamo figurarci il prudente Carlo Porta nel ribelle cenacolo dei carbonari e dei romantici del _Conciliatore_?

Bisogna dire che egli non ebbe sentore di ciò che fremeva sotto la lotta anti-classicista, alla quale prese sì fervida parte con la sua irridente musa meneghina. Quel giorno in cui egli si fosse accorto d'essere cascato fra quei nemici giurati dell'impero d'Austria, che lo compensava puntuale ogni mese del suo lavoro d'impiegato, avrebbe certo abbandonati quei contatti pericolosi.

Fortuna per lui che i romantici d'azione subodorarono facilmente l'amico del quieto vivere, e non tentarono (ci sembra) d'avvolgerlo nelle spire della loro cospirazione carbonara, che, scoperta, finì con le atroci condanne e con gli orrori dello Spielberg.

Un bel giorno, a Carlo Porta e a Tommaso Grossi arriva questo biglietto:

«Luigi Porro celebra domani romanticamente la festa del suo santo pranzando cogli estensori del _Conciliatore_. Sarebbe gratissimo ai dottori Porta e Grossi, autori della bella poesia per le nozze Verri e Borromeo, se volessero fargli il favore di venire a pranzo coi romantici».

Il Porta, come sappiamo, non era dottore: il Grossi sì, laureato in legge. Quella poesia nuziale era una canzonatura del vecchio dio Apollo, del rancido convenzionalismo dei classicisti di mestiere; pungeva gli anti-romantici rabbiosi, li derideva. Sestine, delle quali quelle auspicate nozze servivano di comodo pretesto, sestine polemiche, oggi foglie inaridite.

Lo s'immagina Carlo Porta là, nel vivo, ribelle cenacolo dei carbonari-romantici, col calice in mano per brindare a uno de' suoi capi più possenti?

Egli non fu carbonaro, sicuramente; abbracciò la causa dei romantici per uno spirito di gusto innovatore, per un sentimento d'estetica. Notiamo, peraltro, che egli fu, in realtà, con l'esempio, un verista, come quasi tutt'i poeti vernacoli d'Italia; sovranamente verista.

Il Porta, il Grossi, il Manzoni combatterono il Classicismo a puro scopo d'arte, e lo combatterono col ridicolo: il Porta con tutta una corona di sonetti contro l'anti-romantico arrabbiato Francesco Pezzi (direttore dell'ufficiale _Gazzetta di Milano_ e portavoce ubbidientissimo del Governo), con le sestine _El Romanticismo_ e ben altre satire frizzanti; il Grossi col poemetto milanese _La pioggia d'oro_, dove gli eroi mitologici sono derisi; il Manzoni con _L'ira d'Apollo_.

I classicisti si radunavano in casa delle corteggiatissime sorelle Londonio; là dominava il maestoso Vincenzo Monti, turbato dalla nuova scuola, contro la quale sciolse l'immaginoso eloquente sermone _Audace scuola boreal_, in difesa dei classicisti, egli, che talvolta attingeva ai romantici con la facilità del suo magnifico estro assimilatore.

Il Porta si rivolse a una di quelle sorelle per sostenere i diritti del Romanticismo sopra il Classicismo. La poesia _El Romanticismo_ è un discorso a _madamm Bibin_, ch'era l'ammirata Angelina Londonio, avversa ai romantici. Quella poesia si può chiamarla il programma dei romantici, in meneghino. Le scurrilità l'offendono; e dànno più fastidio pensando che il poeta parla a una signora «bella, graziosa, delicada». Aveva ragione di dire che la poesia doveva abbandonare, alla fine, le finzioni mitologiche, e che

.... st'arte la stà tutta in la magìa De mœuv, de messedà come se vœur[104] Tutt i passion, che gh'emm sconduu[105] in del cœur;

ma aveva torto d'affermare

Che la forma no fà el bon del pastizz;[106]

egli squisito maestro della forma, da nessuno superato.

Eppure, prima di lanciare il razzo incendiario nel campo dei classicisti, il Porta ebbe un momento di perplessità. Il senso che si dava alla parola di romantico era (come scrive il Grossi al Porta) di «stravagante, di matto, di bestiale, di sciocco», e a lui, regio impiegato e quindi uomo serio e partigiano dell'ordine, garbavano poco, s'immagina, tali titoli! «Coi fatti eri già romantico, arciromantico», gli dice il Berchet in una lettera del luglio 1817. E chi meglio del Porta rispondeva a uno dei principii del Berchet e dei romantici? Coll'esempio più splendido non dimostrava egli forse ciò che il Berchet, seguendo la scuola germanica, predicava: che la _sola vera poesia è la popolare_? Ma il Porta fu più conseguente de' suoi amici. «Come! — sembra egli dica — voi disprezzate l'antico perchè non vi commuove; affermate anzi (vedi _Conciliatore_ del 4 aprile 1819) che vi commuovono assai più le ricordanze moderne e vi gettate nel medio evo? Io sono moderno: nelle satire, nelle novelle ritraggo la vita moderna. E sono un verista!»

Un altro suo carattere lo segnala fra i romantici lombardi. Questi, con le loro vergini invano innamorate, moribonde, coi loro gementi trovatori cacciati in bando, coi loro mendichi, volevano strappare i sospiri. Si cominciava già il culto patologico del dolore e la cascaggine patetica; ma nella poesia del Porta nulla di ammalato: tutto è sano e vigoroso come in un umanista.

Pensando forse che la vita è già troppo amara perchè l'arte con le dolorose sue rappresentazioni l'amareggi di più, egli preferiva l'arte lieta all'arte malinconica; e lo confessa in uno de' sonetti contro il Giordani, l'_Abaa Giavan_, che disprezzava tanto i dialetti e le poesie dialettali, in un articolo della _Biblioteca Italiana_, a proposito della _Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese_, curata dal Cherubini. Carlo Porta gli rispose pronto con una corona di sonetti, vera corona di spine, chiamandolo ironicamente:

.... el Papa del gran tempio della Gloria, L'Imperator di articol letterari, .... el gran Kan de l'onor, del disonor: Per donna de servizi el gh'ha l'Istoria, E i poster tucc dedree per servitor.

Eppure il Porta si commoveva facilmente sino alle lagrime quando leggeva libri patetici. Narra il Grossi ch'e' toglievasi «spesso cogli occhi bagnati di lagrime dalla lettura dell'_Eloisa_ di Rousseau o dalla _Delfina_ di madama di Staël». E il Porta confida candidamente all'amico: «A proposito di Schiller, ieri l'altro mi hanno portato il _Don Carlo_. L'ho letto subito, e gli ho pagato il tributo d'un otre di lagrime».

Le teorie bandite dal Berchet (che fu il primo, com'è noto, a levare lo stendardo romantico in Italia) erano a ogni modo sostenute con vigoria dal Porta. Egli s'infervorava nella mischia; e contro l'anti-romantico giornale _L'Accattabrighe_, contro la _Biblioteca Italiana_, ma più contro Carlo Gherardini fratello del dotto Giovanni, e contro il gazzettiere Pezzi, combatteva coll'arme che gli era naturale, il ridicolo, a pro del Manzoni, Berchet, Ermes Visconti, Torti. Il ciclo letterario delle poesie portiane risuona tutto de' suoi colpi.

Il Manzoni, pago della serena canzonatura argutissima _L'ira d'Apollo_, non si mescolò nella scompigliata zuffa letteraria; egli che, in tutta la lunga sua vita, mai rispose a' suoi critici; segno anche questo d'una superiorità che non si può non ammirare. Inoltre, egli stava lontano: dimorava allora a Parigi. Ma non era malcontento che un Porta e un Grossi lo difendessero dai colpi dei gazzettieri al soldo del Governo e dei seguaci inviperiti del vecchio _credo_ mitologico.

I buffi sonetti che il Porta compose, spropositando nei vocaboli, nel numero delle sillabe, nelle rime, al modo d'un esilarante poetastro avvocato Pietro Stoppani, che allora faceva ridere tutta Milano, cominciano con quello, amenissimo, dedicato al Manzoni, a proposito della tragedia _Il Carmagnola_, pubblicata allora di fresco:

Noi tutti letterati di Milano, Che siamo quelli che dan legge al mondo, Abbiam letto con sdegno inumano La tua tragedia senza il giusto pondo. E per fermare il torrente malsano Che vuol mandare il buon gusto in profondo, Gli andiamo incontro con armata mano Coll'articolo primo e col secondo, E col terzo della vera e gran _Gazzetta_ Che fa il Pezzi, quell'uom così famoso, Di cui la fama il gran nome trombetta. Leggili tutti e due, e trema e sappia Che ci vuol altro che un bue romanticoso Per sconvolger la nostra poetica prosapia.

Il _bue_ era, naturalmente, il Manzoni. Il quale, da Parigi, scrive al Grossi amabilmente così:

«Un poetucolo fa una tragedia: è criticato: tutto questo è in regola: degli amici prendono le sue difese, anzi si mettono molto bene sull'offensiva; e il poetucolo farà il dottore a questi amici per ringraziamento? E chi sono questi amici? _On trattin_[107]: Porta e Grossi. Qual è l'uomo in Milano che, vedendosi attaccato e malconcio, se gli si annunziasse che Porta e Grossi prendono le sue parti, non si sentirebbe proprio a risuscitare?»[108]

E il Manzoni diceva ancora: «Quell'uomo dai sonetti (il Porta) ha tanto ingegno, che non ha luogo per la superbia, e tanta malizia (nel senso francese di _malice_), che non vi resta spazio per la malignità».[109]

I bracchi dell'imperatore austriaco fiutavano già nel Romanticismo, nelle imboscate del _Conciliatore_, la selvaggina, il liberalismo, e tentavano tutto per soffocarlo. Carlo Porta (come quello che non seguiva i romantici nella lotta che movevano contro lo straniero) non ebbe a subire fastidi da parte delle autorità, tranne una volta, e in pieno tribunale. L'aneddoto è da lui medesimo narrato al Grossi in una lettera del 17 luglio 1819: «Sabato scorso fui alla Corte di giustizia criminale, per subirvi un esame intorno alle faccende dell'eredità Bossi. Il processo fu dimezzato dal giudice, e di' mo' perchè?... Per incastrarvi, così per _transenna_,[110] una strapazzata a' romantici ed al Romanticismo. Per fortuna che il giudice si è lasciato fuggire di bocca tante e sì ridicole bestialità e castronerie, che, ben lungi dall'adirarmi e compromettermi, finii la questione col ridere a crepapancia.»

Il _Poligrafo_, dell'ex-chierico Lampredi; l'_Antipoligrafo_ che lo contraffaceva; lo sguaiatissimo _Accattabrighe_, fondato dal governo austriaco per combattere il _Conciliatore_; e quindi le appendici della _Gazzetta di Milano_, dove il citato Pezzi loda un almanacco per le ballerine della Scala e manda l'autore del _Carmagnola_ a imparare l'abbiccì; la _Biblioteca Italiana_, classicista sfegatata; e persino il _Corriere delle dame_; e opuscoli, opuscoletti, volumi, fogli volanti a stampa e manoscritti mettevano il campo letterario a rumore: rumore da trivio, frastuono d'improperi, di basse ingiurie. Gli epigrammi infuriavano; si distribuivano titoli di prezzolato e di ladro.

Fra i compilatori d'uno stesso giornale scoppiavano talvolta discordie rabbiose. Nella _Biblioteca Italiana_, il Monti accapigliavasi coll'Acerbi che la dirigeva. Nell'esaminare un volume di scritti inediti, della Biblioteca Quiriniana di Venezia, trovo una nota autografa del Monti tutta stillante veleno contro quel direttore odiato: «_Biblioteca Italiana._ Questo giornale costa al governo il sussidio di seimila franchi l'anno e non gli frutta che malcontenti e nemici. Il suo direttore, uomo nullo nelle arti della penna, per alimentarlo e tenerlo in vita è costretto a pagare danaro contante tutti gli articoli, e, incapace per sè di giudicare della bontà o reità degli scritti, insacca nel giornale tutto quello che compra senza la minima distinzione, e parzialmente gli estratti che mordono e calpestano la riputazione degli scrittori. Per questa via anche gli uomini di maggior fama e i più stimati, onorati ed amati dalla nazione sono giuoco e trastullo alle basse passioni del direttore. Il suo giornale insomma è tutto mercenario, e non avendo chi lo dirigge (_sic_) alcuna riputazione da perdere, impunemente attenta l'altrui, e rende mal servizio al governo inimicandogli gli scrittori di maggior nome, de' quali torna più conto il guadagnar l'opinione.»

Carlo Porta non si dava arie di letterato, come l'Acerbi, conoscendosi privo di vasta e seria cultura per usurparne il nome. Tuttavia, come indignavasi nel vedere che scurrili opuscoli letterari si ricercavano con avidità!

Vedevasi per le vie camminare un po' barcollante, e talora discorrere con fuoco un uomo macilento, dallo sguardo vibratissimo: era Francesco Cherubini, amico di Giovanni Gherardini, che soleva chiamarlo il Magliabechi milanese. Al Porta premeva ch'egli pure entrasse nella compagnia romantica, ma quel dotto, nutrito di classici fino al midollo, non voleva saperne. Il 10 luglio 1819 il Porta ne informava, deluso, il Grossi: «Credevo che il nostro Cherubini fosse romantico marcio, nè mi aspettava mai di sentire ch'egli avesse bisogno della grazia efficace per ridursi alla verità della fede».

Il Grossi, da Treviglio, desiderava essere informato dall'amico dell'andamento della guerra romantico-classicista, di cui più tardi, col poema _I Lombardi alla prima crociata_, doveva ravvivare le fiamme. E il Porta a rispondergli il 9 aprile 1819: «La guerra fra i romantici e i classicisti s'è ristretta tutta a delle piccole scaramucce fra gli avamposti, nè pare per ora che i due eserciti minaccino di venire a giornata. A buon conto, l'eroe del quartiere color di rosa[111] ha piegato bandiera e si è solennemente congedato dal campo, in cui protestava non rimanere per lui a far altro dacchè nessun romantico ardiva più di alzar la testa».