Cara Speranza

Part 4

Chapter 43,875 wordsPublic domain

I trovatelli venivano reclamati dai parenti, da una nutrice, da un primo venuto, che ne aveva bisogno per farsi servire, ed essi pure se ne andavano, e non li rivedeva più. Tutti i suoi affetti erano troncati, e la monaca rimaneva sempre sola.

Intanto gli anni passavano, ed a misura che cresceva in età, suor Maria trovava più gravosa quella vita di soggezione; anche la sua salute s'era alterata in quella reclusione continua, nell'aria malsana degli ospedali.

Più volte i medici l'avevano consigliata a svestire l'abito religioso per tornare ad un'esistenza più confacente alla sua salute delicata.

Suo padre, morendo, le aveva lasciata una rendita sufficiente pe' suoi bisogni. Allora era già lontano il tempo in cui si sarebbe potuto supporre che uscisse dal convento _per la smania di pigliar marito_. Non era più giovine, ed il mondo non si curava più di lei.

Eppure d'anno in anno differiva quella risoluzione.

Era una di quelle anime amorose, che hanno bisogno di vivere per qualcheduno, di sacrificarsi. Vivere per sè stessa, le sembrava l'ultima espressione dell'egoismo, e, malgrado le esigenze della sua salute, se ne sarebbe vergognata.

--Qui almeno sono utile a qualcheduno, pensava. Se proprio mi sentirò incapace di resistere, uscirò dal convento; ma finchè posso...

Ed a forza di tirare innanzi, di girar gli ospedali, se n'era fatta un'abitudine, quasi una necessità; e sebbene non avesse rinunciato al disegno di rifarsi laica, nessuno ci credeva più; era piuttosto un'idea vaga, un sogno destinato a rimaner sempre sogno, per consolarla dell'aridità della sua vita reale.

Aveva quarantacinque anni quando Carlo l'aveva conosciuta quella domenica. La mattina il medico le aveva detto:

--Il numero trentanove va male; ne avrà per un paio di giorni al più.

La monaca era corsa presso Andrea, e s'era commossa profondamente della desolazione che turbava le ultime ore di quel vecchio, al pensiero dell'abbandono in cui lasciava un bambino.

Lei pure aveva aspettato con ansietà il fanciullo, e mentre l'aveva tenuto sulle ginocchia, e ne aveva sentito scotere le fragili membra nella convulsione del pianto, aveva pensato come il vecchio:

--Cosa sarà di lui?

Più tardi tornò, sola e pensosa, al letto del moribondo e gli susurrò dolcemente:

--Quel bimbo è vostro nipote?

Il vecchio chinò più volte il capo in atto di sconforto, come per dire:

--Pur troppo!

--Non ha nessun parente? domandò ancora la monaca.

--Solo al mondo! sospirò l'infermo con accento disperato; ed i suoi poveri occhi spenti si velarono di lagrime.

Quel giorno Suor Maria fu impensierita e distratta.

Più volte traversò la corsia senza scopo, e, nell'oratorio, invece di recitare le solite preghiere, rimase assorta in riflessioni profonde, e tratto tratto fu udita sospirare:

--Sono quasi vecchia... Ma! Ma! Cosa fare?...

Pensava al mondo cui aveva desiderato di tornare, e le pareva che fosse un deserto.

Si hanno dei parenti, degli amici; ma col tempo i vecchi muoiono, i giovani si disperdono.

Uno che tornasse dopo tanti anni sarebbe isolato...

Guardava i pochi mobili della sua cella, il letto, il crocifisso, l'inginocchiatoio, e si sentiva presa da una profonda tenerezza per quegli oggetti rozzi e logori.

Un medico, attribuendo quell'eccitamento al suo malessere, la fermò mentre traversava la corsia, e le disse, toccando leggermente la sua larga cuffia insaldata:

--Dovete risolvervi a lasciar la _cornetta_, Suor Maria, se volete star bene.

--Oh se fosse per me sola, a questa ora non ci penserei più, sospirò la suora. Ma, cosa fare?

Quando Andrea la fece chiamare, per pregarla di condurgli ancora una volta il bambino prima che morisse, Suor Maria rimase un pezzo immobile a guardare il moribondo, come combattuta fra due pensieri; poi si avviò lentamente senza rispondere.

Ma dopo pochi passi si fermò, tornò risolutamente indietro, e disse:

--Mettete l'anima in pace, pover'uomo; al vostro bimbo ci penserò io; uscirò dal convento, e lo terrò con me; siete contento?

Andrea strinse le mani congiunte, come in atto di adorazione; poi, nell'impeto della riconoscenza, riuscì a piegare il capo verso la sponda del letto, dove la monaca posava una mano, e la baciò, lasciandola bagnata di lagrime.

Suor Maria uscì subito in carrozza per condurre il fanciullo al suo vecchio parente; ma Carlo era fuggito, e quando la suora tornò all'ospedale con quella nuova disperante, Andrea era morto.

--Meglio così! sospirò la monaca. Dio gli ha risparmiato l'ultimo dolore.

Poi chiuse pietosamente gli occhi del morto, e gli coprì il volto col lenzuolo, pensando a quel bambino che errava abbandonato, con un gran cruccio sul cuore.

V.

Quella mattina che era uscito solo dalla sua casa, Carlo, dopo aver dette e ripetute nella chiesa parrocchiale tutte le preghiere che sapeva, s'avviò per la strada di Circonvallazione, ruminando i suoi rancori contro la Margherita.

Se avesse potuto non tornar più in casa se non quando ci tornerebbe il nonno!

Gli avevano detto la sera innanzi che mancavano due giorni a Natale. Si studiava di calcolare quanto poteva esserci di meno dopo quella notte trascorsa. Ad ogni modo poteva esser poco; e pensava:

--Appena sarà Natale andrò all'ospedale a prendere il nonno. La monaca ha detto che il Bambino lo farà guarire. Torneremo a casa insieme, faremo il nostro pranzo, e saremo contenti come prima.

Ma intanto cominciava ad aver fame, e, malgrado la sua ostilità contro la Margherita, la buona scodella di polenta che doveva esserci sulla tavola a quell'ora, lo consigliava a tornare verso casa.

Era appunto in quella perplessità, quando si sentì urtare, e riconobbe un suo compagno, che aveva frequentata la scuola in novembre, e poi era scomparso.

--Perchè non vieni più a scuola? domandò Carlo.

--Siamo andati ad abitare fuori di Porta Romana, e vado alle scuole di laggiù.

Carlo gli narrò i casi suoi, ed il suo desiderio di non restituirsi a domicilio prima di Natale, per aspettare il nonno.

--Non so dove stare intanto, concluse un po' scoraggiato.

--Vieni a casa mia, propose ospitalmente il compagno. Mio padre lavora fuori di Milano, e torna a casa soltanto la sera del sabato. Domani sera verrà perchè è la vigilia di Natale; ma oggi non c'è.

--E la tua mamma? domandò Carlo, a cui la Margherita aveva destato in cuore una grande paura delle massaie.

--La mia mamma va a servire in città, e sta fuori anche lei tutto il giorno.

--Ma io ho fame; osservò il piccolo fuggiasco impensierito.

--Quando saremo a casa ti darò metà della mia colazione: poi giocheremo tutto il giorno, e vedremo passare il _tram_, e andremo alla Certosa di Chiaravalle, dove si sale sul campanile per una scaletta in aria, che fa paura, ed è facile cader giù...

Carlo seguì il compagno, sedotto da quella prospettiva; ed i fanciulli passarono delle buone ore insieme.

Ma quando cominciò a farsi buio, si trovarono imbarazzati. La mamma stava per tornare, e pare che non fosse molto indulgente, perchè il suo figliolo si metteva in grave pensiero.

--Se ti vede qui mi sgrida; diceva.

D'altra parte Carlo, dopo essere stato assente tutta la giornata, si sentiva meno disposto che mai a riaffrontare solo la Margherita: e le strade buie gli mettevano paura.

A lungo pensare, il suo ospite trovò un ripiego: in fondo al casamento c'era un piccolo fienile.

--Dormirai nel fieno, disse a Carlo. È bello, sai! Ora ti rimpiatti lassù; ed appena avrò la mia minestra, salirò anch'io e mangeremo insieme. La mamma non s'accorgerà di nulla.

La cosa andò benissimo. Carlo s'addormentò, o quasi, prima che il suo compagno lo lasciasse, e tirò via a dormire fino al mattino. L'altro, che si divertiva di quella novità d'aver un ospite, e che desiderava di farlo sgattaiolare prima che il padrone del fienile potesse scoprirlo e denunciarlo alla sua mamma, era già accanto all'amico quando questi si destò.

Lo fece scendere subito, e traverso i campi, lo ricondusse sulla strada, dividendo con lui un pezzo di polenta fredda ed una cipolla, che sua madre gli aveva dato per colazione. Prima di lasciar Carlo, gli disse:

--Vai sempre dritto: poi volta a destra e troverai l'ospedale. Oggi è la vigilia di Natale, ti lasceranno entrare. Dacchè il tuo nonno deve uscire domani, è segno che sta bene, e potrà anche venire con te questa sera.

Carlo approvò quel facile accomodamento, e s'avviò col cuore leggero. Ma, appena ebbe passato il dazio, ricominciarono le difficoltà. Quando doveva voltare a destra? Alla prima contrada? Alla seconda?

Per non sbagliare, voltò alla prima; prese i bastioni, ed arrivò fino a Porta Venezia. Ma non s'imbattè in nessuna costruzione che gli ricordasse l'ospedale. Allora entrò in città, e si diede a camminare di su, di giù, distraendosi a guardare le botteghe, poi ripigliando la sua strada, poi fermandosi di nuovo.

Forse in quei lunghi giri e rigiri passò anche dinanzi all'ospedale; ma non lo riconobbe.

Avrebbe voluto domandare a qualcuno dov'era, ma non osava, e camminava sempre, pensando che finirebbe per arrivarci.

Nelle prime ore del pomeriggio si trovò in piazza Cavour, all'ingresso dei giardini pubblici. Andò fino al laghetto a vedere le anatre, poi più in giù alla grande gabbia degli uccelli, poi tornò indietro, e si fermò allo steccato, in cui s'aggiravano melanconicamente due cervi freddolosi.

Addossati alle sbarre, parecchi bambini eleganti ben ravvoltolati nelle pelliccie, porgevano delle chicche ai cervi, mentre le bambinaie discorrevano coi loro conoscenti.

Un bambinello tutto vestito di bianco, che si reggeva appena, non riesciva, per quanto allungasse il braccino minuscolo, ad attirare l'attenzione d'un cervo sul suo pezzo di chicca. Carlo aveva fame, prese pian piano dalla manina del bimbo quel dono trascurato dall'animale, e si pose a mangiarlo.

L'infante rimase stupefatto a guardarlo coi ditini stesi nel suo guanto bianco; aperse la bocca come per piangere; poi gli venne un'idea più amena. Prese il resto della chicca che aveva nell'altra mano, e cominciò a mangiare anche lui, sorridendo a Carlo con aria d'intelligenza.

Più tardi cominciò a cadere un nevischio gelido; scese la nebbia. Carlo aveva ripreso ad errare per le contrade, ma il freddo gli penetrava nelle ossa.

Avvezzo dal nonno a tutte le agiatezze, quell'umidità che gli gelava i panni addosso, gli dava noia.

Si trovava in piazza del Duomo. Pensò che quel giorno non aveva pregato, e che per questo non gli riusciva di trovar l'ospedale.

Entrò in chiesa.

Era un po' assonnato; non si rendeva ben conto di quanto farebbe dopo.

S'andò a rannicchiare in un angolo buio, nell'ultima cappella a sinistra che era in riparazione. C'erano ponti da tutti i lati, travi, tele distese, materiali da lavoro. Ma in quell'ora i lavori erano sospesi, ed il fanciullo si trovò isolato nella massima tranquillità.

L'atmosfera interna era tepida; regnava una penombra scura, ma, lungo le navate, un rumore incessante di passi, faceva sentire che c'era molta gente in chiesa, e rassicurava il bambino. Da lontano, nel coro, s'udiva un salmeggiare monotono che conciliava il sonno.

Carlo, stanco, assiderato, non potè sostenere a lungo l'attenzione alla preghiera; chinò il capo verso la parete, e s'addormentò.

Fu risvegliato molte ore dopo, da una molestia allo stomaco. Non era un dolore. Era uno stiramento, una nausea. Aveva fame.

Chiamò due o tre volte il nonno; era il nome che gli veniva alle labbra ogni giorno al primo destarsi, dacchè sapeva parlare. Ma non udì la buona voce del vecchio, e si ricordò vagamente la sua storia dolorosa.

Stese le braccia, e sentì che non era in letto. Si rizzò ingranchito, confuso; fece alcuni passi, ed urtò negli attrezzi degli operai che ingombravano la cappella. Non sapeva più dove fosse.

Si pose a camminare a tentoni nell'oscurità, urtando ad ogni tratto, scansando un intoppo, impigliandosi in un altro; tremava tutto; piagnucolava, ancora istupidito dal sonno. Finalmente non incontrò più ostacoli, non trovò più appoggio da nessun lato, si sentì solo, smarrito, nelle tenebre infinite, nel silenzio pauroso.

Atterrito cominciò a chiamare strillando; e le vôlte immense ripeterono le sue grida con un suono cavernoso, che veniva da lontano, si ripercoteva, si frangeva, si prolungava, e moriva lentamente nel buio e nel silenzio di tomba. Allora la paura invase la mente del fanciullo come un delirio. Egli si pose a correre nell'oscurità, urlando, strillando, disperato, pazzo di terrore.

VI.

Suor Maria vegliava la notte di Natale al letto d'una donna malata.

Nascondeva il volto fra le braccia incrociate, e piangeva sul suo abito grigio, pensando il Natale delle famiglie, le madri puerilmente occupate del segreto delle strenne, i bimbi giulivi intorno alle mense festive.

Lei pure, dopo aver lottato contro la inerzia delle abitudini, ed aver vinto, aveva sognato un momento il sorriso d'un fanciulletto, e la sua prima strenna di ceppo. E quella speranza era nata nel suo cuore in un impeto di carità per un vecchio moribondo.

Ma pareva che una maledizione ingiusta la condannasse a vivere solitaria e senza affetti; anche la buona azione era rimasta infeconda, per non procurarle una gioia. Ed il vecchio era morto solo; ed il bimbo errava solo nelle gelide notti d'inverno; e la suora generosa e buona, era sola fra due letti d'ospedale.

Fu tolta a quelle meditazioni da una infermiera che veniva a chiamarla. Si asciugò gli occhi, ricompose le pieghe rigide del suo grembiule da monaca e s'affrettò dietro la donna.

Una brigata di giovinotti entrando in Duomo per la messa della mezzanotte, avevano trovato un bambino svenuto e lo avevano trasportato all'ospedale.

Per la prima volta, nella sua lunga pratica d'infermiera, suor Maria dimenticò la malata affidata alle sue cure, e la notte passò senza ch'ella ricomparisse nella corsia.

La mattina di Natale, traverso l'uscio della sua cella, s'udiva uno strano rumore come il ruzzolare di carrozzelle di legno sul pavimento, ed il cinguettìo d'una voce infantile.

Più tardi, all'ora del pranzo, la monaca non scese in refettorio; e la suora conversa che le recava i piatti dalla cucina, la trovò seduta ad una piccola mensa allegramente ornata di chicche e di arance, ed apparecchiata per due.

Carlo sedeva in faccia a suor Maria, rispondendo amichevolmente alle sue domande, ingrossando la voce per narrarle il terribile fatto della sua reclusione in Duomo, interrogando a sua volta circa una certa casetta bianca con un giardinetto verde, dove la monaca gli diceva che dovevano recarsi presto, ad abitare insieme.

Tratto tratto la campana dell'ospedale riprendeva a sonare a morto, e la suora rabbrividiva.

Poi s'udì lontan lontano il fischio acuto della locomotiva sibilare fra i rintocchi lenti della campana.

Il bambino alzò il dito, come per accennare quel suono ben noto, che gli richiamava tante storie e promesse serene di viaggi, e susurrò cogli occhi scintillanti e la bocchina aperta al sorriso.

--È il nonno che torna!

--No; è il nonno che parte: rispose gravemente la suora che conosceva la campana.

--Va in quel sito lontano dove lo fanno guarire? disse un po' meno lieto il fanciullo.

--Sì; in quel sito lontano dove starà sempre bene.

--Quando tornerà? domandò Carlo.

--Non tornerà: andremo noi a raggiungerlo.

Il bambino contento di quella promessa, stese le braccia verso la suora che lo prese in grembo; poi ricominciò le sue chiacchierine sconclusionate, con certe note acute, certe risate argentine, che echeggiavano stranamente fra le muraglie nude della cella. E suor Maria, abbracciandolo stretto, benediva il cielo che, per una vita di carità, le aveva concesso un amore; e pensando all'avvenire non si sentiva più sola.

SILENZI D'AMORE.

Lui si chiamava Fausto; aveva poco più di trentacinque anni, ed era artista di canto; tenore.

Lei era una di quelle signore eleganti di cui si dice sempre il casato ed il titolo, e si possono frequentare un mese senza saperne il nome.

Non si conoscevano. Fausto era stato a Pegli, dove un'altra dama di Milano gli aveva dato una lettera di presentazione per la contessa Floralio di Santigliano, che doveva trovare a Recoaro.

--Una donnina elegante, spiritosa, simpatica; una giovine vedova.

Fausto aveva incontrati a Recoaro molti conoscenti: aveva domandato della contessa:

--Aveva realmente le attrattive che gli avevano detto?

--Sì; Ma aveva delle timidezze da provinciale. Non osava stare all'albergo. Aveva preso alloggio da una famiglia ammodo; una mamma grassa e tre giovinette magre che si tirava sempre dietro come un'aureola di onestà.

Fausto rimise nel portafogli la lettera di presentazione.

Colla sua bella e florida gioventù, col suo carattere leale, il suo spirito sereno, il suo gran nome, e la fortuna che gli sorrideva, non aveva che a presentarsi per incontrare delle simpatie, non gli occorrevano lettere.

Da due, tre, dieci persone, la contessa s'intese dire che era arrivato Fausto, il più celebre dei tenori viventi, che cantava una sola stagione dell'anno al Covent-Garden o a Pietroburgo, ed in due mesi di trionfi e di gloria, si faceva una rendita da principe. Tutta Recoaro era agitata dalla speranza di udirlo.

--Canterebbe?

In società no. Era noto che non lo faceva mai. Ma se si fosse combinato il solito concerto a beneficio?...

Poi l'amica di Milano scrisse alla contessa:

«Come aveva trovato il suo raccomandato? Simpatico vero? Si vedevano spesso? Le faceva la corte?»

La contessa si meravigliò che non fosse comparso: se ne meravigliò al casino, se ne meravigliò alla fonte:

--Ma questo signore è un orso!

Fausto lo seppe, e, martire della cortesia, si mise i guanti e fece la visita.

Fu introdotto in uno di quei salotti borghesi che stanno sempre chiusi perchè il sole non abbia a sciupare i mobili, e di cui la serva apre le imposte quando ha fatto entrare un visitatore, lo abbaglia col riflesso del sollione che batte sul muro bianco di facciata, poi si volta, vede che si copre gli occhi colle mani, torna a chiudere un po' più, un po' meno, e lo fa assistere ad una serie d'effetti di luce, pittorici forse, ma punto comodi.

Fausto si guardò intorno, e fece una smorfia. Era un salotto freddo ed inospitale, senza il posto della signora, il suo angolo, la sua nicchia dove un amico può sederle accanto, presso il suo tavolino, e i suoi lavori, i suoi libri, i suoi giornali, i suoi albums e discorrere intimamente, sfogliando di quà, guardando di là, sgomitolando un filo di seta, disegnando un profilo colla matita, leggicchiando un'epigrafe, commentando, saltando di palo in frasca, mentre la signora continua a stare al suo posto a fare quello che stava facendo, senza aver l'aria d'essere là per riceverlo, di perdere il suo tempo per lui.

Era il salotto pretenzioso ed ingenuo delle famiglie che ricevono poco, e, per conseguenza, non sanno ricevere.

Un divano contro una parete, le poltrone in giro ed una tavola in mezzo su cui la vanità del proprietario mette in mostra tutti quegli oggetti, che la sua modestia considera troppo belli per farli servire al loro scopo.

Tazze in cui nessuno ha mai bevuto; servizi da thè e da caffè vergini d'ogni contatto colle bibite suddette; calamai che non conoscono neppur di vista l'inchiostro; e poi, fiori artificiali, uccelli imbalsamati ed i ricami più o meno scoloriti delle signorine di casa; e su tutte le spalliere dei mobili quadrati e dischi all'uncinetto per difendere la stoffa dal contatto dei visitatori.

La contessa entrò, salutò in piedi, sedette a disagio sul divano, colle mani in mano, impacciata di trovarsi là fuor di posto, con quell'aria di ricevimento che sembra misurare il tempo alle visite.

Fausto, che era avvezzo ad essere ricevuto fra gli intimi delle belle signore, rimase stonato anche lui.

Fecero i discorsi di circostanza:

--È da parecchio, che è giunto a Recoaro?

Poi un'occhiatina alla data della lettera che lo presentava, ed un sorriso dissimulato con ostentazione, ma senza osare di parlarne.

--E le acque le fanno bene? Io ne bevo tanti bicchieri, e lei? È poco. È troppo. Quanto tempo si aspetta alla fonte!...

Una conversazione da far dormire in piedi. La contessa cercò di metterci qua e là qualche parola spiritosa. Ma non si sentiva a suo agio, ed a Fausto fecero l'effetto d'una guarnizione di tartufi e d'un bicchiere di bordeaux introdotti improvvisamente nel _menu_ di un pranzo casalingo. Non erano in armonia con tutto il resto, stonavano.

Uscì col fermo proposito di non ripetere la visita che alla vigilia della partenza, nutrendo speranza di non trovare in casa la signora, e di potersela cavare col laconico _p. p. c._, in margine di una carta da visita.

Ma, per quanto la speranza sia economica a nutrirsi, quella di Fausto non potè vivere a lungo.

Il giorno seguente incontrò la contessa alla fonte.

Era appoggiata colle spalle ad un albero, aspettando il suo turno per andare a bere.

Aveva intorno le solite signorine magre ed alcuni uomini.

Là in piedi, con quell'albero per tutto mobiglio, si trovava assai meno a disagio che nel salotto borghese.

Appena Fausto le si fece incontro, gli stese la mano mettendo un «Buon giorno» tra due virgole del discorso, e continuò a parlare:

--Senza dubbio, ha sapore d'inchiostro, ma mi ci sono avvezza. Non fosse altro, a forza di dirlo; è la quarta volta che lo ripeto stamane.

--Lo ripeta anche a me, disse Fausto.

--Parlava dell'acqua?...

--Sfido! Dell'acqua, del sapore d'inchiostro, della maggiore o minore ripugnanza che ci si ha... Qui si parla a rime obbligate.

--Ma le signore di spirito sapranno introdurvi qualche variante, ribattè Fausto coll'intenzione di fare un complimento.

--È una rima obbligata anche il fare dei madrigali alle signore, disse la contessa.

--Ed il presentarli anche quando non sono riesciti nevvero? soggiunse tutto umiliato il povero Fausto, che avrebbe voluto ritirare il suo.

--Come vede... rispose la contessa accennando a lui.

Ma lo disse ridendo per togliere l'amarezza a quell'ironia. Poi troncò lì quel discorso, presentò Fausto alle signorine Asting, agli altri conoscenti, e s'avviò per cercare il suo bicchiere.

Era davvero elegante, ben fatta; vestita bene; era giovine, allegra, cordialissima, entrava subito in confidenza. Era una di quelle signore, colle quali gli uomini stanno volentieri in compagnia, perchè sanno discorrere, tolgono di mezzo la soggezione senza mai perdere la loro dignità di contegno, e non annoiano mai; una di quelle donne di cui le altre dicono:

--Non si capisce che cosa ci trovino gli uomini di attraente. Non è bella.

--Non era al casino ieri sera? domandò Fausto.

E vedendo che la contessa lo guardava ridendo, soggiunse:

--È anche questa una rima obbligata?

--Ed anche questa è la quarta volta che si ripete, perchè lei è il quarto conoscente che incontro. No, al casino non c'ero. La signora Asting non ci andava, e non mi trova abbastanza vecchia per affidarmi le sue figlie. Non potevo andarci sola.

--Se potessi offrirmi di venire a prenderla io... disse Fausto.

--Sarebbe proprio il caso di dire: _meglio sola che male accompagnata_.

--Lei almeno non ci pensa affatto a fare dei madrigali.

--Ma li faccio senza pensarci.

--Dicendomi che con me sarebbe male accompagnata?...

--Se fosse vecchio e brutto, non glielo direi.

--Allora vorrei essere vecchio e brutto.

La Contessa lo guardò ridendo, ma non rispose. Si vedeva però che aveva qualche cosa da dire, e Fausto glielo domandò:

--Perchè ride? Pensa qualche cosa di male sul conto mio?

--Sì. Penso che è un po' volubile.

--Può darsi, rispose Fausto.

Poi accorgendosi che aveva detto una fatuità, soggiunse:

--Non voglio contraddirla. Ma da che lo argomenta?

--Fino a ieri s'è tenuto in tasca una lettera a maturar la data, per evitare di vedermi; ed oggi vorrebbe essere vecchio e brutto per accompagnarmi.

--Fino a ieri non la conoscevo.

Fausto sarebbe andato lontano su quella via, ma lei si limitò ad inchinarsi ridendo al suo complimento, e parlò di altro.