# Cardello

## Part 5

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--Dove l'hai trovato?--domandò questi, spalancando gli occhi dallo stupore.

--L'ho fatto io,--rispose timidamente Cardello.

--Come? Tu! Come?--

Di mano in mano che Cardello, preso animo, gli raccontava un po' confusamente quel che aveva operato, il Piemontese se lo divorava con gli occhi, ne approvava con la testa ogni parola, sollecitandolo, col gesto, di andare avanti, di andare avanti.... Quel che più gl'interessava di sapere era il mezzo con cui Cardello aveva ottenuto quello splendore di cristallizzazione....

--E hai preso.... Quale preparato hai preso?

--Un po' da una boccetta, un po' dall'altra... a casaccio....

--Da questa?

--Sì.

--E anche da quest'altra?

--Da quasi tutte.... Ho fatto male?

--No.... Ma ricòrdati bene.... In che dosi?

--Che ne so!... Da una più, da un'altra meno, come capitava, a occhio. Da quella boccettina là, soltanto un pizzico.

--Imbecille! Cretino! Ma prova a ricordarti! Ma sfòrzati!...--si spazientiva il Piemontese.--Fai un esperimento così delicato e, per precauzione, non prendi nota neppure delle dosi... dell'essenziale! Ed eri presente...--imbecille! cretino!...--quando io pesavo diligentemente i preparati e misuravo l'acqua col provino.... Non sapevi, va bene, quale preparato sciogliere prima, quale dopo; ma, pensando a quel che ne poteva nascere, dovevi capire.... Niente! Butta giù tutto come vien viene... e gli càpita la disgrazia.... Sì, è stata una disgrazia; perchè se tu capissi che miracolo hai prodotto--e nessuno saprà più riprodurlo--dalla rabbia ti sbatteresti la testa a un muro. Su, vediamo: tenta dunque di ricordarti....--

Ora lo prendeva con le buone, accorgendosi che sgridandolo a quel modo lo sbalordiva maggiormente.

--Su, tenta.... Non sarà difficile.... Ma non intendi che poter ottenere quello stagno sarebbe la nostra fortuna? E senza scomodarci, senza lavorare, vendendo soltanto la privativa del segreto.... In Francia, in Germania, in Inghilterra, in America farebbero a gara per strapparcelo di mano a furia di centinaia di mila lire!--

Cardello scoppiò in un gran pianto, quasi quelle centinaia di mila lire se le vedesse rubare proprio in quel momento da qualcuno invisibile, contro cui non era possibile resistenza alcuna. E singhiozzando balbettava:

--La mia disgrazia è stata di non essere andato a scuola! Se avessi saputo leggere bene, se mi avessero fatto studiare! Ci ho perduto gli occhi in quel suo libro, senza capirne niente. È colpa mia forse?... Chi poteva prevedere quel che è accaduto? Neppure lei, credo....

Il Piemontese smaniava, aggirandosi per la stanza, alzando i pugni al soffitto, fermandosi a contemplare il vasetto posato sul tavolino, e che pareva formicolasse di iridi, goffo di forma ma inarrivabilmente bello con quel verde pallidissimo su cui si ricamavano le venature di oro rosso cupo.... E tutto ciò era opera del caso!--E tornava a smaniare, ad alzare minacciosamente i pugni al soffitto, mentre il povero Cardello singhiozzava in un canto, senza osar di guardare il vasetto che avrebbe potuto essere la sua fortuna, se lui avesse saputo....

--Ritenteremo...--egli disse all'ultimo, per consolare il padrone.... Chi sa? Potrà darsi!...

* * *

Un'altra scena avveniva il giorno dopo quando il Piemontese volle restituirgli le cento lire.

--No! No! Le tenga. Comprerà altri medicamenti!

--Le hai guadagnate con tanti stenti e vorresti sciuparle così? Rimèttile nella cassa postale, non far lo sciocco!

--No! No!--insisteva Cardello.

--E del vasetto che farai?--soggiunse il Piemontese dopo che Cardello, vedendolo irritare, aveva ripreso il biglietto da cento lire.

--Ma il vasetto è suo.

--Via, sì, mio per metà. Lo manderò a Torino; ce lo pagheranno bene.... È un pezzo unico al mondo! Tu ancora non lo capisci.--

Dopo tutti quei dispiaceri, il pensare ch'egli, senza volerlo, senza sapere quel che facesse, era riuscito a produrre quel che il Piemontese chiamava un pezzo unico, lo riempiva d'orgoglio e di speranza. Il Signore, che lo aveva aiutato finora, avrebbe continuato ad aiutarlo. Ormai si credeva uomo maturo, a vent'anni, Non aveva frasche per la testa. Per lui si poteva dire che i divertimenti e gli svaghi non esistessero. Voleva essere un onesto operaio, guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte, e crearsi--se il Signore lo aiutava--una discreta posizioncina al sole. Poter arrivare a metter su un piccolo negozio era la sua più alta aspirazione. E se davvero il Piemontese si decideva a fondare la fabbrica di stoviglie stagnate.... Non era cattivo mestiere quello dello stovigliaio. Col tempo forse non gli sarebbe difficile avere una piccola fornace di suo, trovare un compagno che possedesse qualche capitale da impiegare.... Tanti e tanti avevano cominciato più modestamente di lui, ed ora erano ricchi negozianti, con palazzi e ville e giardini.

E si rivedeva ragazzo in casa della nonna, mal coperto dai laceri panni ricevuti per elemosina, ma attivo, allegro, pronto a qualunque servizio; e poi giovane di burattinaio.... Quello era stato il suo primo passo nella via della fortuna.... E i due anni passati con quel mezzo matto del decano Russo, ripensandovi, non gli sembravano poi tanto cattivi, non ostante il vestito nero e la tuba e l'ombrello di seta rosso!... Che fissazione il farsi portar dietro l'ombrello anche col bel tempo!... Un altro non si sarebbe mosso da quella casa, dove la principale occupazione era il mangiar bene.... Ma lui voleva lavorare e, soprattutto, essere un uomo libero, un buon operaio.... Era stato fortunato capitando col Piemontese. Quando si dice il destino! Era proprio vero: ognuno ha il suo destino!... Se don Carmelo non avesse ammazzato la povera donna Lia--la rivedeva come in quella notte, in una pozza di sangue, coi capelli sciolti e le mani increspate dalla convulsione della morte--egli errerebbe ancora di paese in paese, non sempre sicuro che l'Orso peloso guadagnasse da regalargli qualche paio di lire al mese e da dargli da mangiare ogni giorno; e forse, all'ultimo, si sarebbe trovato su una via, senz'arte nè parte....

Intanto quella galleria da scavare non permetteva al Piemontese nè a lui di riprendere gli esperimenti. Si procedeva lentamente, con gran cautela, e il Piemontese voleva sorvegliare i lavori d'impalcatura, mentre i muratori rizzavano il rivestimento dei lati e della vôlta con solidi massi, di mano in mano che si procedeva innanzi. Il Piemontese ripeteva spesso a Cardello:

--Voglio guadagnarmi le dieci mila lire di premio, consegnando i lavori con l'anticipazione di sei mesi. Serviranno per la fabbrica.--

E sentendola nominare, Cardello la vedeva coi forni rotondi, come li indicava il libro, con dieci, venti ruote in movimento e parecchie dozzine di operai intenti a foggiare vasi di ogni genere, ad asciuttarli al sole, e riporli gli uni su gli altri per essere cotti con trent'ore di fuoco, come indicava il libro. Lui si sarebbe riservato la immersione nello stagno, operazione delicatissima, come diceva il Piemontese, e che richiedeva abile lestezza di mano... E vedeva le stoviglie che partivano pei paesi attorno, e anche più lontano, accatastate sui carri, o incassate per le spedizioni con la ferrovia. Giacchè la sera, desinando, anche il Piemontese almanaccava quanto lui, e gli faceva su la tovaglia, col manico di una forchetta o di un cucchiaio, il disegno all'ingrosso della fabbrica che doveva occupare un vasto terreno... laggiù vicino al posto dei futuri canali, dov'erano le rovine di un vecchio convento, terreno che dal Governo egli avrebbe avuto quasi per niente. Cardello, passando di là nel recarsi a sorvegliare i lavori della galleria, lo accennava compiacentemente al padrone, e per poco non gli sembrava che già fosse cosa decisa, e che quei fittaiuoli che mietevano il rachitico fieno sotto gli ulivi, fossero degl'intrusi che commettevano una prepotenza occupando la proprietà altrui.

X.

SPERANZE E DOLORI.

Era stata una lieta mattinata. Due giorni avanti gli operai avevano buttato giù l'estremo mezzo metro di terra sbucando dal lato opposto della collina. E proprio da questa parte ora facevano ultimi lavori d'impalcatura.

Cardello avea badato al trasporto delle grosse travi e dei tavoloni, e aveva anche aiutato i manovali a piantare, a legare, a inchiodare, stimolandoli con l'esempio.

Poi il Piemontese e lui avevano percorso la galleria da un capo all'altro, contenti che non fosse accaduto nessun tristo incidente.

Più tardi, una famiglia di signori villeggianti là vicino avevano voluto visitarla. Le signore e le signorine procedevano paurose, fra strilli e risate.

Due bambini correvano, tornavano indietro, riprendevano a correre, felicissimi di trovarsi sotto terra.

Uscendo all'aria aperta dal lato opposto i bambini avrebbero voluto tornare addietro e rifare la strada, ma Cardello si era opposto; sarebbero stati d'impaccio agli operai che, dopo colazione, riprendevano il lavoro di sgombero e di muratura. E così quelli risalivano la collina assieme con Cardello, che dava spiegazione per contentare la curiosità delle signore ancora meravigliate di aver avuto il coraggio di attraversare la galleria....

Un rumore sordo, un urlo soffocato! Cardello si diè a correre all'impazzata in mezzo agli alberi di ulivi, divenuto tutt'a un tratto pallido come un cadavere, agitando le braccia disperatamente, gridando:--Oh Dio! oh Dio!--e chiamando a nome il padrone. Si era precipitato giù da un ciglioncino col pericolo di rompersi il collo, e neppure scorgeva il Piemontese e parecchi operai che urlavano e piangevano davanti la bocca della galleria e non osavano di entrare. Dovette premersi il cuore con una mano; se lo sentiva scoppiare!

Pochi momenti di esitanza; poi il Piemontese e lui s'inoltrarono cautamente con una lanterna accesa. Dal centro della galleria arrivavano gemiti e grida. Due operai mezzi sepolti dalla frana gemevano:--Aiuto! Aiuto!--

Cardello si era buttato carponi, smovendo il terriccio con le mani, e senza punto curarsi del pericolo, tirava fuori dall'ingombro i due sventurati che fortunatamente non erano neppure feriti.

E gli altri?... Come soccorrerli?

Tornavano indietro. Le signore e i bambini, impietriti dallo spavento erano rimasti, là tra gli ulivi, con un confuso terrore d'imminente pericolo che il terreno si sprofondasse sotto i loro piedi; e scoppiavano in grida e in pianti vedendo arrampicarsi affannosamente il Piemontese Cardello e parecchi altri operai che accorrevano a portar soccorso dall'altra bocca della galleria, con zappe e picconi... Anche da questa parte si erano potuti salvare altri due operai contusi, mezzi asfissiati dalla frana che li aveva coperti. Mancavano tre....

Il Piemontese afferrò Cardello per un braccio.

--Bada!....

La frana aveva fatto una smossa.

Ma Cardello, liberatosi con uno strappo dalla vigorosa stretta, si dava a buttar da lato con una pala il materiale cautamente, insistentemente, rimovendo pezzi di travatura frantumata, scavando anche qui con le mani per paura che la pala non ferisse qualcuno dei sepolti. Gli altri non potevano aiutarlo per la strettezza del posto. Nessuno fiatava; e nel sinistro silenzio si udiva il raspare di Cardello che, ora ginocchioni, ora carponi, continuava a lavorare.

Quando arrivarono sul luogo il Sindaco, il Pretore, i carabinieri, tre cadaveri erano stesi al sole neri, gonfi, quasi irriconoscibili. La gente che, alla notizia, portata in paese da un operaio, era accorsa precedendo il Sindaco, il Pretore e i carabinieri, si affollava attorno ai disgraziati, commiserandoli, chiedendo notizie agli scampati, a Cardello, al Piemontese, che guardava attorno come un ebete, pensando alle conseguenze di quella disgrazia!

E tra le grida strazianti dei parenti che piangevano i morti, Cardello si affannava a spiegare al Pretore:

--Erano state prese tutte le precauzioni possibili. L'impalcatura non poteva essere più solida; possono attestarlo gli stessi operai.

--Intanto abbiamo qui tre cadaveri!--rispondeva il Pretore, consultando con gli occhi il Sindaco e il brigadiere.

Faccia il suo dovere,--disse il Piemontese, avanzandosi verso il Pretore:--Io ho la coscienza tranquilla. L'inchiesta dimostrerà che non c'è stata trascuranza da parte mia. L'ingegnere provinciale la settimana scorsa--chiamo in testimonianza il signor Sindaco,--non ha trovato niente da ridire.

--È vero,--confermò il Sindaco.

--Intanto, per semplice formalità, non posso fare a meno di ordinare il suo arresto,--soggiunse il Pretore.

--Sono ai suoi ordini.

Cardello, vedendo condur via il padrone tra due carabinieri, si mise a corrergli dietro, voleva essere arrestato anche lui, assumere la sua parte di responsabilità. E piangeva, piangeva!

--Torna sul luogo; bada a tutto. Non darti pensiero di me. Ho la coscienza tranquilla.--

Cardello si sentiva accapponare la pelle pensando che pochi minuti prima, assieme con le signore e coi bambini, era passato sotto il punto dov'era avvenuta la frana! E ripeteva:

--Quando si dice il destino! È proprio vero: ognuno ha il suo destino!--

I due ingegneri provinciali e quello del Genio Civile furono maravigliati della intelligente cooperazione di Cardello nella inchiesta. Per ogni appunto egli aveva una risposta esplicativa, chiara, precisa, esauriente.

Dovettero convenire che tutte le precauzioni suggerite dall'arte, dall'esperienza erano state messe in opera, e che la disgrazia di quella frana non era umanamente prevedibile.

Cardello in quei terribili otto giorni avea perduto il sonno e l'appetito. La sera, tornando a casa, gli sembrava di trovarsi in un deserto, quasi le stanze si fossero ingrandite e fossero divenute stranamente paurose. Non sapeva darsi pace che il padrone stesse nella lurida buca del carcere in cui doveva soffrire immensamente, quantunque gli fosse stato concesso di farsi portare letto e biancheria di suo, e il desinare, pel quale Cardello sfoggiava tutta l'abilità culinaria appresa al servizio del Decano. E sembrò quasi impazzito la mattina in cui apprese che il Piemontese sarebbe stato rimesso in libertà per inesistenza di reato. Gli avea ornato la camera con fiori a mazzi e sciolti e sul cassettone, in mezzo ai fiori avea collocato il vasetto pezzo unico, non ancora spedito a Torino per esservi venduto, tentando così di ricordare al padrone la ripresa degli esperimenti. Chi sa? Forse il caso li avrebbe aiutati ad ottenere altri pezzi unici anche migliori di quello.

Dopo di essere scampato miracolosamente dal pericolo della frana, Cardello avea acquistato una gran fiducia nel suo destino. Gli pareva mill'anni di trovarsi a capo della fabbrica di stoviglie stagnate. E per ciò si era affannato a rimettere in ordine lo stanzone dov'era il piccolo forno in mezzo, e la legna in un angolo, e in un altro la creta da lui tenuta attentamente umida per averla subito pronta sotto mano. Quella pulizia, quell'ordine dovevano dar nell'occhio al Piemontese appena fosse entrato colà, e spronarlo, istigarlo.

Si era piantato davanti il portone del carcere in attesa dell'usciere o del brigadiere (non sapeva chi dei due) che doveva portare l'ordine di scarcerazione. E appena vide comparire il Piemontese, che gli parve sofferente e così dimagrito che le straordinarie orecchie sembravano più enormi di prima, Cardello gli si precipitò incontro a baciargli le mani ridendo convulsamente dalla gioia.... Se lo sarebbe tolto in collo e lo avrebbe portato così trionfalmente fino a casa, se quegli lo avesse permesso, e se, invece di lasciarsi baciare le mani, non lo avesse abbracciato e baciato su le due guance.

--Grazie di tutto quello che hai fatto! Sei un buon figliuolo! Su, su! Niente sciocchezze!--

Il Piemontese, ordinariamente serio e freddo, aveva la voce commossa, e non potè trattenersi dal ridere quando Cardello, non sapendo come meglio esprimere la sua grande gioia, buttò per aria il berretto, gridando inattesamente:--Viva Umberto I!... Viva il Re!

XI

ABNEGAZIONE

La galleria era terminata. Mentre al di là di essa veniva continuato lo scavo quasi a fior di terra per la conduttura, dal lato opposto, s'iniziavano i lavori di collocamento dei tubi di ghisa, di saldatura e copertura con piccole lastre di pietra. Il Piemontese e Cardello erano sul posto da mattina a sera; uno da questa parte, perchè la saldatura voleva farla da sè; e l'altro a sorvegliare lo scavo fino alla sorgente. Cardello avrebbe voluto essere un mago e far trovare allestita ogni cosa dalla sera al mattino per opera d'incanto.

Desinando, il Piemontese accennava qualche volta alla ripresa dei saggi di terracotta. Tra giorni sarebbero arrivati da Torino i nuovi preparati per lo stagno. Appena liberato dall'impresa della condotta dell'acqua, egli avrebbe iniziato col Demanio le trattative per l'acquisto del terreno dove dovea sorgere la fabbrica. Aveva in mente anche un progetto di società tra lui e i cinque o sei stovigliai del paese, che egli non voleva rovinare con una concorrenza contro cui non avrebbero potuto difendersi. Ma, al solito, costoro erano diffidenti; la novità li sbalordiva. Non capivano che uno potesse mettersi ad esercitare il loro mestiere senza aver fatto prima una larga pratica. Essi erano stovigliai da padre in figlio, e ascoltavano sorridendo d'incredulità quella che stimavano spampanata del Piemontese.

--Peggio per loro!--rispondeva Cardello.--Ma già sarà meglio far da noi soli. Bisognerà diventare sin da principio abili operai.--

Il Piemontese avea loro mostrato i primi saggi di stagnatura, per persuaderli con una prova di fatto; non gli avevano creduto.

Un giorno Cardello era stato avvicinato da un vecchio stovigliaio.

--Tu, che sei siciliano come me, dimmi la verità. Quei vasetti stagnati....

--Li abbiamo fatto noi. Belli, eh.? E non avete visto il pezzo unico?

--Che cosa è il pezzo unico?

--Un vasetto meraviglioso. A Torino ce lo pagheranno mille lire.

--Non spararle grosse! Te l'ha dato a intendere lui? E vuole dunque metter su una fabbrica di quartare?

--Si capisce, e di altro. Abbiamo già comprato il terreno.--

Non era vero; ma Cardello non dubitava affatto delle parole del suo padrone. Quando il Piemontese si metteva una cosa in testa!... Non aveva detto: "Inizierò le pratiche col Demanio"? Per Cardello significava: "Il terreno è comprato".

--E quei vasetti?--insisteva il vecchio non ancora persuaso.

--Ci ho messo le mani anche io.

--Sarà!... E le mille lire, le hai tu viste?

--Verranno.

--Aspèttale! Io sono vecchio,... Ma neppur tu che sei giovane vedrai questa famosa fabbrica! A che scopo poi? Si campa a stento noialtri, e fabbrichiamo cose di prima necessità, che costano pochi soldi. E lui, il Piemontese, vuole arricchirsi con lo stagno?... Dice che farà arricchire anche noi, e ci chiama in società! Lui è piemontese e furbo. Ha imbrogliato il Municipio per la condotta dell'acqua; ma noi, noi siamo assai più furbi di lui. Chi sa dove li ha comprati quei vasetti stagnati, e vuoi darci a intendere, come l'ha dato a intendere a te, che essi sono opera sua.

--Vi giuro...!

--Lascia andare! Mangi il suo pane; devi dire quel che vuole lui.

--Ebbene... Datemi un vasetto di terracotta fatto con le vostre mani. Ve lo restituirò stagnato come quelli che il Piemontese vi ha mostrato.

--Manderà a farselo stagnare al suo paese.

--Potrete assistere all'operazione; vedere coi vostri stessi occhi.

--Lascia andare! Mangi il suo pane, devi dire quel che vuol lui.

--Io sono bestia,--esclamò Cardello vedendo allontanare il vecchio:--ma a questo mondo c'è gente più bestia di me!--

Ogni metro di conduttura messo a posto era per Cardello un avvicinarsi alla realizzazione della fabbrica. Tra due mesi sette rubinetti della fonte, ora muti, avrebbero schizzato fuori ridenti getti di acqua, rumorosi, limpidi, da dissetare uomini e bestie, da alimentare il lavatoio là dietro, e anche per annaffiare gli ortaggi che potevano piantarsi nei terreni circostanti.

E, a pochi passi dalla fonte, sarebbe sorta la fabbrica delle stoviglie, a dispetto degli stovigliai che la discreditavano anticipatamente e avrebbero dovuto poi mordersi le mani per non aver voluto entrare a far parte della Società.

Una mattina, andando a sorvegliare i lavori, Cardello non aveva resistito al desiderio di dar un'occhiata al fondo. Le rovine del vecchio convento erano ridotte a pochi muri, e a mezz'arco crollante. Qua e là, pochi alberi di ulivi che crescevano stentati sul terreno infecondo. Il fittaiolo, vedendolo guardare attorno, gli si era avvicinato domandandogli che cosa cercasse.

--Niente. Questo fondo si vende?

--Ho l'affitto per nove anni.

--Non lo lascerete prima?

--Perchè dovrei lasciarlo? Pago una bazzecola.

--Ah!--fece Cardello, un po' deluso.

Chi vuole comprarlo?--domandò il contadino con aria di scoprir terreno.

--Nessuno. Dicevo così per dire. E poi giacchè è affittato per nove anni,--replicò Cardello misteriosamente:--Scusate il disturbo.

--Potremmo intenderci,--soggiunse il contadino, vedendo che colui se n'andava.

Cardello non si volse addietro, non rispose. L'aver messo il piede colà gli dava quasi il senso di una presa di possesso, non ostante i nove anni di fitto vantati da quel contadino. E lungo la strada sorrideva di sè stesso, per la sufficienza con cui aveva parlato, come se il compratore avesse dovuto esser lui, e i quattrini li tenesse in tasca o nella cassetta, o alla Banca!... Infine la fabbrica non sarebbe stata un po' cosa sua?

* * *

Il Piemontese si era affaticato troppo in quegli ultimi giorni. Dopo aver lavorato ginocchioni, curvo sui tubi da saldare, sotto la vampa del sole che scottava, con appena qualche ora di riposo all'ombra di un albero, la sera tornava a casa sfinito, e non aveva voglia neppur di desinare. Beveva due tre bicchieri di vino sopra un boccone di pane, e andava a letto. Si sarebbe buttato vestito su le materasse, se Cardello non lo avesse aiutato a spogliarsi.

Quella notte Cardello, che dormiva nel camerino accanto, sentendolo smaniare e voltarsi e rivoltarsi sul letto, stava per domandargli: "Ha bisogno di qualche cosa?" Pel gran calore dormivano con gli usci spalancati e con le due finestre della stanza vicina spalancate anch'esse per godere il refrigerio dell'aria notturna.

Aperti gli occhi, si accorse che il padrone aveva acceso il lume.

Saltò giù dal letto. Il Piemontese era già in piedi.

--Si sente male?

--Ho una grande arsura, mi sembra di aver la febbre.

--Perchè non mi ha chiamato? Non sarà niente; è il troppo sole che ha preso ieri....

--Volevo farmi una limonata.

--Si rimetta a letto; gliela faccio sùbito io. Avrebbe dovuto chiamarmi.--

Il Piemontese tracannò avidamente la limonata. Era acceso in viso, con la bocca arida, e non poteva star fermo sotto le lenzuola.

--Non si sventoli!--si raccomandava Cardello.

--Va' a letto; non mi occorre altro.

--Mi lasci star qui; tanto, non potrei più dormire.--

Cardello gli aveva detto: "Non sarà niente!" ma quella grande smania e il viso un po' sconvolto del padrone gli mettevano in cuore uno sgomento contro cui avrebbe voluto reagire.

Seduto a pie' del letto, con le mani su le ginocchia e gli occhi fissi intenti sul padrone che smaniava, Cardello si perdeva a fantasticare:

--E se si ammala ora, sul punto di terminare e consegnare il lavoro della condotta dell'acqua? Ci voleva proprio questa disgrazia!... Non si sventoli, per carità!--Gli passavano per la testa presentimenti ancora più tristi.

"Siamo nelle mani di Dio! Da un giorno all'altro!... No! No!... Gli faccio la iettatura, pensando queste brutte cose! Appena sarà giorno, correrò da un medico... Potrò lasciarlo solo!... Manderò qualcuno del vicinato."--Non si sventoli, fa peggio! Vuole un'altra limonata?

--Sì, sì! Vorrei anzi sentirmi scorrere in gola uno dei canali della fontana!... Senti come scrosciano? Tutti e quattro!... E buttarmi nella vasca!... Così!...--

Cardello dovè trattenerlo. La febbre lo faceva delirare.

--Beva!... Questa le farà bene!

--Grazie! Va' a letto.

--Non vede! È l'alba.

--Alziamoci dunque... Al lavoro!...

