Part 13
«So bene che a me Carlo Porta la virtù di far versi toscani che valgano a foderare li tuoi _Non homines, non Dii, non concessere columnæ_. D'altronde poi, in queste quartine leggivi un sentimento del cuore, il piacere cioè che tuo zio s'accontenti che tu rimanga dei nostri e che ti prometta di beatificarci co' tuoi mirabili versi.»
Un altro passo della lettera del Porta vuole una spiegazione: «Io non mi sono mai accorto d'essere poeta morale....»
«Tutte le sere (scrive il Grossi all'amico) leggo a questi nostri preti, che si riuniscono in casa di mio zio, qualcuna delle tue poesie: a quest'ora ho letto _I disgrazi de Giovannin Bongee, El viagg de Fraa Condutt, Fraa Zenever_, tutti i sonetti: mi mancano propriamente le parole per descriverti le smanie che fanno tutti questi miei uditori: chi si sdraia colla pancia contro il tavolo, chi si rovescia sur una sedia, chi si tiene stretti i fianchi colle mani. Bisogna che tu sappi che mio zio, come mi par d'avertelo detto, è giansenista, e quelli che frequentano la sua casa, se nol sono nel modo risoluto e deciso con cui lo dichiara egli, vi pizzicano però tutti un poco, e così accolgono collo zelo cristiano d'un fedele che cerca di riformare gli abusi della Chiesa tutte le tue satire contro i preti ed i frati; e v'ha chi ti paragona al grande Erasmo di Rotterdam, il quale non con tutto il tuo vigore, perchè trattenuto dai tempi, ma però con molta libertà, dà la berta come fai tu ai preti e ai frati, che strapazzano la religione facendola ridicola agli occhi degl'increduli....»
Ecco lo spirito morale che si scopriva nelle satire del Porta dai preti liberali della campagna. Nella città non ne mancavano.
«Addio il mio caro Porta, onore e gloria della lingua nostra!» Così lo salutava il Grossi.
Il Torti, che formò poi a Milano, col Manzoni e col Grossi, la «trinità» che al giovane Giovanni Prati «novo catecumeno — covò le prime rose» — quando venne a Milano con la sua «_Edmenegarda_ in seno» — il Torti, ch'era d'un solo anno più anziano del Porta, gli fu amico; e anche con lui il poeta del _Bongee_ si trovava nelle fide riunioni poetiche. Al Torti il Porta indirizzò un sonetto durante l'ardore della lotta fra classicisti e romantici; un sonetto maccheronico. Giovanni Torti era bellissimo, d'alta statura, tipo del poeta che una volta piaceva alle ragazze. Nato a Milano, fu il più diletto discepolo del Parini. Vestito l'abito del chierico, lo lasciò al sopravvenire de' Francesi, e salutò in un inno l'albero della Libertà, che vide cadere. Il Comitato della pubblica istruzione l'ebbe suo segretario; posto che mantenne a lungo: attraverso varie fortunose vicende milanesi, si salvò in quella navicella. Chi non conosce la sua epistola Sui _Sepolcri d'Ugo Foscolo e d'Ippolito Pindemonte_, che fu ritoccata dallo stesso Foscolo? I suoi sciolti _In morte della moglie_ sono un grido angoscioso del cuore. È la sua «pagina eterna».
XVI.
_Napoleone. — È imperatore in Francia e re in Italia. — Il figliastro vicerè. — Apatia politica del Porta e d'altri lombardi. — Un sonetto amaro del Porta. — Amenità di medici. — Cerimonia dell'autoincoronazione di Napoleone a Milano. — Dietroscena in famiglia. — Il Regno italico e le sue feste. — Consigli di Napoleone a Eugenio. — Gli dà moglie. — Nozze d'Eugenio con Augusta Amalia di Baviera. — Vecchia e nuova aristocrazia. — Il terribile caso del conte Archinto. — Folla di Grandi a Milano. — Nuove istituzioni civili. — E la libertà politica?_
La sterminata ambizione di Napoleone Bonaparte, che si sentiva mandato sulla terra a compiervi grandi cose, di questo Nabucco di genio dal satanico orgoglio, arbitro di popoli, di sovrani, di papi tremanti dinanzi alle sue brutali minaccie, non poteva appagarsi d'un Consolato a vita fattosi conferire in Francia e d'una parziale repubblica fattasi conferire in Italia. In Francia egli voleva esser imperatore e in Italia re. Ma le due corone sarebbero bastate alla sua inestinguibile sete d'impero?.... Arrivato alla sommità, si lasciò cogliere dalle vertigini, passò d'errore in errore, di delitto in delitto verso la creatura umana calpestata per il proprio trionfo, e precipitò nell'abisso, morendo, meteora di sangue, in un'isola, fra le malinconie dell'oceano.
Uno storiografo di questa Lombardia, che pure ottenne da Napoleone beneficii non dimenticabili, lo giudica con severa, ma serena equità:
«Era nel giugno 1813, prima della battaglia di Lipsia, dopo le vittorie di Lutzen e di Bautzen; e la pace, che avrebbe potuto allora concludere, gli avrebbe lasciata una Francia circoscritta dal Reno, dalle Alpi, dai Pirenei, vale a dire la maggior Francia che sia lecito di immaginare duratura. Non gli bastava ancora; e, dopo aver lasciato quattrocentomila uomini nelle steppe gelate della Moscovia, dopo avere strappato dai focolari di mezza Europa due generazioni di fanciulli, — dichiarati adulti per necessità di guerra, — al principe di Metternich, che gliene faceva l'osservazione, rispose, scagliando irosamente a terra il cappello: «J'ai grandi sur les champs de bataille, et un homme comme moi se soucie peu de la vie d'un million d'hommes!» L'uomo che ha osato pronunciare queste due frasi è, nei rispetti della morale politica, un uomo giudicato. Sulla sua tomba possono assidersi, vindici generose, la pietà e il perdono; ma egli non ha diritto di usurpare ai posteri quel sentimento di leale ammirazione che le coscienze oneste debbono riservare agli eroismi del sacrificio, ai benefattori dell'umana famiglia».[66]
Nel maggio del 1804, un decreto del Senato francese conferì a Napoleone l'impero. Egli costrinse allora il vecchio titubante Pio VII a varcare le Alpi, a portarsi a Parigi e a consacrarlo imperatore. La consacrazione del novello Carlo Magno avvenne nella gotica chiesa di _Nôtre Dame_, che Victor Hugo doveva magnificare, e fu _Napoleone I_. E fu imperatrice di Francia Giuseppina Tascher de la Pagerie, sua moglie, vedova del generale Beauharnais, morto nel 1794 sulla ghigliottina. Così la rivoluzione francese, divampata sotto lo scettro d'un povero imbelle re per diritto divino, fabbricatore dilettante di serrature, dopo d'avere annientati per sempre iniqui privilegi feudali, e dopo d'avere attraversato un mare di sangue e di scelleraggini, in dodici anni di repubblica, finiva in un impero militare assoluto.
La Repubblica italiana aveva spianato a Napoleone la via del trono fra noi. Napoleone mandò a Milano due suoi fidi emissari, Cambacérés e Marescalchi, a preparare gli animi al regno: il primo, già membro del Comitato di Salute pubblica a Parigi, fu creato poi duca di Parma; il Marescalchi, bolognese, già membro del Direttorio della Repubblica cisalpina, era allora ministro della Repubblica italiana a Parigi, e doveva diventarlo, per volere di Napoleone, anche del Regno italico.
Il primo effetto della missione fu l'atterramento dell'albero della Libertà in piazza del Duomo e in altre piazze, fra gli sdegni veementi dei repubblicani puri, alcuni dei quali vennero incarcerati. O poco illustre, disgraziato albero! Eri stato eretto e adorato dai fanatici come l'albero eccelso del bene universale. Guai all'infelice che non si chinava al tuo sacro legno taumaturgo! E così presto cadevi, a colpi di vili scuri, come l'albero del male. Il berretto frigio, che ti sormontava, cambiò forma e colore: si trasmutò in corona, aborrita ieri, imposta oggi.
Il Melzi, d'un tratto scomparve. Dov'era andato? Napoleone lo aveva chiamato a Parigi, tenendolo in segreto colloquio per più di quattro ore. La Consulta si recò a offrire pomposamente la corona d'Italia a Napoleone e a votargli un monumento; ma quando il Melzi uscì dal gabinetto dell'imperatore, il Regno d'Italia era bell'e decretato.[67]
Il 16 marzo 1805 arrivò a Milano Eugenio Beauharnais, figlio venticinquenne di Giuseppina, valoroso soldato in Egitto e a Marengo, gran cacciatore, gran ballerino, dedito ai bassi amori, di modi burberi, smanioso di pompe e d'omaggi; destinato a essere il vicerè del nuovo regno; egli, che, all'epoca del Terrore, al domani del supplizio del padre, era stato inscritto fra i più umili operai.
Giunse a Milano; ma non raccolse alcun segno di simpatia. Silenzio glaciale.
E, il 31 marzo, la voce del cannone (trecento colpi) annunzia a Milano l'istituzione del Regno. Ma le finestre del palazzo di Luciano Bonaparte restano chiuse. A tutti è nota l'avversione di lui per il tremendo fratello, ch'egli aveva pur validamente aiutato nel colpo di Stato del 18 brumaio a Parigi.
Un'altra voce ora, quella dell'ufficiale banditore, s'intende: legge, nei vari quartieri di Milano, l'atto d'inaugurazione di quello che Ugo Foscolo chiamerà, ironico, nei _Sepolcri_ «il bell'italo regno». Il popolo s'affolla, ascolta, ma non applaude.
Passa di mano in mano un fierissimo sonetto contro Napoleone, mentitore di libertà. Di chi è? Si sussurra un nome: il nome del veronese Giuseppe Giulio Ceroni, soldato e poeta alfieriano.
Carlo Porta non si unisce a chi discute sul nuovo mutamento, dopo tante trasformazioni subìte. Battagliero per indole, caustico, pungente contro la vecchia aristocrazia dal ridicolo sussiego spagnolo; contro i nobili villani e proni agl'idoli coronati; contro gli stessi arcivescovi privi di dignità; contro i preti venali e i monaci parassiti; contro la letteratura fatua, convenzionale, ammuffita; contro francesi e italiani che osano sparlare della sua diletta Milano, ora si rassegna al giogo politico, pur di godere la pace. Nessun grido di vero italiano vibra dal suo verso, dal suo cuore. Quanto differente, anche in questo, il Maggi, che in pieno dominio spagnolo, con un sonetto invocava nientemeno che l'unità italiana, rivolgendosi alla Repubblica di Venezia, la sola libera allora e guerriera impavida sul mare d'Oriente contro i Turchi barbari! Il Maggi domandava:
Unita or che saria l'inclita gente Per la difesa almen della sua pace?
Carlo Porta è persino corrucciato contro chi parla d'indipendenza, e prorompe:
«Al diavolo i politicanti seccatori! A che tanti discorsi e tanti ragionamenti? Già, un basto, alla fin dei conti, bisogna portarlo; ed è inutile pensare di farla da padroni. E quando questo basto dobbiamo averlo sulle spalle, eternamente e senza remissione, che importa a noi che sia d'un gallo, d'un'aquila, d'un'oca o d'un cappone? (_Qui il Porta col ‘gallo’ allude, si capisce subito, alla dominazione francese, e con la parola ‘aquila’ all'Austria_). Per conto mio, credo che il meglio possa essere il partito di far finta di nulla, e pregare di non cambiare tanto spesso di basto. Se no, col portar da un posto all'altro le durezze delle traverse del basto, avremo uno spelamento maledetto e nient'altro». Ma ecco il sonetto:
Marcanagg i politegh seccaball! Cossa serv tant descors e tant reson? Già on bast infin di fatt bœugna portall E l'è inutil pensà de fà el patron. E quand sto bast ghe l'emm d'avè sui spall Eternament e senza remission, Cossa ne importa a nun ch'el sia d'on gall, D'on'aquila, d'on'oca, o d'on cappon? Per mì credi ch'el mej el possa vess El partii de fà el quoniam, e pregà De no barattà tant el bast de spess. Se de nò, col portà d'on sit a l'olter I durezz di travers, rëussirà On spelament puttasca e nagott d'olter.
Ben altro linguaggio tennero sempre due illustri amici di Carlo Porta: Ugo Foscolo e Giovanni Berchet! E quanti altri mai, per fortuna nostra!
Ma l'apatia del Porta si notava allora in molti. La stessa Consulta dovette umilmente confessarlo in un suo rapporto ufficiale.[68]
Ma ecco si annuncia, fra la grande emozione, che Napoleone sta per arrivare ed essere incoronato re nel Duomo. La notte sopra il 9 maggio 1805, infuria un turbine, che rovescia l'arco di trionfo eretto davanti al palazzo reale. Il novello sovrano ha voluto sostare a Pavia, dove all'avvocato Camillo Campari, con la perfida sua impudenza, ricordava: «Siamo vecchi conoscenti». E alludeva a un giorno orribile, il 25 maggio 1796, quand'egli, sfondata col cannone la porta della città decisa a non riceverlo, l'aveva abbandonata al saccheggio. Entrando nell'aula dell'Università, inchinato dai professori, Napoleone chiese al medico Carminati qual differenza trovasse «fra la morte e il _someglio_». Il professore, che non conosceva il francese, non capì che Napoleone aveva tradotto in quel bel modo il vocabolo _sommeil_, e improvvisò una dissertazione fra la morte e il _suo meglio_.[69]
Più ameno un altro medico demagogo, poi diventato preclaro, e conte e senatore del Regno italico, Pietro Moscati, che sosteneva essere l'uomo creato per camminare con le mani e coi piedi insieme.
«Da che porta entrerà Napoleone?» domandavano i Milanesi.
Neppure le autorità lo sapevano. Quando si seppe ch'egli giungeva da Pavia, si eresse a Porta Ticinese, ribattezzata poi Porta Marengo, un arco trionfale. Tutto il 9 maggio gran folla sulle vie, le case addobbate. Alle sei della sera, Napoleone entra alla fine in Milano, in un corteggio fantasmagorico interminabile.[70] Precedono i consultori, in mantello di seta verde e cappello con piume bianche; i consiglieri di Stato e i membri del Corpo legislativo vestiti pure in verde e oro; i membri dei Collegi elettorali con tanto di ciarpa dalle frangie d'oro; i funzionari pubblici in vesti dorate; i possidenti con ciarpa bianca, turchina i dotti, rossa i commercianti; e seicento corazzieri; e Napoleone Bonaparte in sontuoso cocchio, con Giuseppina, tirato da otto cavalli, seguito da quindici altri cocchi a sei. Davanti alla scalinata del Duomo, il regale cocchio si ferma. Sugli scalini sta ad attenderlo, in alta pompa, il nuovo arcivescovo Caprara con sedici vescovi in mitria e dieci vicari, e tutti discendono. Il Caprara pronuncia augurii devoti, ardenti, incensa il «Giove terreno» e l'imperatrice beata.
Ma la moltitudine non accoglie Giove con manifestazioni di giubilo verace. Mademoiselle d'Avrillion lo confessa nei suoi _Mémoires_:
Tous les services étaient réunis et formaient un magnifique cortège; la population garnissait les fenêtres des maisons et affluait dans les rues. Néanmoins, nous remarquâmes je ne sais quoi de contraint dans les acclamations qui saluèrent leurs majestés; les cris furent plus populaciers que populaires;_ enfin, il n'y eut point de joie réelle_; je ne sus à quoi l'attribuer: je sais seulement que l'empereur en parla à l'impératrice, mais je n'en appris pas davantage, sa majesté ayant gardé avec moi le plus profond secret à cet égard.[71]
Ma arriva il 26 maggio, il gran giorno dell'incoronazione a re d'Italia.
L'aurora spunta radiosa. Milano è tutta in curiosità, in aspettazione, e in festa almeno apparente.
Nel Duomo, sfarzosamente parato di diffusa seta vermiglia, irradiato da mille lumi, risonante di musiche e di canti, alla presenza degli ambasciatori inviati dalle potenze straniere, il piccolo, esile, livido eroe, nell'ampio mantello di velluto verde dal lungo strascico, sostenuto dai grandi scudieri di Francia e d'Italia, in uniforme di gala; seguìto dai ministri, dai consiglieri, da ufficiali, decoratissimi, da araldi, dalle dame che portano doni, e da paggi all'uso medievale, incede rigido, altero, girando qua e là «i rai fulminei», stringendo, nella destra, lo scettro e, nella sinistra, la mano della Giustizia. Dal Castello tuonano le artiglierie; suonano, conclamanti, le campane di tutte le chiese.
L'imperatrice, giunta a mezzogiorno nel tempio, è ritta, già nella tribuna a lei destinata, con la cognata Elisa. Napoleone a passo sicuro, superbamente, attraversa la cattedrale, sotto un ricco baldacchino dorato, sorretto dai canonici, e sale sul trono rialzato nel coro. Squilla ora una marcia trionfale; echeggiano applausi; e l'arcivescovo Caprara intuona il _Veni, Creator_....
Sull'altar maggiore, posa la «Corona ferrea», venerata da dodici secoli nella basilica di Monza. Si dice formata da un chiodo della Croce; ma è leggenda non antica.[72] Il pontefice san Gregorio Magno la diè, secondo una non immutata tradizione, alla pia regina longobarda Teodolinda, perchè servisse a incoronare i re d'Italia. La prima certa incoronazione fatta con quel cimelio, è del 1081, sulla testa d'Enrico IV. Napoleone l'aveva predata nel 1796 (cosa che nessun conquistatore aveva osato) e portata a Parigi; poi la restituì.... per incoronarsi di propria mano.
Infatti, l'arcivescovo Caprara la prende, e fa atto di porla sul capo di Bonaparte, ma questi l'afferra con ambe le mani, se la calca sulla testa, e, nel silenzio profondo del solenne momento, con la sua voce stridula ma terribile, grida: «Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!» Poi la colloca un istante sulla testa di Giuseppina e la rimette sull'altare. Consegna al figliastro Eugenio la spada, e, durante la messa cantata, al _Credo_, pronuncia ad alta voce il giuramento «di mantenere l'integrità del regno, di rispettare e far rispettare la religione dello Stato, l'eguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l'inviolabilità delle vendite dei beni nazionali, di non levare alcuna imposta, di non stabilire veruna tassa che in virtù della legge, di governare con la sola mira dell'interesse, della felicità e della gloria del popolo italiano».
Si fa profondo silenzio. Il capo degli araldi d'arme s'avanza e proclama a voce sonora: «Il gloriosissimo e augustissimo imperatore Napoleone è incoronato e intronizzato. Viva l'imperatore e re!» E mille voci ripetono: «Viva l'imperatore e re!»
Il giorno dopo, Napoleone nomina il principe Eugenio vicerè del Regno italico, serbando a sè le sovrane attribuzioni in tutto e per tutto.
Quando Napoleone si calcò con tutt'e due le mani sulla testa la Corona di ferro era raggiante di gioia, narra nei _Mémoires_ mademoiselle Avrillion, la quale assisteva alla cerimonia, e soggiunge queste veridiche parole:
Lorsque l'on fut de retour au palais, j'étais occupée dans la chambre de l'impératrice, quand l'empereur y vint: il était d'un gaîté folle; il riait, il se frottait les mains, et dans sa bonne humeur il m'adressa la parole: «Eh bien! mademoiselle, me dit-il, avez-vous bien vu la cérémonie? Avez-vous bien entendu ce que j'ai dit, en posant la couronne sur ma tête?» Il répéta alors, presque du même ton qu'il l'avait prononcé dans la cathédrale: _Dieu me l'a donnée, gare à qui y touche_!
Napoleone, assistito dalla sua stella, si avviava felicemente verso il culmine della potenza, e poteva ridere.
Fu dato un gran ballo, in onore delle loro maestà. Molte signore; ma i loro vestiti erano meschini e non freschi, dice mademoiselle d'Avrillion parlando delle milanesi. Molti diamanti antichi di famiglia, ma male legati, soggiunge; e dello stesso parere era Giuseppina, che ne possedeva soltanto di moderni, acquistati di fresco....
.... Ce qui nous divertit beaucoup, habituées que nous étians a préférer l'élégance et le bon goût à la richesse....
Il ballo si protrasse a lungo nella notte. Si ballarono le contraddanze francesi, valzer e la monferrina, danza nazionale in tutta l'Italia settentrionale. Il principe Eugenio ballò molto ammirato dalle dame della Corte. La duchessa di Rovigo brillò su tutte le dame per la grazia della svelta persona e della sua danza.
Il grande imperatore e re sfoggiava, anche nella reggia di Milano, le sue abitudini domestiche detestabili. Menava scapaccioni e tirava le orecchie alle cameriere per sollazzo: andava di frequente nel gabinetto di Giuseppina, e si divertiva a darle delle botte con le palme delle mani sulle spalle nude. Ella aveva un bel dire: _Finis donc! finis donc!_ Bonaparte continuava, tanto prendeva gusto a quel giuoco villano. Giuseppina si sforzava a ridere, «ma io più d'una volta le sorpresi le lagrime», ricorda pure nei _Mémoires_ la sua fida d'Avrillion.
A dir vero, Giuseppina piangeva con facilità. Quando lasciava Milano per gl'incanti del lago di Como e del lago Maggiore, l'Aldini, già presidente del Consiglio di Stato della Repubblica italiana, le disse cosuccie graziose, che la commossero sino al pianto. Povera donna! L'imperiale marito doveva farle spremere, più tardi, ben altre lagrime!
In memoria della sua solenne incoronazione a re d'Italia, Napoleone istituì l'ordine cavalleresco della Corona ferrea, oggi sparito con l'annientamento dell'Austria compiuto dalle nostre armi gloriose, e ordinò che fosse ultimata la facciata del Duomo, dove la memoranda cerimonia si svolse. Volle ricevere i ricchi della città; volle informarsi di tutto e sapere di tutti; voleva conoscerli per isfruttarli a lor tempo; ma degli italiani non professava molta stima, e lo diceva a Eugenio mettendolo in guardia.
Gli ammonimenti e le istruzioni che il grande patrigno lasciò per iscritto al figliastro, inesperto e ignorante, rivelano la mente poderosa e acuta dell'astuto e formidabile reggitore. Bastino queste:
— All'età vostra non si conosce la perversità del cuore umano; per lo che non sapremmo abbastanza raccomandarvi circospezione e prudenza.
— Non accordate piena fiducia ad alcuno: non esternate la vostra opinione sui ministri e sui grandi ufficiali che vi circondano.
— Parlate il meno possibile, perchè non abbastanza istrutto per sostenere una conversazione. Ascoltate e persuadetevi che sovente il silenzio vale la scienza.
— Presiedete di rado il Consiglio di Stato; il non conoscere la lingua e la legislazione del paese vi forniranno una scusa plausibile.
— Non fidatevi delle spie: l'averne è più dannoso che utile.
— Studiate la storia di ciascuna città del mio regno d'Italia, e visitate le fortezze e i luoghi più celebri per combattimenti. È probabile che, prima di trent'anni, dobbiate guerreggiarvi; e la conoscenza del territorio è prezioso acquisto.
— Supremo interesse per voi è di ben trattare gli Italiani, conoscerne i nomi e le famiglie.
— Siate grandioso coi rappresentanti delle potenze estere, i quali, a rigor di termine, sono spioni titolati.
— Siate inflessibile coi furfanti: la scoperta d'un truffatore è una vittoria per l'amministrazione pubblica.
Non per il solo Eugenio, ma per ogni principe tali precetti potevano tornare preziosi, e ancor oggi conservano il loro forte aroma. Ma la mente del vicerè non era da tanto: il patrigno lo sapeva; tuttavia lo adottò come figlio.
Più amata di Eugenio sul vicetrono d'Italia si mostrò la consorte che l'imperatore gli scelse: la principessa Augusta Amalia, figlia del re Massimiliano di Baviera; soave bellezza, d'illibati costumi, degna del canto immortale che Ugo Foscolo le consacrò nelle _Grazie_ quando nessun favore poteva il grande poeta attendersi dal suo liberale omaggio. Carlo Porta non poteva consacrare ad Amelia festive ottave come quelle dettate per l'arciduchessa Beatrice Ricciarda d'Este protettrice del poeta milanese Domenico Balestrieri? Le meritava.
Quando Eugenio condusse la bellissima sposa a Milano si rinnovarono le feste dell'incoronazione. Il teatro alla Scala, illuminato a giorno, accolse la coppia vicereale fra le mille ghirlande di fiori ond'erano rivestite le pareti della sala; e si era in febbraio! Le serre furono spogliate.
Vestito da semplice cacciatore della guardia, in mezzo a generali sfolgoranti di decorazioni e d'oro, Napoleone assisteva attento alle rassegne militari, imponendo una coscrizione di seimila uomini per l'esercito, chè voleva ritemprare, e lo disse, nella gioventù italiana l'amor delle armi. Già avendo inviato nostre truppe lungo la spiaggia di Calais aveva fatto osservare che la bandiera italica sventolava per la prima volta, dall'epoca dei Romani, sulle rive dell'Oceano. E a noi, nel suo infrancesato italiano, aveva detto: «Voi non sarete _ni_ francesi, _ni_ tedeschi, ma italiani».