Part 11
Nelle sere di carnevale, ne' primi anni del secolo passato, in una via remota e deserta, detta Via Quadronno, infimi operai e sfaccendati volgari si radunavano presso un certo Battista, che apriva una sala, a ballare, a ridere. Il signor Battista era il _deus loci_, il conduttore, direbbero oggi, di quei _festin de rœuda_ (dal nome _rœuda_, capriola), dove, per una misera moneta, ognuno aveva diritto di entrare e ballare anche in maniche di camicia, col berretto in testa e magari con tanto di zoccoli infangati. Niente di più plebeo di quelle riunioni. Certe femmine da strapazzo v'erano collocate fin dalle prime ore della sera per attirare gli allocchi e farli saltare come dannati. Le chiamavano _stellônn_, per somiglianza ai zimbelli (in milanese _stellônn_) che chiamano gli uccelli al paretaio. I suoni d'una misera orchestrina accompagnavano quei balli confondendosi alle risate, agli strilli di gioia e, spesso, agli alterchi iracondi, vivacissimi, per gelosie, pretese mancanze di riguardi (caspita! in quella Corte dei Valois!) che finivano con le botte, con le coltellate e con gli arresti.
Povero _Marchionn di gamb avert!_ Nato forse in una di quelle tane, buie, umide, senz'aria, dove la rachitide e la scrofola deformavano la creatura umana, quando non la spegnevano; costretto a vivere nel bugigattolo d'un ciabattino dove rattoppa scarpacce, va la sera, dopo il lavoro, barcollando sulle gambe arcuate, nella sala di quel Battista, là, in quel luogo di delizie, a sonare il mandolino nella piccola orchestra; poichè, nei ritagli di tempo, il disgraziato coltiva con passione, unico suo conforto, la musica. Per la sua breve statura, lo chiamano il _nano_; è brutto, ha il viso bucherellato dal vaiuolo, che a quel tempo imperversava diffuso, specialmente fra il popolo ribelle all'innesto di Jenner, che, d'altra parte, le autorità non si curavano d'imporgli, trattandolo da armento o quasi. _Marchionn_ è un povero scemo; e, fra le altre disgrazie, lo coglie la peggiore: d'innamorarsi di una di quelle gemme di bellezza e di virtù, certa _Tetton_, così chiamata dal seno colmo ch'ella ad arte sporge in mezzo agli adoratori del lubrico festino. Egli stesso racconta le proprie sventure, non dissimile in questo da _Giovannin Bongee_; le racconta per isfogare la piena del dolore: dolore per gli inganni e il tradimento infame del quale cade vittima in una trappola tesagli dalla _Tetton_, dalla madre di lei e complici. Anche qui c'incontriamo ne' soldatacci francesi, lesti nell'impossessarsi tutti quanti di quella facilissima _Tetton_; più lesti di quell'infelice Melchiorre dalle gambe ad arco, che arriva sempre in ritardo, in mal punto, e che, _pien de lœuj_ (svogliataggine) _de fastidi e pien de corna_, finisce in rovina e in pianto.
Nelle commedie del Goldoni è la donna, sempre la donna, colei che impera sull'uomo, sia con le grazie ritrose e pudiche di Mirandolina, sia con l'astuta padronanza delle serve, delle donne inferiori. Il raggiro, l'intrigo femminile è uno degli elementi delle commedie del Goldoni, che il Manzoni metteva al di sopra del Molière.[51]
Ma gl'intrighi delle donne del Goldoni non sono mai scellerati: quelli della _Tetton_ del Porta rivelano un cuore cattivo e fanno meglio risplendere l'ingenuità sempliciona del _Marchionn_, ch'ella avvince a sè e inganna nel modo più vituperevole. Si sorride quando _Marchionn_, il nano, si vanta d'essere stato un giorno lui il capo delle gaie brigate, il beniamino di tutta Milano; non si sorride più pensando ai grossi guai che ingoia, vittima d'una passione e per una donnaccia che, bella e seducente in vista, adopera il filtro della _stria_ (strega), come _Marchionn_ la chiama nella sua disperata confessione, nel suo _lament_, che desta pietà.
L'Italia vanta capolavori imperituri dell'arte buffa: bastino il _Matrimonio segreto_ del Cimarosa, il _Barbiere di Siviglia_ del Rossini, il _Don Pasquale_ del Donizetti; ma difetta di romanzi comici. Il _Lament del Marchionn di gamb avert_ è un piccolo romanzo comico irrorato di lagrime. È il primo modello d'umorismo in Italia, nel senso vero della parola, che include riso e dolori, qual'è la vita. Nella prosa fiorisce mestamente, più tardi, il _Manoscritto d'un prigioniero_ del livornese Carlo Bini; emette pruni e spine l'_Asino_ del Guerrazzi; ma, sopra tutti, giganteggiano i _Promessi sposi_, che, sotto l'irradiazione religiosa trionfale, nascondono un sentimento così amaro della vita, che si rimane talora sbigottiti quanto, quasi, il verso funereo del Leopardi. Anche in Carlo Porta il senso della vita è amaro. Così doveva avvenire in una società di mutamenti rapidi e profondi che, come le guerre, mandavano a galla il peggio. La passione di _Marchionn_ è descritta in tutto il suo svolgimento fatale. La psicologia che il disgraziato fa di sè stesso ci mostra che la sventura gli ha dato, come talora succede, una chiaroveggenza tarda sì, ma precisa e inesorabile. La _Tetton_, sua madre, i suoi ganzi, i luoghi dove si svolgono le svariate vicende, persino le figurine secondarie, tutto appare vivo. Quando _Marchionn_, attanagliato dalla gelosia, corre al veglione del teatro La Cannobbiana, vestito da turco, per iscoprire la temuta infedeltà della _Tetton_, e sfoga la sua ira su gente mascherata che balla allegra per proprio conto, e che non è, no, quella ch'egli suppone (non è, infatti, la _Tetton_, nè il sarto, nè il sargente suoi rivali, bensì persone a lui sconosciute); quando poi s'incontra davvero nella _Tetton_ e compagni, il comico, sorto dall'equivoco cresce, scintilla.
Quale ritrattista il Porta!
Basterebbe la pittura delle bellezze della _Tetton_, di codesta Alcina di Via Quadronno, per riconoscere un artista finissimo. Si pensa al ritratto d'Alcina nel settimo canto dell'_Orlando furioso_. Il Porta gareggia con l'Ariosto.
Il veneziano Pietro Buratti fu de' primi a trattare con artistico vigore la novella in versi vernacoli; ma Carlo Porta lo vince nella sobrietà dell'arte narrativa, nella finezza dei particolari psicologici, nella profondità dell'ironia.
Grande stilista è il Porta. Il dialetto nativo non ha segreti per lui; egli ne possiede le espressioni caratteristiche, gli scorci pittoreschi, le maliziose acutezze, nella varietà dei metri; laddove il romanesco Gioachino Belli non tratta che la forma del sonetto, il solo sonetto, arma corta, nella quale il Porta resta, a dir vero, inferiore al Belli.
Il verso del Porta parla. Tutto il suo è un discorso parlato. Marchionn chiama in cerchio tutti, ad ascoltare il suo dolente discorso: ha irresistibile bisogno d'un libero sfogo nella sua desolazione, pover'uomo!, e quel discorso è espresso con tal naturalezza e verità che nulla più.
La _Ninetta del Verzee_, in ottave fluenti al pari delle strofe in endecasillabi e settenarii del _Lament del Marchionn di gamb avert_, s'accoppia a questo capolavoro per l'argomento e per l'effetto sentimentale.
È anch'essa una storia di tradimento amoroso. Ma la vittima, questa volta, non è l'uomo; è la donna, una pescivendola del _Verzee_ (mercato); il traditore è un parrucchiere. Costui abusa della passione che accese nella Ninetta, la sfrutta, la spoglia di tutto, la spinge a una vita di miseria, d'abbiezione, e la infama per giunta.
La passione della sventurata per quel farabutto arriva al tragico. Ninetta si sa ingannata, si vede spogliata d'ogni suo avere, e non può rompere la catena fatale che la serra, la stringe, la strugge.
Ci fa pensare all'arricchita mercantessa di _Monsieur Alphonse_, commedia di Alessandro Dumas figlio. Colei, quando si scopre tradita da Alfonso (che ha pure sedotto una signorina di buona famiglia rendendola madre), ha un lampo rivelatore. S'accorge, benchè troppo tardi, che il suo viso volgare e brutto non poteva piacere al figuro elegante, che l'ha sfruttata e ingannata, ed esclama: «Ma il cuore non sa com'è fatto il viso!»
Ninetta racconta la propria storia a un cliente, che va a trovarla.... Il suo linguaggio è osceno. Ma ella, la pescivendola, doveva forse adoperare il linguaggio della romantica Margherita Gauthier, vissuta fra amanti signorili?
Anche dalla _Ninetta del Verzee_ sgorga la pietà.
Carlo Porta, nel _Giovannin Bongee_, nel _Marchionn_, nella _Ninetta_, ci rappresenta tre creature del popolo oppresso e calpestato. La semplice e sola narrazione delle loro sciagure è una fiera condanna degli scellerati; è più eloquente d'ogni espressa morale. Ivi risplende più che un poeta: balena un vendicatore.
Prima che apparissero l'_Assommoir_ e _Nanà_, Milano aveva adunque il suo Zola nel Porta. Anche allora che soggetti osceni lo trascinano al basso, il Porta, somigliante all'Anteo della favola, attinge forza dalla terra e solidifica la strofa col contesto ben equilibrato delle frasi, dei versi pittoreschi, nei quali parla la stessa Natura.
Ma come nacque la _Ninetta del Verzee?_... Nacque da un'altra novella in ottave milanesi: da _El Pepp perucchee_ del pittore-poeta Giuseppe Bossi, grande amico del Porta; ma è il rovescio della medaglia. Nel _Pepp_ è lui, Giuseppe, l'ingannato; Ninetta è l'ingannatrice.
Il Bossi fa del _Pepp_ una specie di funebre Jacopo Ortis del pettine, cospargendo di patetica rugiada le ottave, come quando accenna alle campane dell'_Avemmaria_ all'alba:
Quand i campann fan tucc on cert lament Che streng al cœur de la malinconia.
Fra le carte lasciate inedite dal Porta, trovo queste parole di prefazione alla _Ninetta del Verzee_, parole che ne spiegano l'origine, e che mostrano in qual modo l'occasione possa suscitare un'opera d'arte; e poi si disprezza la poesia d'occasione come l'infima moneta della poesia!
«Le seguenti stanze furono da me scritte in disinganno di chi aveva attribuito a me la composizione di alcune ottave che furono da ignota mano spedite al mio cugino Baldassare Maderni col mezzo della posta. Con questo componimento l'autore incognito imita il famoso e notissimo lamento di Cecco di Varlugo, e pone a posto di Cecco il _Pepp_ parrucchiere che si duole della infedeltà della Ninetta del Verzaro sua bella. — Se non vi fossero state nominate con disprezzo delle persone viventi e dei corpi troppo rispettabili per episodio di questa composizione, non avrei avuto a male di esserne io creduto l'autore, nè mi sarei trovato nella necessità, replicando, di trattare un argomento che per natura sua non poteva contenersi nei limiti della riservatezza.»
Vi è, infatti, nominato un marchese Villani, giocato da una baldracca. Ma i «corpi troppo rispettabili» dove sono?... Sono evaporati?... Il Porta non sapeva che il _Pepp perucchee_ fosse del Bossi.
Il bellissimo successo suscitato da _Desgrazi de Giovannin Bongee_ eccitò il Porta a continuare il racconto di quelle disgrazie, che si tirano l'una coll'altra, come le famose ciliegie di cui discorre in una letterina il padre Cesari; e intitolò il suo componimento in rapide ottave _Olter desgrazi de Giovannin Bongee_. A rovescio di quegli scrittori che non riescono troppo felicemente nel dare continuazioni a' propri capolavori acclamati, come F. A. Bon al suo _Ludro_, o Vittorio Bersezio alle _Miserie d'Monsù Travet_, il poeta milanese riuscì felicissimo nell'iliade del malcapitato panciuto che, stavolta, è protagonista d'un'azione più vasta, e non è solo, chè la sua florida metà, _Barborin_, esce in luce. Anche stavolta, il _Bongee_ si sfoga con il _lustrissem scior_, che noi non vediamo e che non gli risponde. È un'altra pagina della brutta cronaca milanese e de' costumi del 1813, anno in cui il poeta la ideò questa poesia. Nessun altro scritto del Porta fu da lui annotato più di questo: le sue postille illustrano la cronaca minima di quel tempo, che qui riassumiamo.
Nella primavera e nell'autunno del 1813 si rappresentò al teatro della Scala, con clamoroso successo, un nuovo ballo spettacoloso intitolato _Prometeo_, del famoso coreografo Salvatore Viganò; e nelle _Olter desgrazi_ esso è descritto nel linguaggio del _Bongee_, che ci esilara scambiando egli cose e persone. Nel ballo, un mimo vestito da avvoltoio — e il _Bongee_ lo scambia per un tacchino (_pollin_)! — compariva sul Caucaso e andava a rodere regolarmente il cuore dell'incatenato Giapetide, ch'era rappresentato dal primo ballerino Chouhous. E Carlo Porta nota: «In questo ballo vedevansi rappresentati i segni dello Zodiaco e lo stesso Carro del Sole con figure vive e naturali». E quante altre cose mirabolanti! Nell'opera cantava una Correa, tarchiata, tozza e smorfiosa, che _Giovannin Bongee_ chiama l'«occa». E Carlo Porta annota: «La signora Correa, espertissima cantante, ma quanto abile nella sua professione altrettanto soggetta alle malattie dell'arte. In quell'anno (1813) stancò veramente la sofferenza del pubblico, al quale alcuna sera pareva cantare per far grazia ed alcun'altra per far dispetto.»
Ma alla povera moglie del _Bongee_, alla Barborin, che osservava col marito dal loggione lo spettacolo, toccò una bene spiacente avventura! Uno de' lumai, che stavano là di servizio, si permise un pizzicotto sulle curve più procaci di lei. E intorno a questa audace vicenda è tessuta tutta una farsa da ridere. _Giovannin_, il marito offeso, finisce alla polizia e messo sotto chiave, peggio che non fosse Giacomo Legorin. E il Porta spiega: «_Legorin_, famoso assassino, che, in compagnia di parecchi malviventi, infestava i contorni del Milanese nel secolo XVII».
Comiche scenette, figure buffe; un'altra pagina della Milano d'allora; un'altra scena della vita popolare.
Se il Porta avesse frequentato la così detta alta società, chi sa quali vive scene avrebbe copiate! Non fa motto nemmen di quelle che, senza dubbio, deve aver conosciute per sentite dire.
Il cicisbeismo, putrefazione della cavalleria, non era spento del tutto quando Carlo Porta satireggiava, e l'abbiam visto. Ma egli non lo toccò. Ne resta, adunque, la gloria ad un altro Carlo, a Carlo Goldoni, e al Parini. Il Goldoni, senza la satira che esagera, rappresenta i cicisbei nella coraggiosa commedia _Il Cavaliere e la Dama_, quattordici anni prima del _Mattino_ e sedici anni prima del _Mezzogiorno_ del Parini.
XIV.
_Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini Visconti e Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena lascia Milano con la borsa ricca. — I Comizi di Lione. — Solenne proclamazione della Repubblica italiana: Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del deputato Raffaele Arauco primo marito della moglie di Carlo Porta. — Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna in ballo la moglie del Cicognara. — Murat contro il Melzi. — Una Fossati intrigante politica. — Finte collere di Napoleone. — L'ordine è ristabilito. — Grandi innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una poesia di Carlo Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria dell'Arauco. — Le poesie dell'Arauco._
Per illustrare l'opera poetica di Carlo Porta, che respira dell'aura del suo tempo, dobbiamo ripigliare il filo degli avvenimenti che trasformarono di nuovo Milano.
Napoleone, che, alla vigilia d'invadere Venezia e di rovesciarne la secolare gloriosa Repubblica, aveva brutalmente minacciato d'essere un Attila pei Veneziani, che allora non potevano difendersi perchè inermi, non eseguì alla lettera gli ordini infami del Direttorio francese, il quale lo eccitava a infliggere al territorio milanese il maggior male possibile, col «guastare anche i canali e le altre opere pubbliche».
Ritornato padrone del Milanese mercè la portentosa vittoria di Marengo, Napoleone, trovando necessario restaurare la Repubblica cisalpina, sorresse la parte onesta e moderata contro gli esaltati e i facinorosi, che avevano oppressa, oltraggiata la Repubblica, con lo spogliarla da quei ladroni che erano: _gatt in grand_ li chiamò il Porta; _incliti ladri_ li chiamò il Foscolo. Giovanni Battista Sommariva, prima segretario, poi membro, quindi presidente del Direttorio, fu escluso con suo pubblico disdoro dal secondo Direttorio; ma egli, da umile stato, s'era ormai formato, con le ruberie, enormi ricchezze; parte delle quali spese (manco male) nell'acquisto d'opere d'arte per adornarne la sontuosa villa dei Clerici, da lui comperata nell'incantevole Cadenabbia sul lago di Como, e caduta più tardi in mani tedesche. I soli accademici bassorilievi del _Trionfo d'Alessandro_ del Thorvaldsen, che fasciano le pareti d'una sala della villa, il Sommariva li pagò mezzo milione, cifra maiuscola allora!
Napoleone, non ostante la ben nota mediocre intelligenza del leguleio Sommariva, lo aveva nominato, non si sa perchè, insieme col marchese Visconti e con l'avvocato Ruga, marito della stupenda, procace dea che abbiamo trovato alla Scala, a membro del Comitato che concentrava le attribuzioni d'una disciolta Commissione di nove membri, fra i quali Raffaele Arauco, primo consorte della moglie di Carlo Porta; ma non tardò a conoscere quella buona lana del Sommariva e lo colmò di sommo disprezzo. A dir vero, le male lingue si esercitarono anche sul conto del Visconti e del Ruga: dicevano che i due «cittadini» avevano ottenuto quei posti in grazia delle loro mogli troppo sorridenti ai primari generali francesi.... Notissimo che la Visconti era l'amante del generale Berthier; ma era uomo di probità specchiata; e l'avvocato Ruga aveva spiegata virile, oculata fermezza nella questione della vendita dei beni nazionali. Intanto, il generale Massena se n'era andato da Milano, non senza aver prima costretto la Municipalità a sborsargli 300,000 lire; e fu sostituito da un Brune, che lasciò bastonare dai profughi cisalpini, rientrati, preti e frati sugli scalini del Duomo.
Ma la seconda Repubblica cisalpina non finiva di piacere allo stesso Napoleone, che rivolgeva nella mente vastissima innovazioni più ampie.
Da questo momento, il Grande spiega meglio la sua prodigiosa potenza di statista e di legislatore.
Per formare una seria repubblica, Napoleone, che intanto, per le strepitose vittorie riportate, da generale era salito a primo console in Francia, convocò a Lione una _Consulta straordinaria di 452 notabili_ (notabili moderati, si noti) dei ventiquattro dipartimenti onde la Cisalpina era composta: Milano capitale.
La scelta stessa di Lione a sede della Consulta rassicurava. Lione, nel 1793, non era insorta contro la Convenzione nazionale, ligia qual era alla monarchia?
Ma la stagione volgeva rigidissima. Nevi e nevi. Pure tutti mossero al convegno solenne; tanta era la sete di uno stabile riordinamento. L'arcivescovo di Milano, Filippo Visconti, colui che aveva incensato l'eretico Suvaroff nel Duomo, rispose, benchè ottuagenario, anch'egli alla chiamata. Giunse a metà dicembre a Lione; ma il povero vecchio soccombette ai disagi del viaggio, al rigore dei geli, alla grave età, alle vive emozioni. E, a Lione, morì un altro deputato, e dei migliori, l'accennato Raffaele Arauco, poeta ed ex-ministro della Cisalpina.
I _Comizi di Lione_ (così li chiamarono), furono preseduti dallo stesso altero Napoleone; e non fecero che approvare, quasi senza discussione, lo statuto che il Bonaparte aveva bell'e preparato e portato con sè.
Un presidente elettivo, decennale, a cui spetta la nomina dei ministri; tre Collegi elettorali, composti uno di possidenti, il secondo di dotti, il terzo di commercianti; una Consulta di Stato di otto cittadini, che eleggono il presidente, vigilano all'ordine interno e curano le relazioni diplomatiche; una Commissione di Censura composta di 21 cittadini, nominati in egual proporzione dai Collegi elettorali, la quale deve eleggere i membri della Consulta, del Corpo legislativo e dei Tribunali supremi; un Corpo legislativo formato di 75 cittadini, cui spetta di fissare le proposte di legge; un Consiglio legislativo, composto almeno di dieci cittadini, il cui compito è quello di compilare le proposte di legge e sostenerne la difesa di fronte al Corpo legislativo; ecco qual era la nuova Costituzione. A presidente fu eletto dai Comizi, quasi unanimi, Napoleone. E, per volontà di questo, a vicepresidente Francesco Melzi «il Giusto».
Così la Repubblica si spogliò del nome screditato e restrittivo di Cisalpina, e assunse quello di _Repubblica Italiana_.
Era il 26 gennaio 1802.[52]
E ora un aneddoto, che dimostra l'abilità astuta e pieghevole, in certi casi, dell'uomo più dispotico e indomabile autoidolatra insieme, che sia comparso nella storia moderna.
Leopoldo Cicognara, già membro del Gran Consiglio della Cisalpina, ambasciatore della stessa a Torino, e deputato ai Comizi di Lione per Ferrara, aveva negato il proprio voto a Napoleone quale presidente della Repubblica. Napoleone lo seppe e, nell'uscire dal Consesso, gli disse sorridendo: «Ah! Cicognara!... Vi ho nominato consigliere di Stato».
Più tardi, Napoleone gli dirà:
«Cicognara! Non badate ai consigli di vostra moglie, altrimenti cadrete nella mia disgrazia per sempre».
Noi conosciamo, e abbiamo già sentita la contessa Cicognara.
Dieci nazioni (come Napoleone chiamava le regioni italiane....) formavano la Repubblica italiana: milanesi, mantovani, bolognesi, novaresi, valtellinesi, romagnoli, bergamaschi, cremaschi, bresciani e veneziani; ma anche i suoi giorni erano contati; giorni, peraltro, pieni di febbrile lavoro civile.
Il Melzi, dopo quattro anni d'esilio, rivide il 7 febbraio la sua Milano, che lo accolse con onore. Alla sera, quando al teatro alla Scala s'affacciò a un palco fra i generali Pino e Murat (che, geloso di lui, gli minava sotto il terreno), una salva d'applausi lo accolse. Una clamorosa festa di ballo, gratuita (figurarsi quali coppie squisite!), seguì allo spettacolo.
Solenne l'inaugurazione della Repubblica italiana. Si svolse il 14 febbraio, con altosonanti versi del Monti, che si leggevano sotto improvvisati e simbolici bassorilievi. Napoleone vi era chiamato «gallico eroe».
Furono nominati i ministri. Giuseppe Prina, novarese, forte finanziere, venne chiamato alle finanze per volontà dello stesso Napoleone, che lo aveva udito parlare saggiamente nei Comizi di Lione. Chi mai avrebbe profetato all'infelice che, dodici anni dopo, sulle vie di Milano....!?
Il Melzi si circondò d'uomini valenti e retti. Sfollò gli uffici pubblici da orde d'impiegati accolti per favori, non per merito, e premiò il merito. Il ladro Sommariva, rovesciato, tentava, sorretto dal Murat e da una signora Fossati, con arti subdole, di rovesciare il Melzi, che nel _Moniteur_ svelò alla fine le sue ribalderie nella pubblica amministrazione, e lo bollò per sempre con marchio di fuoco.
Quella signora Fossati, una intrigante sullo stampo della famigerata moglie del famigerato avvocato Traversi, teneva conciliaboli contro il «sistema francese». Napoleone lo seppe, e accusò i ministri di trascurare il loro dovere, perchè non sopprimevano quei convegni, e trascese in oltraggiosi dubbi sulle sorti della Repubblica. Ma era facile capire che quelle sfuriate non si risolvevano che in un astuto pretesto, per preparare la distruzione della Repubblica, pur fresca creatura sua, e aprirsi la via al trono, come fu.
Intanto, l'ordine a poco a poco fu ristabilito. La religione, il culto e i suoi ministri riebbero il pubblico rispetto. Rialzàti in onore gli studi e gli studiosi; fondate nuove istituzioni civili; abolito il calendario repubblicano francese, che imbrogliava cominciando col 22 settembre, e faceva ridere i buoni ambrosiani con quel _brumaio, nevoso, piovoso_.... anche quando risplendeva il più bel sole d'Italia.