Cardello

Part 3

Chapter 3 3,831 words Public domain Markdown

Ma oramai egli aveva preso gusto a quella vita errabonda; e se avesse avuto quattrini, o se il Pretore, invece di sequestrare tutti i burattini di don Carmelo, li avesse lasciati in mano di lui, gli sarebbe bastato l'animo di continuare a fare il burattinaio per proprio conto. Sapeva a memoria molte parti e riusciva ad imitare così bene la voce dell'Orso peloso secondo i diversi personaggi, che col solo aiuto di un ragazzo per muovere un altro burattino, lo stesso aiuto che da principio egli aveva dato a don Carmelo, si sarebbe potuto guadagnare facilmente il pane.... Mah! Mah!

L'Orso peloso gli soleva ripetere, le rare volte che era di buon umore:

--Prima di morire, voglio far testamento e lasciare ogni cosa a te! Non ho parenti in questo mondo, e non posso portarmi i burattini nell'altro per far l'opera in Paradiso o nell'Inferno dove andrò. Intanto non ho intenzione di morire presto; sarò sempre in tempo pel testamento.

E Cardello, ogni sera, avanti di addormentarsi, aveva fantasticato a lungo intorno al caso che lo avrebbe reso padrone di quelle parecchie dozzine di pupi, e di tutti gli attrezzi del teatrino, augurando però al padrone lunga vita, anche perchè così avrebbe potuto strappargli interi i segreti del mestiere di burattinaio, di cui già era infatuato come del più bel mestiere di questa terra.

Invece, ora si trovava solo, in mezzo a una via, pieno di sgomento per l'avvenire. Quel po' di danaro sarebbe stato appena sufficiente a farlo vivacchiare una settimana. E poi?

Ancora gli sembrava un brutto sogno tutto quel che era accaduto; e una mattina, più scoraggiato che mai, si era seduto su gli scalini della chiesa del monastero di Santa Chiara, coi gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa tra le mani. Aveva il cuor grosso e gli occhi pieni di lacrime.

--Eh!... di': tu sei il ragazzo del burattinaio che ha ammazzata la moglie, è vero?--

Colui che gli rivolgeva questa domanda gli avea posato una mano su la spalla quasi per scuoterlo da quello stato di tristi riflessioni.

Cardello rizzò la testa e lo fissò impaurito.--Senti,--riprese quegli:--se tu volessi allogarti per servitore, faresti la tua fortuna.--

E senza dargli tempo di rispondere continuava:

--In casa del signor Decano Russo, che è anche cappellano di questo monastero. Vieni con me in sagrestia. Non potresti trovar di meglio, se hai voglia di mangiar tutti i giorni la santa grazia di Dio. Si mangia bene in casa del signor Decano; dolci a bizzeffe. Ti piacciono i dolci? E poco da fare: andargli dietro dalla casa alla chiesa quando va a recitare l'uffizio o ad assistere alla messa cantata; reggergli l'ombrello, quando piove; lustrargli le scarpe... e fargli da mangiare... Oh, se tu non sai, egli t'insegnerà. Ne sa più lui che un cuoco... Su, vieni in sagrestia; sta prendendo il caffè coi biscottini.--

Cardello esitava. Quel vecchietto col collare e la papalina non voleva farsi beffa di lui?--Sono il sagrestano,--soggiunse colui, vedendosi guardato con tanto d'occhi.--Spicciati, vieni.--

Il Decano era seduto su un seggiolone con piano e spalliera di cuoio, vicino alla grata che aveva una piccola ruota in un angolo. Sul tavolino, il vassoio con la tazza vuota, il bricco e un altro vassoio con un resto di biscotti indicavano che egli aveva finito allora allora la sua colazioncina.

Grasso, corto, bianco di capelli, con un bel faccione rotondo, mani piccole e ben fatte, e il grosso anello decanale di smeraldo a un dito della mano destra, il cappellano conversava con l'Abadessa, quando il sagrestano introdusse Cardello, che lo avea seguito riluttante e quasi trascinato pel braccio.

--Ecco, padre cappellano, il servitore che ci vuole per vossignoria.--

Il Decano squadrò Cardello da capo a piedi.

--È il ragazzo del burattinaio che ha ammazzato la moglie. Si trova disoccupato. Può provarlo una settimana, un mese. Mi hanno assicurato che è un buon ragazzo, svelto, intelligente; quel che ci vuole per vossignoria. E arriva proprio in tempo.

--Che cosa sai fare?--domandò il Decano con voce incoraggiante.

--Il burattinaio,--rispose Cardello.

--Va bene,--riprese il Decano sorridendo:--Ma in casa mia occorre di fare tutt'altro.

--Gliel'ho già spiegato quel che dovrebbe fare,--soggiunse il sagrestano.

--Sì, sì, figlio mio; lascia il brutto mestiere di burattinaio, che fa commettere tanti peccati alla gente. Il signor Cappellano ti tratterà bene, da buon sacerdote.--

Si udiva una dolce voce femminile dietro la grata, voce di donna matura, ma con qualcosa di così fresco e di gentile, di materno, che Cardello si era sentito rimescolare tutto, quasi da quell'oscurità gli avesse parlato la misera donna Lia; giacchè la voce dell'Abadessa somigliava molto quella dell'assassinata, che gli avea davvero voluto bene come a un figlio.

--Che ne dici?--riprese il Decano:--Puoi entrare in servizio fin da questo momento. Il mio vecchio servo è morto ieri l'altro. È stato con me diciotto anni.

--Se mi vuole...--balbettò Cardello.

--Ma bisognerà farsi togliere cotesti capellacci da oprante.

--E il signor Decano ti rivestirà da capo a piedi....

--S'intende, s'intende... Intanto prendi questi biscotti, col permesso della nostra madre Abadessa... Mangiane tre, quattro. Gli altri mettili in tasca... e ringrazia la madre Abadessa.

--Grazie,--pronunziò Cardello con voce affiochita dalla commozione.

* * *

Otto giorni dopo, chi lo avrebbe riconosciuto, vestito tutto di nero, con abito lungo e cappello a staio e le mani affogate in un paio di guanti di lana color cioccolata? Si sentiva un po' buffo, quasi in maschera; ma che importava? Fin dalla prima giornata Cardello avea capito che col signor Decano si poteva stare benissimo, e che la fortuna lo aveva proprio aiutato.

Il signor Decano, in verità, gli sembrava un po' matto, con quella grande smania per la pulizia. Cardello, appena entrato in casa, aveva ricevuto la prima istruzione:

--Quando viene qualcuno non permettere che metta il piede dentro, se non si è ripulito perfettamente le scarpe in questi ferri e nella pedana. Fosse il re in persona, non entri se non si è ripulito le scarpe. Hai capito?

---Sissignore.

--Si risponde: "Eccellenza, sì". E bada, oggi ti ho lasciato venire al mio fianco dal monastero fino a qui. Non sapevi; il burattinaio non poteva insegnarti la buona educazione, ed ho lasciato correre per non darti una mortificazione lungo la strada. Ma il servitore deve seguire il padrone a dieci passi di distanza, tenendosi un po' su la sinistra. Guarda; così. Io vado avanti: uno, due, tre, cinque... dieci passi; muoviti, un po' più a sinistra, tenendo sempre la stessa distanza. Bravo! Non ridere; sono cose serie. Hai capito, ora?

--Sissi... Eccellenza, sì.

--Tu non sei il servitore del primo venuto, ma del Decano Russo della Matrice... Questo grosso anello con la pietra verde può portarlo al dito soltanto il Decano; gli altri canonici, no. E il Decano tuo padrone è anche cappellano delle monache di Santa Chiara. Per questo, domani andrai dal barbiere a farti tagliare i capelli, corti, a spazzola, come devono portarli i servitori della gente perbene, dei signori. Parrai un altro... Ed ora, aiutami a svestirmi. Il cappello va sùbito spolverato, con questa spazzola fine, delicatamente, e poi riposto nella scatola là, sempre a quel posto, per l'ordine. Il mantello, in quell'armadio, e il robone pure, ben spazzolati; hai capito?

--Eccellenza, sì.

--E per cucinare?

--So cucinare i maccheroni.

--È poco. T'insegnerò; dovrai imparare. L'arrosto, il fritto, l'umido, e gl'intingoli... Il dolce ce lo manderanno tutti i giorni le monache. Per questo passo tre, quattro ore al giorno ad ascoltare le sciocchezze che mi dicono dietro la grata del confessionile... Pettegolezzi di teste fasciate... Ma i dolci sono eccellenti... E poi io non la penso come quel tale che diceva:

o paglia o fieno purchè il ventre sia pieno!

Ci vuole buona carne, buon brodo, buon pesce... Imparerai a far la spesa, venendo con me, nei giorni che io sarò impedito. I macellai sono ladri, e i pescivendoli peggio. Occorre aprire tanto d'occhi. Mentre io reciterò l'uffizio, tu lustrerai le scarpe e gli stivali, ogni giorno, e spazzerai le stanze, e spolvererai i mobili, i quadri..., delicatamente. Gli stivali, pei giorni di pioggia, devono essere sempre pronti. Dieci paia di scarpe e cinque paia di stivali. Monsignore dice che gli stivali non sono da sacerdoti... Ma l'umido del fango, se mai, non se lo prende lui, e i reumi neppure. Alla mia salute devo badare io. Se mi buscassi un malanno, non verrebbe Monsignore a togliermelo di dosso... E il letto? Sai rifare un letto? La mattina, si disfà, abballinando le materasse perchè prendano aria... E poi... le lenzuola ben stirate, ben rincalzate dal capezzale, da qui e dai lati, da non fare una grinza; la più piccola grinza non mi farebbe dormire.--

Cardello, abituato con l'Orso peloso che parlava poco e a scatti, si sentiva un po' intronata la testa dalla parlantina del nuovo padrone; e lo guardava maravigliato, quasi sospettoso che dentro quel corpo corto, grassoccio, roseo, fosse nascosto un meccanismo da fargli muovere rapidamente la lingua.

E nei due giorni dopo, altre e altre istruzioni e raccomandazioni.

Cardello, che si riconosceva appena da sè, coi capelli rasi, guardandosi nello specchio, fu però a un pelo di scappar via quando il signor Decano gli fece indossare quel vestito nero con cui doveva andargli dietro a dieci passi di distanza, portando sotto braccio l'ombrello di seta rossa, grande quanto una casa, col manico di rame, fosse cattivo tempo o no, perchè non si sapevano mai, uscendo di casa, i capricci della stagione.

Era un abito smesso del padrone, che non portava sempre la veste talare. Spelato nelle maniche, rossiccio, era stato una specie di livrea pel vecchio servitore morto, ed ora doveva servire per Cardello.

--È un po' largo, un po' lungo; ma tu crescerai, e tra qualche mese ti andrà bene. Tutt'al più, faremo un po' scorciare le maniche e anche i calzoni.--

Quando Cardello vide presentarsi la tuba, fece un gesto di ribellione:

--Mi burleranno,--disse, quasi piagnucolante.

--Parrai un signore, coi guanti.--

La tuba gli scendeva su gli orecchi.

--È troppo larga per me!

--Con un po' di carta torno torno dietro il cuoio.... È quasi nuova.

Cardello scoppiò a ridere vedendosi infagottato a quel modo.

Che cosa doveva fare, povero Cardello? Perdere quella fortuna? Lo avevano burlato al suo paese, quando aveva indossato il camicione bianco e il cappellone di feltro, col tamburo su la pancia, e lui non se l'era presa. Avrebbe fatto lo stesso ora in quella cittaduzza dove pochi lo conoscevano.

E la prima mattina che uscì così mascherato, come egli diceva, andando dietro al padrone a dieci passi di distanza, con l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, camminava impacciato, a occhi bassi, senza punto curarsi se la gente ridesse di lui. Ridevano le monache in sagrestia dietro la grata, affollate per vedere il nuovo servitore del cappellano; ma l'Abadessa gli fece prendere una tazza di caffè coi biscottini, e il signor Decano, per quella volta soltanto, permise ch'egli godesse del regalo su lo stesso tavolino ma in piedi, discretamente discosto.

E la madre Abadessa lo felicitò di aver rinunziato al mestiere di burattinaio, che--ripetè--faceva commettere tanti peccati alla gente, perchè l'opera, se non lo sapeva, è invenzione del demonio.

--Rappresentavamo anche il martirio di Santa Genoeffa--disse Cardello, che non riusciva a persuadersi che l'opera fosse invenzione del demonio.

--Il demonio sa tutte le male arti; si traveste anche da santo per ingannare gli uomini. Ora tu devi apprendere le cose di Dio che t'insegnerà il padre cappellano.

VI.

UNA RECITA IN PARLATORIO.

Invece delle cose di Dio, il padre cappellano pensava a insegnargli ad arrostire le costole di maiale; a fare lo stufato pei maccheroni; il brodo coi galletti che le monache allevavano nell'orto per lui; certi intingoli ghiotti e un po' complicati che richiedevano grande attenzione; e una frittata delicatissima, per la quale bisognava sbattere prima le chiare delle uova a parte e poi i torli, anch'essi a parte.

--Le chiare si sbattono finchè si riducono tutt'una spuma; vi si mescolano i torli, aggiungendo poche stille d'acqua, e giù nella padella con l'olio che frigge. Così... osserva bene. Ora puoi servire in tavola.

Le ore passate in cucina erano uno svago per Cardello. Ma che noia le altre, lunghe, passate ad attendere nella sagrestia del monastero il cappellano che confessava, o in quella della Matrice mentre quegli recitava l'uffizio al coro, con gli altri canonici! E che noia, in casa, quando avea finito di lustrare scarpe e stivali, di spazzare, di spolverare, di rifare i letti!

Il signor Decano preparava nella stanza da studio le prediche e i sermoni da fare tutte le domeniche alle monache di Santa Chiara; e lui, nell'anticamera, per ingannare l'ozio, si metteva a ripetere sottovoce le parti di Peppe-Nappa, di Tartaglia, di Pulcinella, di Colombina, facendo da burattino, gesticolando, sgambettando, dimenticando talvolta che il padrone poteva udirlo, e sgridarlo se lo sorprendeva in quel giuoco.

Un giorno, infatti, egli si era talmente entusiasmato nella recitazione delle parti, che il signor Decano, intrigato di sentir parlare di là, come credeva, parecchie persone, aveva aperto delicatamente l'uscio a fessura ed era rimasto un pezzo a divertirsi dell'inattesa rappresentazione.

--Bravo, bravo, don Calogero!--

Il signor Decano non lo chiamava Cardello, ma col nome di battesimo a cui aveva appiccicato il don, perchè i suoi servitori avevano avuto tutti il don.

Cardello si aspettava una lavata di capo; invece il signor Decano rideva, rideva, e volle che proseguisse.

--Domani, dovrai ripetere la rappresentazione nel parlatorio delle monache; sarà un gran divertimento per loro!

--Ma la madre Abadessa dice che l'opera è invenzione del demonio--fece Cardello, che all'idea di dover rifare le buffonate di Peppe-Nappa e di Tartaglia davanti a quell'uditorio temeva d'impappinarsi e di sentirsi morire le parole in gola.

--L'Abadessa chi sa che cosa s'immagina! Quel che fa ridere non è peccato.

* * *

Fu un gran trionfo per Cardello. Da principio le molte teste di monache e di educande affollate dietro le cinque grate del parlatorio, e che ridevano anticipatamente soltanto a vederlo in mezzo al grande stanzone, infagottato in quell'abito che gli scendeva fin sotto le ginocchia, ritto, in attesa di cominciare la rappresentazione, lo avevano intimidito. Ma la vanità di far mostra della sua arte gli rese quasi sùbito una gran padronanza di spirito. Egli era Tartaglia, Pulcinella, Colombina, Peppe-Nappa, il Bravo mafioso con la parlata strascicante alla palermitana, uno alla volta, ma dava l'illusione che parlassero più personaggi, ingrossando e affinando la voce, secondo le diverse parti. Dietro le cinque grate era un continuo scoppio di risate, di esclamazioni, di strilli allegri, e il Decano seduto in un angolo davanti al gran tavolino di noce, vicino alla grata accanto al finestrone, rideva lietamente anche lui quando Pulcinella fingeva di prendere a calci e a pugni Peppe-Nappa, o faceva le viste di ricevere una fitta di legnate dal Bravo mafioso, che poi scappava, appena Pulcinella, rimessosi dal primo sbalordimento, gli levava di mano il bastone e lo tempestava di colpi.... Sembrava di vederli!...

Cardello aveva accozzato alla meglio tutte le parti che gli erano venute in mente; e all'ultimo, mentre Tartaglia benediceva gli sponsali di Colombina con Pulcinella, tartagliando peggio di prima e piangendo dalla consolazione di maritare la figlia, le risate furono tali che Cardello si mise a ridere anche lui.

Gli era parso di esser tornato ai bei tempi, quando già cooperava con don Carmelo alle rappresentazioni e fin l'Orso peloso gli diceva: bravo!... E uscendo dal parlatorio, e seguendo a dieci passi di distanza il padrone, con un fazzoletto pieno di dolci in una mano, e l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, rivedeva la bambina morta, la povera uccisa, e don Carmelo che avrebbe finito la sua vita nel carcere a cui lo avevano condannato appunto in quei giorni, come se n'era sparsa la notizia; e mai come in quel momento il vestito nero, la tuba e i guanti color cioccolata gli erano pesati addosso peggio di una ridicola mascheratura.

--Sei contento?--gli domandava talvolta il sagrestano che lo aveva allogato presso il signor Decano.

--Contentissimo!--

Non osava di dire che si annoiava mortalmente, specie la sera quando il signor Decano, fatto un giro d'ispezione assieme con lui per le stanze e gli stanzini, si metteva a letto di buon'ora, e voleva che andasse a letto anche Cardello.

Era venuto l'inverno; le nottate non finivano più. Cardello si voltava e rivoltava nel lettuccio, senza poter chiuder occhio prima di parecchie ore di veglia. Le rappresentazioni dei burattini finivano appunto verso le undici ed egli si era ormai abituato a non andare a letto prima dell'una dopo la mezzanotte. Ah! se avesse potuto trovare un altro burattinaio come don Carmelo! Avrebbe abbandonato volentieri anche quella cuccagna dove minacciava d'ingrassarsi peggio del padrone, pur di fare una vita più attiva, più varia! Là sempre le stesse cose: alzarsi, preparare il caffè col torlo d'uovo e i biscotti pel signor Decano, spazzare le stanze, rifare i due letti, spolverare, lustrare scarpe e stivali, accompagnare il padrone dal macellaio, dall'erbaiuolo, dal pizzicagnolo e poi al monastero per la messa alle monache, e alla Matrice pel coro e per la messa cantata, e tornare a casa a preparare il desinare. Dopo un anno, in cucina poteva fare tutto da sè, quantunque il signor Decano si affacciasse spesso colà per dargli, e non occorreva, una mano di aiuto e insegnargli qualche nuovo intingolo col Libro dei Cuochi sotto gli occhi. E andando al mercato, o stando in cucina, il signor Decano non scordava mai di fargli ripetere:

--Su, don Calogero; come diceva quel bestione?

O paglia o fieno, Pur che il ventre sia pieno--

--Diteglielo anche voi: "Bestione!"

--Eccellenza, sì: Bestione!--

E la pancetta del signor Decano sobbalzava allegramente per la larga risata che quel "Bestione!" provocava.

Il Decano aveva avuto la buona idea d'insegnargli a leggere e a scrivere, meglio che non avesse fatto don Carmelo, che lo aveva abbandonato quando cominciava a compitare, e d'insegnargli inoltre le quattro regole dell'aritmetica. Cardello aveva appreso con facilità. Ma dei libri del padrone che egli si era provato a leggere, capiva soltanto alcune vite di santi e qualche volume di prediche. Non erano divertenti, specialmente questi. Non dovevano divertire neppure il padrone, se li lasciava mangiare dalla polvere nei vecchi scaffali, in uno stanzone che serviva anche di riposto per tutti gli arnesi resi inservibili dall'uso.

Leggeva e rileggeva il Libro dei Cuochi che il signor Decano teneva sul tavolino, accanto ai quattro volumi del breviario rilegati in pelle nera, e che egli dichiarava il primo libro del mondo. Ogni volta che Cardello gli diceva:--Permette, voscenza?--il Decano gli rispondeva:

--Anzi! Anzi! Dovreste impararlo a memoria!--

Se non che accadeva spesso che quando al signor Decano veniva il capriccio di tentare un piatto nuovo, pareva che il primo libro del mondo s'ingegnasse di far andar a male gl'ingredienti. Sissignore; tante once di questo, tante di quello, tante di quell'altro... con le bilance sul tavolino per pesare esattamente ogni cosa; e appena il nuovo piatto veniva portato in tavola, il signor Decano affrettatosi ad assaggiarlo, esclamava sempre:

--Ci siamo!--

Spessissimo si vedeva però che non c'erano affatto, perchè sùbito il signor Decano diceva a Cardello:

Don Calogero, mangiatene pure quanto volete; io ho lo stomaco ripieno. O serbatelo per domani; sarà buono lo stesso.--

Segno che il piatto era riuscito immangiabile.

E allora passavano mesi prima che la confezione di un altro piatto nuovo venisse a tentare il signor Decano.

* * *

Dopo due anni di questa vita, Cardello aveva giornate e settimane di cattivo umore, nelle quali sbrigava alla lesta le faccende di casa, e non si curava che il signor Decano lo rimproverasse:

--Ah, don Calogero! Don Calogero! Così non va bene! Tutta questa polvere qui!... E i vestiti spazzolati alla diavola! E le scarpe lustrate alla peggio! E l'arrosto bruciato! E il pesce fritto malissimo! Che vi prende da qualche tempo in qua?--

Che mi prende?--rispose un giorno Cardello:--Mi prende che io me ne vado e le bacio le mani.

--Perchè, don Calogero? Perchè? Vi par poco il salario?

--Mi annoio, Eccellenza! Ecco la verità!

--Me ne dispiace più per voi che per me. Che vi manca qui?

--Eccellenza, non mi manca niente.

--O dunque?

--Me ne vado e le bacio le mani.

--Fate come vi piace. Ve ne pentirete presto.

E quindici giorni dopo, Cardello baciava le mani al signor Decano, ringraziandolo del bene che gli aveva fatto; ma lietissimo di non più dover indossare l'abito lungo e portare la tuba in testa e l'ombrello rosso sotto l'ascella; di non più dover seguire il padrone a dieci passi di distanza, e di non più star a sbadigliare nella sagrestia del Monastero di Santa Chiara mentre il padrone confessava le monache, o in quella della Matrice mentre recitava, nel coro, l'uffizio con gli altri canonici. No; quella vita troppo monotona non era per lui. Un mestiere libero, all'aria aperta, ecco quel che ci voleva. Avrebbe sofferto, avrebbe lottato, ma voleva riuscire qualcosa di meglio di un servitore.

Ai burattini non pensava più. Era impossibile incontrarsi in un altro don Carmelo, davvero Re dei burattinai. Il gruzzoletto dei salarii, accumulato in due anni, gli sarebbe bastato per vivere parecchi mesi, caso mai non avesse potuto trovar sùbito dove impiegarsi. Avrebbe fatto fin lo sterratore, il manovale, ora che davano mano ai lavori per la conduttura dell'acqua, ed era arrivato l'impresario piemontese, che, dicevano, pagava bene gli operai. Qualunque mestiere, ma il servitore, no, non più! E pensando che per due anni si era dovuto mascherare con l'abito nero fino alle ginocchia, la tuba e l'ombrello rosso sotto il braccio, sentiva un grand'impeto di rabbia contro di sè, e non riusciva a capire come si fosse potuto rassegnare tanto tempo senza buttar ogni cosa per aria.

VII.

UNA SCOPERTA ARCHEOLOGICA.

Il giorno dopo, si presentava all'impresario piemontese:

--Vorrei lavorare....--

Colui gli guardava le mani.

--Ma voi non siete operaio.

--Mi metta alla prova.

--Sapete leggere e scrivere? Qui gli operai, i contadini, sono più ignoranti delle bestie.

--Sono brava gente, però,--rispose Cardello.

--Non dico il contrario; ma io ho bisogno di qualcuno che sappia leggere e scrivere.

--Alla meglio, pochino so, e so anche far di conto, addizione, moltiplicazione, divisione, sottrazione!

--Che mestiere esercitate?

--Ho fatto... il servitore finora, due anni. Prima, ero giovane di don Carmelo il burattinaio, quello che ammazzò la moglie.

Vi prenderei per sorvegliante, giacchè sapete leggere. Una settimana di prova: se vi va, se mi andate, bene; altrimenti, ciao!--

Così Cardello diventava sorvegliante di una squadra di operai, e dopo un mese, era la mano diritta dell'impresario che gli aveva dato alloggio in casa sua, e lo mandava qua e là e si faceva preparare il desinare perchè il Piemontese (lo chiamavano così) mangiava una volta al giorno, ma quella volta diluviava e beveva per quattro, da sbalordire Cardello che non sapeva persuadersi dove quegli mettesse tanta roba, secco e allampanato com'era.

Di enorme, colui aveva soltanto gli orecchi, che sembravano due sotto coppe appiccicate dietro le tempie, e si movevano stranamente mentre masticava; Cardello guardandolo, si tratteneva a stento dal ridere.