Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1

Part 6

Chapter 63,363 wordsPublic domain

FRANC. — Ma io non sono punto ai suoi ordini!

FAUST. — Via, via, aspetti; quando avrà compreso, sarà contento.

FRANC. — Temo di aver già capito troppo! _(esce dal fondo)_

FAUST. — Quanto fumo! E non capisce d'essere nelle mie mani come gli altri tutti! Ma se quel dispaccio annunzia il pagamento delle macchine, il mio progetto è bell'e ito! _(si ritira in disparte verso il fondo)_

SCENA V.

_CARLO dalla destra, pallidissimo, e poi EGISTO dal fondo. DETTO._

CARLO _(corre sulla soglia del giardino senza vedere Faustini, e ne ritorna subito con Egisto)_. — Vedi ciò che mi rispondono i Richard!

EGISTO _(leggendo il dispaccio)_. — «_Il non aver ricevuto vostre macchine ci pone in dolorosa, ma assoluta impossibilità ordinare pagamento, malgrado nostra buona volontà; ad ogni evento, ricordate che vi offriamo posto Direttore nostro grande stabilimento_». Vedi se noi avevamo ragione?

CARLO _(supplichevole)_. — Egisto, te ne prego, non abbandonarmi in questo momento in cui tutto fallisce alle mie previsioni!

EGISTO. — Mio caro, a chi lo devi, se non a quegli operai che non rifinivi di portare in palma di mano? E poichè gli operai sono così fatti anche con chi li ama, io sarei un matto se affidassi ai loro capricci una somma tanto ragguardevole.

CARLO. — Ma io ti darei tutte le guarentigie che puoi desiderare, pur di non rimanere vinto per difetto di armi in una battaglia che deve terminare colla mia vittoria!

EGISTO. — Già: la solita illusione di tutti gli inventori! Ma che cosa ci posso fare io? Dopo quei disordini, ho quasi disposto del mio capitale, con ipoteca su poderi ed officine...

CARLO. — Al Faustini adunque?

EGISTO. — Oh insomma, non voglio e non debbo darti quel denaro... Tutti i giorni la stessa canzone!

CARLO. — Egisto, tu non sai quanto possa costarmi il tuo rifiuto.

EGISTO. — Potrebbe anche essere per il tuo meglio.

CARLO. — Ma sai tu di che si tratta?

EGISTO. — Sì, sì; del popolo, dell'industria, dell'Italia..... Lo so a memoria: _far l'Italia_; come se prima di voi altri l'Italia non ci fosse!

CARLO. — Non se ne parli più. Ritorna in giardino...

EGISTO. — Che abbia ballato io, passi; ma il capitale? La sorella mi strapperebbe gli occhi! _(via dal fondo)_

CARLO _(smarrito, scendendo lentamente dal fondo)_. — Ed ora?

FAUST. _(presentandogli le cambiali)_. — Domani.

CARLO _(una breve pausa)_. — Voleva essere mio socio..... lo sia.

FAUST. — Troppo tardi.

CARLO. — (La vendetta!)

FAUST. — Non voglio fare scandali. Mi piglio l'officina, straccio le cambiali e le rifaccio venti mila lire.

CARLO. — Ventimila!

FAUST. — È vero che le ho offerto altrettanto per la sola società; ma ora non ho più bisogno della sua invenzione; ne ho una quasi uguale, che dà gli stessi risultati.

CARLO. — Anche la casa si pigli, anche la casa!

FAUST. — Tanto meglio; per la casa le do altre venti mila lire, semprechè, s'intende, domani non mi paghi. Posso vedere intanto l'officina?

CARLO. _(gli accenna la porta a sinistra)_.

FAUST. — (Eppure non ho osato dirgli quello che voleva) _(esce dalla sinistra)_

CARLO _(porta le mani al collo come un uomo che si senta strangolare; vacilla e finisce per cadere sopra una seggiola)_. — Come mio padre! Ora comprendo la tua morte! Noi, o si vince, o si muore. La vita ci assolve, la morte ci vendica. Vivere deriso dai maligni o alle spalle della moglie, giammai! _(guardando verso la sinistra)_ Vieni, vieni, mercante di carne umana, a godere il tuo trionfo su queste rovine..... E voi pure che io ho voluto strappare alla miseria, all'ignoranza, che ho amato come figliuoli, venite a leggere scritta col mio sangue su queste rovine la vittoria dell'ozio e della invidia! _(trae di tasca la rivoltella, ma ve la ripone subito sentendo venire Cesarino)_

SCENA VI.

_CESARINO dal giardino che giuoca al volante colla racchetta, ed AGNESE che ricama. Agnese rimane in fondo intenta al suo lavoro._

CESAR. — Babbo! babbo! vieni anche tu a giuocare.

AGNESE. — Ancora qui, Carlo?

CARLO _(senza guardarli)_. — Andate in casa, lasciatemi...

CESAR. — Vieni a giuocare un pochino, babbo...

AGNESE. — Andiamo via, Cesarino, o ti farai sgridare...

CESAR. — È vero che tu mi sgridi, babbo?

CARLO. — (Che strazio!) No... ma va.

AGNESE. — Via, dàgli un bacio, e poi si va via subito.

CARLO. — Ma andate, vi ripeto! (No, che l'ultima parola non sia un comando...) Ve ne prego, lasciatemi solo...

AGNESE _(scesa presso il marito)_. — Tu respingi tuo figlio e non mi guardi?

CARLO. — Io... ti guardo...

AGNESE _(atterrita dall'aspetto di lui e buttando il ricamo sullo scrittoio)_. — Carlo! Ma che cosa avvenne? Che si fa nell'officina? Faustini? Ah! io lo leggo sul tuo volto; tutto è perduto!

CARLO. — No... faccio anzi un affare eccellente...

AGNESE. — E la tua invenzione?

CARLO. — Non ne ha bisogno; ne hanno inventata un'altra quasi eguale... Oggi s'inventa tutti!... Ma l'affare è buono: egli corbella un pochino me ed io moltissimo lui... Che scrupoli! Chi non inganna non guadagna.

AGNESE. — Tu mi fai paura: perchè tu possa parlare così dinanzi a tuo figlio, bisogna che una grande sventura ti abbia colpito. Ma se l'hai già venduta, qui non resta a far nulla. Se puoi ancora salvarti, se la mia dote può esserti utile, so che ne posso disporre, ritorniamo subito in città, vieni...

CARLO. — A che?

AGNESE. — A che? Ed è un uomo del tuo carattere che me lo chiede?

CARLO. — Non lo sono più... Tutto è finito per me!

AGNESE. — Ma questo pensiero è un delitto!

CARLO. — E sarà minor delitto che questa vita!

AGNESE _(preso Cesarino, glielo butta disperata fra le braccia)_. — E sei padre?

CESAR. _(abbracciandolo)_. — Babbo! babbo!

CARLO _(con uno scoppio di pianto)_. — Basta, Agnese, basta!

SCENA VII.

_EGISTO ed ANNA dal fondo. DETTI._

CESAR. _(ad Egisto)_. — Il babbo, che non piange mai, piange!

AGNESE. — Sì, il suo cuore scoppia di dolore, non per quello che ha perduto, ma per la malvagità altrui. Ma andiamo, Carlo... _(porge il braccio al marito: questi, vacillante, sta per cadere; Agnese lo sostiene, dicendo agli altri accorsi:)_ Basto io: sono sua moglie. Con me, Cesarino... _(esce con Carlo e Cesarino dalla destra, per ritornare a suo tempo)_

ANNA. — Carlo piange ed Agnese mi dà uno sguardo che mi fa rabbrividire?

EGISTO. — Oh Dio buono, sta a vedere che ora ci sono degli altri guai più gravi! _(Agnese dalla destra, mettendo in tasca la rivoltella di Carlo. Va subito ad aprire la cassa e ne trae un portafoglio in cui racchiude carte e lettere)_ Ma che è stato dunque?

ANNA. — Si può sapere una volta perchè Carlo piange?

EGISTO. — Si può di grazia sapere che cosa abbia perduto?

AGNESE. — Che importa a te di Carlo!

EGISTO. — Se non per Carlo, per te...

AGNESE _(reprimendo un movimento)_. — Ah per me!..... Ma c'è mia madre, e non dirò una parola che possa parerle meno rispettosa.

ANNA. — Ed io ti comando anzi di parlare. Sta a me il giudicare se hai ragione di trattarci a questo modo.

AGNESE. — Dio sa se io ti rispetti; ma l'essermi madre, ma l'amarmi fino all'idolatria... Ma no; non debbo e non voglio dir altro.

ANNA. — Vieni qui per l'appunto, che io voglio saper tutto e subito.

EGISTO. — Sicuro, a meno che il nostro affetto ti pesi!

AGNESE. — Ebbene, sì, mi pesa perchè si concentra tutto su di me, dimenticando che anch'io ho doveri e diritti verso quelli che mi appartengono.

ANNA. — Non è mia figlia che parla così!

EGISTO. — A tua madre? A tuo zio?

AGNESE. — A te, non parlo che a te, che non staresti un'ora lontano da me senza sentirti strappare le viscere; a te che mi ami tanto, che vorresti che non amassi che te, e per questo ti auguri giorno e notte che Carlo veda cadere in rovina tutto l'edificio dei suoi studii e delle sue imprese, e vorresti per giunta che io assistessi col sorriso sulle labbra al martirio dell'uomo che amo, per l'eccellente ragione che egli non pensa come te! Ma se mio marito fosse un uomo da nulla od un uomo cattivo, io non l'abbandonerei; mi farei anzi più sua per difenderlo o ricondurlo all'amore del bene; pensa adunque se moglie di un uomo intelligente ed onesto come lui, io possa associarmi a te in questa tua guerra non so se più stupida o feroce!

ANNA. — Ma sogno o questa è la mia Agnese?

EGISTO. — Qui c'è un equivoco evidente, un grosso sbaglio!

AGNESE. — Sì, il tuo: sbaglio di date. Tu credi ch'io sia sempre l'Agnese uscita dalla scuola; io invece da anni sono moglie e madre e sviscerata quanto ogni altra; eppure del cuore me ne resta sempre tanto da essere figlia e nipote riconoscente e rispettosa; ma quando mi accorgo che colla riuscita delle tue macchinazioni fai strazio di mio marito, io non maledico il tuo trionfo perchè già nè so, nè posso maledire; ma, per non correre un dì il pericolo di dimenticarmi che sei mio zio, piglio l'unica via che mi resta, e me ne vado.

EGISTO. — Se ne va? E dove se ne va? A Firenze?

ANNA. — Senza di noi a Firenze?

AGNESE. — Non a Firenze; con mio marito a Marsiglia.

ANNA. — Dio!

EGISTO. — A Marsiglia? Fino a Marsiglia?

AGNESE. — Sì, perchè i Richard, che credono all'intelligenza di Carlo, gli offrono una onorevole e lucrosa posizione. Voi non ci credete? Rimanete! Io che ci credo, l'accompagno. _(va a ripigliare il portafoglio che lasciò sullo scrittoio, per andarsene)_

ANNA. — Agnese, questo è troppo!

EGISTO. — Mi vuoi vedere a piangere? Dillo che mi vuoi vedere a piangere!

AGNESE. — Tu piangi? Ma che cos'è il tuo dolore a petto del suo? Ha perduto l'officina, gli hanno rubato la sua invenzione, e a capo di questa infernale congiura sta quel Faustini cui tu impresti il capitale che avrebbe potuto salvarlo! E lui parla di piangere perchè la sua Agnese, la sua bambola, se ne va, perchè le sue abitudini di ozioso e di egoista stanno per essere troncate, mica per altro!

EGISTO. — Agnese! tu bestemmi: vada per ozioso; ma io non ho amore per te? Io sono un egoista?

AGNESE. — Se il tuo fosse vero amore, avrebbe sentito la necessità del sacrifizio, e non si contenterebbe di questo tuo pianto puerile e sterile. _(via dalla destra)_

EGISTO. — Puerile a me! E anche sterile!

ANNA _(piangendo)_. — Ma è possibile che mia figlia ci calunnii tutti e due a questo modo?

EGISTO. — No, sorella, che non ci calunnia!... Ha ragione, sterili tutti e due! E ha ragione anche Carlo, perchè, se lo vogliono gli stranieri, bisogna confessare che noi soli non lo abbiamo saputo stimare, poichè, da buoni italiani, invece di aiutarlo, gli abbiamo fatto la guerra!..... Ma ora come se n'esce?

ANNA _(fuori di sè dal dolore)_. — Dividermi da mia figlia, non vederla mai più? Piuttosto mille volte la morte!

EGISTO. — Ma neanche una, sorella! Sono più vecchio di te; ma di morire, per quanto ce ne sia l'uso, non ne ho punto voglia..... piuttosto faccio anch'io l'Italia! Andiamo ad impedire che quei matti partano. Finchè si trattava di Belmonte, si era sempre in Toscana..... ma Marsiglia? No; sono dei Vespucci, ma non per scoprire altro... Oh! gli operai adesso! Non ci mancherebbe altro che volessero far ballare anche te... Andiamo subito... ma con dignità... senza dar a vedere che si ha paura... _(esce rapidamente dalla destra con Anna al braccio)_

SCENA VIII.

_MARTINO, ORESTE, CENCIO, GENNARO, AMBROGIO e gli altri operai di Valori, dal fondo._

ORESTE. — Nessuna vergogna: siamo qui per ripigliare il lavoro.

CENCIO. — E poi mi pare ci sia poco da ragionare: la cassa della società non ha più un cavurrino, il magazzino cooperativo non ha più una libbra di riso a darci, le famiglie quel po' di sparagno, se l'han fatto, se lo sono mangiato, dunque!...

AMBR. — Dunque, maledetto lo sciopero!

GENN. — La colpa è tutta di Bobi..... _che possa essere acciso!_

SCENA IX.

_BOBI dal fondo. DETTI._

BOBI. — Se lo diceva io ch'eravate qui tutti. _(starnuta)_ Accidenti!

MART. — A te!

BOBI. — Ora che non faccio più nulla, sono raffreddato, mondo ladro!

AMBR. — Provati a sudare.

BOBI. — Se non posso!

ORESTE. — Se vuoi sudare di sicuro, il modo te lo mostro subito: provati a fare il galantuomo.

GLI ALTRI. — Bravo!

BOBI. — Bada veh! che te ne suono tante!

MART. — Che tu possa _esse massò_... Non è buono che a minacciare i ragazzi lui! Provati con me, su!

BOBI. — Zitto là che ho fatto per celia. Dunque ci aggiustiamo una volta col Faustini?

MART. — Si vede che non hai letto il suo regolamento. Orario di dodici ore e tutti pagati a cottimo!

BOBI. — Questa veramente mi pare una porcheria poco pulita: se non si lavora, non si mangia, perdinderindella!

GENN. — E _sulfeggià_? _Chi sulfeggia_, cacciato su due piedi! _(a Bobi)_ _Ah managgia a te che c'hai fatto fa a' rivoluzione contro maestro Valori!_

MART. — Sì; abbiamo fatto un bel guadagno a darti retta; miseria in casa e mortificazioni in piazza!

BOBI. — Che mortificazioni! È tutto per noi questo popolo!

MART. — Già, gli è tanto per noi che dal dì dello sciopero non ha più aperto una bottega.

SCENA X.

_FRANCESCO e MATILDE dal fondo. DETTI._

FRANC. — Oh bravi! Eccoli qui tutti per il cavaliere Valori.

ORESTE. — Venga, sor Savelli: tutti quanti per il Valori!

MART. — Meno Bobi, con licenza parlando!

BOBI. — Sì, perchè non valeva la pena di far lo sciopero se ora si rinunzia a raccogliere dal Faustini quel che si è fatto perdere al Valori.

MAT. — Scusate se ci metto bocca io; ma voi, operaio del Valori, sapevate che lo sciopero poteva rovinarlo?

BOBI. — Valori mi aveva licenziato, e un operaio come me.....

MART. — Ma che operaio! Tu parli sempre a nome degli operai, ma soltanto per far nulla.

CENCIO. — Peggio che nulla: non lascia lavorare!

ORESTE. — E neanche imparare.....

AMBR. — Fuori dei piedi ch'egli è meglio per tutti!

TUTTI. — Sì, fuori!

BOBI. — Nossignori: da quest'officina non sarete voi che mi caccerete.

MART. — Ti caccerà il principale, se non ti cacceremo noi.....

BOBI. — Il principale cacciar me? Badate piuttosto voi altri che d'or innanzi non dipendiate da me più di quel che credete tutti quanti; sì, limatori, massellatori e capi-fabbrica... aristocratici!

GLI ALTRI. — Noi? Da te?

FRANC. — Zitti! (Ah! se non ci fosse mia moglie!)

BOBI. — Ecco il principale che vi metterà la testa a segno. Venga, sor Faustini, lo aspettiamo!

SCENA XI.

_FAUSTINI dalla sinistra. — EGISTO, ANNA, AGNESE e CESARINO in abito da viaggio dalla destra, seguiti da CARLOTTA con due sacche da viaggio. DETTI._

AGNESE. — Mio zio, giacchè si trova qui anche il tuo socio, eccoti le chiavi...

EGISTO. — Ma che socio! Signor Faustini, godo di trovarla qui anche lei... Mi dica un po', quando le ho promesso il capitale, sapeva io che ella volesse acquistare quest'officina e l'invenzione di Carlo?

AGNESE. — Ma che acquistare l'invenzione... rubare!

EGISTO. — Agnese, calmati e lasciami parlare...

FAUST. — Ma la lasci sbraitare, le dirò poi io tutto!

EGISTO. — Sbraitare? Badi che lei parla di mia nipote...

FAUST. — Ebbene, l'invenzione che userò..... mi è stata venduta da chi l'ha fatta.

AGNESE. — Da mio marito dunque?

FAUST. — No, dal direttore, dal capo-fabbrica.

EGISTO. — Da lui? _(a Francesco)_ Ah lei inventa delle cose grandi, portentose... là... come io un fritto di asparagi croccanti?

FRANC. — Ma lei si burla di me: guastato qualche cosa ho guastato, ma inventato poi...

EGISTO. — Un corno come me, bravo! _(a Faustini)_ Ora sbraiti lei, sbraiti.

FAUST. — Oh! Il signorino è troppo modesto. Non si ricorda di quei tre mesi di viaggio?...

FRANC. — (Anche lui!)

AGNESE. — Insomma quel segreto o l'ha inventato lui, o lo ha rubato, di qui non se ne esce...

MAT. — Francesco, parla!

FAUST. — Non parlerà!

SCENA XII.

_CARLO dalla destra, in abito di viaggio, inosservato. DETTI._

FRANC. — Sì che parlerò, perchè il segreto di Carlo Valori è qui suggellato dalla riconoscenza, e neanche colla paura riuscirete altro a far tacere in me il sentimento dell'onore! _(a Matilde)_ Matilde, guardami in volto; se io arrossisco, è di non avertelo confessato prima, a te che prima di ogni altro mi avresti saputo compatire. Quei tre mesi che tu credi ch'io abbia passato all'estero, per espiare una colpa involontaria li ho invece passati in carcere...

EGISTO. — Bravissimo! (Ma che dico ora?)

FRANC. — Ora dimmi tu se per nasconderti questa macchia, era meglio vendere a Bobi o al signor Faustini il nostro benefattore!

MATILDE. — No, Francesco; te lo dica questo abbraccio!

EGISTO. — Benone, e stringa forte..... Ora, signor Faustini, lei capirà che fra me e lei, che ha trovato buono ogni mezzo per rovinare la miglior parte della mia famiglia, non ci può più essere nulla di comune.

FAUST. — Ma se io doveva aspettarmelo da lei; un uomo che non capisce un acca d'affari, che non è mai stato buono a nulla!

EGISTO. — Io?... Io? (Ma se ha ragione!)

FRANC. — Ecco il cavaliere! Evviva il nostro principale!

TUTTI GLI OPERAI _meno_ BOBI. — Evviva!

CARLO. — Il vostro principale eccolo là: io non ho più nulla.

FRANC. — Come? L'officina?...

CARLO. — Perduta!

FRANC. — Perduta! La sua invenzione?

CARLO. — Te la dono, Francesco; quel che non ho potuto fare io, lo farai tu. Addio, io vado a dirigere l'officina dei Richard a Marsiglia.

EGISTO. — (E a noi ci tocca trottargli dietro, senza andare a diriger nulla!)

FRANC. — Un istante, maestro.. Prima di partire, perdoni a me, perdoni a tutti quelli che gli hanno fatto del male senza saperlo, senza volerlo.

GLI OPERAI _(commossi)_. — Sì! Sì!

CARLO _(bacia Oreste in fronte). — A te per tutti; a te sulla cui fronte splende l'avvenire._

EGISTO _(prorompendo, con voce rotta dalla commozione)_. — Ora si piange! Invece di pensare al modo di riparare al male, si piange! Costa meno, coccodrilli; sì, coccodrilli tutti, per Bacco Baccone... (ed io coccodrillo numero uno!)

FRANC. — Sì, ha ragione lui; ma se l'ozio e l'invidia lo hanno rovinato, lo deve salvare il lavoro. Compagni, si lavora tutti per lui a due terzi di paga finchè non abbia adempiuto i suoi impegni?

TUTTI GLI OPERAI. — Sì! sì!

CARLO. — Ma chi potrà pagarmi le quarantamila lire delle cambiali?!

EGISTO _(con un grido)_. — Si possono ancora pagare?

CARLO. — Fino al mezzogiorno di domani.

EGISTO _(prorompendo in un lungo scroscio di risa dinanzi a Faustini)_. — Ah! ah! ah! Non sono buono a nulla io? _(dinanzi a Carlo)_ Io sono pedante? _(ad Agnese)_ Io sono sterile?

ANNA. — Fratello, sarebbe possibile?

AGNESE. — Lascialo dire, lascialo fare!

EGISTO _(ad Anna)_. — Hai inteso? Fare, fare, fare! _(ad Agnese)_ Strega, tu hai compreso che farò, che faccio subito, che è l'unica maniera di fare; e così, tanto per cominciare gli affari col mio socio Carlo, io che non ci capisco nulla, le sacche tutte in casa, meno la mia, anzi anche la mia; per fare una corsa a Firenze noi industriali non s'ha bisogno di nulla!

FAUST. — Badi che domani l'aspetto a mezzogiorno. _(s'avvia al fondo)_

EGISTO. — Ci conti; ma non mi lasci nulla di suo.

FAUST. _(a Bobi che vorrebbe seguirlo)_. — All'inferno! _(via dal fondo)_

BOBI. — Dove ho d'andare io? Che ho da fare?

EGISTO. — Il primo ballerino alla Pergola; ma fuori dei piedi!

MART. — No; egli che approfittò di tutto per far del male a lei ed a noi, non se ne anderà così; e se non vorrà chiedere scusa qui, gliela faremo chiedere noi fuori, in altro modo...

TUTTI GLI OPERAI. — Fuori!

BOBI. — No, no, è meglio qui... Avrò torto... ho torto... e sono opinioni politiche!

MART. — Zitto e non ridere, sai, o ti cambio il muso! Chiedi perdono al padrone; ad Oreste del cattivo esempio; a Cencio per il poco rispetto ai suoi capelli bianchi... Ora guarda quella porta, ringrazia che ci sono le signore, e... gira l'Italia! _(Bobi fugge dal fondo impaurito; gli operai vorrebbero seguirlo minacciosi)_

FRANC. — No, no; portiamo piuttosto il cavaliere Egisto in trionfo!

EGISTO _(che in questo frattempo è stato abbracciato con effusione di affetto da Agnese e da Carlo)_. — Siete matti?... Voi mi prendete per un Mecenate, per un uomo che butta i suoi quattrini in un momento di espansione; e io vi dico che vi sbagliate. Io non ho fatto altro che questo: ho capito che se affido il capitale a Carlo che ha l'intelligenza, e voi che siete il lavoro ci date la mano, la nostra industria risorge sicura... Rompete quest'armonia: il capitale scappa, la miseria arriva, e l'intelligenza italiana va ad arricchire lo straniero. La capite la morale?

FRANC. _(alzando in aria il cappello, con forza agli operai)_. — Al lavoro!

EGISTO, CARLO E TUTTI GLI OPERAI _(ad una voce solenne)_. — Al lavoro!

FINE DELLA COMMEDIA.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Capitale e mano d'opera, by Valentino Carrera