# Cardello

## Part 4

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Or accadde che nello scavare la conduttura, gli operai incontrassero sotto i picconi e le zappe una gran lastra di pietra. Sollevàtala, fu scoperta una tomba con le ossa di uno scheletro mezze abbruciacchiate, due bei vasetti verniciati neri con figure in rosso, e tre vasetti e una lucerna rozzi, di terra cotta senza vernice.

--Fermi!--gridò Cardello:--Nessuno tocchi niente. E tu--soggiunse rivolto a un operaio:--va' a chiamare il padrone. Intanto scaviamo più in là.--

Quando l'impresario arrivava, era già in vista, a fior di terra, un'altra tomba.

Cardello tentava di sollevare da solo la lastra, con grande precauzione, perchè gli oggetti che forse vi si trovavano dentro, come nell'altra, non venissero danneggiati.

Visti i primi vasetti, l'impresario, con gli occhi sfavillanti di gioia, gridò agli operai che si erano affollati attorno a Cardello:

--Via tutti, al lavoro! Laggiù!--

Palpava i vasetti, li ripuliva col fazzoletto dal terriccio che vi si era appiccicato attorno, e diceva a Cardello:

--Su, pòrtali a casa, involtati in questo giornale, e torna sùbito. No, aspetta. Solleviamo questa lastra. Farai unico viaggio. La lastra resisteva, come avea resistito ai soli sforzi di Cardello.

--Sono del tempo dei Saraceni--diceva questi, intendendo di accennare all'epoca più remota ch'egli potesse concepire.--Bevevano poco costoro,--soggiunse:--se usavano questi fiaschetti col collo lungo.--

E rise.

Non rideva il Piemontese, a cui per la gioia della scoperta, erano diventati rossi infocati gli enormi orecchi.

--Scalza il terreno da quel lato, leggermente; io farò leva col palo da questo.--

All'urto del palo, la lastra si spezzava, affondandosi nella tomba e stritolando i vasetti che vi erano dentro.

Il Piemontese cominciò a bestemmiare nel suo dialetto; Cardello credeva così, non intendendo la sequela di countag! che gli scappavano di bocca, mentre egli rovistava tra il terriccio raccattando i pezzi, e tentando d'indovinare come avrebbero dovuto essere incollati. Il peso della lastra aveva spezzato i più fragili e i più belli: tre, di semplice e rozza terracotta, erano rimasti intatti.

--Ecco dei soldi,--esclamò Cardello, tirando fuori alcune monete di rame.

--Cerca bene; vi saranno altre monete.

E il Piemontese frugava intentamente anche lui, carponi, con la testa in giù quasi nel vuoto della tomba, buttando via le poche ossa che gli capitavano sotto mano, e ruzzolando per la china un teschio con tutti i denti, che fece dar uno sbalzo di paura a Cardello.

--E zitto, se ti domandano che cosa abbiamo trovato. Intanto porta via quei vasi!... Torna sùbito.

* * *

Da quel giorno in poi, il Piemontese andava laggiù, sin dalle prime ore del mattino, e teneva lontani gli operai, mentre egli e Cardello tastavano il terreno per scoprire altre tombe.

E la sera, desinando, il Piemontese non parlava di altro che dei vasi e delle statuette trovati nella giornata.

Le tombe erano in fila, una accanto all'altra, sul fianco della collina. Sembrava che Cardello avesse un fiuto speciale. Diceva:

--Io scaverei da questo lato.--

E infatti la nuova tomba veniva fuori proprio là dove egli aveva indicato.

Il Piemontese esaminava attentamente i cocci dei vasi rotti. Erano così delicati che non sembravano di terra cotta. E i vasetti intatti pesavano così poco!

--Eppure--egli diceva a Cardello: questa dev'essere la stessa creta che usano ora i vasai per le quartare, come le chiamate. Se io riuscissi a trovare il modo di manipolare la creta attuale, da ridurla duttile e leggera come questa di questi vasi... metterei su una fabbrica di stoviglie, e mi farei una fortuna. Arricchiresti anche tu.--

Sei tombe soltanto. Dopo parecchie settimane d'inutile lavoro, avevano smesso di scavare. Ma Cardello non era più tornato al suo ufficio di sorvegliante. L'impresario lo aveva incaricato di cercare un bravo cavatore di creta; e le stanze vuote e senza mobili della vasta casa erano già ingombre di mucchi di materiale; e pure la terrazza, dove la creta veniva messa ad asciugare al sole.

Cardello ora badava a sorvegliare due operai che la stritolavano, la stacciavano ridotta in polvere flnissima e la riportavano nello stanzone col pavimento di mattoni di valenza, pronta ad essere impastata, manipolata a lungo con l'aggiunta di un po' di sale per renderla porosa e leggera.

Il Piemontese andava, una o due volte il giorno, a dare un'occhiata ai lavori di scavo della conduttura, impartiva qualche direzione, qualche ordine, e tornava a casa a rinchiudersi con Cardello pei saggi d'impasto della creta.

Quel diavolo di Piemontese sapeva fare tante cose! Mentre Cardello, secondo le sue indicazioni, impastava mucchietti di creta, egli rizzava, secondo quel che leggeva in un libro pieno di disegni, un piccolo forno da cuocervi i vasetti e le tazze foggiate. Ne aveva foggiata qualcuna anche Cardello osservando bene come faceva il padrone.

Anzi, un giorno ch'era rimasto solo e i vasetti e le tazze allestiti erano messi ad asciugare al sole, Cardello avea tentato di foggiare un vasetto simile a quelli trovati negli scavi, col piede svelto, e il collo lungo e le scanalature nel ventre. Non era precisamente qualcosa di finito, ma per un primo tentativo, egli poteva esserne contento. Il Piemontese stette a guardarlo, gli diè un colpetto di pollice qua, un altro là, adoprando anche una stecca, lo raddrizzò perchè pendeva un po' da un lato, e disse a Cardello:

--Bravo! Ma per far meglio, ci vuole la ruota. Va' a chiamare un falegname.

Il Piemontese, quando gli veniva un'idea, un capriccio, non metteva tempo in mezzo per attuarlo. Questo modo di agire piaceva tanto a Cardello! Anche lui ora si sentiva preso da grande smania di fare. E non pensava ad altro che alla fabbrica di stoviglie, dove egli sarebbe stato il capo operaio, come gli diceva spesso il padrone.

La ruota era pronta.

--Ecco come si adopra. Si imposta un blocchetto di creta sul piano e col piede si dà il movimento. Le dita intanto stringono la massa l'allargano facendo il vuoto, tornano a stringerla, tirando su il collo, così, così, intingendo di tanto in tanto le dita nell'acqua.--

Quante diavolerie sapeva fare quel Piemontese! Cardello lo guardava a bocca aperta.

Qualcuno, incontrandolo per via, lo fermava domandandogli:

--Ma che cosa intrugliate, chiusi in casa tu e quel matto di Piemontese?

--Niente.

--È vero che praticate gli scongiuri per trovare un tesoro?

--Il tesoro lo abbiamo già trovato,--rispondeva Cardello, ridendo.

--E tu, hai tu avuto la tua parte?

--La mia parte, s'intende.

--Dunque sei ricco?

--E nessuno lo sa!... Lasciatemi andare.

--Qualche diavoleria fate certamente. I lavori della conduttura dell'acqua intanto non vanno avanti.

--Se la deve vedere lui col Municipio.

--Si dice anche che stampate monete false!

--Fosse vero! Arricchiremmo con niente.

--Bada, che quel matto non ti trascini in galera!--

Cardello riferiva questi discorsi al padrone.

--Faremo monete vere!--rispondeva il Piemontese:--Domani accenderemo il forno.--

Questa infornata dei vasetti e delle tazze eccitava l'immaginazione di Cardello. Ma ancora il Piemontese non era contento; ottenere della buona terracotta da gareggiare con quella dei vasetti antichi già gli sembrava poco. Bisognava trovare una vernice fina come quella di essi, uno stagno almeno da poter fare la concorrenza alle altre fabbriche di stoviglie stagnate. Per questo aveva ordinato quei medicamenti, come Cardello li chiamava, arrivati dal Piemonte in due cassette suggellate e che erano costate un occhio, secondo lui.

All'alba del giorno dopo, essi erano in piedi, attorno al forno che bruciava, dopo che i vasetti di creta già asciutti erano stati collocati nella parte superiore; e doveva bruciare fino a sera, senza che il fuoco si rallentasse un solo momento.

Quella era una prima prova per vedere a che punto di raffinatezza e di leggerezza fosse stata ridotta la creta seccata, polverizzata, stacciata, lavata e poi ridotta a pastoncini con tutte le cure possibili. A Cardello, alimentando il fuoco con le legna, sembrava di fare un'operazione straordinaria. Nella stanza si scoppiava dal caldo. Il Piemontese beveva e ribeveva per asciugare il sudore, diceva; e avrebbe voluto indurre anche Cardello a fare come lui. Ma Cardello aveva paura di ubbriacarsi, perchè il vino traditore una volta gliel'avea fatta, ed egli era stato male una settimana per effetto della solenne sbornia presa la sera di Natale, mesi addietro.

Dall'ansia e dalla commozione Cardello non sentiva sete nè fame. Assorbiti dall'operazione, essi non avevano pensato neppure a comprare un po' di pane... E il forno divampava, e la legna crepitava da ore e ore e doveva durare fino a sera!

--Basta!--disse finalmente il Piemontese.

Cardello si era immaginato che, cessato il fuoco, si sarebbe veduto sùbito il risultato della cottura. E rimase deluso, quando sentì dirsi:

--Bisognerà aspettare fino a domani, perchè il forno si freddi.

* * *

E durante la nottata, non riuscendo a chiuder occhio, arzigogolava:

--Ora, neppure don Carmelo, se uscisse di carcere, potrebbe indurmi a riprendere il mestiere di burattinaio. Sì, era divertente, dava belle sodisfazioni quando la gente applaudiva. Mi sentivo quasi preso da malìa, facendo muovere e parlare i pupi come tanti cristiani vivi.... Ma ora è un'altra cosa. Ho fatto bene ad andar via dal Decano. "Don Calogero, ve ne pentirete!". La profezia gli è fallita. E quando saprà che sarò arrivato a esser capo di una fabbrica di stoviglie, sotto la direzione del Piemontese, rimarrà con tanto di naso... Una fabbrica! Il Piemontese è capace di fare miracoli... Domani... Non veggo l'ora che aggiorni, per sfornare i vasetti... E poi, egli dice, li stagneremo... Chi sa come si dovrà fare? Impastare, credo, quei medicamenti e ungerne i vasi e rimetterli al forno... Bella quella rota! Gira, gira, gira e il vaso vien su, su, tra le mani. Demonio di un Piemontese! Le sa tutte, lui... Ha quattrini, e può cavarsi qualunque capriccio... Dicono che i quattrini non sono suoi; intanto il Municipio, glieli dà, o per conto di coloro che lo hanno mandato qui a dirigere lo scavo della conduttura, o per conto di lui stesso, non significa niente. Ma stando con lui, uno si sente uomo, e non sente il peso del lavoro... Si dimentica fin di mangiare e di bere, come nella giornata di ieri... Lui, no, ha bevuto ieri; e più beveva e più sudava... È di acciaio! Io mi farei ammazzare per lui. La fabbrica!... Capo operaio!... Allora vorrò tornare al paese e far vedere a tutti che cosa è divenuto Cardello! Peccato che la povera nonna sia morta! Mi voleva bene, poveretta! Ora avrei potuto aiutarla, renderle quel che aveva fatto per me quand'ero bambino. Sarebbe stata tanto contenta di vedermi cresciuto, ripulito, con un po' di quattrini da parte nel libretto postale... Non mi par vero! Quando si dice la sorte, il destino! Burattinaio, servitore--com'ero buffo, non posso neppur pensarci!--ed ora in procinto di essere stovigliaio. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo?... E i vasetti e le tazze saranno riusciti ben cotti?... Meno male! Cantano i galli.--

Saltò giù dal letto. Il Piemontese dormiva ancora; russava come un orso.

Egli andò di là piano piano; girò e rigirò attorno al forno con la tentazione di aprirlo prima che il padrone si svegliasse.

E un'ora dopo, mentre questi apriva la porticina superiore del forno, Cardello non respirava, intento. Il Piemontese era rimasto serio, impassibile osservando i vasetti da grigi divenuti rosei coperti da fine polvere che quegli cacciava via col soffio; ma Cardello saltava dalla gioia; e quando ebbe in mano uno dei vasetti, si diè a baciarlo e a ribaciarlo, come un portento, e aveva le lacrime agli occhi!

VIII.

IL CAPOLAVORO DI CARDELLO.

La creta, manipolata con tanta accuratezza, aveva dato terrecotte infinitamente superiori alle rozze stoviglie dei quartarai, ma da quelle alle terrecotte leggerissime dei vasetti antichi ci correva ancora molto.

Cardello fu incaricato di triturare in un gran mortaio di marmo una buona quantità della creta già ridotta in polvere fina e ben stacciata; forse bisognava renderla impalpabile per ottenere maggior densità d'impasto e nello stesso tempo maggior leggerezza.

Le due tazzine già cotte erano sottili quanto le tazze di porcellana; ma il piemontese ne aveva spezzata una per accertarsi della qualità dell'impasto e aveva buttato via i cocci con stizza. Cardello, a quell'atto, s'era sentito stringere il cuore. Non riuscivano dunque! E gli era parso di veder svanire tutt'a un tratto il suo bel sogno della fabbrica.

Il Piemontese però era ostinato come un mulo. Quando si metteva in testa una cosa, non pensava ad altro, fino a che non si persuadeva che era inutile ritentare.

La creta, ridotta in polvere impalpabile-- Cardello aveva le braccia indolonsite dal pestare e confricare due intere giornate!--era stata impastata aggiungendovi un po' di strutto per renderla grassa. E intanto che i vasetti e le tazze foggiate stavano esposte al sole nella terrazza, il Piemontese cavava fuori dalle cassette i medicamenti e li scioglieva con l'acqua, in due catinelle, dopo aver pesato accuratamente le dosi e misurata l'acqua col bicchiere graduato; tanti grammi di quella, tanti grammi di questa, col libro davanti per non sbagliare,

Cardello avrebbe voluto sapere che cosa erano quei medicamenti e come si chiamavano: ma il Piemontese, zitto zitto, faceva tutto da sè. Cardello doveva contentarsi di stare a guardarlo, e sgranava gli occhi seguendo quell'operazione misteriosa che doveva poi dare lo stagno ai vasetti e alle tazze.

Infatti, quando le misture furono pronte, quegli prendeva uno dei vasetti, lo immergeva in una delle catinelle, agitandolo, rivolgendolo da tutte le parti e, tiràtolo fuori, faceva colare il liquido in modo da poter formare uno strato uguale; poi, con un pennello, vi spruzzava su un po' del liquido dell'altra catinella e metteva il vasetto su una tavola perchè la mistura colasse ancora, e si eguagliasse meglio. Ripeteva la stessa operazione con altri due vasetti e con la tazza rimasta intatta, e insieme con Cardello portava delicatamente la tavola al sole, nella terrazza.

--Diventeranno lucidi, ora?--domandò Cardello.

--Bisognerà rimetterli nel forno. Lo accenderemo domani.--

Che sorpresa per Cardello quando, due giorni dopo, vide cavar fuori vasetti e tazza lucidi, con un bel verde scuro macchiettato qua e là di nero!

Ah! Quel Piemontese era un mago a dirittura!

Questa volta il padrone gongolava. Osservava sorridendo i vasetti, voltandoli e rivoltandoli, passandoseli da una mano all'altra, presentandoli all'ammirazione di Cardello, con dirgli:--Eh? Eh? Eh?--a cui Cardello rispondeva battendo le mani.

Solamente egli sentiva un po' di tristezza, pensando che il Piemontese avrebbe tenuto quel segreto per sè, e che lui non avrebbe mai saputo fare niente di simile. E guardava con un senso d'invidia quel libro che il padrone consultava a ogni po'. Doveva essere un libro di magia!

Una volta, nell'assenza di esso, Cardello avea provato di leggerlo, ma non ci aveva capito niente!... Si era però trascritto il frontispizio, per ogni caso; leggi e rileggi, doveva finire con intenderlo! La buona volontà non gli sarebbe mancata.

* * *

Ci furono parecchi giorni di sosta. Cardello avea dovuto tornar a sorvegliare gli operai. Il Piemontese, a corto di quattrini, passava intere giornate al Municipio per strappare un acconto al Sindaco, che giurava di non dare più un soldo se i lavori laggiù non venivano spinti innanzi con sollecitudine.

Oltre alla testardaggine, il Piemontese aveva anche, quando occorreva, una bella chiacchiera. Pregava, minacciava liti, si raccomandava, faceva veder le cose quattro e quattro fa otto, protestava che prima della fine dell'anno i lavori sarebbero compiuti. Voleva guadagnarsi il premio stipulato nel contratto, pel caso che la conduttura fosse allestita prima del termine fissato; non era così sciocco da lasciarsi sfuggire di mano quella bella sommetta di parecchie migliaia di lire. E tornando a casa, senza aver cavato un ragno da un buco, si sfogava con Cardello, mentre questi preparava il desinare, gli ripeteva la scenata avuta con quel somaro di Sindaco, quasi i quattrini, invece di questo avesse dovuto darglieli Cardello!...

Intanto non potevano fare altri esperimenti; questo era il gran guaio!

Gli mancavano parecchi ingredienti per lo stagno, e bisognava farli venire da Torino.

--Costano troppo?

--Un centinaio di lire. Non posso spendere per essi le paghe degli operai.--

--Cardello, stette zitto. E la mattina dopo, mentre il padrone si preparava in fretta e in furia per andare al Municipio ad assalire nuovamente qull'asino di Sindaco e indurlo ad accordargli l'acconto, e a firmare il mandato, Cardello, tutto confuso, si presentava al padrone, balbettando;

--Ecco le cento lire... se le accetta.

--Chi te le ha date?

--Sono mie... Risparmi che tenevo alla posta.

--Sei un buon figliuolo! Ti ringrazio.... No no! Va' a rimetterle dov'erano.

--Perchè mi dà questa mortificazione?--aveva risposto Cardello con voce piena di lacrime

--Le accetto, per pochi giorni--riprese il Piemontese commosso.--Sei un bravo figliuolo!... Il Sindaco dovrà darmi l'acconto, ora che arriva la prima spedizione dei tubi di ghisa; ho ricevuto l'avviso ieri sera.--

Appunto per quei tubi erano sorte difficoltà con la dogana.

Il Piemontese avea dovuto assentarsi, e siccome nella settimana si attendeva la visita di un ingegnere della Provincia per osservare lo stato dello scavo, e i lavori erano stati sospesi fino al ritorno dell'appaltatore e all'arrivo dell'ingegnere, Cardello rimasto solo in casa, con tutta quella creta, con la rota, col forno e coi medicamenti a sua disposizione riprese sùbito a foggiare vasetti, come meglio sapeva, e tazze, disfacendo e rifacendo quelli che gli sembravano mal riusciti, e mettendoli al sole perchè si seccassero presto. Voleva far vedere al Piemontese che egli, Cardello, non era uno stupido e che se, un giorno o l'altro, veniva messo a capo della fabbrica di stoviglie stagnate, quel posto se lo sarebbe meritato.

E mentre i vasetti e le tazze si seccavano al sole--neppure a farlo a posta, in quei giorni il sole si affacciava a intervalli dalle nuvole che ingombravano il cielo, nè tirava un soffio di vento che sarebbe servito ad asciugare la creta quasi quanto un'occhiata di sole!--Cardello preparava la legna per riscaldare il forno, e si aggirava per le stanze stringendo i pugni, alzando biecamente gli occhi al soffitto appena rifletteva che non avrebbe saputo come regolarsi per le dosi dei medicamenti. E poi le boccette erano parecchie; e nel momento che il Piemontese aveva fatto la mescolanza egli avea dovuto andare di là, non ricordava più per che cosa, forse allontanato a posta da quello per timore che lui potesse impadronirsi del segreto.... Il libro era là, su la scrivania, ma egli non ci capiva niente, per quanto leggesse e rileggesse.... Basta! Si sarebbe affidato alla sorte!

Intanto bisognava prima cuocere i vasetti e le tazze.

Intorno alla riuscita di questa operazione non aveva dubbi di sorta alcuna. In un vasetto soltanto era avvenuta un'incrinatura al collo, forse perchè non bene asciutto.... Ma questo era niente.

Il difficile veniva ora.

Gli tremavano le mani sturando la boccetta, versando un po' del contenuto nella catinella con l'acqua, facendo una mistura a casaccio, rimestandola, aggiungendovi un po' di medicamento dell'altra boccettina quando gli era parso che il liquido non fosse denso a bastanza.

--Chi sa che intruglio ho fatto!...--

E soltanto ora che non poteva rimediare, gli si affacciava alla mente la riflessione che forse aveva sciupato cosa costosa, e che il Piemontese, al ritorno, non gli avrebbe perdonato l'imprudenza commessa.

--Ormai, è fatta!--egli esclamò:--Si pagherà, se mai, con le cento lire.

Cominciò a collocare i vasetti già ben secchi nella parte superiore del forno, come aveva visto fare al padrone, e diè fuoco alla legna, alimentando continuamente la fiamma, col cuore che gli batteva forte dall'ansia, pregando a mani giunte:

--Madonna Santa, aiutatemi!--

Diciotto ore di fuoco, di continua commozione; e anche digiuno!

La sera si era buttato sul letto, sfinito, dopo aver mangiato soltanto due bocconi di pane con un po' di cacio, e bevuto un bicchierone d'acqua.

Avea dormito così profondamente che, svegliandosi, non si rammentava bene di quel che aveva fatto il giorno avanti; poi, in camicia e in mutande, scalzo, si era precipitato a corsa nella stanza del forno già freddato, e, quasi non respirando, con mani convulse, avea cavato fuori uno dei vasetti.

Rimase! Non credeva ai suoi occhi! Invece di verde scuro, macchiettato di nero, il vasetto era iridato, con riflessi di verde pallidissimo, con venature che, secondo la luce, apparivano di oro rosso cupo, cangianti. Fin l'incrinatura del collo era sparita sotto lo strato dello stagno!

L'altro vasetto e le due tazze, chi sa perchè?, erano riusciti meno belli; poche iridi, poche venature di oro rosso cangianti, e larghe chiazze di color cioccolata, e di grigio sporco. Cardello stette lunghe ore quasi in adorazione davanti al mirabile vasetto. Si figurava che il furbo Piemontese nel primo esperimento non avea voluto adoprare i medicamenti più costosi, contentandosi di ottenere quel colore verde scuro macchiettato di nero, tanto per persuadersi se sarebbe riuscito.

--Che dirà?--si domandava Cardello.

Ma la vista del vasetto lo consolava anticipatamente di tutte le sgridate, e anche dei possibili furori del Piemontese, che di ordinario era freddo, serio, ma, se montava in bestia, diventava proprio intrattabile.

Cardello si affrettò a far sparire ogni traccia delle operazioni fatte; buttò via la mistura dei medicamenti, ripose le boccette nella cassetta in modo che quegli non avesse potuto accorgersi sùbito che erano state adoprate; nascose i vasetti e le due tazze in un baule, e aspettando il ritorno del Piemontese si stringeva nelle spalle, ripetendo:

--Ormai!...--

E non poteva trattenersi dal soggiungere sorridendo di sodisfazione:

--Intanto il mio vasetto è assai più bello dei suoi!

IX.

INFORTUNIO DEL LAVORO

Il Piemontese, arrivato assieme con l'ingegnere provinciale, per due giorni aveva avuto ben altro pel capo che occuparsi dei suoi esperimenti di terracotte. Era di cattivo umore; Cardello che lo aveva accompagnato laggiù, sentendolo discutere violentemente con l'ingegnere avea temuto, in certi momenti, che non venissero alle mani, alla presenza del Sindaco e degli Assessori presenti anch'essi per la ispezione.

Poi tutto era andato bene. L'ingegnere partito, i lavori di scavo ripresi, Cardello per parecchi giorni avea dovuto tornare al suo posto di sorvegliante ora che si iniziava il traforo della collina; traforo di qualche centinaio di metri, che però richiedeva molta attenzione e molte precauzioni perchè non accadessero disgrazie.... E degli esperimenti di terracotta neppure una parola!

Cardello si sentiva rodere dalla smania di mostrare al Piemontese il bellissimo vasetto; ma quegli, preoccupato della natura del terreno della collina da traforare, la sera, desinando, parlava delle opere di travatura che occorrevano per prevenire una frana e, tra un boccone e l'altro, faceva calcoli, col lapis, sul libretto degli appunti e tentennava la testa, e borbottava contro l'ingegnere, contro il Sindaco.... E degli esperimenti di terracotta neppure una parola!

Era proprio un'angoscia per Cardello. Di tanto in tanto, si sentiva spinto a interrompere i ragionamenti e i calcoli del Piemontese e gridargli:--Ma che traforo! Ma che travatura!... Pensiamo a cose più serie.... Non le preme dunque di vedere il mio vasetto?--

Quasi quegli ne sapesse qualcosa!

Una mattina Cardello non ne potè più. Corse al baule dove il vasetto era nascosto, involtato in un giornale, e così com'era lo presentò al Piemontese senza neppur dirgli: "Guardi!"

