Carlo Porta e la sua Milano

Part 10

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Leggendo le poesie del Porta, che mostrano nell'autore perfetta conoscenza non solo degli ordinamenti e delle condizioni della diocesi, ma anche del frasario ecclesiastico, della nomenclatura minuziosa di oggetti appartenenti a chiese, vien voglia di domandare: Dove diavolo andò a pescare tutta questa roba?

Ma la meraviglia cessa apprendendo che l'autore di tante poesie anti-pretine era anche amministratore di chiese! Dal _Milano Sacro_ del 1814 si rileva che Carlo Porta amministrava la chiesa di Santa Prassede; si legge il suo nome anche fra quelli degli amministratori di Santa Maria della Pietà, detta la Guastalla.

E assisteva alle prediche dei così detti sacri oratori.

Carlo Porta racconta, in una delle sue lettere al Grossi, come rimanesse stomacato della ciurmeria d'un frate predicatore che, in Duomo, implorando la solita elemosina, disse ai devoti: «Ve la domando straordinariamente abbondante, trattandosi che la è destinata a beneficio d'una povera madre che per colmo di sua disgrazia ha veduto perire su di un patibolo l'unico suo figliuolo». E intendeva, il frate, parlare della Vergine.

Ma non era più goffo ancora il frate zoccolante che, all'ingresso di Massena a Milano, si sbracciava a gettare per ogni dove coccarde francesi?

XII.

_Attraverso le gaie novelle monacali e pretesche di Carlo Porta. — Leggende medievali diventate meneghine. — Carlo Porta e il poeta americano Longfellow. — Descrizione della natura. — La salace avventura di un chierichetto. — Le veglie mascherate. — Nascita di Meneghino nell'arte. — Il Meneghino del Maggi e il Meneghino del Porta. — Interno d'un ricovero di monache soppresse. — Storia scandalosa d'un governatore pontificio. — Chi era? — Ce lo dice una nota del Porta nella Biblioteca nazionale di Parigi. — Le sfuriate morali di Meneghino. — Meneghino in una tragi-commedia. — Sacrificarsi è per lui un bisogno del cuore. — Lo _Sganzerlone_ del Balestrieri._

Una novella del Porta, _Ona Vision_, ci conduce fra dame bigotte, nella loro vita intima, circondata da preti.

Un dopo pranzo, certo reverendo fra Pasquale, pieno di cibo, si addormenta al tepore del camino, e sogna; sogna mentre le dame, che si onorano di ospitarlo quale confidente del cielo, gli stanno d'intorno pregando a bassa voce, affine di non turbargli il santo chilo. Sono rigidissime dame, cattoliche, apostoliche, romane; socie della Pia Unione fondata nel 1802 dai padri De Vecchi.

La Pia Unione confortava con le buone parole, coi dolci, coi biscottini, i malati all'ospedale, e, più tardi, fondava scuole gratuite, pei due sessi, e serali e domenicali; oratorii per le ricreazioni festive, ricoveri per le pericolanti, le pericolate, le ravvedute, e soccorsi a domicilio. Era assai benemerita. Ma amava i liberali come il fumo negli occhi e si perdeva in puerilità, onde le baie degli sfaccendati burloni e miscredenti. Le dame di _Ona Vision_ giuravano sulle parole dei padri De Vecchi; li nominavano ad ogni momento; seguivano i loro amori, le loro antipatie. Se badiamo al Porta, si scandalizzavano persino al solo nome del Metastasio, il galante abate, le cui strofette si canticchiavano volentieri ancora dalle belle mondane davanti agli specchi nelle ore degli abbigliamenti. È ameno il sogno che fra Pasquale racconta con gli occhi torbidi, imbambolati dal sonno, col cervello confuso dai fumi del pranzo; amene le loro inquietudini per le cose madornali, per le robaccie addirittura che quell'imbecille, ancora intontito, si lascia uscire di bocca; è amenissima la difesa che don Diego teologo, per ispirito di colleganza, sente il preciso dovere di prendere del momentaneo traviato. Le sottili distinzioni, che da sofista consumato don Diego mette fuori, salvano a fra Pasquale il beneficio pericolante della mensa quotidiana presso le dame. Le quali, nonostante la loro posizione sociale, parlano spropositando, come donna Fabia, come la marchesa Travasa.

_Ona Vision_ è notevole sopra tutto per questo: dimostra quanto i preti spadroneggiassero nelle case delle dame spigolistre, mentre presso una marchesa Paola Travasa erano trattati come servi. Quelle dame e questa appartengono alla medesima casta aristocratica; ma le loro tendenze sono diverse, diversi i loro umori. Le une lavorano ostinate per il trionfo assoluto della Chiesa e de' principii del passato; sentono quindi il bisogno d'essere aiutate e guidate dagli uomini della Chiesa; l'altra si appaga delle sue borie spagnolesche, della sua etichetta, della sua Lilla; ha solo bisogno d'essere ossequiata; sostiene l'altare, ma per tradizione di razza, non già per religione, chè ne ha ben poca se umilia al grado di lacchè il sacerdote, e se, pur invocandolo, pospone l'«Altissimo» a sè stessa. Le seguaci de' padri De Vecchi obbediscono; le marchese Travase comandano. Il prete, presso queste, è un uomo del seguito; presso quelle, è ciecamente considerato come un araldo celeste, ed egli allegramente ne abusa.

Ad _Ona Vision_, così pervasa da ironia, si collega un'altra satira, ancor più rilevante: _Meneghin birœu di ex monegh_. Ma, prima di parlarne, tocchiamo di quattro altre saporite novelle: _Fraa Zenever, Fraa Diodatt, El viagg de fraa Condutt_, e _I sett desgrazi_.

_Fraa Zenever_: «Questa novella (lasciava scritto il Porta) è tratta dal libro intitolato: _Le meraviglie di Dio ne' suoi Santi_, opera del R. P. Gregorio Rossignoli, della Compagnia di Gesù. Vedine l'edizione milanese fattane dal Malatesta nell'anno 1708, parte II, meraviglia XXII, pag. 245». Il Porta derideva quel gesuita Carlo Gregorio Rossignoli, popolarissimo, le cui panzane si ripetevano dai padri «ai figli intenti».

Il Rossignoli predicava nella chiesa di San Fedele, attirando tanta folla quanta più tardi il bello ed eloquente bassanese Giuseppe Barbieri. Le sue prediche duravano appena venti minuti, e consistevano in novellette di miracoli a' quali nessuno credeva, tanto erano grottesche, ma alla cui esposizione tutti si divertivano. Emulo del Rossignoli era il padre Ambrogio Cattaneo; e superiore d'assai, a questi due, per eloquenza, fu il padre Quirico Rossi, gesuita, veneto di Lonigo.

Il Rossignoli è autore del libro _Le meraviglie della natura_, dove, col suo stile grossolano, narra, fra tante altre, della «antipatia dei cavoli, delle canne colle felci», di frutti che si «convertono in uccelli e in pesci». Cose dell'altro mondo, insomma. Compose pei devoti le _Meraviglie della Vergine_, le _Meraviglie del Purgatorio_, e non so quante altre meraviglie. Non vedeva che meraviglie. Per lungo tempo, continuò a meditare sugli argomenti preferiti, come sugli adulatori «simili al polpo», sulle «aringhe che per un'offesa ricevuta abbandonano un tratto di mare», ecc. Ma pazienza le sue fiabe fossero originali: sono brutte copie. La storia di _Fraa Zenever_, il Porta poteva pigliarla addirittura dai _Fioretti di San Francesco_, dove si narra appunto «come frate Ginepro tagliò il piede ad un porco, solo per darlo a un infermo». È la stessa novelletta; e chi volesse confrontare la prosa ingenua del trecentista colla poesia del satirico ambrosiano penserebbe a due epoche d'illusioni e d'errori diverse. _Fraa Zenever_ significa Fra Ginepro, un frate che sa benissimo uscire dai gineprai.

_Fraa Diodatt_ è una nota leggenda. Carlo Porta cita il Pratofiorito, da cui disse aver preso il tema. Ma ben prima che frate Ugone _de Prato Florido_, come si legge ne' suoi _Sermones dominicales_ (Parigi, 1541), narrasse l'estasi centenaria del frate rapito in Dio, ripetevasi, con alcune modificazioni, la stessa leggenda, che è una delle tante medievali. Nei _Fioretti di San Francesco_ si racconta già «d'uno rapimento che venne a frate Bernardo onde gli istette dalla mattina infino a nona ch'egli non si sentì». E si aggiunge: «A questo tesoro celestiale agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato colla mente che per quindici anni continui sempre andò colla mente e colla faccia elevata in cielo; e in quel tempo mai si tolse fame alla mensa», ecc.

Tra i moderni che s'impadronirono della leggenda del monaco, il quale partito dal convento vi ritorna dopo cento anni e non vi è riconosciuto, brillano Carlo Porta ed Enrico Longfellow. Nel Porta, la celia volteriana; nel Longfellow, la sentimentalità. Il _Fraa Diodatt_ dell'uno e il _Fra Felice_ dell'altro si rassomigliano come un'aria buffa del Rossini e una melodia del Bellini. _Fraa Diodatt_ è fratello di _Fraa Zenever_, benchè questi rimanga in terra e quegli voli al cielo: lo stesso ambiente, lo stesso spirito demolitore, la stessa amenità.

La terza novella, _El viagg de fraa Condutt_, ci esilara di più. Si tratta d'uno di quei frati che, sfratati per decreto napoleonico, indossavano l'abito da prete, e venivano chiamati, al pari di tanti loro compagni fuori di Milano, per celebrare qualche messa o per figurare in qualche processione di qualche sagra di villaggio.

Anche _Fraa Condutt_, travestito da prete, come la Chiesa permetteva, esercita quel mestiere randagio. Il Porta lo dipinge orrido, sudicio, vestito al pari dell'ultimo pezzente, e preso da

quella gran golascia Del dinar, che el le rod e el le sassina.

Sin dal tempo delle innovazioni anticlericali di Giuseppe II, si stampavano a Milano opuscoli virulenti contro i frati. Tra le pubblicazioni curiose del genere, v'ha: _«Leggi la storia naturale novissima del fratismo.... del P. Ignazio Lojola frusta cocolle»_, ecc. _«Nell'Austria; a spese degli sfratati l'anno del lume 1786»_. Vi si legge fra altro: «Il frate: una bestia in forma d'uomo provveduta d'un cappuccio, urlante di notte, sempre assetata».

Per oltraggio, Carlo Porta chiama _Fraa Condutt_ il suo lurido eroe, perchè riceve tutto.... come una gola d'acquaio. Il Porta pone a Bovisa, villaggio presso Milano, la scena delle buffe contrarietà che deve subire. La breve descrizione d'una mattina fresca e limpida pareggia uno dei tocchi più magistrali dell'Ariosto:

L'eva on'ora o pocch pu de la mattina, E 'l ciel luster e bell come on cristall: Tirava on'aria sana remondina....[46]

Il Porta, da vero poeta, sentiva vivamente le bellezze della Natura e le rendeva con esattezza netta, evidente; ma soltanto di volo. Per descrivere la serenità del cielo lombardo, _ch'è così bello quand'è bello_, come dice il Manzoni, egli nella volteriana satira _On miracol_, mirabilmente dice:

L'aria l'è lustra che la par de râs.

La quarta novella è più breve; s'intitola I sett desgrazi, ci porta in carnevale, ed è salace. Si tratta d'un chierichetto miseruzzo del Seminario, il quale si traveste da tacchino e va a teatro, al veglione. Ma il demonio, nemico nato e giurato di tutti i cristiani, specialmente di quelli che hanno sulla testa _quell'O pelaa_, lo tenta. Passa una procace mascherina, e il chierichetto, vinto da _forza irresistibile_, la tocca: la tocca là ove non dovrebbe essere toccata. Le guardie lo scoprono, l'arrestano, lo conducono in gattabuia. E basta quella fuggevole audacia carnevalesca per vedersi bell'e rovinata la carriera, povero chierichetto! Ma chi non lo assolverebbe? Lo giustifica, non lo assolve la musa del poeta implacabile nel pubblicare ai quattro venti gli scappucci dei tonsurati. La scappatella del povero seminarista ci ricorda una serie d'ottave vernacole inedite, attribuite a Carlo Porta, conservate, fra altre poesie oscene manoscritte, nell'Archivio di Stato di Milano, e s'intitolano: _I donn de Milan ricorren al sur Maresciall Bellegard contra el decret miss fœura al Teatrin della Canobbiana che no se possa palpignà i c...._ Questo scherzo basta col solo titolo a darci un'idea della serafica compostezza di quelle veglie. Le licenze di simili veglioni teatrali erano flagellate da un curioso almanacco, che porta per titolo: _Le galanti scarselle della cortigiana Frine_. È roba d'un anonimo, nemico giurato della moda: e fa parte della raccolta dell'Ambrosiana.

Ed ora largo, o monache e religiosi poco religiosi: largo a Meneghino che irrompe fra voi con la voce del popolo giudice.

Carlo Maria Maggi, già nostra conoscenza, è colui che il Redi chiamava

Lo splendor di Milano, il savio Maggi,

e al quale dobbiamo il saporito principio d'una vera letteratura popolare milanese, in pieno dominio spagnuolo tirannico, cupo, tutto gelido sussiego. Eppure il Maggi era segretario del solenne Senato e illustre professore di eloquenza greca e latina; il che contrastava con quel suo spirito famigliare, vivace, precursore dei nuovi tempi. Carlo Maria Maggi fu il creatore di Meneghino. Ne fece un figlio sviscerato di Milano sua, come si può vederlo nel bell'addio a Milano nelle commedie _Il barone di Birbanza_ che fa pensare al Mercadet del Balzac. Il Maggi eternò Meneghino in tutte le quattro commedie che gli dobbiamo: _I consigli di Meneghin, Il barone di Birbanza, Il manco male_ e _Il falso filosofo_. E di Meneghino egli fa sempre un servitore.

Però Carlo Porta, nel _Meneghin birœu di ex monegh_ (eccoci arrivati), lo rinnova: gli affida una parte ardita: quella di flagellatore dei costumi del suo tempo, nientemeno!

Anche in quella poesia, il Porta fa indossare, è vero, a Meneghino l'antica livrea del servitore. Egli non serve più i potenti in soglio: serve quattro monacone soppresse dall'inesorabile decreto napoleonico; monache, che vivono insieme, in una famiglia, raccolte da un baciapile in una sua casa; e là convengono ex frati, preti, teologhi, confessori. Esse pagano il fitto sì, ma.... _a furia di rosari_.

Potrebbero vivere contente, quelle quattro monacone; poichè due converse le servono senza salario; poichè, fra altri vantaggi, e comodi, riscuotono le brave rendite dei loro possessi; poichè infine ricevono (quando la ricevono) la pensione governativa. In seguito alla soppressione dei conventi fatta da Napoleone, ai religiosi di ambo i sessi era fissata infatti una pensione di cinquanta lire milanesi circa: ma la si lasciava sempre arretrata di mesi e mesi, non ostante i reclami; lamenti al deserto. Non pochi monaci e monache, vecchi e acciaccosi, senza sostegni languivano in miseria. Ma le quattro monacone, ricche del proprio, potevano vivere mille volte meglio _ch'el Papa a Romma_; invece, ecco, esse si crucciano, si macerano per questo, per quello. Ora, s'inquietano perchè nel sabato grasso, si balla oltre la mezzanotte, quand'è cominciata la quaresima; ora si stizziscono per le donne che vanno a passeggio, col collo e le braccia e il seno nudo (se vedessero un po' oggi!...), o con le vesti, secondo la moda, aderenti alle anche e ad altre curve; ora s'inquietano perchè a monsignor Cerina (costui era un frate francescano fatto vescovo da Napoleone) fu tolto l'ufficio d'amministrare la cresima; e si arrabbiano perchè si permettono spettacoli teatrali in Quaresima, e perchè a Monza (questa è graziosa) vogliono nominare arciprete un nano, per il quale bisognerà accorciare tutte le pianete (si trattava d'un prete Bussola piccolissimo) e via via.[47]

La vita pettegola, astiosa del convento rivive in quel ricovero sussidiario. Ma la scena piega verso la satira, allorchè da una lettera strabiliante venuta da Roma, si apprende la storia scandalosa d'un Governatore pontificio, del quale la satira del Porta non fa il nome. Chi era?

Fra i manoscritti del Porta, che nella vasta collezione delle carte italiane, trovai alla Biblioteca Nazionale di Parigi, lessi questa risposta autografa del poeta stesso:

«Il nipote del cardinale Pacca, giovane prelato, che rappresentava il governo papale nella commissione diplomatica di Milano; poi governatore di Roma; fuggito in America per debiti, con manomissione del denaro pontificio». Nella sua satira, Carlo Porta lo fa fuggire fra i Turchi; lo fa diventar turco.

Gli ex frati e preti, tutti quanti raccolti presso le quattro ex monache, vogliono cercare l'arcana ragione del criminoso procedere dell'illustre prelato governatore. Ed ecco un ex domenicano, don Samuele, vi vede la mano di Dio che punisce la stessa sua Chiesa, perchè ha abolita la Santa Inquisizione (con relativa tortura, s'intende):

El giurava che l'eva per reson D'avè abolii la Santa Inquisizion!

Chi fra que' preti ed ex frati afferma che simili scandali sono conseguenza dei peccati che si commettono; altri pensano che la vera causa risieda nelle candele _magre_, sottili sottili, offerte ai sacerdoti nei battesimi e nei funerali. Ma un pretaccione si alza e, guardando di tanto in tanto fisso Meneghino, spiffera tutta una filippica sulla cagion vera degli scandali; e la cagione (egli dice, o meglio tuona) sono gli operai, col loro biasimevole contegno: i beoni, gli oziosi, i mariti imbecilli che lasciano ogni libertà e licenza alle mogli, e via via.... Una requisitoria in piena regola sui mancamenti, sui vizi del popolo. E il terribile censore finisce col vibrare un'occhiataccia a Meneghino, che pare voglia avvelenarlo. Ma Meneghino gli risponde fierissimo per le rime, enumerando tutti i vili mercimoni dei preti; fra altri i prezzi pei rintocchi delle campane che suonano l'agonia dei morenti.

I rintocchi di campane per accompagnare un agonizzante all'altro mondo valevano, infatti, tanti soldi per ciascuno. Non tutte le chiese potevano però sonare le agonie. Nello almanacco _Milano sacro_ erano segnate quelle che godevano del lugubre e lucroso privilegio.

Peccato che Meneghino, in un'altra poesia del Porta, faccia sì deplorevole figura! Nel _Brindes de Meneghin a l'ostaria_ egli inneggia, col bicchiere in mano, all'imperatore d'Austria, Francesco I, il nuovo padrone dispotico di Milano, gridando a squarciagola:

Viva semper Franzesch nost patron!

E arriva a chiamarlo:

Quel patron caregh râs de vertù (_colmo di virtù_).

Ma egli è all'osteria, si badi. Dev'essere brillo per lo meno, con tutti quei vini che ingolla. Manco male che egli, sopra tutti i vini stranieri, esalta, con patriotico slancio, i vini nostrani; nel suo indiavolato ditirambo, che per vivezza pittoresca di frasi e impeto e furor bacchico e loquacità allegra, propria dei beoni di buon cuore, si lascia indietro lo stesso modello classico, _Bacco in Toscana_ del Redi, e, più ancora, _El vin friularo_, ditirambo del poeta veneto Pastò, probabilmente letto dal Porta durante il suo soggiorno a Venezia; quel Lodovico Pastò, al quale si deve una piccante satira di depravati costumi femminili: _Le smanie de Ninetta in morte de Lesbin_; la quale, per il soggetto canino (_Lesbin_ è un cagnetto....) si può mettere accosto alle tenerezze della marchesa Travasa per la famosa Lilla. Ma il Porta non discende sino alla malizia del Pastò.[48]

Meneghino, che Cesare Cantù riconosce sotto le vesti del povero operaio, goffo, spavaldo, ben bastonato _Bongee_, comparisce nel _birœu di ex monegh_, ardito, vivacissimo polemista. Non le piglia più, le dà. Sono botte morali, poichè sono ancora lontane le Cinque Giornate. Egli è ancora servitore, semplice servitore, come una volta; ma in mezzo alle monache cui serve, in mezzo ai preti, alza la testa, la fa da padrone; di più, è quasi rivoluzionario. In un conciliabolo di religiosi che rappresentano il passato, egli rappresenta i nuovi tempi.

_Birœu_ non significa altro che servitore; peggio, servitoraccio. E _birœu de la festa_ era il nome che si appioppava a que' servitori che certe signore di poco conto o dame gonfie di fumo prendevano a pagamento solo la domenica (onde _Domenichino, Meneghino, Meneghin_) per condurselo dietro e comparire da qualche cosa.

La voce _birœu_ in significato di _domenichino_ viene da ciò, che siccome il pirolo (_birœu_) tira su le corde del violino od altro strumento a corda, così quel servitore tirava su e sosteneva lo strascico della veste della padrona, quando questa scendeva pomposamente lo scalone del palazzo o passeggiava riverita, inchinata dai parrucconi suoi pari. Ed era comico il vederlo con tanto di livrea e di spadino e di tricorno succedere al goffo campagnuolo Baltramm de Gaggian: comico il sentirlo cicaleggiare coll'alta dama sua padrona, riportando a lei i pettegolezzi del popolo e al popolo quelli della società titolata, egli, come i trovatori del medioevo, intermediario e anello di congiunzione fra chi splende in alto e chi fatica oscuro al basso.

Ma un'altra volta ancora Carlo Porta fa parlare Meneghino: nella «comi-tragedia» _Giovanni Maria Visconti_, composta insieme con Tommaso Grossi. Gli muta il nome: lo chiama Biagio da Viggiuto.

Meneghino, cioè Biagio da Viggiuto, è «uomeno d'arme» di Lucchino del Maino, e gli è fedel servitore. Il suo massimo piacere è quello di giovare, sia pur menando le mani, al suo padrone. È pronto a tutto lui, oggi, come nel passato. Il suo padrone può confidargli ogni segreto, e non permette che egli ne dubiti.

E Lucchino del Maino (congiurato con due Trivulzi contro il crudele Giovanni Maria Visconti duca di Milano), dopo di avergli domandato perdono del dubbio, lo rassicura così: «Non sarà mai ch'io ti manchi di gratitudine; ma appunto perchè sono grandi i sacrifici ch'io ho finora da te ottenuti, non sapeva chiedertene uno nuovo, senza tentare in prima le presenti disposizioni dell'animo tuo».

E Biagio, nel suo rustico linguaggio, pronto (si confronti il modo di pensare dei domestici d'oggi):

«_Sacrifizi el ghe dis? Scior no. Quist hin paroll de lor sciori, e nun poveritt noj capissem. Nun femm i coss a la materiala, e no femm tante reson._»[49]

E ricorda ch'egli e i suoi nacquero in casa del Maino; ch'egli fu _tiraa su grand e gross, mantegnu, soccorruu_, e prorompe con impeto generoso:

«_E mi aveva di far nagott per lor? Sta vitta, sto sangu, sto fiaa che respiri, hin robba sova, e ne hoo de spendi per lu, de dovraj a on besogn?_»[50]

Così parla Meneghino al suo padrone. È una perfetta dedizione la sua. Sacrificarsi è un bisogno del suo cuore.

Ma della comi-tragedia, che si toglieva dal convenzionale, e degli altri personaggi, c'intratterremo meglio nel momento più opportuno.

Il carattere di Meneghino, attraverso le commedie e le poesie milanesi, non rimase sempre lo stesso: ogni autore volle aggiungergli qualche cosa di suo.

Domenico Balestrieri, del Settecento, inventò un personaggio, _Sganzerlone_, un sopracciò dal toscano spropositato, in contrasto con Meneghino, del quale affetta di non sopportare le trivialità. Ma Sganzerlone è un'ombra passata; Meneghino vive e vivrà, mercè il Maggi e il Porta.

XIII.

_Il capolavoro di Carlo Porta. — Dove la plebe andava a ballare. — Un povero storpio innamorato. — Esame del _Marchionn di gamb avert_. — Le donne del Goldoni e la _Tetton_ di Carlo Porta. — L'umorismo portiano. — Umoristi. — Carlo Porta grande stilista. — La _Ninetta del Verzee_. — Carlo Porta ed Emilio Zola. — Come nacque la _Ninetta_. — Giuseppe Bossi e il suo _Pepp perucchee_. — Giudizio del Porta su questa novella. — _Olter desgrazi de Giovannin Bongee._ — Postille del poeta._

Ma eccoci al massimo capolavoro del Porta: _Lament del Marchionn di gamb avert_ (Lamento di Melchiorre dalle gambe arcuate).