Part 17
Il Manzoni aveva partecipato alla levata di scudi contro il regime napoleonico firmando, insieme con numerosi nobili milanesi, la petizione per ottenere la convocazione dei Collegi elettorali. Egli non aveva mai amato Napoleone!
Un giovane solo, inerme, povero, d'umile origine, senza protettori, quasi senza eco, e ancora oscuro, osò rimproverare apertamente i congiurati del delitto consumato sull'infelicissimo Prina; al quale Milano doveva una riparazione allorchè, libera, poteva compierle tutte, e la deve ancora. Quel giovane era ignoto, ma doveva divenire il poeta delle tenere commozioni, degli affetti purissimi e gentili, delle lacrime pie, del dolore.
Quel giovane era il più diletto amico di Carlo Porta, Tommaso Grossi; e la sua arma, audace e solitaria, era una satira, la sola satira politica ch'egli scrisse: _La Prineide_.
È in dialetto milanese e in sestine. Vi manca il nerbo, l'ironia tagliente, percotitrice del Porta; eppure fu creduta opera del Porta appena si diffuse per Milano. Non nerbo, no, ma sdegno, figlio di alta pietà per lo strazio del misero martire dell'avidità napoleonica e della scelleraggine d'un volgo bestiale; volgo bestiale anche quello che, in quell'esecrabile 20 aprile, spiegava sotto la pioggia gli ombrelli di seta e ne volgeva le punte contro la vittima designata della più cieca delle passioni, quale è la passione politica. La pittura dello stato miserando, nel quale fu ridotto dalla lunga tortura per le vie di Milano, nel fango, il corpo del Prina, è commovente nelle sestine milanesi del Grossi: si rabbrividisce.
Quel poemetto, dice il Cantù, «ebbe tutto il successo della proibizione e del mistero». Si mossero indagini per iscoprire il colpevole: il nuovo governatore austriaco, il manesco Saurau, infuriato, voleva conoscerlo a ogni costo. E intanto Carlo Porta a stampare in propria difesa un sonetto:
Gh'hoo miee, gh'hoo fiœu, sont impiegaa Et _quidem_ anch a caregh del sovran,
«O che volete che io, impiegato, padre di famiglia, possidente, e malaticcio per giunta, col padre pensionato dal Governo, vada a pigliarla contro Sua Maestà, padrone del mio pane? Bell'onore fate al mio ingegno credendolo capace di trascendere a simili bricconate! Non mi aspettavo questo compenso: non mi credevo degno d'andare in galera!» Così egli si querelava in quell'infelice sonetto.
Ah no! egli ignorava che la _Prineide_ fosse dell'amico Grossi. Altrimenti non avrebbe offeso lui per difendere sè. Appena pubblicata la suddetta difesa, gli capitarono, per la posta, tre sonetti milanesi anonimi in cui, confermandolo autore della _Prineide_, era bistrattato quale vigliacco. Furono diffusi; ma, dice il Porta in una sua nota manoscritta, «non ebbero fortunatamente assai spaccio». Non reputando bastante la prima difesa, ne bandì un'altra. Pare veramente un bando il sonetto:
Carlo Porta, poetta ambrosïan. No vorend vess credun per on baloss,[99] Prima perchè a sto mond el gh'ha quaj coss E pœù perchè el gh'ha minga el coo balzan, El protesta e el dichiara a tutt Milan Che tucc quij vers che gira e che dà adoss A re, governa, prenzep e pess gross No hin farina fada col sò gran.
«O cari anonimi amici», pregava; «non attribuitemi tutto ciò che in versi milanesi va girando per la città». Ma inutilmente, chè, dall'ombra, qualche malevolo gli lancia altre accuse, altri insulti. «Ebbi lo sconforto», egli lasciò scritto in un libro autografo, «di suscitarmi contro un malevolo, che, di mano in mano ch'io tentava d'emergere dal naufragio, mi sommergeva di nuovo». E crede che sia uno della combriccola anti-italica. «Chiunque sia», egli soggiunge, «è uno sciocco sempre, in quanto a lettere».
Aveva cominciato un altro sonetto più energico (il frammento è alla Biblioteca Ambrosiana) ove prorompe stizzito: «Vogliono capirla o no questi dottoracci che blaterano su tutto e non sanno niente, che io non sono un imbecille il quale venga alle prese coi re?»
Il Grossi non si tenne paurosamente nascosto. Non attese che l'innocente fosse colpito; spontaneo si presentò al Saurau confessandosi autore della _Prineide_. Eravamo ancora lontani dalle sevizie del Ventuno. La dominazione austriaca era nella luna di miele; facile quindi la clemenza. Il Saurau tenne due giorni prigioniero il poeta esordiente; quindi lo licenziò ammonendolo di adoperare in migliori usi l'ingegno.
Il Grossi fu costretto a distruggere parecchie carte, fra cui versi del Porta, ch'egli giudicava compromettenti. Di ciò diceva all'amico in una lettera: «.... Mi scrivesti tante e sì belle cose, che serbava come reliquie nel cuore del mio scrittoio, e che il diavolo mi fece abbruciare in occasione delle mie note vicende (e ti assicuro che vorrei piuttosto aver perduto un dente); basta.... riparerò per l'avvenire a questa disgrazia!...»
Anche dopo il baccano della _Prineide_, quell'amicizia rimase inalterata. Il Porta scriveva al Grossi: «Oh i begl'ingegni che siete voialtri! Non v'è nulla che non vi riesca meraviglioso in verso e in prosa, ancorchè fatta così su due piedi; e io scrivo a voialtri di questa prosaccia. Addio, addio. Guardami il cuore. Questo viscere te lo prometto migliore assai del cervello». E un'altra volta allo stesso Grossi: «Ti voglio tutto il bene che vorrei alla più bella e brava ragazza del mondo». E ancora: «Ti ammiro, ti guardo come si guarda il sole».
I due amici lasciarono la prova più bella della loro concordia nella collaborazione della comi-tragedia _Giovanni Maria Visconti duca di Milano_, notevolissima nel Teatro italiano perchè si eleva da ogni convenzione.
Al Porta era stato commesso «di scrivere un'azione drammatica da rappresentarsi al teatro della Canobbiana, e, trovandosi stretto dal tempo, chè la si doveva porre in iscena non più tardi di quindici giorni dopo la sua promessa, propose a Tommaso Grossi di far questo lavoro insieme».
Così nel proemio della comi-tragedia stampata. E si aggiunge che i due collaboratori si unirono «a scegliere l'argomento, a stabilire la disposizione degli atti e delle scene: si divisero fra loro l'esecuzione, rivedendo poi insieme il complesso del lavoro, e stendendo anche alcune scene in compagnia».
In pochi giorni l'opera fu compiuta; ma per «imprevedute circostanze», non fu rappresentata.
È il primo esempio in Italia di collaborazione teatrale a due. Sono cinque atti. Il dialogo procede parte in italiano ampolloso, che mirava «a far colpo», e parte in un pittoresco milanese campagnuolo, sull'esempio della commedia _I conti d'Agliate_ (rappresentata nel 1785) del monaco olivetano Francesco Molina, autore d'un'altra commedia di argomento patrio _La caccia de Barnabò Visconti_.
Silvio Pellico, nel _Conciliatore_ (pag. 470), eccitava con coraggiose parole a trattare sul teatro drammi d'argomento patrio; e già sin dal Settecento un monaco ne componeva.
Col _Giovanni Maria Visconti_, i due geniali autori rispondevano ai concetti del Pellico.
L'azione si volge al tempo di Giovanni Maria Visconti, il crudelissimo figlio di quello splendido Gian Galeazzo, che innalzò Milano e la rese una città doviziosa, culta, illustre, potente. Giovanni Maria Visconti ebbe la bravura di perdere, in un decennio (1402-1412) a una a una, quasi tutte le città comprese nel vasto dominio visconteo, lasciatogli dal padre.
I due autori rappresentano, a tinte cupe, un tiranno efferato. Come mai certe frasi potevano piacere ai dominatori austriaci?... Si parla subito di congiurati, fra i quali due fratelli Trivulzio, «caldi tutti di patrio amor», e uno di loro esclama: «Povera patria nostra, in quali mani caduta!» Un altro dice perfino: «Abbiamo deciso di strappare la corona dal capo d'un usurpatore, d'un mostro, per riporla su quello dei legittimi nostri sovrani».
La comi-tragedia fu vietata per molto tempo dai proconsoli d'Austria, e si comprende perchè. «Questo dramma, che scostavasi dalle solite norme convenzionali della scena, e che univa l'elemento tragico coll'elemento popolare e grottesco, prima assai che Victor Hugo pensasse ad erigerlo in teoria letteraria, non è forse che uno sbozzo, e risente della precipitazione con cui fu scritto. Ma v'hanno in esso alcune scene bellissime per vigoria d'affetto e per comica vena; e se nella mirabile creazione di Biagio di Viggiuto, il buon pastricciano milanese, tutto cuore e bontà, manesco e furbo alla sua maniera, si scorge la mano maestra del Porta, coloritore insuperabile di caratteri; nei personaggi dei due Trivulzio, di Luchino Del Maino e sopratutto in quella casta e amorosa figura della Violante Pusterla, si ravvisa la fantasia mesta e soave del Grossi che anche di mezzo alle tristizie di un'epoca corrotta, sapeva trarre imagini belle e nobili».
Così un fine critico, Carlo Tenca, in quell'animoso _Crepuscolo_, che fu il legittimo erede del _Conciliatore_.[100]
Il Tenca non potè vedere il manoscritto; ma se lo avesse veduto, avrebbe trovato che il Grossi trattò anche qualche parte comi-tragica, ad esempio tutto il principio del terzo atto, quando Biagio è atterrito per aver visto divorare dai cani del Visconti un infelice, condannato a quell'orribile fine. Ma appartiene al Porta il soliloquio di Biagio nella sesta scena del primo atto. Par di sentir parlare _Giovannin Bongee_ in quel dialogo che Biagio finge di sostenere con Squarcia-Giovanni, confidente del duca.
La seconda scena del quarto atto si presenta a due piani. Il piano superiore è una stanza da letto; l'inferiore è una prigione, dove Violante Pusterla, amante e cugina di Luchino Del Maino, incatenata, prega in ginocchio.
Ebbene: questa scena a due piani suggerì a Giuseppe Verdi l'ultima tragica scena a due piani dell'_Aida_.
XXII.
_Ugo Foscolo in casa Porta. — Sue relazioni con la famiglia del poeta. — Lettere sue dagli autografi. — Il suo buon umore dall'esilio. — Le avversità di Luigi Bossi. — Tratti generosi del Porta e di sua moglie per lui. — Il pittore e poeta Giuseppe Bossi in fine di vita. — Grande amicizia del Porta anche per lui. — Morte di Giuseppe Bossi: suo monumento scolpito dal Marchesi. — Lo _Sposalizio_ di Raffaello e il museo del gaudente conte Sannazzaro. — Carlo Porta sul Lago di Como. — Memorie lariane: a Blevio. — Sonetti del Porta contro il favorito della Principessa di Galles._
E Ugo Foscolo?
Ugo Foscolo conosceva la famiglia Porta. Vi era accolto con benevolenza e con espansione d'affetto, laddove in altre famiglie trovava rivali e ostilità. A Milano si burlavano di lui per le sue spacconate, e i più lo detestavano calunniandolo: i Porta gli elargivano consolazioni e amorevolezze.
Da lettere di lui, conservate oggi nel Museo Portiano a Milano, si rileva come, oltre l'affetto, certi interessi di denaro lo legassero a quella famiglia. Difatto, egli si serviva della banca di Gaspare Porta, fratello di Carlo, per ritirarne gli zecchini necessari ad esulare in Inghilterra, non volendo, come ne era richiesto, giurare fedeltà al Governo austriaco. Il fratello di Ugo, Giulio Foscolo (lo stesso che lo difese poi nella _Biblioteca italiana_ dalle malignità biografiche del Pecchio), con un tratto generoso, gli cedette un capitaletto fruttifero, formato da' propri risparmi; e il banchiere, scelto da Ugo Foscolo per compiere le necessarie operazioni, fu appunto Gaspare Porta.
Lasciata l'Italia, il Foscolo, fra tante tumultuose vicende, manda a Gaspare proprie informazioni da Zurigo. Il 6 luglio 1816, dopo avergli confidato l'itinerario che avrebbe seguito per passare a Londra, lo prega di baciare Carlo:
«Date un bacio a quel poeta gaudente di vostro fratello; ditegli, a quattr'occhi, che nell'albergo ove in questi giorni, per non pagare un lungo affitto di casa in campagna, sono disceso ad alloggiare in Zurigo, ho veduto a tavola rotonda il povero Bossi, che fece le viste di non conoscermi, ed io ho rispettato la sua riservatezza. Seppi poi che cadde malato, e, ristabilitosi alquanto, pigliò casa in città: non ne ho più udito parlare: vive sotto il nome di Bellinzaghi; vorrei andare a offerirgli cordialmente, da italiano a italiano, da povero a povero, da esule a esule, e anche da malato a malato, i miei servigi, ma non ardisco presentarmi a chi crede d'avere ragioni di star meco così celato. Se Carlino lo desidera, anderò e farò tutto quello che potrò».
La lettera è di pugno del Foscolo. Il Bossi di cui parla con affetto era Luigi, fratello del pittore e poeta Giuseppe. Per dolorose circostanze, ad alleviare le quali vedremo quanto cuore ponesse Carlo Porta, Luigi Bossi riparava col pseudonimo di Paoliniano Bellinzaghi a Zurigo, gran rifugio di perseguitati, di peccatori e d'infelici. Anche Ugo Foscolo si faceva chiamare colà col falso nome di Lorenzo Alderani. E il Bossi lo confidava a Carlo, informandolo del fuggiasco cantor dei _Sepolcri_ e d'una acerbissima satira scritta da lui.
Il Porta gli rispondeva da Milano: «Del costì misterioso soggiorno del noto letterato ne avevo da lungo tempo qualche sentore, per voci vaghe ed incidenti di piazza, quantunque la mia ditta sia quella di cui egli si servì per il passaggio de' suoi fondi. Mi è pur nota la satira di cui mi parli, che riguarda tutta una adunanza nostra letteraria, che negli anni decorsi praticava in casa di certa signora Vadori. Questa satira, modellata quanto al ritmo ed alle tracce sull'_Apocalisse_ di san Giovanni, è da lui intitolata: _Visione di Didimo Chierico_. Io la lessi due anni sono, datami da lui medesimo, e colla chiave necessaria per interpretarla. Non la stamperà, ne son certo. Primo, perchè la natural vendetta delle persone offese avrebbe un campo più lauto nelle avventure sue per rifarsi con di lui maggior danno e vergogna. Secondo, perchè da questa mercanzia non potrebbe ritrarre quanto sarebbe obbligato di spendere per la stampa e la carta....»
In quale rete d'imbrogli economici Ugo Foscolo si dibattesse, a Londra, lo mostra un'altra lettera di lui, datata 20 settembre 1816 da quella città, e diretta: _Al signor Giuseppe Porta per Gaspero Porta; Milano._ È d'affari. Egli parla del viaggio costoso, del caro de' viveri a Londra, di lire sterline, di cambialette, d'impegni, di rimborsi; ma d'un tratto esce dalle aridità finanziarie: «Malgrado la carezza del vivere, io benedico l'ora che sono venuto in Londra. Mi veggo accolto quasi fossi Catone in esilio volontario, e veggo che agl'Italiani basta l'essere onesti e l'avere un po' d'ingegno per essere ben veduti.... Ho ancora, e gli avrò finchè vivo, i pensieri in Italia». E infine: «Che fa il poeta cassiere?»
Una lettera bellissima, e rara per umorismo, insolito nel Foscolo, che ama piuttosto colorire di tinte tragiche, alla _Ortis_, il proprio epistolario, fu inviata direttamente a Carlo Porta. Essa ci introduce nell'interno della ospitale famiglia del poeta milanese; parla della moglie e de' figli di lui, e persino delle donne di servizio. Ah! col poeta del _Bongee_ non ci vogliono fremiti (pare abbia detto fra sè quel Grande), non lugubri parole, ma piacevolezze: asciughiamo le lagrime, procuriamo di mostrarci allegri. Ecco la bellissima lettera tutta intera come l'ho ricavata dall'originale; è scritta di pugno dell'autore e non ha data:
«Carlo Porta fratello, e voi Vincenzina sorella, e voi Violantina, ed Annetta e Peppino figliuoli miei; e voi esemplarissime serve matronali di casa Porta, madri mie dilettissime in Cristo; io Meneghino Fenestra, _girovago_, stando oggi in Bologna, nè sapendo domani dove sarò, vi saluto con tenerezza e desiderio di cuore, e v'abbraccio tutti e tutte con castissima ed apostolica carità. Sappiate ch'io sono partito senza volervi dire addio, perchè a quella parola le lagrime mi gocciavano giù per le guance mentr'io tentava di proferirla dal secreto dell'anima mia: però non vogliate stimarmi villano, nè freddo e ingrato di cuore verso voi tutti ch'io amo, invece, e bramo di rivedere, poichè la vostra casa fu asilo cordialissimo a me in tutte quelle mie tristissime sere, e le vostre seggiole basse m'erano quieto riposo, e il vostro focolare mi riscaldava senz'abbruciarmi, e le vostre mele cotte mi risanarono gli occhi, e le vostre mele crude mi davano tutte le sere una cena salubre e squisita, la quale non mi costava se non un cordiale ringraziamento: — per queste gentilezze, e perchè tutti voi padroni e servi, giovani e vecchi e bambini, uomini e donne — specialmente le donne — siete ottime persone, ed aliene dalle fazioni Francescane, Austriache, Napolitane, Napoleoniche, Eugeniche, municipali, etc. etc.: — Io, dilettissimi, vi amo, e spero di rivedervi, ed abbracciarvi tutti — fuorchè la Vincenzina e la Violantina — all'una delle quali, invece d'abbracciarla, bacio in ispirito e bacierò in persona la mano destra; ed all'altra un guanto, purchè non abbia mozze inelegantemente le dita — che è la più brutta di tutte le mode di portar guanti. — Or addio; ed un saluto al signor Nava, al quale direte che ho scritto e che attendo impazientemente risposta, e i miei rispetti a don Giuseppe, al filosofo Gaspare e a don Alessandro. Cristo vi guardi, fratelli e sorelle e padri, e madri mie matronali, e figli e figliuole mie dilettissime. Tu, Carlino, rinfrescati gli occhi con l'acqua di rosa, perchè questi miei scarabocchi arabeschi t'accecheranno leggendoli. Addio, Omero dell'_Achille Bongee_. Addio.
«U. F....ENESTRA.
»_Al signor Carlo Porta, presso il signor Porta, banchiere. Milano._»
Non isfuggirà la freddura di quel _Fenestra_, trattandosi d'una lettera a _Porta_. Ugo Foscolo freddurista!... Ma alle freddure inclinavano allora altri grandi. Alessandro Volta non teneva tanto della sua pila, quanto delle sue freddure.
Un altro ameno ricordo foscoliano sta in un esemplare del _Misogallo_, posseduto già dal Porta. Vi è una nota con queste gaie parole, le quali mostrano il Foscolo scherzoso con una bambina: «Nota scritta il dì 10 ottobre 1814 a Milano in casa Porta, nel gabinetto di Carlo Porta, presente la bella Annetta detta _Strofei_, d'anni due, mesi dieci, giorni cinque, castissima, innamorata di me scrittore Didimo Chierico discepolo del Reverendo Jacopo Annoni, curato, di buona memoria....»
Questa graziosa Annetta, prima delle due amate figliuole di Carlo Porta, non ebbe lunga vita: morì a trentun anno, il 1842. Ma non doveva essere detta _Strofei_, bensì _Strafùi_, nome scherzoso che vorrebbe dire coso, cosuccia. Le mamme milanesi dicono affettuosamente al loro bambino: _Car el mè strafùi!_
A motivo, forse, delle fisiche sofferenze, Carlo Porta si mostrava burbero. Ma era burbero benefico. Nessuno più di lui avea pietà per il povero. Soccorreva con liberalità delicata. Fra' suoi manoscritti v'ha questo pensiero: «Pur troppo, è vero, gli uomini in generale non si meritano la fiducia dei disgraziati; ma le disgrazie servono almeno alla decomposizione di questa massa, e servono mirabilmente a farci ravvedere de' nostri errori». E ancora: «Il cuor mio corre spontaneamente in soccorso di chi soffre, e con facilità sa investirsi della situazione di un disgraziato, e trasportarsi in esso, e desiderare per lui ciò che vorrebbe per sè medesimo». Ecco come quest'uomo, volteriano in religione, parla da perfetto cristiano. E come cristianamente operasse lo seppe Luigi Bossi, piombato d'un tratto nella sventura. A lui, che, come fu detto, s'era rifugiato a Zurigo, Carlo scrive con islancio magnanimo:
«Io mi sarei creduto la più infame persona del mondo se non fossi con tutte le mie forze, comunque esse siano, concorso al sollievo della tua famiglia in tanta penosa circostanza, nè miglior compenso io potrei ottenere di quello che tu mi dài, trovandomi degno della tua amicizia. Ora, giacchè ti può servire al tuo spirito, sappi che la tua famiglia tutta è divenuta mia, ch'io le ho di già procurato casa e comodità, ch'io mi sono già posto alla testa della sua piccola amministrazione, e che sorveglierò da padre l'educazione de' tuoi figli, che non faranno un passo senza di me. Io penso, inoltre, fin d'oggi, a procurar loro un collocamento, e spero trovarlo per uno d'essi nel mio studio, e per l'altro forse, a suo tempo, nel mio stesso Ufficio del Monte.»
Il fratello di Luigi Bossi, Giuseppe, non mancava d'aiutarlo: ma, travagliatissimo com'era per la malattia che lo struggeva, e ridottosi già a vendere persino qualche oggetto prezioso per condurre innanzi l'opera magistrale sul _Cenacolo_ di Leonardo da Vinci, che gli stava tanto a cuore, non poteva prestare a lui e a' nipoti soccorsi adeguati al bisogno. Carlo Porta prese, adunque, il posto di fratello verso Luigi Bossi. La moglie sua, l'ottima Vincenzina, univasi a lui nell'opera pietosa e gentile. Ella prendeva cura, sopratutto, di confortare la moglie del Bossi lontano, l'Annettina, che coi figli abitava presso di lei. Leggiamo quest'altra lettera affettuosissima del Porta all'amico infelice:
«Mio carissimo Luigi,
Dalla Annettina mi fu comunicato il paragrafo della tua lettera, ad essa diretta, che riguarda la mia persona e la mia famiglia. Egli ha prodotto nel mio cuore la più viva e la più tenera sensazione, perchè io amo te, l'Annetta e i tuoi figli non altrimenti che se ti fossi fratello. Non credere a me, Luigi; ma domanda a tanti che mi hanno veduto piangere sulla tua disgrazia s'io non ho anticipatamente giustificata la confidenza che mi dimostri. Mia moglie, mio fratello, mio padre, hanno fatto a gara per offerire alla tua buona Annettina quel qualunque conforto che per lor si poteva nella di lei spinosa vicenda. Io vorrei che non si frapponessero tante circostanze, e così delicate in faccia al mondo ed alla parentela tua, per aver coraggio ad offerirle dippiù; ma ciò che non mi è permesso di fare con lei, mi fo ardito di farlo con te, e ti esibisco tutto me stesso e quanto tengo di mio.
«Luigi, non sono parole: ti scongiuro in nome della amicizia a pormi alle prove. Se per la tua somma onoratezza ti trovassi mai in qualche angustia; se la fortuna che per l'ordinario è la persecutrice de' buoni ti abbandonasse, ricòrdati che le mie esibizioni sono sincere, ricòrdati che mi farai beato dandomi una testimonianza dell'amicizia tua col confidar nella mia, nè ti spaventi lo stato mio di figlio di famiglia, perchè ciò nondimeno io sono sufficientemente provvisto e per me e per l'amico. Mille volte ti avrei scritto se non avessi temuto di riuscirti importuno, ma io ho finora rispettato la tua situazione, parendomi che, nel tuo ritiro, fosse maggior pietà mia il risparmiare al tuo cuore una sì vicina rimembranza di tante e commoventi affezioni. Ora però che me lo permetti, io sarò ben contento di poterti qualche volta confermare che sono e sarò sempre finchè avrò vita
«il tuo vero ed affezionatissimo amico
«C. PORTA.
_PS._ — Mia moglie, che vede che ti scrivo, mi incombenza di salutarti e di dirti che la tua Annetta avrà sempre in lei una svisceratissima amica».
La frase «figlio di famiglia» ci ricorda che il padre del Porta, Giuseppe, era vivo ancora, vegeto, e vegliava sempre sull'andamento della famiglia.
E ora Giuseppe Bossi versa in grave pericolo di vita. Carlo Porta invia pronto, allora, una lettera a Zurigo, perchè Luigi vigili su certi parenti, i quali parevano trarre profitto «della sua natural debolezza». Armato di quello scetticismo che l'amara esperienza degli uomini gli aveva radicato nell'animo, si affretta a soggiungergli:
«Compatiscimi s'io azzardo de' sospetti su persone che ti appartengono; ma io temo di tutti gli uomini indistintamente; e se non calcolo talvolta sugli effetti della consanguineità, ossia sull'amore che da questo titolo ne dovrebbe risultare, non è che per quella fatale esperienza che io ne ho avuta sul particolar mio, e che potrebbe però essere tutta affatto disgrazia mia».