Carlo Porta e la sua Milano

Part 14

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Intanto, ordinava che le nostre scuole fossero modellate sulle francesi; e imponeva il Codice francese. Deputava peraltro un'eletta di giuristi nostri a compilare un Codice di procedura criminale e un Codice penale. Inoltre riordinava il debito pubblico sotto il nome di «Monte Napoleone»; fissava le spese in 88,660,000 lire all'anno; voleva che si compisse il Naviglio di Pavia (arduo lavoro); e accordava la libertà di stampa. Ma volle che si scemasse il numero dei birri; e ne avvenne che i furti e le aggressioni sulle strade imperversarono ancor più. Si era ritornati ai tempi peggiori di Maria Teresa.

Ben presto, un ordine ristabilì una commissione militare condannante senza revisione. I condannati erano puniti con la morte entro ventiquattro ore. E bisognava ben pulire Milano, perchè ella era chiamata a essere la capitale d'un regno; focolare e centro di una vita nuova, di cultura, di legislazione. A un grande compito la città di Milano era chiamata da Napoleone: a mettersi a capo della civiltà italiana; e Milano, allora, arricchita d'uomini sommi, in essa chiamati o convenuti, rispose magnificamente all'appello inusitato.

Milano, co' suoi nuovi istituti, con le nuove riforme, divenne una metropoli animatissima, florida, invidiata. Il denaro correva. «Essa è la sola città, scriveva Napoleone, che abbia tutto guadagnato in sì breve tempo e con sì scarsi sacrifici».[73]

Sì; ma il donatore rinfacciava il dono. E ad Eugenio scriveva da Saint Cloud: «Non lasciate dimenticare agl'Italiani che io sono padrone di fare quello ch'io voglio.... La vostra divisa è semplicissima: _l'imperatore vuole così!_, ed essi sanno ch'io non muto voleri».

E ciò poco tempo dopo il solenne giuramento in Duomo, che conosciamo!...

Ma l'inflessibile dispotismo napoleonico, larvato di crescenti fulgori, imprimeva la sua grandiosità in tutta la vita di Milano. Ricevimenti fastosi a Corte, feste e feste dappertutto, e continue; spettacoli, musiche, canti, balli, intrecci d'amori: una vertigine gioconda. Nella immensa Arena, costruita su disegno dell'architetto Luigi Cagnòla per cenno di Napoleone, s'imbandì, nel 1809, un banchetto a tremila soldati, presieduti dal generale Pino. Immaginarsi quale frastuono assordante di voci, d'evviva, quale cozzo di bicchieri, quale acciottolìo di piatti e di scodelle! Tutti mangiavano con le mani, s'intende, come usava Napoleone.

La vecchia aristocrazia aveva rimessi alla luce tutti i suoi titoli; e la nuova aristocrazia, creata dal Bonaparte in barba alla Rivoluzione francese dalla quale era sorto, gareggiava con la vecchia nello sfoggio delle novelle corone. Le decorazioni imperiali piovevano abbondanti. Non se n'erano mai viste in sì gran numero, e si ambivano, si sfoggiavano spesso in occasioni di visite principesche, di ricevimenti a Corte, di spettacoli eccezionali alla Scala.

Alcuni dell'antica arcigna aristocrazia affettavano di rimanere sdegnosi in disparte dal fastoso, allegro bailamme. Recentissima era la tomba del conte Carlo Archinto, grande di Spagna, tenace ai propri ricchissimi forzieri, ma più ai titoli avìti. Un giorno, per un malaugurato accidente, rimase rinchiuso entro la cripta nella quale nascondeva mucchi di monete d'oro. Solo dopo parecchie ore di mortali angoscie fu scoperto dal fido cameriere. Per lo spavento di rimanere sepolto colà si ebbe, vecchio qual era, una scossa sì forte che in breve uscì di vita. Lasciò larghe dovizie all'Ospedale.

Milano, divenuta capitale del Regno italico, comprendeva 24 dipartimenti, che si estendevano sino a Fermo e Macerata, con 2155 comuni e 6,700,000 abitanti. Milano contava 146,780 abitanti, compresi i sobborghi (_Corpi Santi_).

Eccelsi, forti ingegni illustrarono, come si è detto, il Regno italico: Ugo Foscolo, il fulvo indemoniato Ugo, che diè di «liberal carme l'esempio», appassionato, stupendo poeta di sepolcri, di eroi, di grazie e femminili bellezze; Vincenzo Monti, che parve esprimere nella sua sonante magniloquenza la grandiosità del frastuono e bagliore napoleonico; in luogo dell'invano desiderato Antonio Canova, statuario innovatore divino della classica purezza, splende il Pacetti statuario del Duomo; e Andrea Appiani, nobilissimo classicista del pennello, di gentil volo. L'astronomo abate Oriani, figlio di poveri contadini, che aveva negato il giuramento alla Repubblica; l'astronomo Piazzi, che scoprì _Cerere_; Alessandro Volta, il cui nome resta congiunto per sempre a quello di Galileo e del Newton, sommo e nuovo in ogni ramo di scienza trattato dal suo genio, grandeggiano. E Angelo Mai («italo ardito» lo saluta il Leopardi in una famosa canzone), scopritore di classici antichi; e gli anatomici Paletta e Scarpa; il Moscati medico, fisico; il Monteggia chirurgo; e il Cicognara storico della scultura; e Giuseppe Bossi pittore e poeta; e Lorenzo Mascheroni, matematico, ellenista e poeta; e lo Zanoia architetto e poeta pariniano; e gli altri architetti Canonica, Cagnòla, Antolini, che rinnovano quasi mezza Milano nel vertiginoso periodo di nuovi palazzi e nuove ville; e l'ingiustamente dimenticato Augusto Bellani, di Monza, chimico e fisico; e il Paradisi geometra; e quali giuristi! e quali ingegneri stradali e idraulici portentosi! Ecco: Domenico Romagnosi manda alla luce, a soli ventisette anni, l'imperitura _Genesi del diritto penale_. E quanti altri mai ingegni più o meno preclari, come Melchiorre Gioja statistico, Giuseppe Prina e Giuseppe Pecchio finanzieri, Pietro Custodi economista, il Landriani scenografo di magico effetto, il Viganò coreografo. Giuseppe Longhi, maestro del bulino, fonda una scuola. Non «organo della vulgarità», come lo chiamerà il Cantù, ma voce aperta del suo tempo, fiorisce Carlo Porta. E sorge il Manzoni.

Qui s'apre l'Istituto italiano di scienze e lettere, celebre per le ammissioni, più celebre per le volute esclusioni (Ugo Foscolo viene escluso e accolto invece il padre Francesco Soave!...); qui si forma l'Accademia di belle arti e una pinacoteca; qui si istituisce la Società d'incoraggiamento alle scienze ed arti; e il Conservatorio di musica, e la Scuola di ballo, nido di ammirate, bramate popolane bellezze e di danze leggiadre, aeree....

Ma in tanto centro di vita italiana, la mano straniera, francese, non rimane sempre nascosta; e l'enorme ombra del Despota titano si proietta dappertutto: manca ciò ch'è vita della vita civile; manca la libertà politica, nientemeno! Dov'è la libertà?

XVII.

_La satira politica nel Porta. — Il popolo milanese all'epoca della massima potenza di Napoleone. — Una eclissi di sole. — Ironico sonetto del Porta. — Nuove vittorie napoleoniche e nuove baldorie. — Il brindisi del Porta alla _Cascina dei pomi_. — Il blocco continentale e i falò di merci inglesi a Milano. — Spie e confische. — La guerra di Russia. — Entusiasmo bellicoso dei nostri. — Eugenio Beauharnais a capo dell'esercito italiano. — Primi bollettini della guerra. — Buone notizie. — I _Te Deum_ e una satira del Porta._

Carlo Porta, come il veneziano Pietro Buratti e il romanesco Gioachino Belli, riunì in sè due generi di satira, che in altri satirici, Orazio, Persio, Giovenale, Giusti, Barbier, Zorutti, vanno dissociate: la satira dei costumi e la satira politica.

La satira dei costumi precede solitamente quella politica. Nel Porta, nel Buratti, nel Belli, procedono insieme.

Carlo Porta visse in un'epoca così feconda di satira politica, che la sua opera rimane molto al di sotto di quella. La sua prudenza, la sua paura di perdere il posto d'impiegato governativo, al quale teneva assai, gli fa seguire meno che gli è possibile con la Musa gli avvenimenti storici: meno che gli è possibile ne coglie il lato satirico.

Napoleone grandeggiava: la sua epopea meravigliava tutti. Quelle vittorie strepitose, quei rapidi cambiamenti, quelle pompe sbalordivano il popolo. Si diceva da' poeti cortigiani che Napoleone era un dio, e da lui si attendevano, ogni giorno, nuovi miracoli. Qualunque avvenimento soprannaturale sarebbe stato attribuito a chi tutto osava e tutto poteva. Si annunciava per isbaglio una eclissi? e tutti a guardare inutilmente il cielo. Si pensava, quasi, che lui, Napoleone, l'avesse sospesa. È questo appunto il soggetto d'un sonetto del Porta che esprime al vivo la superstizione onde la gente minuta era invasa, e quello sbalordimento. Una vera eclissi di sole, l'11 febbraio 1804, aveva spaventato il popolino: le chiese si riempirono di donne atterrite e preganti, e, qualche giorno dopo, le vie di canzonette. Il Porta usò in quel sonetto versi italiani e milanesi alternati, come un sonetto di Giuseppe Parini in morte del benefico curato Ciocca. Ma il poeta meneghino se ne serve per meglio colorire il ridicolo della scena:

Stavan le genti stupide ed intente Con tant de bocca averta in su a vardà[74] Onde veder quel nume onnipotente Ch'el fa la luna innanz al sô passa.[75] Chi i lumi armati avea di fosca lente, Chi on véder rott de fumm fava sporcà;[76] Chi salìa l'alte torri impazïente. Chi faseva i segg d'acqua in cort portà.[77] L'opra ammiranda incominciar dovea, Quand a vegnì on trombetta s'è veduu[78] Che sì gridando al popolo dicea: — El governo l'ecliss l'ha sospenduu! — Mesto il popolo allor ritorno fea Disend: — L'è Bonapart che inscì ha voluu.[79]

L'Austria, nel 1809, pretese di sorprendere Napoleone, movendogli d'improvviso duplice guerra: sul Danubio e sull'Isonzo. E il Bonaparte, che aveva preveduto l'assalto della nemica, volò al Danubio in persona contro l'arciduca austriaco Carlo, e spedì il vicerè del Regno italico, Eugenio Beauharnais, sull'Isonzo contro l'arciduca Giovanni. Impaziente di segnalarsi, Eugenio attaccò il nemico sulla pianura di Sacile, ed ebbe la peggio. Già i fautori dell'Austria a Milano ne gioivano; quand'ecco, per le rapide vittorie di Napoleone, l'arciduca Giovanni ha ordine di ritirarsi; ed Eugenio allora a inseguirlo, mercè il Macdonald che Napoleone, per riparare al mal fatto di lui, gli pose a' fianchi. L'abbattimento che aveva invaso i Milanesi, e specialmente gl'impiegati napoleonici, all'annuncio delle batoste d'Eugenio, si mutò in gioia, che crebbe quando si seppe che a Wagram le forze unite di Napoleone menarono strage e operarono miracoli. S'improvvisarono banchetti, feste. A un pranzo alla _Cascina dei pomi_, nel sobborgo di Milano, allora famosa per le gite amorose ed epicuree, Carlo Porta lesse un brindisi che ritrae quelle paure, quegli sbigottimenti all'idea di ritornare alle sevizie già patite sotto gli Austro-Russi vittoriosi dei Francesi, ed è ebbro di giubilo, per la vittoria. Il brindisi finisce con un evviva a Napoleone.

La rotta degli Austriaci ispirò anche un felice sonetto, in cui è riprodotto il duro caratteristico linguaggio italo-teutonico che gli Austriaci balbettavano fra noi. Comincia: _Ti, povera Franzisch, granta balocch_: ma, benchè esso vada sotto il nome del Porta, di cui è degno, non è certo del Porta. Fra gli autografi del poeta da me esaminati non lo trovo: lo trovo invece nell'Archivio di Stato di Milano (busta: _Poesie vernacole_), ma è scritto da mano altrui. Francesco Cusani crede che sia di Giuseppe Bernardoni, e non erra.

Napoleone alla fine del 1806 giunse al vertice più raggiante della sua potenza in Europa. Domata l'Austria, annichilita la Prussia, vinta la Russia ad Austerlitz; e Germania, Spagna, Italia, Olanda soggette a lui; chi più lo affrontava?... Ma se Napoleone dominava la terra, gl'Inglesi dominavano il mare. Gli avevano distrutta la flotta a Trafalgar; perciò dovette abbandonare l'idea d'uno sbarco in Inghilterra.

L'odio che Napoleone aveva giurato agl'Inglesi, gl'inspirò quel blocco continentale che gli economisti deplorarono come follia. Nessuna manifattura inglese, nessuno de' generi coloniali che dall'Inghilterra si diffondevano in tutta Europa, poteva entrare ne' mercati europei. Così rovinava il commercio che rendeva potente quell'isola, e, nello stesso tempo, rovinava gl'interessi de' propri sudditi. Le merci inglesi, che per contrabbando audacissimo scendevano a Milano per la via della Svizzera, venivano, se scoperte, rumorosamente sequestrate e bruciate in falò spettacolosi davanti alla popolazione sulle piazze. Il sacerdote Luigi Mantovani, autore d'un minuzioso diario di que' tempi conservato nella Biblioteca ambrosiana, narra: «Il 19 novembre 1810, in Piazza dei Mercanti, verso mezzogiorno, furono bruciate varie manifatture inglesi, gilè, fazzoletti, percalli, che giacevano da anni nei magazzini dei negozianti Perlasca e Milius. Il popolo parte rideva e parte cospettava (_sic_)....» Carlo Porta, in un sonetto, dipinge appunto quei falò della Piazza dei Mercanti di Milano, e allude anche al caffè che pure si bruciava sulle piazze e a quello che, non ostante i fulmini napoleonici, si assaporava nelle case degli agiati col gusto de' frutti proibiti. Fra i numerosi frammenti inediti di poesie del Porta trovo allusioni al caso del caffè e dello zucchero ben più fiere di quel sonetto di carattere politico. Il poeta, nell'autografo, pose questa postilla: «All'epoca ch'io scriveva questo sonetto, Napoleone era in furore cogli Inglesi, e non voleva alcuna cosa da loro, tampoco zuccaro, tampoco caffè. Quindi il prezzo di questi due generi era salito a lire 6 il primo e a lire 5 e 5,10 il secondo, per ogni piccola libbra».

Napoleone, come abbiam visto, aveva consigliato al figliastro Eugenio, quando lo nominò suo vicerè, di non servirsi delle spie. Ma, a soffocare il contrabbando delle manifatture e dei coloniali inglesi, si sguinzagliarono dappertutto guardie daziarie e spioni. Lo spionaggio era incoraggiato dal governo col premio d'un terzo delle multe e delle confische.

Ma il fulmine di guerra non posa. È ancora verso la Russia ch'egli librerà a volo la sua aquila.

Napoleone ordina d'allestire nel Regno italico trentamila soldati con cento pezzi d'artiglieria per la spedizione nel 1812, che vuole sferrare contro la Russia; e molti giovani milanesi, accesi dal desiderio di gloria, affascinati dal genio del duce sempre vittorioso, corrono al Castello a farsi soldati napoleonici. I racconti esagerati de' veterani sui sicuri trionfi accrescono il loro entusiasmo. Quanti giovani, trattati finora dagli stessi loro parenti come bietoloni, corrono, pieni d'ardore marziale, a vestire l'assisa del soldato!

Siamo giunti ormai al memorando 1812. I soldati del Regno italico, comandati dal vicerè Eugenio Beauharnais, già si battono da eroi negli scontri coi Russi. Già l'annuncio delle vittorie napoleoniche a Ostrowno, a Polotzk, a Mohilow, a Smolensck, alla Moscowa, giungono a Milano; e nell'aria è uno scampanìo festoso, e nelle chiese un echeggiare di _Te Deum_, mentre le madri palpitano pei figli lontani, non ostante che al conte Paradisi, presidente del Senato, e ai ministri arrivino, sull'ottimo stato delle truppe, lettere che si leggono ne' crocchi e il cui contenuto consolante si diffonde per la città....

I preti, che tacitamente odiano Napoleone, cantano adesso il _Te Deum_ per ringraziare il cielo di quelle vittorie e d'aver salvato Napoleone.

Carlo Porta staffila quei preti mendaci, e fa parlare Gesù, in una breve satira, dalla chiusa beffarda, che ha riscontro nella conclusione con qualche satira romanesca del Belli. Appena Gesù in cielo s'accorge che i preti cantano a tutto spiano per ringraziarlo d'aver salvato Napoleone nella guerra, mentre poc'anzi lo pregavano in segreto di fargli mandar l'ultimo fiato, si sdegna ed esclama:

E adess canten per lù! birbi impostor! E me serven inscì?[80] Pocch pocch me call[81] A brusaj tucc[82] con la livreja in spalla. Infin, pensandeg sù, El repìa:[83] — Convien che ghe perdonna. Se sa che, dal più al men, la servitù Già l'è tutta canaja bozzaronna.

Ma le rosee notizie diffuse dai primi bollettini a Milano diventarono orrende quando arrivò il terribile 29mo bollettino, che annunciò la disfatta. Noi dobbiamo ricordarla, per dar giusto risalto agli avvenimenti posteriori, che ne furono conseguenza anche in Italia e specialmente a Milano.

XVIII.

_La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali e i nostri soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I primi eroismi. — Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il vicerè Eugenio insulta i nostri soldati. — Vivo alterco fra il generale Pino e il vicerè. — Il piano di guerra russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla Moscowa. — Scene orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre scene d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti grotteschi. — Cinico motto di Napoleone sulla sua salute. — Le perdite italiane accertate. — Il ritorno delle «aquile» napoleoniche a Milano. — Il generale Lechi._

Di notte, le fessure delle capanne russe, dove i soldati francesi assiderati riparavano confusi alla peggio, come belve, venivano otturate con pezzi di cadaveri gelati.... Questo ricordo d'un cieco ammiratore di Napoleone I, Stendhal, è appena un languido tocco degli orrori nei quali l'egoismo del condottiero côrso gettò l'esercito suo in Russia: il più vasto esercito che fino allora il sole avesse visto.

Napoleone aveva svelato al conte di Narbonne il disegno non solo di abbattere lo czar Alessandro e di conquistare un nuovo trono, ma di rovesciarsi sull'India e impadronirsi anche di quella. Sogno titanico, ingoiato da un abisso spaventevole di vittime umane, non compiante dal Despota.

Ah, il giovane czar Alessandro di Russia, il suo amico di ieri, da lui abbagliato di lusinghe nei congressi di Tilsitt e di Erfurt, non gli era più amico? Sì, è vero: lo czar, per piacere a Napoleone, aveva chiuso i porti russi all'Inghilterra; e poi li riaperse. Ma Napoleone non occupava forse, contro i patti, la città di Danzica, prossima alle frontiere russe? Non aveva egli ristabilito il ducato di Varsavia, volendo quasi ricostituire il regno della misera Polonia?... Non si era appropriati gli Stati del duca d'Oldemburgo?.... Begli alleati davvero! E poi.... se Alessandro s'era innamorato per un giorno di Napoleone, lo detestavano i Boiari, coi quali lo czar doveva pur fare i conti: e i Boiari obbligarono lo czar a gravare di nuova tariffa le merci francesi!...

Oltre mezzo milione di soldati Napoleone radunò intorno al fulgore delle sue aquile dorate, copiate da quella d'Aquileia. Ma i Francesi, quasi presaghi del disastro, balbettavano, atterriti, parole amare contro la nuova coscrizione. I soldati francesi erano 250,000 e 60,000 i polacchi col principe Poniatowski, il Baiardo polacco, a capo, anelanti di meritare l'indipendenza nazionale, ahimè! fatta sperare e non concessa. Gli altri soldati erano sassoni, bavaresi, austriaci, prussiani (l'Austria e la Prussia si erano confederate con Napoleone) e spagnoli, portoghesi, svizzeri, westfalici, wirtemburghesi; e poi soldati di Baden, di Darmstadt, di Gotha e Weimar, di Würtzburg, della Franconia, del Meklemburg e d'altri minuscoli principati, soggiogati dal prepotere del Despota; e italiani, sì, italiani, che al rullo del tamburo, sfilavano al comando di Eugenio, vicerè del Regno d'Italia, che pretendeva rifare i gesti e le collere del padrone, come succede spesso ai servi; e al comando dei generali Teodoro Lechi, bresciano, e Domenico Pino, milanese. La cavalleria, 60,000 cavalli, galoppava dietro il bianco cavallo impennacchiato del formoso Murat, re di Napoli, figlio d'un oste, che la comandava. Austriaci e Prussiani odiavano nel fondo del cuore Napoleone e lo combatteranno domani, e come!, ma intanto, per necessità, erano stati gettati ai piedi del dominatore da Federigo Guglielmo e da Francesco I, coi cavalli e coi buoi. E donne, molte donne, seguivano insieme con le salmerie i guerrieri napoleonici: vivandiere, mogli, serve e amanti. Dalle sponde dell'Oceano e dell'Adriatico, dalle sponde del Mediterraneo e del Baltico, i corpi della Grande Armata conversero, svariate falangi votate alla morte, nel suolo tedesco per raccogliersi lungo l'Elba, l'Oder, la Vistola.

E l'oro?... Un enorme tesoro il Bonaparte si tirava dietro; ma anche (come narra lo stesso Thiers) un'enorme quantità di biglietti falsi, di dieci, cento, cinquecento rubli.... Un Napoleone alla pari dei falsari smascherati della Rivoluzione?... Ma il buffo, nell'epopea napoleonica, si mescola al tragico.

Sì. Quali buffe mascherate carnevalesche volle offrire ai milanesi Eugenio, alla vigilia di partire con 27,000 uomini, 7700 cavalli, 58 cannoni, 702 carriaggi per trasporti militari voluti da Napoleone! Il giovedì grasso, 13 febbraio 1812, sul corso di _Porta Riconoscenza_ (già Porta Orientale), lanciò sedici fragorosi e spettacolosi carri rappresentanti, non sappiamo perchè, le Stagioni; li lanciò pure il sabato grasso con una mascherata di Corte raffigurante in due barche la conquista del vello d'oro; e il popolino guardava a bocca aperta; non sapeva nulla del vello.

Le truppe napoletane, che, avvezze al mite clima nativo, tanto soffersero nei geli della Russia, vedevano nello stato maggiore i loro Florestano Pepe e Giuseppe Rossaroll, nomi poi cari dell'indipendenza italiana. Il 111º fanteria, l'eroico reggimento piemontese, era comandato dal Davoût, il vittorioso d'Abukir. Appartenevano a quel reggimento Pietro Arnisano, che, a Mosca, ebbe quattordici ferite di sciabola, e Michele Chiabotto, crivellato anch'esso di ferite spietate. E forse era di quello stesso reggimento l'italiano di cui parla Alberto Sorel nelle _Notes sur la campagne de Russie_, Arnisano, lui, il più allegro dei soldati. Questi ebbe, come tanti e tanti, i pollici dei piedi gelati, in Russia; preso dalla cancrena, non poteva sopportare calzature, e ogni sera si tagliava con un coltello la carne incancrenita, poi avvolgeva di stracci ciò che rimaneva de' suoi piedi, e andava! A Wilna, non gli rimasero più che i talloni.... E scherzava, rideva.... Morì ridendo.

Tutte le lingue, tutti i dialetti s'incrociavano. Il prode colonnello Gaspare di Bellegarde, piemontese, capo di stato maggiore della divisione Compans, incitava i compatriotti col dialetto natìo. Egli scoprì che, al suo fianco, combatteva un suo fratello di latte, certo Pralavario di Almese, semplice fantaccino del 111º.

Infinite le scene di affetto, di eroismo e di atroce barbarie in quella spaventevole e stolta campagna, nella quale il freddo giunse a 27 gradi; freddo cominciato fin dagli ultimi di giugno e cresciuto il 1º luglio, quando gli Italiani avevano già passato il Niemen, e il vicerè Eugenio (narra il barone Alessandro Zanòli nell'opera _Sulla milizia cisalpino-italiana_, vol. II, pag. 193) provò «grande soddisfazione vedendo questa schiera da lui creata entrare nel territorio nemico a 600 leghe dal proprio paese, osservando il medesimo ordine e la medesima disciplina come se operasse evoluzioni sulla piazza davanti al regio palazzo della capitale, Milano».

Varcando il Niemen le truppe italiane gittavano alte grida di gioia. Gli Italiani, riscossi dalle mollezze, dal torpore secolare, rinascevano adunque al valore delle armi, invocate un dì da Nicolò Machiavelli per la forza e per il decoro d'Italia! Ma non combattevano per l'Italia.

Eugenio, il vicerè, istigato dal generale Anthourd, suo aiutante, il quale disprezzava tutti coloro che non erano francesi, si mostrò talvolta ben ingiusto e mascalzone verso i nostri!... Il 19 luglio 1812, a Dokchsizy, per una questione di biscotti (la fame infieriva), osò dire agli Italiani: «Se non siete contenti, ritornate pure in Italia, chè nulla m'importa di voi; nè temo le vostre spade più dei vostri stili!»