Carlo Porta e la sua Milano

Part 15

Chapter 153,646 wordsPublic domain

A Malo-Jaroslawetz le truppe italiane combatterono con valore, con gloria. «È una giornata che l'esercito d'Italia deve inscrivere nei suoi fasti», scrisse un prode: il generale francese Rapp, aiutante di campo di Napoleone, i cui _Mémoires_ (1832) meriterebbero d'essere meglio conosciuti. Lo stesso Napoleone, nel suo 27º bollettino, lodò gl'italiani in quella giornata.

Accanto al castello dove stava il principe Eugenio scoppiò un incendio. Alcuni maligni lo attribuirono a vendetta degli Italiani.

Fra Eugenio e il general Pino sorse fierissimo alterco. Il Pino disse: «Poichè Vostra Altezza non vuol rendere agli Italiani la giustizia che meritano, corro ad ottenerla dall'imperatore». E depose la spada. Eugenio tentò di addolcirlo; gli rese la spada. S'accorse poi che gli Italiani, lungi dal serbargli rancore per gli stupidi oltraggi, lo seguirono con fedeltà e con eroismo continuo.

Era placidamente terribile il piano di battaglia seguìto dai russi. Lo czar si trovava a una festa di ballo, nel castello di Zakret presso Wilna, quando apprese che le truppe napoleoniche avevano varcato il Niemen. E subito ordinò di sgombrare la Lituania. I combattenti russi erano meno numerosi dei francesi e volevano stancare il nemico con lo sfuggire, più che era possibile, gli scontri, col lasciare abbandonati villaggi e città. Il conte di Maistre attribuisce a un ufficiale prussiano, certo Pruhl, il piano di stancare e affamare i francesi senza dare loro battaglia. La cavalleria dei selvaggi cosacchi, che Napoleone disprezzava (_cette méprisable cavalerie_, come la definì nel suo famoso 29º bollettino della Grande Armata), appariva, come una torma di mostri, e scompariva. Ma aspre battaglie s'ingaggiarono, battaglie macelli.

I russi si appiattavano nelle foreste e di là sparavano i loro cannoni. Un italiano, il comandante Scipione Della Torre, compì allora atti di audacia, a capo de' suoi cavalleggeri; così il colonnello Peraldi. Si era a Ostrowno, e qui fu combattuta aspra battaglia. I russi avevano 20,000 fanti e 6000 cavalli e sembrava avessero il sopravvento. Eugenio si rivolse ai nostri ed esclamò: «Ora confido nella mia brava Guardia!» Risposero i nostri con grida generose di plauso al loro offensore di ieri, con grida di gioia. I due battaglioni dei coscritti della Guardia reale, comandati dal colonnello Peraldi, scacciarono dalla foresta quei russi, che li cannoneggiavano nella loro direzione. Giunse sul campo, ammirato come un dio, Napoleone, e ordinò di respingere l'attacco. I nostri cannonieri si illuminarono allora di esultanza, di valore e di gloria: così la brigata di cavalleria leggera italiana comandata dal Viilata. Il colonnello Antonio Banco, comandante il secondo reggimento di cacciatori, da Sourai inseguì un convoglio russo ben scortato; e, dopo accanito conflitto, fece cinquecento prigionieri e sequestrò i bagagli. A Viliz i nostri vinsero ancora i cosacchi. Benedetto Giovio di Como fu ferito da tre colpi di baionetta ed ebbe il cavallo ucciso. Quell'eroe, atteso dal vecchio padre, superbo di lui, morì poi di stenti; non così sfortunato fu il fratello Paolo, che meritò la croce della Legione d'onore.

A Luzos i cosacchi sbucarono ancora sui loro cavalli e con le loro lunghe picche urlando _urrà! urrà!_ Ma i cacciatori italiani, calmi, li rigettarono. Il capo squadrone Giulini spiegò valore ammirabile.

Durò tre giorni, dal 4 al 7 settembre, la sanguinosa battaglia alla Moscowa. Ma gli Italiani non vi presero tutta la parte che si dice. Tennero in freno il nemico e facilitarono la vittoria fra indicibili fatiche, sofferenze, privazioni, marciando per venti giorni in terreni paludosi, in paesi deserti, saccheggiati dai corpi che li avevano preceduti.

A Borodino, villaggio occupato da un reggimento di cacciatori della Guardia russa, Eugenio dà l'attacco. Gl'Italiani del glorioso 111º e del 66º lo seguono. In pochi momenti, il capitano Arnaudi e il tenente Morelli cadono uccisi, mortalmente feriti i luogotenenti Tuerti e Campana. È colpito a una spalla il generale Compans. Molti i feriti, molti i morti. Presso Borodino, una formidabile ridotta russa deve essere presa dai cannonieri italiani, comandati dal colonnello Millo, che il toscano De Laugier, testimonio oculare, nella sua storia _Gli Italiani in Russia_ (1826), giustamente loda. Essi fanno fuoco sulla fronte; nello stesso tempo, si difendono alle spalle. Il De Laugier e Gerolamo Cappello, nel volume documentato uscito per cura dell'Ufficio storico presso il Comando del nostro Stato maggiore, descrivono al vivo quei fatti grandiosamente epici, di veri giganti delle battaglie, fra i quali brillò di gran luce l'eroismo del livornese Cosimo Del Fante, ufficiale d'ordinanza del vicerè Eugenio, eternato dalle stupende pagine del Guerrazzi. Il Del Fante salì per il primo, di corsa, l'erta della ridotta, l'arduo punto tattico, ne scalò i parapetti e vi entrò, disarmando un vecchio generale, il Likatcheff. Cosimo Del Fante morì poi, da eroe, a Krasuoi.

A Semenoffskoie, il 111º fu assalito, ma il superbo reggimento nostro non indietreggiò; la lotta arse a corpo a corpo. Eroiche pure le masse russe, accese dalla santità della loro causa patriottica e dalle parole animatrici dello Czar.

La neve cadeva a falde immense sulle pianure funeree. Il numero dei morti di gelo cresceva, cresceva. D'un tratto, si vede una vettura chiusa, nera, aprirsi a stento la via fra la neve alta. Attraverso ai cristalli, alcuni soldati, tremanti di freddo, credono di scorgere il profilo tagliente di Napoleone. «È lui! — Non è lui! — Sì, è lui!» gridano, e lo vedono mezzo sepolto in una folta pelliccia. Altre volte sarebbe stato un urlo d'entusiasmo nel vedere il glorioso. Ora è un urlo di sdegno. Napoleone non si turba; ma discende dalla vettura e va a piedi.

Il gelo segna 28 gradi. Una notte, trentadue granatieri d'una schiera stramazzarono morti gelati, mentre aspettavano l'ordine di marciare, narra il capitano dei veliti De Laugier, nella citata sua storia _Gli Italiani in Russia_. I cadaveri lasciavano la traccia del cammino degl'inutili eroi: la neve li seppelliva. E fame, fame....

Il medico capo degli ospedali militari prussiani, De Kirckhoff, che seguì la Grande Armata, in un libro ormai raro diffusamente descrive, con osservazioni originali, le mortali malattie che miseramente decimavano le schiere napoleoniche: ha parole affannose, insolitamente affannose in un medico (ma egli era anche un filantropo vero), sullo stato miserando dei feriti. «Quanti infelici feriti vagavano pei campi devastati, egli scrive, e invano cercavano un asilo o un aiuto! Una folla di feriti giacevano abbandonati sul campo, privi d'ogni soccorso, esposti al rigore della stagione, estenuati dalla fame, dai tormenti e dalla perdita del sangue, che sgorgava dalle loro lacere membra, mancanti pur d'acqua per estinguere la sete, mandando spaventevoli urli, le più strazianti grida e implorando la morte, sola consolazione che mai potessero sperare. La chiesa di Borodino e il vasto convento di Kolotsköe e gli edifici sorgenti in giro al campo di battaglia erano pieni zeppi di feriti; ivi gli infelici giacevano ammonticchiati sul suolo e la maggior parte senza paglia, in preda alle privazioni d'ogni genere e senza il menomo modo di attenuare i loro mali; e dappertutto dov'erano relegati non si vedeva che terrore e disperazione. Parecchi di essi, trattenuti negli edifici invasi dal fuoco, perivano fra le fiamme».

E, intanto, Napoleone si adirava perchè, per un raffreddore, aveva perduta la voce ed era costretto a scrivere lui stesso, anzi che dettare, gli ordini di nuove inutili stragi!

Una data particolare nella storia è il 15 settembre 1812. Giorno dell'incendio e del saccheggio di Mosca, l'antica venerata capitale: incendio appiccato dai russi, per comando del governatore Rastopcin, alle case di legno, di cui era quasi tutta formata la vasta città; e saccheggio, al quale le truppe napoleoniche s'abbandonarono affamate. Napoleone lasciò in fretta il Kremlino e ordinò al maresciallo Mortier, duca di Treviso (ucciso poi nel 1835 dalla macchina infernale del côrso Fieschi contro re Luigi Filippo), di farlo saltar in aria nel timore di essere accerchiato dalle fiamme, che già distruggevano con stridii e tuoni i depositi di combustibile e gli edifici vicini. Le case divennero fornaci.

«Qual mai aspetto d'orrori! — esclama il De Kirckoff. — Il fuoco è ai quattro angoli di quell'antica città, culla dell'impero russo. L'incendio, aiutato da impetuoso vento, estende il furore suo con una spaventevole rapidità ai quartieri, che presto son cenere.»

Gli abitanti erano fuggiti; non rimanevano che alcuni moscoviti spaventati, nascosti nelle case che ardevano. Al sepolcrale silenzio nel quale era immersa la città all'entrare baldanzoso dei francesi, seguirono lunghi lamenti, urli di terrore. E i soldati napoleonici, affamati, entravano nelle case per saccheggiarle, e si trovavano di fronte ad altri saccheggiatori, ceffi da galera: i condannati, i malfattori, ai quali Rastopcin aveva aperte le carceri col patto che abbruciassero tutte le case di Mosca; a tal fine aveva fatto distribuire a loro miccie impeciate. Avvenivano conflitti da belve. Gli ospedali in fiamme, i malati carbonizzati. Quadri e mobili preziosi in cenere. Fra le vampe, i soldati scendono nelle cantine dei ricchi, le spogliano dei vini, s'ubriacano. Così gli ufficiali. La grandezza epica di prima diventa abbiettezza.

Il colonnello Pion des Loges, in certe sue Memorie, racconta particolari che farebbero ridere se non avessero per isfondo il quadro più tragico. Artiglieri, avvezzi all'inferno delle scariche, saccheggiarono allegramente una bottega.... di confetti; e ne uscirono con ceste colme di dolciumi....

«I reggimenti (racconta quel francese) erano totalmente sbandati; si vedevano da tutte le parti ufficiali e soldati ubriachi, carichi di provviste rubate dalle case in fiamme. Le strade erano ingombre di libri, carte, stoviglie rotte, mobili e abiti di tutte le foggie. Le numerose donne che avevano seguito la Grande Armata facevano bottino con avidità incredibile, per prepararsi una scorta che ci avrebbero fatta pagar cara nella ritirata. Le si vedevano cariche di recipienti colmi di vino, liquori, zucchero, caffè; altre ammassavano ricche pelliccie, sulle quali dovevano poi fare così lauti guadagni durante il tragico ritorno».

E la ritirata, che il 30 ottobre fu generale, si risolse nella più disordinata e lagrimevole tragedia che la storia ricordi: orribile e grottesca. La contessa di Choiseul-Gouffier, che si trovava a Wilna quando ai primi del dicembre 1812 entravano gli avanzi del distrutto esercito imperiale, e altri scrittori del tempo raccontano le mostruose carnevalesche foggie con cui si erano camuffati i fuggiaschi, avvolgendosi delle vesti rubate a Mosca dalle case e dalle chiese. Alcuni erano avviluppati in piviali, altri in vesti da camera imbottite, con cappelli da signora sul capo; alcuni brancolavano o cavalcavano come gli spettri della nordica leggenda, avvolti in lunghi neri mantelli funebri. Napoleone era tutto infagottato in una ricchissima pelliccia e celava la fronte con un colossale, teatrale berretto di pelo. Egli fuggì, quasi di nascosto, sotto il nome di «Duca di Vicenza», in slitta, verso Parigi, mentre avveniva il micidialissimo passaggio de' suoi sulla Beresina, nella quale annegarono 136,000 infelici.

Il 3 dicembre Napoleone lanciava il 29º bollettino della Grande Armata, spietato bollettino che narrava lo sterminio, e che a Milano e in tutti i punti d'Europa strappò le più atroci maledizioni!... Dopo di avere accusati come deboli e inetti gli sventurati caduti per lui e che pur l'adoravano, terminava con le parole: «La salute di Sua Maestà non è mai stata migliore», — e ciò per ismentire la voce corsa della sua morte in battaglia.

Fu ben diverso il principe Poniatowski. L'anno dopo, al domani della battaglia di Lipsia, incaricato di proteggere l'esercito, si slanciò nell'Elster e scomparve nelle onde, piuttosto che arrendersi.

I Russi, secondo i loro scrittori, perdettero centomila uomini durante la loro ritirata da Mosca.

Dell'enorme intero esercito, formato con 613,600 uomini, se ne contavano 94,000 superstiti, dei quali soli 30,000 validi; gli altri rimasti senza piedi per il gelo, per la cancrena, o infermi; vite spezzate. I reduci narravano ancora esterrefatti particolari abbominevoli o macabri. Di notte dormivano spesso abbracciati l'un l'altro per riscaldarsi, e, svegliandosi, più d'uno trovava avvinto a sè un cadavere. I cavalli caduti (di 176,850 cavalli solo un migliaio salvi) venivano sbranati, e s'immergevano piedi e mani nelle viscere sanguinose per riscaldarsi alla peggio. I mille cannoni rimasero sulle nevi della Russia, tutti; e i 15,000 carri tutti perduti. E intorno alle schiere italiane, che in ogni combattimento spiegarono sì magnanimo valore, il barone Zanòli, segretario generale del ministro della guerra del regno d'Italia, accuratissimo, segna nella sua storia questi funebri dati: «Uomini partiti, 27,397; ritornati, 1000. Tutti gli altri, morti e prigionieri in Russia.»

Ma i pochi italiani compirono un gesto bellissimo. Ritornati, riportarono a Milano incolumi le aquile dorate, che Napoleone aveva affidate nel 1805, con giuramento, al generale Lechi, allora comandante dei granatieri della Guardia reale. E il Lechi, nel 1848, offerse con eloquente discorso le aquile a re Carlo Alberto, perchè le custodisse nell'Armeria reale di Torino, a perenne testimonianza della fede italica, del cuore dei soldati degni di combattere per la patria.

XIX.

_Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri desolate. — Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte della viceregina. — Una odiosa dama di Corte. — Le figlie di Amalia Augusta. — Una mascherata, un funesto presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle truppe francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero sonetto contro quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni, invasioni nelle case e altre ribalderie. — Ultimi giorni di Francesco Melzi. — Come Napoleone lo favorisse. — La «Società del Giardino». — Ville e viaggi._

Milano, appreso lo spaventoso disastro di Russia, piombò nel lutto. Per le vie s'incontravano volti pallidi di dolore e d'ira. Nelle case, donde, ebbri di ardore guerriero e di balde speranze eran partiti giovani fiorenti, rimasti, pur troppo, vittime oscure della catastrofe immane, piangevano madri desolate, padri, famiglie intere. Lampi di false lusinghe, speranze di prossimi, o pur remoti ritorni dei loro cari, creduti prigionieri o dispersi nelle solitudini russe desolate, avvivavano ad ora ad ora i cuori angosciati; poi ritornavano le angoscie, le tenebre.

Gran numero di famiglie del popolo operoso, di famiglie borghesi e nobili sentivano ormai avversione profonda, odio verso Napoleone. I commerci erano interrotti, le tariffe onerose, le imposte esacerbate, le sopraffazioni innumerevoli.

Eugenio, non ostante il suo iniquo contegno verso gl'Italiani che eroicamente avevano combattuto al suo comando e serenamente erano morti gridando (testimonianze lo affermano) «Viva l'Italia!», ritornava con nuova aureola di gloria, specie per aver guidato la più ardua delle ritirate con le picche dei diabolici cosacchi inseguitori alle reni. Era ammirato dai competenti nell'arte del combattere; ma, nemmeno per lui, simpatia; simpatia rimasta quasi incolume, invece, per la consorte Amalia Augusta, figlia del re di Baviera, benchè adesso biasimata perchè a Corte si lascia guidare sempre più dai cenni della propria dama di compagnia, donna senza cultura, rozza, tedescamente pedante, nobilitata col titolo di baronessa di Wurbms e arricchitasi fuor di misura, non si sa come. I ritrovi vicereali si svolgevano sempre compassati, freddi, in causa dell'inevitabile presenza di lei;[84] poi divennero cupi; quindi furono sospesi del tutto.

Amalia Augusta era madre di tre leggiadre fanciulle, suo conforto nella caduta che l'attendeva.

Alla maggiore, Giuseppina Massimiliana, Napoleone conferì il titolo di principessa di Bologna, e le regalò in più il ducato di Galliera con la mira palese di premiare il padre suo della costante, piena devozione.

Ma come mutano le sorti! Chi ricorda più ora le acclamazioni al «successore di Carlo Magno», come Napoleone si vantava di essere? E chi, a Milano, ricorda più il sabato grasso del 1812, quando gli ufficiali della Guardia reale apparvero in una mascherata di vari carri, sull'ultimo dei quali sorgeva un'altissima torre, in cui un soldato, camuffato da chinese, sventolava una bandiera tricolore? Presso la piazza de' Mercanti, quel disgraziato precipitò e rimase cadavere. Parve un presagio. Il popolo lo diceva allora: lo rammentò poi.

Napoleone, dinanzi ai rovesci, non posava: al contrario, raddoppiava di energie. Dopo tanta ecatombe d'uomini, indisse nuove leve ed ebbe nuovi soldati quanti ne volle; e raccolse a forza laute oblazioni, segnatamente nel dipartimento dell'Olona, dove i nomi dei ricchi che potevano offrirle sarebbero stati pubblicati, e li pubblicò il ministro della guerra e della marina, generale Fontanelli.

Ma le infedeltà micidiali eran previste, e non tardarono a scatenarsi.

La Prussia piantò Napoleone alleandosi con gl'Inglesi, che occuparono l'Olanda, e con la Russia. La Svezia la seguì. La Baviera si unì all'Austria. Nella sanguinosa battaglia di Lipsia, detta la «battaglia delle Nazioni», durata tre giorni 16, 18, 19 ottobre 1813 contro il giogo napoleonico, i Sassoni e i Würtemburghesi passarono dal campo francese al nemico. Napoleone rimase sconfitto e, intanto, in Italia, il principe Eugenio veniva respinto dagli Austriaci sull'Adige. Tutta, tutta la Germania sorse, allora, in nome dell'indipendenza contro il Despota invasore; e fu allora che vibrò il _Canto della spada_ di Teodoro Körner, il Tirteo tedesco, la cui eroica memoria fu onorata poi dal Manzoni con la dedica dell'insuperata ode storica _Marzo 1821_.

I collegati si divisero in tre vasti eserciti. Napoleone, volando or qua or là, battè ora questo, ora quello; e non fu mai così grande soldato. Ma dove non piombava quel fulmine di guerra, i nemici avanzavano. Gl'Inglesi entrarono a Bordeaux, gli Austriaci in Lione, e tutti marciavano contro Parigi, che aperse le porte. Il Senato di Francia, scossa alfine la servile livrea, proclamò Napoleone _tiranno_ e gli strappò il trono di Francia; proclamò re Luigi XVIII, fratello dello sventurato Luigi XVI. Cose ben note; ed è ben nota la tragica scena shakesperiana di Fontainebleu dove Napoleone rinunciò alle corone di Francia e d'Italia, serbando pel proprio esilio un'isola italiana: l'isola d'Elba. Nel viaggio dovette subìre volgari oltraggi dal popolo. Ad Orgon la popolazione aveva preparato un fantoccio imbrattato di sangue fornito da un macellaio con al collo un cartello su cui era scritto: «Bonaparte». E, quando la vettura dell'ex-imperatore giunse, lo si issò ad un ramo d'un albero della piazza. Napoleone fu costretto dalla folla a scendere dalla vettura e assistere alla propria impiccagione in effigie, mentre la turba attorno a lui gridava, fischiava, batteva le mani.

Un contadino tarchiato, osò prendere Napoleone pel bavero, scrollarlo e gridargli in faccia: «Viva il Re». La cronaca del tempo raccolse il nome di colui: si chiamava Durel.

Le truppe francesi, che si trovavano nel Regno italico, vennero richiamate in Francia; e fu allora che un veemente sonetto di Carlo Porta parve il compendio di tutti gli odii suscitati in tanti anni di dominazione dai Francesi, specialmente per il loro superbo disprezzo verso Milano; disprezzo rintuzzato, in altro sonetto, dallo stesso poeta.

Quel sonetto sulla partenza dei Francesi è il più fiero che il Porta abbia mai scritto fra i sonetti politici.

I soldati francesi se n'andavano; quei soldati, che dal popolo venivano chiamati _paracar_ perchè somigliavano ai paracarri, quando, in occasione di feste pubbliche, venivano allineati sulle strade.

Paracar, che scappee de Lombardia, Se ve dan quaj moment de vardà indree, Dee on'oggiada e fee a ment con che legria Se festeggia sto voster san Michee. E sì che tutt el mond sa che vee via Per lassà el post a di olter forestee, Che per quant fussen pien de cortesia Vorraran anca lor robba e danee. Ma n'havii faa mo tant violter balloss, Col ladrann e copann gent sora gent, Col pelann, tribolann, c..... adoss, Che infin n'havii redutt al pònt p....... De podè nanca vess indiferent Sulla scerna del boja che ne scanna.

(«O _paracarri_, che scappate dalla Lombardia, se potete rivolgervi un momento, date un'occhiata, e notate con quanta allegria si festeggia questo vostro trasloco di casa!

»Eppure tutti sanno che voi ve n'andate per far posto ad altri stranieri; i quali, per quanto cortesi, vorranno anch'essi roba e denari.

«Ma voi, birbe, ce n'avete fatte tante, col derubarci e ammazzarci a migliaia; col pelarci, tribolarci e vituperarci a vostro piacere;

«da averci persino ridotti a questo punto: di non poter neanche essere indifferenti sulla scelta del boia che deve scannarci!»).

Larga eco destò questo sonetto, che girò manoscritto per Milano. Si narravano fatti incredibili sulle ultime ruberie francesi; e si mescolavano con le prime. Basti il dire che il generale Varrin si faceva sborsare quattrocentoquaranta lire al giorno per il suo pranzo. E si assicurava che il direttore delle poste, Antonio Darnay, apriva allegramente le lettere dei cittadini. La pubblica sicurezza era.... un sogno. Fin dal 1811, più di dugentocinquanta aggressioni a mano armata sulle vie pubbliche; più di cento invasioni nelle case private; assassinii, ferimenti, oltraggi a donne. Eppure in Milano viveva onorato da tutti un savio, capace di purificare l'atmosfera; capace, se ne avesse avuta la forza, di dirigere con buon successo gli avvenimenti.

Era vecchio, infermo di gotta (tanto che non poteva nemmeno firmare una lettera), ma lucido di mente: copriva nel Regno italico la carica di Gran Cancelliere Guardasigilli. Francesco Melzi, in una parola. Era quel savio. Napoleone lo aveva elevato all'alto posto donandogli uno dei grandi feudi della Corona e un appannaggio di dugentomila lire annue col titolo di Duca di Lodi. Aveva nel Melzi scoperto un uomo sinceramente devoto, fido, un uomo di Stato, e un uomo singolarmente onesto in mezzo a tanti ladri. Gli aveva persino proposto in moglie la sorella Paolina, vedova del generale Leclerc, bellissima, cara, adorabile creatura, ma un po' troppo corriva ai capricci.... Il duca Melzi ringraziò per la nuziale proposta; ma, considerata la propria gotta e le poco assicuranti inclinazioni di Paolina, la rifiutò.

Carlo Porta, stanco dei monotoni doveri quotidiani del suo ufficio, delle cure che consacrava all'agenzia bancaria del fratello e ad altre, come sappiamo da sue stesse parole, trovava alla sera geniale distrazione in una società di commercianti, di cui faceva parte, e che si radunava, per amichevoli ritrovi e divertimenti, prima in via Clerici, poi nel palazzo Spinola in via San Paolo, dove nel 1818 trasferiva la sua sede, e dove fiorisce tutt'ora col nome di «Società del Giardino». Le feste della simpatica società ammaliavano per la bellezza delle signore che v'intervenivano. Lo Stendhal, nel libro più volte citato, parla a più riprese di quelle riunioni festose. Egli, che a Milano trovava tutto bello, tutto bellissimo (perchè vi viveva la dolce Matilde Dembowsky, della quale era follemente e ahimè! inutilmente invaghito), arriva a scrivere così: «Je sors du casin de _San Paolo_. De ma vie, je n'ai vu la réunion d'aussi belles femmes: leur beauté fait baisser les yeux». Effetto che Ugo Foscolo certo non provava.