Cara Speranza

Part 3

Chapter 33,853 wordsPublic domain

--Morto, no; lo sarei stato fra pochi minuti, e nessuno avrebbe sospettato mai che avevo vissuto fin allora: perchè il _curare_ paralizza la circolazione come paralizza tutti i movimenti, perchè, come s'è detto, agisce sui nervi motori. Ma se colla respirazione artificiale si riesce in tempo a ravvivare la circolazione ed a mantenerla per un tempo sufficiente, il _curare_ si elimina per le vie ordinarie e l'ammalato guarisce. L'importante degli esperimenti di Claude Bernard, fatti su molti animali e riferiti nel suo libro _La science experimentale_, sta appunto in questo, d'aver accertato che, per un dato periodo, prima che la paralisi dei polmoni non abbia prodotta l'asfissia, quell'essere, che presenta tutti i sintomi della morte, vive e può essere salvato. Ma io credo d'essere il solo uomo che ha provato su sè stesso gli effetti di quello strano veleno senza esserne morto. Più volte mi venne l'idea di pubblicare una memoria su quel caso; ma mi ripugna di occuparmene.

--E Rosario! quel gesuita di Rosario, domandammo noi, frementi d'indignazione. Non l'ha ucciso, professore? Non l'ha denunciato?

--Sporsi querela contro di lui per omicidio. Ci fu un principio d'istruzione. Turiddo dichiarò d'avergli tenuto un lungo discorso sugli effetti del _curare_, e sulla possibilità di salvare chi ne fosse avvelenato; io deposi le parole che aveva dette a me quando giacevo come morto; ma egli negò tutto. Ho già detto che aveva delle alte protezioni. D'altra parte il professor Dulcamara, che era rimasto molto umiliato dal trionfo di Turiddo sulla sua scienza, finì col persuadersi che quella era stata una commedia combinata fra Turiddo e me, e continuò a negare che un uomo veramente avvelenato col _curare_ potesse riaversi. Conclusione: Non si fece luogo a procedere, e, circa un mese dopo, Turiddu ed io fummo invitati dalla polizia borbonica a lasciare la Sicilia, dove eravamo mal notati all'università di Messina, come imbevuti di idee liberali, e perturbatori dell'ordine.

«Fu allora che venni in Piemonte, dove terminai gli studi a questa università di Torino, e, dopo varie vicende, finii, per tornarci col titolo di professore.

--Ah! è un'infamia che Rosario sia rimasto impunito! disse qualcuno. E non ne seppe più nulla, professore? Non lo rivide più?

--Lo rividi, rispose il professore un po' turbato. Lo rividi una volta sola... poco fa. Era la persona che mi domandava in salotto.

A quella rivelazione sorse un grido d'orrore. Tutti ci alzammo, alcuni cercarono di correre all'uscio, come per far giustizia di quell'uomo. Ma il professore trattenendoli riprese:

--Ora è molto lontano. Dacchè le cose sono mutate in Sicilia, è mutata anche la sua fortuna. È venuto qui povero, umile, malandato, a domandarmi cento lire per pagare il viaggio e tornare in paese.

--E gliele ha date, professore? No?

--Sì, gliele ho date. Ho fatto come i miei vecchi; non ho respinto neppure il mio assassino il giorno di Natale.

Poi con un sorriso che rimaneva sempre buono, soggiunse, come per iscusare la sua buona azione.

--Dacchè ho ereditato il loro patrimonio, ed i loro nervi eccitabili, dovevo pure accettare anche i loro pregiudizi. E la parte passiva dell'eredità.

SUOR MARIA

RACCONTO DI NATALE

I.

Erano quattro anni che vivevano insieme il vecchio ed il fanciullo. La madre di Carlo era morta nel giorno stesso della sua nascita. Tre anni dopo, il padre, che lavorava da muratore, era caduto da un ponte e s'era ucciso. Il bimbo era rimasto col nonno paterno, il solo parente che avesse.

Abitava una camera terrena fuori di porta Garibaldi.

Andrea era nato contadino, e non sapeva adattarsi a vivere in città, ad un piano alto, in una stanza chiusa; aveva bisogno del pian terreno che aprisse sul cortile, con qualche albero in vista, e l'aria aperta.

La mattina uscivano assieme, e, dopo un breve tratto, si separavano. Carlo andava alla scuola; Andrea entrava in città e si recava all'officina.

Non si rivedevano più fino alla sera.

La giornata del nonno finiva assai più tardi della scuola, e Carlo era sempre il primo a tornare.

Era un fanciullo un po' viziato dall'amore esclusivo del nonno, e non si trovava bene che con lui; cogli altri era selvatico; non entrava mai nelle case dei vicini, i quali, del resto, erano gente occupata e povera, che non badava a lui.

Quelle ore d'aspettativa dopo la scuola le passava solo, in casa o nel cortile, baloccandosi come poteva.

Poi giungeva il nonno col passo lento d'una persona stanca.

Poteva aver sessant'anni al più; ma, passati al fuoco della fucina, maneggiando un martello che, ad ogni colpo, strappa un ruggito dal petto dell'operaio, sessant'anni contano molto, e sono quasi l'estremo limite della vecchiezza.

Fin allora però Andrea resisteva bene alla fatica, e quando Carlo gli correva incontro nel cortile, e lo accompagnava in casa saltellandogli intorno e dicendogli che aveva fame, si rallegrava tutto, e non sentiva più la stanchezza.

Preparava la minestra lentamente per lasciare al bambino l'illusione di aiutarlo colle sue manine inesperte; poi sedeva sullo scalino del focolare, si prendeva il bimbo fra le ginocchia, e, con un cucchiaio ciascuno, mangiavano nella medesima scodella.

Era il momento più bello della loro giornata. Facevano a chi prendeva più cucchiaiate, ed il ragazzo rideva tanto di quel gioco, che s'imbrodolava tutto e comunicava al vecchio la sua ilarità.

Carlo raccontava gloriosamente i progressi che faceva alla scuola.

--Studio l'abaco. Sai quanto fanno due per due? E tre per tre?

Poi faceva dei disegni per l'avvenire:

--Farò il soldato di cavalleria, e ti condurrò a spasso a cavallo.

Il nonno ascoltava quelle ciarle con compiacenza d'amore, senza badare al tempo che passava.

Sovente il bambino gli si addormentava tra le braccia chiacchierando.

Allora il vecchio operaio lo portava sul letto, lo svestiva pian piano con una delicatezza da donna per non risvegliarlo, poi fumava la sua pipa in silenzio, e si coricava senza più uscir di casa.

Dacchè gli era toccata quell'eredità d'affetto, non aveva più messo piede in un'osteria; non aveva più fatto una partita alla morra. Si era isolato completamente nell'adorazione del suo figliolo. Vivevano l'uno per l'altro, si bastavano, si rendevano felici a vicenda.

Sovente, nelle ore solitarie della sera, Andrea pensava all'avvenire, ai suoi sessant'anni vicini, all'infanzia acerba di quel fanciullo che gli dormiva accanto; e tremava, calcolando il poco tempo che gli rimaneva ancora da lavorare, e forse da vivere.

E poi?

Ma si sentiva forte, ed aveva un gran desiderio di resistere finchè il bimbo potesse aiutarsi da sè; e finiva sempre col dire: «Sarà quel che Dio vorrà.» E tirava innanzi, felice di quel grande affetto che gli ringiovaniva il cuore.

II.

Verso la metà di dicembre Carlo cominciò a non parlar più d'altro che del Natale. Andrea, tornando dal lavoro, lo vedeva far capolino dall'uscio socchiuso, col visino roseo pel freddo, cogli occhi lucenti dalla gioia.

Aspettava il nonno, ansioso di parlare, e gli si precipitava incontro, cominciando a discorrere tutto ansimante prima d'essere a portata della voce.

--I ragazzi della scuola mettono la scarpa sotto il focolare la notte di Natale, ed il Bambino scende giù dal camino tutto vestito d'oro, con un gran paniere d'oro pieno di strenne. Metteremo anche noi, nevvero, le scarpe sotto il focolare? Ma soltanto le mie, perchè ai nonni il Bambino non porta nulla.

Da qualche giorno Andrea aveva tutte le membra infreddolite, e tossiva. Ma, alla vista del bimbo tutto vispo e contento, si rianimava, parlava anche lui della strenna di ceppo, per informarsi dei desiderii di Carlo ed appagarli poi; almeno nel limite del possibile, perchè l'immaginazione del fanciullo faceva certi voli da mettere in pensiero anche un nonno milionario.

Sognava una carozzona con due cavalli vivi; una barca grande, da poterla metterla sul Naviglio ed andarci dentro...

Però, quando il nonno, per condurlo ad idee più pratiche, gli parlava di cavallini di legno, di soldatini di piombo, il bimbo si esaltava ugualmente per quelle inezie come pei suoi grandiosi castelli in aria.

Organizzavano il programma della loro festa di Natale, ed il pranzo, che il fanciullo doveva combinare, per metterci tutte le cose che gli piacevano meglio. Ogni giorno pensava una nuova lista di piatti insensati, che il nonno approvava sempre.

Ma l'infreddatura d'Andrea, invece di guarire, andava peggiorando, gli toglieva l'appetito ed il sonno, lo prostrava. Carlo non capiva gran cosa, ma soffriva di vedere il suo vecchio a quel modo, e di mangiar solo.

Una sera era tornato dalla scuola eccitatissimo per le belle cose che aveva vedute nelle botteghe dei pasticcieri e dei salumai; era più chiacchierino del solito, e redigeva un _menu_ di pranzo per Natale, in cui entravano un gran maiale intero con dei fiocchi rossi sul muso e sulla coda, un pasticcio fatto come il Duomo, e tutte le sontuosità che i bottegai mettono in mostra per tentare i ricchi.

Andrea si dava da fare intorno alla pentola per nascondere le lacrime copiose che gli piovevano dagli occhi.

Quel giorno appunto, aveva cominciato a sentire al fianco destro un dolore pungente, che era andato aumentando d'ora in ora.

Si contorceva, si mordeva le labbra per non gridare; ma lo spasimo era tale che lo faceva piangere.

Vi sono azioni eroiche, scritte nelle storie, che non hanno costate le sofferenze inaudite, i prodigi di coraggio, che costò ad Andrea la cucinatura di quella minestra.

Sperava di resistere finchè il bambino si fosse addormentato. Ma quando si accostò alla tavola per versare il riso nella scodella, quello sforzo lieve gli strappò un grido di dolore.

Carlo era già meravigliato del suo silenzio, fu sbalordito addirittura da quel grido, e sopratutto dalle lacrime che gonfiavano gli occhi del vecchio.

Non aveva mai visto piangere un adulto, rimase impaurito.

Il nonno gli appariva così differente dal solito, ed il dolore ha sempre in sè qualche cosa di tanto solenne, che il fanciullo si sentì preso da una soggezione tutta nuova. Non osava parlare: guardava timidamente il suo vecchio compagno, e non gli reggeva l'anima di mettersi a mangiare.

Finalmente il male si fece così violento che il pover'uomo si buttò attraverso il letto, gemendo:

--Ah, non ne posso più. Chiama qualcuno.

Carlo uscì tutto tremante ed andò a bussare all'uscio della stanza vicina. Fece un grande sforzo, per rivolgere la parola a quella gente che gli metteva soggezione.

--Il nonno sta male; piange.

--Che cos'ha? domandò la Margherita.

Ma Carlo era già scomparso.

Ella corse nella stanza d'Andrea, gli rivolse due o tre domande, a cui il vecchio potè rispondere soltanto con un gemito, poi ordinò a suo marito d'andare in cerca del medico.

Era una buona donna, ma ciarlona, e molto rozza. Mentre applicava dei pannicelli caldi alla parte indolorita dell'infermo, borbottava:

--È in causa di quel ragazzo che vi siete maltrattato così. Vi logorate la vita per fargli fare il signore.

E volgendosi a Carlo gli gridava:

--Vedi? È per colpa tua che il nonno è malato. Purchè tu abbia da mangiare e da bere, eh? E che il povero vecchio s'ammazzi al lavoro, non importa...

Carlo si stizziva dell'ingiustizia di quei rimproveri. Non capiva che colpa avesse lui di quella malattia del vecchio. Ne era invece molto crucciato, e non aveva fatto nulla di cui il nonno avesse dovuto rimproverarlo. Cercava di connettere l'idea del suo mangiare e bere, coll'ammazzarsi dell'altro al lavoro; ma non gli riusciva. Guardò la sua minestra intatta, e disse come per giustificarsi:

--Non ho neppure mangiato io.

--Ecco, i ragazzi non pensano che a mangiare; ma c'è altro a fare ora, che dar da mangiare a te; ribattè la Margherita, prendendo quella scusa per una insinuazione.

E tirò via a dire, che i bambini sono tutti egoisti: «e poi, che costrutto si cava dai sacrifici che si fanno per loro? Dell'ingratitudine; appena mettono i primi peli al mento si guardano intorno a cercar moglie, ed i poveri vecchi...

Era il caso d'un suo figliolo, che le aveva tolte le illusioni materne, ed essa lo rimproverava a tutti i ragazzi, ne faceva una regola sconsolante, per sfogare la sua pena in qualche modo.

Il medico trovò che il male era grave; si trattava d'una pleurite acuta, ed era urgente di trasportare il malato all'ospedale la sera stessa.

Quando Carlo vide sollevare di peso il suo nonno, e metterlo nella portantina, dopo quanto aveva detto la Margherita pensò che fosse una risoluzione sua di allontanare il vecchio da lui, e la accusò d'ingiustizia e di crudeltà.

Quella notte, solo nel letto in cui aveva sempre dormito col suo vecchio parente, ebbe dei sogni agitati. I vicini, dalla stanza accanto, lo udirono singhiozzare nel sonno, e la Margherita dichiarò che bisognava dargli sulla voce, perchè non avesse a far scene che finirebbero per farlo ammalare anche lui.

Ed il mattino entrò presto a pigliarlo, lo tirò per forza in casa sua, mezzo vestito e mezzo da vestire, e lo buttò a sedere dinanzi ad una scodella di polenta.

L'intenzione era benevola; ma Carlo era troppo bimbo per poterla indovinare sotto l'asprezza dei modi.

Il nonno l'aveva abituato ad esser trattato con amore, ad essere considerato come un amico. Qualunque cosa egli avesse detta, era sempre ascoltata con deferenza.

La noncuranza apparente della Margherita, la privazione di ogni carezza gli riescivano dolorose come un maltrattamento; ed aggiunte al rancore profondo che le serbava per avergli portato via il nonno, gli rendevano uggiosa la compagnia di quella donna, ed insopportabile la vita presso di lei.

Cominciavano appunto quel giorno le vacanze di Natale: non poteva neppure andar a scuola; non sapeva dove stare. Usciva dalla sua stanza nel cortile, poi rientrava e tornava ad uscire, muto, imbronciato, intrattabile.

Ogni tanto piagnucolava:

--Voglio andare dal nonno.

--Ci si andrà domenica, gli rispose finalmente la Margherita, e profittò di quel discorso avviato, per tirar via a dirgli: che il nonno avrebbe dovuto viziarlo meno, ed insegnargli ad esser un po' più riconoscente verso i vicini di casa che gli facevano del bene...

--Quand'è domenica? tornò a domandare il bimbo senza darle retta.

--Doman l'altro.

Carlo non aveva idea esatta del tempo; il giorno dopo appena svegliato disse:

--È domenica?

--No; t'ho detto doman l'altro. Se fosse stato oggi, avrei detto domani, rispose la Margherita con tuono cattedratico.

--Quand'è doman l'altro? insistè Carlo.

--Domani.

Carlo passò un'altra giornata, triste, malcontento, capriccioso. Mangiò in silenzio, si lasciò sgridare senza rispondere, piagnucolò senza motivo; e la mattina seguente, prima che la Margherita entrasse nella sua camera, ne uscì vestito alla peggio, abbottonato a sghembo, e disse colla fronte accigliata:

--Oggi è doman l'altro: voglio andare dal nonno.

Per tutta la strada camminò innanzi, voltandosi appena ad ogni cantonata come per domandare da che parte dovesse dirigersi, poi tirando via daccapo frettoloso e muto.

Voleva essere il primo a rivedere il nonno; gli dava noia che la Margherita entrasse con lui; gli tardava di parlargli da solo, di sedergli sulle ginocchia, di dirgli tutto quello che aveva sul cuore.

Si figurava di trovarlo in una bella stanza, sano ed allegro com'era stato sempre. Gli avevano detto che all'ospedale lo farebbero guarire, ed egli lo aveva creduto. Non s'era rassegnato che a quella condizione.

Invece entrando, vide una corsia lunga lunga, con un altare in fondo come una chiesa, ed una sfilata di letti, quasi tutti occupati da figure macilente con un berretto bianco; vide le monache con quella vestitura stravagante, che passavano, come ombre, di letto in letto, parlando piano, e fermandosi appena; udì quel rumore triste di tossi, di rantoli, di scodelle urtate, di lamenti, ripercosso dalle vôlte immense; ed ebbe paura.

Si voltò severamente alla Margherita e le domandò: «Dov'è il nonno?» coll'accento che deve aver avuto il signore domandando a Caino: «Dov'è Abele?»

--Numero trentanove, rispose tranquillamente la donna; ed accennò ai numeri sovrapposti ai letti.

--È in letto? domandò Carlo stupito.

--Sicuro; dove vuoi che sia?

--Allora non l'hanno fatto guarire, avete detto la bugia, ribattè il bimbo più severo che mai.

E, vinto il primo sgomento, s'affrettò innanzi solo per trovare il nonno da sè.

III.

Fu invece Andrea che vide lui, e pregò una suora, che aveva accanto, di chiamare il fanciullo.

--Vieni; disse suor Maria facendosi incontro a Carlo, il tuo nonno è là. E gli porse la mano. Egli prese il giro un po' largo per iscansarla, e corse al letto indicato.

Il vecchio fissava con passione su lui i suoi occhi tristi da moribondo, e susurrava:--Oh, Carlo! Oh, povero Carletto!

Carlo, ammutolito da quella scena di dolore inaspettata, cercò d'aggrapparsi alle coperte per alzarsi un poco verso il nonno, ma non potè riescirvi. Guardò la suora che gli era venuta dietro. Era una donna matura, delicata ed invecchiata anzi tempo.

Carlo era avvezzo alle rughe. La vecchiaia d'Andrea era stata la sua protettrice, la sua compagna; s'era piegata alle sue voglie, aveva giocato con lui, l'aveva amato e reso felice. Ed egli amava i volti vecchi; gl'inspiravano confidenza.

Diede una strappatina all'abito della monaca e le disse accennando al malato:

--Non ci arrivo; è alto.

Suor Maria lo sollevò tra le braccia, e si pose e sedere accanto al letto, tenendosi il fanciullo inginocchiato in grembo. Così Carlo si trovò volto a volto col vecchio, che sporse la mano scarna e gli accarezzò la guancia ed i capelli ripetendo:

--Povero Carlo! Che il Signore abbia pietà di te povero figliolo!

Carlo guardava cogli occhi sbarrati senza trovar nulla da dire.

Gli entrava nel cuore un sentimento nuovo pel suo nonno. Gli pareva di dover fare il segno della croce davanti a lui, e parlare sommesso come in chiesa. Lo invadeva il primo senso di dolore, e gli dava un'aria smarrita.

Stettero un pezzo in silenzio, uno accanto all'altro; poi la monaca, vedendo che non dicevano nulla e soffrivano, e che le ciarle della Margherita, a cui nessuno dava retta, stordivano il malato, volle abbreviare quella vista e disse a Carlo.

--Via, dai un bacio al nonno, e poi vai a casa a pregare per lui, che possa guarir presto.

Il vecchio sporse avidamente la faccia per ricevere quel bacio, ed il fanciullo se gli strinse accanto, nascose il volto sulla spalla di lui, e sfogò in un pianto convulso la passione dolorosa ed ignota che gli gonfiava il cuore.

Suor Maria lo tolse di là, e tenendolo per mano, lo ricondusse fin in fondo alla corsia dicendogli delle parole carezzevoli e consolanti:

--Il nonno sarebbe presto tornato a casa; Gesù Bambino l'avrebbe fatto guarire, per fargli passare un bel Natale col suo nipotino...

Poi alla porta, mentre aspettava la Margherita, a cui il malato aveva accennato di voler parlare, si accoccolò, si strinse il bimbo tra le braccia, e lo baciò sulle due guancie.

Erano i primi baci di donna su quel volto di fanciullo. Due ore prima, nella sua timidezza selvatica, egli se ne sarebbe scansato rozzamente. Ma, in quella disposizione d'animo penosa, nell'abbandono che lo impauriva, sentiva il bisogno di attaccarsi a qualcheduno, ed apprezzò tutta la dolcezza di quell'atto.

Lungo la strada del ritorno, e nella lenta giornata solitaria, rammentò spesso quella monaca buona e desiderò d'averla accanto invece della Margherita.

Questa descriveva diffusamente agli altri vicini del casamento la magrezza del povero Andrea, gli occhi infossati nell'orbita, il naso assottigliato, che, secondo lei, era un segno di malaugurio; e Carlo, al cui sguardo inesperto quei particolari erano sfuggiti, se ne risentiva internamente contro quella donna come se li cagionasse lei.

E, tra per questo, tra pel confronto che faceva tra lei e suor Maria, sentiva farsi più forte l'antipatia che aveva risentita dapprincipio per la vicina. Tratto tratto domandava:

--Quanti giorni mancano al Natale?

Non era più la strenna, nè il pranzo, nè la festa che sospirava; era il ritorno del nonno che la monaca gli aveva promesso, era il termine di quella esistenza che gli diveniva ogni giorno più uggiosa.

Quando gli dissero: «mancano soltanto due giorni» provò una grande gioia.

Gli pareva d'essere stato tanto a lungo solo in casa della Margherita, e quel tempo che si esprimeva con quelle brevi parole, _due giorni_, doveva essere così poco al paragone...

Ma suor Maria gli aveva raccomandato di pregare pel nonno; e, con quel malumore che lo invadeva, egli non aveva pregato punto.

Bisognava pensare a riparare quella mancanza che gli rimordeva la giovine coscienza.

Quella notte sognò la chiesa, l'altare illuminato, i canti alti della benedizione; e la mattina i vicini non lo trovarono più nel suo letto; la camera era deserta.

--È un piccolo vagabondo, disse la Margherita. Sarà andato a giocare coi monelli. Quando avrà fame tornerà.

In fondo ne era dispiacente ed inquieta: soltanto, invece di dimostrarlo con rimpianti, il suo carattere aspro si sfogava con rimproveri e male grazie.

Passò l'ora della colazione, poi quella del pranzo; si fece buio, ed il fanciullo non si rivide.

La Margherita e suo marito lo ricercarono per tutto il casamento, lungo la contrada; ne domandarono a tutti, lo aspettarono fino a tarda sera, poi lasciarono l'uscio della sua stanza aperto tutta la notte, ed un lume acceso, perchè potesse rientrare senza aver paura.

Ma Carlo non rientrò.

IV.

La vigilia del Natale verso il mezzodì una carrozza si fermò all'ingresso del cortile.

--È quel vagabondo di Carlo, disse la Margherita correndo fuori con premura.

Ma tosto soggiunse, come per nascondere il sentimento buono che le faceva provare una vera consolazione pel ritorno del fanciullo:

--Ecco, me lo riconducono. Il mal seme non si perde mai. E si compose un viso arcigno mentre si affrettava verso la carrozza.

Ma ne discese soltanto una suora di carità.

Invece di ricondurre il bimbo veniva a cercarlo.

Andrea era in fin di vita, e desiderava vederlo prima di morire.

La Margherita si senti mancar il cuore a quella notizia; e, nel malcontento della delusione provata, disse brutalmente:

--A quest'ora, pensa al suo nonno come alle prime scarpette che ha portate. È fuggito ieri per andare a far il chiasso fuori, e non è più tornato nè per mangiare nè per dormire.

E ricominciò a battere i dintorni in cerca del fanciullo, mentre la carrozza s'allontanava.

Suor Maria s'era fatta monaca a ventisette anni nello scoraggiamento d'un disinganno d'amore, che aveva troncati dei disegni d'avvenire lungamente vagheggiati.

Oltre al dolore della delusione sofferta, aveva contribuito molto a farle prendere quella risoluzione, l'idea di sfuggire ai commenti della gente, a cui s'era presentata per molti anni come fidanzata; e fors'anche una speranza segreta di commuovere l'amante infedele.

Non per nulla aveva scelto l'ordine delle Suore di carità, dove i voti sono annuali.

Ma quando, dopo meno d'un anno, ammogliandosi prosaicamente con una vedova ricca, quell'uomo tolse alla povera giovine l'ultima illusione, che mettendo un po' di poesia nel sacrifizio, l'aiutava a sopportarlo, ella ne sentì tutto il peso, e rimpianse amaramente le gioie dell'amore e della maternità alle quali aveva rinunciato.

Era troppo dignitosa per uscire dal convento, _in cerca d'un altro sposo_, come non avrebbero mancato di dire i malevoli.

Ma vi rimase senza passione e senza convinzione.

Il bene, che faceva per vero sentimento di carità, avrebbe preferito farlo senza quella messa in iscena di regolamenti e di costume, e sopratutto senza quella privazione d'ogni affetto durevole, che la isolava e le assiderava il cuore.

La sua anima appassionata prendeva a ben volere tutti gli infermi, tutti i trovatelli abbandonati.

Poi, gli infermi che la morte risparmiava, se ne andavano, e non li rivedeva più.