Part 1
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Luigi Capuana
CARDELLO
INDICE
I.--L'Orso peloso II.--Cardello entra in arte III.--Una recita straordinaria IV.--Un dramma V.--Il padre cappellano VI.--Una recita in parlatorio VII.--Una scoperta archeologica VIII.--Il capolavoro di Cardello IX.--Infortunio del lavoro X.--Speranze e dolori XI.--Abnegazione XII.--La fortuna di Cardello
I.
L'ORSO PELOSO.
Da tre giorni, nel paesetto non si parlava di altro che dell'arrivo del burattinaio.
Davanti al magazzino da lui preso in affitto, una folla di ragazzi faceva ressa per vedere i preparativi delle rappresentazioni, quantunque il portone socchiuso non permettesse di scorgere quel che colui stava ad armeggiare là dentro.
Si udivano frequenti picchi di martello, stridori di sega, brontolìi d'una voce arrochita che doveva essere del burattinaio, e, di tratto in tratto, i vagiti di una creaturina già vista più volte dai ragazzi in braccio alla giovine donna malaticcia che sembrava figliuola di quell'uomo e invece--così si diceva--ne era la moglie.
Se qualche ragazzo, più ardito o più impertinente, osava di ficcare la testa tra i battenti del portone socchiuso, o spingeva indietro la parte di esso scostata dallo stipite, un urlo o una parolaccia dall'interno lo faceva scappare sùbito via.
Ed era uno sbandarsi di qua e di là di tutta la ragazzaglia, appena il burattinaio appariva su la soglia, in maniche di camicia, coi lunghi capelli grigi in disordine, i calzoni malamente stretti ai fianchi da una larga cigna di cuoio, con la pipetta di radica tra i denti, che pareva dovesse bruciargli i baffi ispidi e folti e i peli della barba che gli si arricciavano e arruffavano sul mento.
I ragazzi lo avevano soprannominato Orso peloso sin dal primo giorno; ma poi si erano accorti che era meno orso di quel che immaginavano.
Si piantava a gambe larghe su la soglia, con le braccia dietro la schiena, tirando dense ondate di fumo dalla pipetta mezza carbonizzata; e, dopo aver guardato attorno, si rivolgeva a qualcuno di loro:
--Ehi, ragazzo! Vuoi comprarmi quattro soldi di chiodi simili a questo?--
E appena il chiamato si accostava accennando di sì, l'Orso peloso gli faceva una carezza, gli dava i soldi e il chiodo per mostra e soggiungeva
--Ti farò entrare gratis la prima sera dell'opera.--
Così Cardello, come lo chiamavano, aveva ricevuto l'incarico di parecchie commissioni, forse perchè il burattinaio, dall'aspetto vispo, di vero cardello, lo aveva giudicato il più intelligente e il più servizievole di tutti.
Cardello, appunto in quei giorni un po' disoccupato, passava gran parte della giornata, assieme con gli altri ragazzi, davanti al portone del magazzino. La sua curiosità era grande. Egli aveva sentito parlare tante volte dell'opera dei burattini, ma non l'aveva mai veduta. I burattinai arrivavano raramente in quel paesetto arrampicato in cima a una montagnola dove bisognava andare di proposito a scovarlo. E Cardello aveva appena dieci anni.
Tre o quattro commissioni rapidamente e bene eseguite lo avevano fatto entrare nelle grazie dell'Orso peloso.
Ora Cardello non stava più fuori, a spiare ficcando la testa tra i battenti del portone socchiuso. Andava e veniva affaccendato, perchè il burattinaio aveva continuamente bisogno di qualche cosa: d'una sbarra di legno, di quattro fogli di carta colorata, d'un litro di petrolio, di un po' di minio, d'un metro di nastro rosso, d'una matassa di spago, d'una cartata di tabacco per la pipa--e si faceva anche aiutare da lui nel rizzare in fondo al magazzino il palcoscenico.
Andando e venendo, Cardello passava con un sorriso di orgoglio e di sodisfazione tra i compagni affollati nella piazzetta, che lo tempestavano di domande:
--Hai visto i burattini?
--Sì; li abbiamo messi fuori dal cassone oggi.
--Belli?
--Alti quanto me. Paiono vivi; fanno paura.
--C'è, Pulcinella?
--E Colombina, e Tartaglia, e Peppe-Nappa, e il Mago, e il Drago, con la lingua rossa e gli occhi rossi, che muove la coda.
--Da sè?
--Da sè. Sono già tutti appesi a un fil di ferro quelli che servono per domani sera. Ce n'è tanti altri: re con la corona; guerrieri con le spade; uno di essi si chiama Orlando.--
E tutti stavano a sentirlo a bocca aperta, invidiandolo, canzonandolo anche, per sfogare il dispetto di vederlo preferito.
--Farai tu da Pulcinella?
--Diventerai burattinaio anche tu?
--Chi lo sa?--rispondeva Cardello.
E il giorno dopo lo seguirono in Piazza del Mercato, mentre andava ad attaccare il cartellone coi pupazzetti: Pulcinella da un lato, col randello in mano, e Tartaglia dall'altro con gli occhiali verdi e il tricorno, nell'atto di prender tabacco da una tabacchiera che sembrava una cassetta.
--Bravo, Cardello!--
E urli e fischi.
La gazzarra fu più rumorosa la sera in cui lo videro uscire dal portone in camiciotto bianco e capellaccio grigio di felpa che gli copriva le orecchie, col tamburo su la pancetta e in una mano il mazzo con la grossa capocchia di pelle e nell'altra una bacchetta, accompagnato dalla giovane moglie del burattinaio, in maglia carnicina e vestito corto, che suonava la tromba, mentre Cardello picchiava sul tamburo da un lato col mazzo e dall'altro con la bacchetta, serio, impettito, quasi quello fosse stato sempre il suo mestiere.
Bùntiri! Bùntiri! Pepè! Peperapè! per tutte le vie e le viuzze del paesetto, a fine di chiamar gente allo spettacolo. Intanto lo spettacolo era Cardello camuffato a quel modo, che non si curava dei fischi, degli urli, e si credeva diventato un personaggio d'importanza.
Dagli usci, dalle finestre, era un accorrere su la via, un affacciarsi, un ridere, un acclamare lui, che tutti riconoscevano quantunque travestito, che tutti chiamavano a nome:
--Ehi, Cardello!
--Guarda Cardello!
--Evviva Cardello!
* * *
Giacchè Cardello era conosciuto più della bettonica, e voluto molto bene, perchè si guadagnava il pane facendo qualunque servizio, sempre pronto, sempre allegro, senza pretese. Due soldi, una bella fetta di pane, quattro fichi secchi, un piatto di fave condite con olio e aceto o altra cosa da mangiare; Cardello non rifiutava niente, non si lagnava mai; ringraziava e andava via tutto contento.
--Povero ragazzo! È ammirevole!--diceva la gente.
Bùntirì! Bùntiri! Il burattinaio aveva avuto una bella idea, facendo suonare il tamburo a Cardello.
Il ragazzo gli piaceva per la sveltezza e per la serietà. Quando gli aveva domandato: "Vuoi suonare il tamburo?" Cardello aveva risposto sùbito di sì.
--Ma bisogna che tu ti metta il camicione bianco e il cappellaccio di feltro.
--Li metterò.
--Non ti vergognerai?
--O che rubo?
--Non farai come quell'altro, ricordi?--s'interruppe rivolgendosi alla moglie--che agli urli e ai fischi della gente, buttò via tamburo, camicione e cappellaccio in mezzo alla via... nel paesetto vicino qui un mese fa.
--Me ne rido dei fischi! Non sono legnate.
--Bravo!--
La giovane moglie del burattinaio lo aveva interrogato anche lei nei giorni avanti:
--Come ti chiami?
--Calogero; ma mi dicono Cardello.
--Perchè?
--Se lo sanno loro!
--E non ti dispiace?
--Anzi! Si chiama Calogero pure il becchino, lo spilungone giallo giallo che mastica sempre tabacco. Meglio Cardello.
--Sei orfano? Non parli mai di tuo padre o di tua madre.
--Sono morti da un pezzo; non li ho neppure conosciuti.
--Quanti anni hai?
--Quindici.
--E con chi stai ora? Dove dormi?
--Dalla nonna, madre di mio padre.
--Ti dà da mangiare? Ti veste?
--Quando ne ha, mi dà quel che ha. Mi busco il pane anche da me. In quanto ai vestiti, me li regalano, vecchi, rattoppati, stracciati. Li metto come si trovano, corti, lunghi, larghi o stretti. E poi, io non sento nè caldo nè freddo.
--Beato te!
--Quando ho freddo, mi metto a correre, faccio capriole e mi riscaldo sùbito.
--Vuoi venire con noi?
--Dove?
--Pel mondo, di paese in paese. Suonerai il tamburo; potrai imparare a muovere i burattini, a farli parlare.
--Magari!
--Sai leggere?
--Nisba.
--Che cosa vuoi dire?
--No; si dice così.
--T'insegnerà a leggere don Carmelo, mio marito. Così apprenderai le parti.
--Chi sa se son bono?
--Ci vuol poco. E tua nonna?
--Non le diremo niente, altrimenti si metterà a piangere e non mi lascerà partire.
--No, bisogna dirglielo.
--Glielo direte voi.
--A suo tempo, tra un mese, se qui faremo buoni affari.--
Don Carmelo intanto appendeva a un fil di ferro i burattini che dovevano servire per la rappresentazione della sera appresso; e Cardello seguiva attentamente con gli occhi l'operazione, divertendosi a vederli girare per alcuni istanti da destra a sinistra, da sinistra a destra, quasi volessero trovare una comoda positura prima di fermarsi.
--Chi li fa i burattini?--domandò.
--Mio marito lavora la testa, le mani e i piedi; io li vesto.
--Ahoóh!--esclamò Cardello.--E potrò farli anch'io?
--Perchè no, se ci metterai un po' di testa?
--Ahoóh!--
Era il suo modo di esprimere la maraviglia.
--E come parlano? Aprono la bocca?
--Mio marito ed io parliamo per loro, e sembra che parlino essi. Non hai mai visto l'opera?
--Mai!
--Don Carmelo, che in quel punto aveva per le mani Pulcinella, cavato di tasca il fischio di canna e mèssolo in bocca, strillò:
--Cardello! Cardello!--
E fece muovere la mano di Pulcinella in atto di chiamare, Cardello rimase a bocca aperta.
--Cardello! O che sei sordo?--riprese Pulcinella.
--Mi vuole davvero?--
Cardello voleva saperlo dalla burattinaia. Ma don Carmelo aveva già appeso anche Pulcinella che, ciondolato un po', rimase fermo.
E in questo modo Cardello ebbe un'idea del come i burattini parlavano.
* * *
La sera della prima rappresentazione però il suo stupore fu grande; i burattini gli sembravano persone vive. Pulcinella, Tartaglia, Peppe-Nappa lo facevano ridere; ma quando vide venir fuori il Mago che operava le incantagioni per cui le persone non si riconoscevano più l'una l'altra, e Pulcinella abbracciava Tartaglia credendo di abbracciare Colombina, e Colombina abbracciava un paracarro credendo di fare le sue confidenze a Pulcinella; e poi, quando venne fuori il drago che buttava fiammate e fumo dalla bocca e voleva mangiarsi tutti vivi vivi, il povero Cardello cominciò a tremare dalla paura, e si sentì salire le lagrime agli occhi.
Fortunatamente Pulcinella trovava per terra l'anello incantato che disfacea a un tratto l'opera maligna del Mago; e don Florindo riceveva una scarica di legnate per compenso di esser ricorso all'opera di costui, non sapendo come ottenere altrimenti la mano di Colombina. Quella scarica di legnate fu una gran gioia per Cardello, che si diè a battere furiosamente le mani, saltando in piedi su la panca dove era stato a sedere, gridando:--Bravo! Bravo!--E la gente, invece di applaudire il burattinaio, mèssasi di buon umore per questa ingenuità, applaudì Cardello, che stupito e mortificato, corse a nascondersi dietro il palcoscenico; e non ne uscì se prima non fu sicuro che tutti gli spettatori erano andati via.
--Bravo,Cardello! Hai fatto la tua parte anche tu!--gli disse don Carmelo:--O perchè piangi?
--Perchè... perchè....--
E non seppe dir altro.
II.
CARDELLO ENTRA IN ARTE.
Il giorno appresso don Carmelo prese a dargli le prime lezioni del mestiere.
--Sta' attento: guarda come faccio io. Questi sono i fili delle mani; questi dei piedi. Si tirano in su così, secondo quel che dice il personaggio. Sta' attento! Ecco, Pulcinella passeggia....--Buon giorno!--E move la mano così, per salutare.... Ecco: Pulcinella deve dare un calcio nel sedere a Peppe-Nappa.... Si fa così... Hai capito?
Ora eseguisci tu...--Buon giorno!...--Ma no! Così, da' un calcio.... Bravo!.... E non bisogna tenere il fantoccio per aria, se no si mette a girare... Bravo!.. Così!...--
Cardello avea creduto che la cosa fosse difficile e che egli non sarebbe mai riuscito. Sbarrava tanto di occhi in viso a don Carmelo, si grattava il capo; e siccome due o tre volte, nei giorni scorsi, colui gli avea lasciato correre qualche scapaccioncino, se eseguiva male i suoi ordini, ora Cardello si aspettava uno scapaccione da un momento all'altro.
Giacchè l'Orso peloso era manesco, specialmente in certe ore della giornata; dopo desinare, per esempio, quando aveva bevuto i litri di vino che Cardello andava a comprargli ogni giorno dalla signora da cui gli era stato affittato il magazzino. Quel vino era forte, schietto; e quantunque don Carmelo dicesse che non si poteva scherzare con esso, faceva scoppiettare le labbra a ogni bicchiere tracannato e vi scherzava con molta confidenza. Allora, invece di sentirsi allegro, diventava burbero, cupo; e trovava pretesti per bisticciare con la moglie e per picchiarla, se essa, abbozzato un po', gli dava qualche risposta che non gli faceva piacere.
Cardello aveva gran pietà di quella povera donna. Vedendola piangere, le toglieva di braccio la creaturina addormentata o che si era staccata strillando dal petto della mamma pel movimento da essa fatto nel ripararsi dai colpi del marito; e si metteva a cullarla, a farla delicatamente sobbalzare per acchetarla, dandole anche baci, e accostando la faccina alla gota, con una specie di carezza.
E a quella vista anche l'Orso peloso sentiva diventar tenero il suo vino; e continuando a brontolare e a minacciare la moglie, cominciava ad aggirarsi pel magazzino, ad andare su e giù, stringendosi la cigna di cuoio ai fianchi, dandosi un'arruffata ai capelli; e all'ultimo, fermatosi a gambe larghe davanti a Cardello, strizzava gli occhi ammammolati e sghignazzava:
--Sai fare anche il balio, eh? Ninna, oh! Ninna oh! Ah! Ah! Ah--
Sentendolo ridere a quel modo, Cardello aveva paura, e si allontanava accostando più stretta la bambina al petto, guardando l'Orso peloso con sguardi sospettosi.
--Va' a comprarmi il tabacco per la pipa,--gli disse quegli una volta, cercando di levargli la bambina di braccio.
--Dorme; non la fate svegliare.--
E Cardello indietreggiava, indietreggiava, supplicandolo con gli occhi, senza accorgersi che là dietro era una sbarra di legno per terra. Inciampò, barcollò, diè un urlo e cadde rovescio, sbattendo la testa su una grossa pietra sporgente dal muro.
La mamma, accorsa, con una mano avea sollevato la bambina, e con l'altra avea aiutato Cardello a rizzarsi.
Egli sembrava soltanto un po' sbalordito. Tutt'a un tratto però, sentito un forte dolore all'occipite, si era tastato con le mani nel punto che gli doleva....
--Ahi! Ahi!--strillò, quasi l'accorgersi del sangue, che gli avea tinte le mani, gli avesse subitamente reso più acuto il dolore...
--Zitto!... Lasciami vedere! Non è niente!--
L'Orso peloso lo afferrava per la testa, scartava con le punte delle dita i capelli insanguinati, chino per osservar meglio la ferita.
--Non è niente! Su! Un po' d'acqua fresca. Vieni qua. Lascia fare a me!... Dieci gocce di sangue.... Eh! Ohe cosa vuol dire non aver anche due occhi dalla parte di dietro!.... Non far lo spiritato!... Non è niente.... Ecco! L'acqua fresca è miracolosa! Ma non per berla.... Eh! eh!--
La sbornia gli era sparita a un tratto, ed egli voleva ridere, e rideva anche Cardello che si era lasciato far i bagnoli di acqua fresca senza opporsi, per paura che l'Orso peloso non lo trattasse peggio.
--Un po' di gonfiore! Nient'altro. Va' là; hai dura la cuticagna, Cardello, eh? eh?--
Lo accarezzava, un po' ruvidamente, sballottandolo di qua e di là per le spalle; voleva vederlo ridere a ogni costo. E all'ultimo, scorgendo che l'Orso peloso si mostrava buono, Cardello rise quasi suo malgrado, e, per far la pace, gli disse:
--Debbo andare a comprarvi il tabacco?--
L'Orso peloso volle dargli un segno della sua generosità, e gli mise in mano un soldo di più:
--Con questo ti comprerai un soldo di liquirizia.
* * *
Si mangiava bene però nel magazzino del burattinaio. Ogni sera il teatrino, com'egli lo chiamava, era affollato di spettatori; il sabato e la domenica, due infornate. Posti da cinque soldi, con seggiole, pei cavalieri: posti da tre soldi con panche, per la maestranza, posti da un soldo, in piedi, per la marmaglia. Non avevano altro svago in quel paesetto, e don Carmelo era molto bravo nell'arte sua. Repertorio svariatissimo: tutta la serie delle imprese dei Cavalieri della Tavola Rotonda, tutte le commedie e le farse dove Pulcinella, Tartaglia e Peppe-Nappa e Peppe-Nino facevano smascellare dalle risa.... Per ciò si mangiava bene a colazione e a desinare. Don Carmelo si dilettava anche di cucina, e Cardello ingrassava a vista d'occhio con quei piattoni colmi di spaghetti col pomodoro che egli stentava a finire, con certe fette di carne che non aveva mai viste neppur da lontano e col vino che don Carmelo lo costringeva a bere, dicendogli:
--Giù! Tracànnalo d'un fiato! Questo fa buon sangue.--
E buon sangue se ne faceva, anche troppo, lui. Certe sere Cardello si stupiva che al momento della rappresentazione don Carmelo riacquistasse, come per incanto, tutta la lucidezza di mente che occorreva e parlasse spedito.
Da otto giorni era preannunziato lo spettacolo: Vita e morte di Santa Genoeffa; e l'Orso peloso e sua moglie lavoravano a mettere in assetto i personaggi: a trasformare Colombina in Santa Genoeffa, Carlo Magno in Principe del Brabante, e altri pupi in gentiluomini di corte. Da otto giorni, Cardello si esercitava a far andare e venire dalle quinte di carta la cerva, personaggio importantissimo, che dava il latte ai due bambini nel bosco dove Santa Genoeffa viveva coperta di stracci, e a far muovere il macchinismo dell'ultimo atto, quando l'anima della santa doveva salire in cielo fra una gloria di angeli e di serafini, opera di don Carmelo, che la restaurava, incollando, dalla parte di dietro, pezzetti di cartone alle ali dei serafini sgualcite e alle nuvole strappate.
In quei giorni l'Orso peloso era intrattabile; ogni minima contrarietà lo faceva andare su le furie; e alla sua povera moglie eran toccati parecchi pugni e schiaffi, e a Cardello certi scapaccioni da farlo traballare su le gambe.
Quando l'Orso peloso andava a far la spesa, la povera donna si sfogava con Cardello.
--Se non fosse per questa creatura!
--E come vi siete maritata con lui che è tanto più vecchio di voi?--gli domandò una volta Cardello.
--È stata la mia disgrazia!
--Avete la febbre?
--Che importa! Se il Signore mi volesse! Ma prima dovrebbe far morire questa creaturina qui!--
La poverina batteva i denti:
--Sono già tre mesi che mi trascino con la quartana.
--Volete che chiami il medico, di nascosto di lui?
--E le medicine chi me le dà? La quartana se n'andrà da sè, com'è venuta.
--E se non se ne va?
--Me n'andrò io, e finirò di penare!--
Cardello prendeva in braccio la bambina che già aveva imparato a conoscerlo e gli sorrideva e gli stendeva le manine, bionda, rosea, mentre la sua mamma lavorava. Cardello le ripeteva:
--Dovreste parlare con la nonna, se volete che venga con voi.--
La vecchietta era venuta più volte a ringraziare il burattinaio per quel che faceva per suo nepote.
Due o tre volte egli l'avea trattenuta a desinare con loro, ma del progetto di condur via Cardello non le aveva mai fatto accenno. Da prima avea voluto convincersi dell'intelligenza e dell'abilità del ragazzo; poi, riuscita la prova, avea pensato che era meglio parlarne proprio il giorno avanti di partire.
Se la vecchia rispondeva di no....
--Non te la senti, di scappare?--avea egli domandato al ragazzo.--Tua nonna, va' là, mi sarà grata che le tolgo l'impaccio di pensare a te.--E Cardello aveva risposto serio serio:
--Vedremo!--
Vita e morte di santa Genoeffa doveva essere l'ultima rappresentazione. Quella sera però la folla fu così grande, anche perchè si sapeva che Cardello avrebbe fatto la sua parte, che bisognò mandar via la gente e promettere una ripetizione dello spettacolo per la sera dopo.
I compagni di Cardello, incontrandolo per la via quando il burattinaio lo mandava attorno per qualche commissione, gli domandavano:
--Che fai? Impari l'arte del burattinaio?--
E Cardello si vantava:
--Ora so far muovere i pupi! Sto imparando una parte.--
Si era costrutto da sè un fischio; anzi ne avea costrutti parecchi, di quelli che servono per la voce nasale di Pulcinella--due pezzetti di canna, con in mezzo una striscia di fettuccia, legati insieme da un po' di refe--e li avea venduti un soldo l'uno. A chi gli domandava:--Cardello dove vai?--egli rispondeva con lo strillo pulcinellesco, quasi come segno del mestiere che intendeva di scegliere.
Poi avea parlato della cerva che sembrava viva, con le corna ramificate alte così; l'avrebbe manovrata lui. E avea parlato delle nuvole, degli angeli e dei serafini che portavano su, in cielo, l'anima di Santa Genoeffa. Si girava una manovella, e le nuvole e gli angeli e i serafini e l'anima di Santa Genoeffa montavano lentamente su. Cosa maravigliosa!
Già lui imitava le voci di diversi burattini. Le spacconate di Peppe-Nappa, le birichinate di Peppe-Nino, i discorsi tartagliati di Tartaglia, le bizze di Colombina, le rodomondate di Orlando e di Buovo d'Antona, gli uscivano di bocca così ben eseguiti che sembrava di udire la stessa voce di don Carmelo e di sua moglie. I ragazzi stavano ad ascoltarlo a bocca aperta. Soprattutti, poi, egli rifaceva Pulcinella con le sue poltronerie, coi suoi strilli di paura, con le sue vanterie nei momenti che non si trovava di faccia qualcuno....
Don Carmelo però non avea potuto indurre Cardello a fare proprio una parte.
--Quando saremo in un altro paese. Qui mi vergogno.--
Finchè si trattava di far muovere i pupi, Cardello, nascosto dietro il fondo della scena, non si sentiva intimidire. Ma far la parte, no. Se la gente riconosceva la sua voce, avrebbero cominciato a gridare:--Bravo, Cardello! Viva, Cardello!--E sarebbe finita; non avrebbe più saputo aprir bocca!
Contrariamente a quel ch'egli si aspettava, la nonna non si oppose che andasse via col burattinaio.
--Ve lo raccomando come un figlio! È un povero orfanello.
--Non dubitate,--le rispose la moglie di don Carmelo:--È buono, si fa voler bene.
--E se muoio,--soggiunse don Carmelo:--(io non ho parenti) lascio ogni cosa a lui; sani la sua fortuna.--
Così, otto giorni dopo, Cardello andava via col burattinaio, seduto sur un cassone accanto alla moglie di quello, in uno dei carretti che portavano la roba. Don Carmelo con la pipa in bocca e un cappellaccio in testa, gli dava la voce dall'altro carretto:
--Stai come un principe, eh?
III.
UNA RECITA STRAORDINARIA.
Era già un anno che Cardello andava di paese in paese col burattinaio, partecipando alla buona e alla cattiva fortuna; giacchè non sempre gli affari procedevano felicemente. I cartelloni ornati dei pupazzetti di Pulcinella e di Tartaglia, l'andata attorno di Cardello--col camicione, il cappellaccio di feltro grigio e il tamburo su la pancia,--e della moglie di don Carmelo in maglia e veste corta, suonando la tromba--non riuscivano in certi posti a incuriosire la gente, ad affollarla alle rappresentazioni. Le seggiole da cinque soldi rimanevano vuote, o bisognava permettere che vi si sedessero gli straccioni, la marmaglia, come sprezzantemente li qualificava l'Orso peloso, e da cui non era possibile pretendere più di un misero soldo di entrata.
Una volta non sapendo a qual santo votarsi, don Carmelo aveva concepito la bella idea di una serata speciale pei signori, pei galantuomini che, non volendo mescolarsi con la bassa gente nel suo teatrino, vi lasciavano deserte le trenta seggiole da cinque soldi destinate per essi. Era andato a raccomandarsi al Sindaco, agli Assessori, ai Deputati del Casino di convegno.... Se non proteggevano loro un povero artista! E Sindaco, Assessori, Deputati lo avevano colmato di grandi promesse.