Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1
Part 5
MART. _(accennando a Francesco e a Matilde già usciti)_. — Il matrimonio deve avere qualche cosa di buono... _(dà un fischio: entra Carlotta)_ V'ho da dire una cosa, la mia Carlotta...
CARL. — Che cosa è questa mia?
MART. — Non lo credete che avete ad esser mia?
CARL. — Non credo neanche all'aceto io; e se non vi si cresce la paga, ve lo dico tondo, potete starmi parecchio lontano dai contorni delle scarpe.
SCENA V.
_Dalla destra CARLO inosservato. DETTI._
MART. — Sentite, il signor Faustini ha fatto offrire dieci soldi di più per giornata a me, Cencio, Gennaro ed Ambrogio, e sta attorno al capo-fabbrica per guadagnarselo anche lui. Or bene, se per questi altri dieci soldi, che fanno la bellezza di quattro lirette, vi decidete a sposarmi, io, con gran dispiacere.... per lui... pianto qui su due piedi il cavaliere!
CARLO. — Bravo!
CARL. — (Tonfa!)
MART. — (Ahi! Ahi!) Ho detto con gran dispiacere.
CARLO. — Già, per me. _(a Carlotta)_ Che fai tu qui?
CARL. — Io cercava... della limatura per far pulito il rame...
CARLO. — Va in casa subito. _(Carlotta esce dalla destra. — Suono di campana)_
MART. — (Pagherei dieci soldi per trovarmi lontano un miglio).
CARLO. — Martino, Faustini tenta adunque di prendermi tutti i migliori operai, e voi altri che sapete in quali impegni mi trovo, mi piantereste senza dirmi un'acca!
MART. — (Ne pagherei venti per trovarmi in cantina).
CARLO. — Questo prova che avete forse una ragione di farmi del male...
MART. — No, _per Diesana_!
CARLO. — E allora?
MART. — E allora, si capisce... l'amore! Ecco la ragionaccia! Ma la ringrazio d'avermi avvisato, e stia sicuro che finchè non abbia terminato i suoi impegni, non mi muovo, neanche se Carlotta, non so se mi spiego, diventasse più bella della Madonna della Guardia!
CARLO. — Basta, Martino... Lo sapevo io: uno per uno di voi se ne fa quello che si vuole. Vi ringrazio e saprò ricompensarvi.
SCENA VI.
_FRANCESCO, GENNARO, CENCIO, AMBROGIO, ORESTE, e tutti gli altri lavoranti, dalla sinistra. DETTI._
CARLO. — Figliuoli, vi ho a pregare tutti di un favore: perchè le macchine possano esser mandate in tempo al Richard, ci vorrebbe una giornata di più di lavoro, quella giornata appunto che si è perduto per solennizzare non so che festa. Per ricuperare questa giornata bisognerebbe che mi deste un'ora di più al giorno per questa sola settimana.
TUTTI. — Sì, sì, volentieri.
CARLO. — Oh bravi! bravi davvero e grazie!... È inutile che vi dica che da lunedì venturo l'orario sarà nuovamente ridotto di quest'ora, per cui riceverete un proporzionato aumento di paga. Ora al lavoro. _(a Francesco)_ Avete sentito, Savelli, che razza di guerra mi fa il Faustini? E temo anche peggio da certe voci!
FRANC. — Non abbia timore; i suoi operai gli sono fedeli.
CARLO. — Guai a me se dovessi dubitarne! Ora vediamo il materiale ed il carbone per non esser colti alla sprovvista.
FRANC. _(agli operai che s'apprestano a lavorare)_. — Date mano ad imperniare le ruote dentate, limatori; e voi altri massellatori alla tornitura dei fusti. _(a Carlo)_ In queste ore più calde un lavoro meno faticoso profitta di più...
CARLO. — Approvo il vostro consiglio. _(escono entrambi dalla destra)_
SCENA VII.
_BOBI dalla sinistra guardingo. DETTI. Quindi BARTOLO pure dalla sinistra._
BOBI. — Amici, gran nuovità; il signor Faustini ha accresciuto l'orario senza crescere la paga, e perciò tutti i suoi operai sono in isciopero.
CENCIO. — Che n'importa? Noi abbiamo promesso di lavorare, e lavoriamo anzi un'ora di più, colla differenza però che il nostro principale ce la paga. _(a Bartolo)_ Che vieni a fare tu qui?
BART. — Sentite, anche la fabbrica Ramaccini fa sciopero, e mi hanno mandato a dirvi che vogliono facciate il medesimo.
MART. — Vogliono?
BART. — Sono più di duecento con quelli del Faustini.
MART. — Duecento, o mille, che importa? Se esco io col martello scappano tutti.
ORESTE. — Se mi volete, mi incarico io degli apprendisti.
CENCIO. — Insomma abbiamo promesso e lavoriamo.
BOBI. — Io non ho mai promesso di lavorare: e poi gli è tanto di riposo perduto!
BART. — Badate che potrebbe finir male, ma molto male!
BOBI. — Sicuro; perchè vi volete far rompere la testa, e perdere quest'occasione di far la legge anche un pochino voi altri?
MART. — Sentite; la testa io l'ho dura, e se si deve far la frittata ci voglio essere anch'io. Dunque pochi discorsi, perchè sappiamo che voi altri avete del rancore contro il Valori. _(a Bartolo)_ E tu cosa fai qui? Gira l'Italia!
SCENA VIII.
_FRANCESCO dalla destra. Voci dalla piazza in fondo. DETTI._
BART. — Sia pure; ma avete da cedere tutti quanti.
FRANC. — No, che non si cederà! Aria, galantuomo. _(Bartolo esce dalla sinistra. — Francesco chiude col catenaccio e colla mandata la porta a sinistra e va ad appendere la chiave presso la macchina a vapore)_ La porta è solida e si chiude per bene; dall'inferriata della finestra non passano. Lavoriamo tutti come se nulla fosse. _(si rompe un vetro della finestra in fondo)_ Che fate?
UNA VOCE _(chiara e vibrata dalla piazza)_. — Il lavoro deve cessare in tutte le officine finchè non sia diminuito l'orario.
FRANC. — E se noi si volesse lavorare?
LA VOCE. — È inutile resistere. Siamo più di duecento noi.
FRANC. — Sentite, vi do un consiglio; fate la vostra strada.
CENCIO. — E andate a farvi friggere!
LA VOCE. — Poche parole: per l'ultima volta, sì o no?
TUTTI. — No! no!
LA VOCE. — Vigliacchi!
FRANC. — Ah! venite dentro, se l'osate; venite alla porta!
TUTTI. — Venite!
(si armano di martelli e d'aste, meno Bobi che è disceso a destra; intanto una scarica di sassate dalla piazza frantuma quasi tutti i vetri e ferisce Martino)
MART. — Tirano delle _pere_ loro!
FRANC. — Ah! volete proprio far davvero? Ebbene il padrone ha delle armi per difenderci, e noi ci difenderemo. _(corre per uscire dalla destra)_
BOBI _(arrestandolo)_. — Fermo. _(gli operai, senza badare a Bobi, parlano concitati fra di loro)_
FRANC. — Levati dai piedi, poltrone!
BOBI. — Meno superbia, sor Cecchino, se non vuole che ricordi a sua moglie dove ci siamo conosciuti!
FRANC. — A mia moglie! Ebbene, sia; sarà meno peggio che subire le tue minaccie!
BOBI. — Ma non basta, signorino, perchè lei e la sua famiglia sarà fatta segno alla vendetta di tutti i miei compagni, se fa bisogno.
FRANC. — La mia famiglia?
BOBI. — La vada a dare un'occhiata là fuori, e poi mi dica se quei musi la risparmierebbero!
FRANC. — E io dovrò cedere come un vile?
BOBI. — Che cedere? Non hai che da tacere. _(agli altri)_ Anche il capo-fabbrica è convinto che non si può resistere.
CENCIO. — Non è possibile!
FRANC. _(dominato da Bobi)_. — Eppure è vero; riconosco, malgrado mio, che bisogna cedere al numero.
CENCIO. — E allora è inutile rompersi la testa, compagni.
GLI ALTRI _(deponendo gli strumenti)_. — Quando lo dice il capo-fabbrica!
FRANC. _(isolato ed assorto nei suoi pensieri)_. — (O che infamia! che viltà vergognosa! Ma posso io esporre il mio onore ai sospetti di Matilde, e Matilde istessa e la nostra creatura alla vendetta dei ribaldi di cui costui è strumento?)
BOBI _(al fondo)_. — Pace! Pace! Neanche noi non si lavora più: evviva la vera eguaglianza!
_Molte voci_ _(di fuori con applausi)_. — Bravi! Bravi! Evviva!
UNA VOCE. — Prendete e suggelliamo la pace...
(dalla piazza si sporgono agli operai vari fiaschi di vino e qualche bicchiere; comincia a bere qualche lavorante in fondo, e poi poco a poco finiscono per fare lo stesso anche gli altri)
SCENA IX.
_AGNESE dalla destra, ed EGISTO in abito di tela bianca. DETTI._
EGISTO. — Vedrai che tutto è inutile... _(rimane sulla soglia a destra)_
AGNESE. — Dov'è Carlo?... Che fate? Non avete udito la campana del lavoro?
BOBI. — Quella non è la campana del lavoro; è la squilla della li-ber-tà!
AGNESE. — Sentite: se non è questione che di denaro, l'accomoderemo meglio fra noi, che Carlo non ne sappia nulla... Egli non spera più che in voi, lo sapete... Via! se egli ha qualche titolo alla vostra benevolenza, se io stessa ho potuto fare qualche cosa per le vostre famiglie, voi ci avrete ricompensati ad usura sdegnando di imitare i lavoranti delle altre officine... Oreste, dà tu il buon esempio: il fornello della macchina è ormai spento; buttaci del carbone.
ORESTE. — Subito, signora... _(azione)_
BOBI. — Fa scoppiare la caldaia, imbecille! E lei, mi faccia la grazia di non seccarci altro.
FRANC. — Una parola di più alla signora e ti strappo la lingua!
AGNESE. — Signor Savelli, lei aspetta che mi si perda il rispetto per usare la sua autorità? Lei se ne sta colle mani in mano in questo momento?
FRANC. — Non posso far nulla!
AGNESE. — Dunque il mio Carlo avrà avuto invano fede ed affetto per voi tutti? povero sognatore! _(ad Egisto)_ Aspettami, corro a cercare mio marito che saprà ricondurli al dovere.
EGISTO. — Mi lasci solo?
AGNESE. — Avresti paura? _(via dalla destra)_
EGISTO. — (Paura io? ho spavento!)
BOBI. — Venga, venga, sor cavaliere! Eh che caldo?
EGISTO. — (Sarà bene fare un po' il democratico). Un caldo... un caldo che fa sudare anche i sordi!
BOBI. — To', ha dello spirito lui! Levatevi pure la giacchetta senza complimenti...
EGISTO. — Grazie... (Mi dà del voi). Guardate come mi avete conciato!
BOBI. — Ma io vi pulisco subito...
EGISTO. — (Con quelle zampe! E Carlo non arriva!) Non v'incomodate, brav'uomo...
BOBI. — Che bella facciona simpatica!.... Voi dovete bere un bicchiere con noi!...
EGISTO. — Grazie tante!... Troppo buono! Ma non bevo mai fuori pasto!
BOBI. — Con questo caldo? Ma io i signori li capisco a volo: ricusa perchè non abbiamo un bicchiere pulito; ma ci penso io... _(soffia dentro al bicchiere, lo asciuga colla camicia, e vi mesce)_ Alla nostra salute, se non siete un codino!
EGISTO. — No; non son neanche un codino.... non son nulla io!
BOBI. — Giù tutto alla nostra salute!
EGISTO. — Alla vostra salute! (Alla mia no certo) _(beve)_ (Che veleno!) Ora che ho fatto a vostro modo, vorreste farmi una grazia?
BOBI. — Parla, anima mia! Vuole offrirci dei sigari di sicuro...
EGISTO. — Eccone... ecco tutti quelli che ho in tasca; ma ora, da bravi, al lavoro...
BOBI. — Come? Tu che fai il cavaliere tutto l'anno, ora hai lo stomaco di venirci a predicare il lavoro?
EGISTO _(intimorito)_. — No, no, vi faceva la commissione; ma poi per me lavorate, cantate, ballate, torna lo stesso... (Mi dà del tu; come finirà?)
BOBI. — Oh così sta bene! Ma già basta guardarti: con quella bella cera da frate priore, con quella pancia che pare un armadio da osteria, si capisce subito che non puoi aver simpatia per il lavoro! To', simpaticone, non so resistere al desiderio di abbracciarti!
EGISTO. — Resistete, ve ne prego, resistete!
BOBI. — Nossignore, voglio levarmi il gusto di ballare una volta con un cavaliere... Musica!
(abbraccia Egisto per costringerlo a ballare: risate e chiasso in piazza, ma è l'affare di un istante)
SCENA X.
_CARLO dalla destra. DETTI._
CARLO. — Silenzio! _(ad Egisto)_ Vattene. _(Egisto esce dalla destra con premura)_ La campana è suonata da un pezzo, la macchina è accesa: a lavorare.
BOBI _(s'avanza sfacciatamente verso Carlo, tenendo a sè dinanzi, come a difesa, or l'uno or l'altro dei compagni)_. — S'è finito di lavorare!
CARLO. — Voi comandate in casa mia?
BOBI. — Un po' per uno; oggi tocca a me.
CARLO. — Ed io vi caccio all'istante, perchè dei mascalzoni pari vostri non ho che a guardare nelle bettole lungo la strada per trovarne a centinaia.
BOBI. — Dei pari miei a centinaia? La gli gira!
CARLO. — Ma Cencio, Gennaro, Martino, ditemi voi se io sogno, se è vero che voi lasciate bestemmiare così questo avanzo di prigione.
BOBI _(respingendo gli altri)_. — Con me deve aggiustare i conti, con me solo!
CARLO. — Io parlerò a voi lavoratori, perchè, a farlo con lui, lo schifo che ne sento potrebbe rendermi ingiusto. Non vi parlo da padrone, vi parlo da amico. In poche officine si paga il lavoro come da me; in nessuna come da me vi si dà un tanto per cento sugli utili. Quale pretesa potete avere?
BOBI. — Quando ce la saremo intesa coi compagni delle fabbriche Faustini e Ramaccini, la saprà; intanto bisogna crescere la paga e scemare di molto l'orario.
CARLO. — Siete pazzi? Se vi cresco la paga non posso più lottare cogli stranieri che hanno in casa metallo e combustibile! Quanto a scemare l'orario vi ricordo che non è mezz'ora che m'avete promesso di crescere il lavoro!
BOBI. — E ora non si vuole più, oh! Che cosa è alla fin fine il vostro capitale senza di noi?
CARLO. — Nulla.
VOCI _(ed applausi di fuori)_. — Bravo!
CARLO. — L'ho detto io e lo ripeto: non è nulla! Ma voi, mano d'opera, ditemi un po', che cosa diverreste se il capitale facesse contro di voi lo sciopero che credete profittevole e giusto per voi soli? E dal momento che non deve essere stimato altro che l'operaio, perchè dovrà solamente contare quello che lavora colla mano e non anche quello che lavora coll'ingegno e lo studio? Forse per creare un nuovo tiranno più cieco e brutale di quelli che ci hanno oppresso?
BOBI. — Tutte parole buttate: a noi la sua aria di professore non può farci nè caldo nè freddo, perchè alla fin fine lavoranti e principali, tutti eguali ora!
MOLTE VOCI _(dalla piazza con applausi)_. — Bene! Bravo! Bis!
CARLO. — Poveri figliuoli; vi hanno gonfiato il capo di parolone che non capite, e me le lanciate come una minaccia e una condanna! Siamo tutti eguali dinanzi al diritto di vivere ed alla legge: così è, e così deve essere. Ma dinanzi alla scienza, ma dinanzi al lavoro, quello che tira il mantice sarà eguale a me che so, e invento? Se è così, su, mastro Bobi, venite a mettervi al mio posto nell'officina e allo scrittoio; e se i vostri calcoli e i vostri disegni saranno migliori dei miei, voi sarete il principale ed io l'artigiano. Ah! cieco, che mi vuoi essere uguale in tutto fuorchè nella fatica, te lo mostro io il modo di essermi eguale, il segreto per diventar principale: lavoro, temperanza, risparmio! E tu disgraziato, invece di cercare nella temperanza la forza, nel risparmio l'indipendenza, nel lavoro la vera nobiltà, non desideri che di far nulla, affidando il tuo avvenire agli avvocati del disordine, od al Monte di pietà, al lotto ed all'ospedale! Ma guarda che miseria è la tua: sei miserabile fino nel desiderare!
BOBI. — Tu l'ha a vedere!
CARLO. — Allora fuori dei piedi te ed i poltroni che ti vorranno seguire! _(movimento degli operai per uscire)_
GENN. — Eccellenza, se non ci date la chiave!...
CARLO _(atterrito)_. — Tutti uscite?... Tutti, quando la vostra diserzione può costarmi l'avvenire? Cencio, Martino, Gennaro, Ambrogio, fuori dalla cerchia dannata! Accusatemi, parlate, dite che cosa vi ho fatto io per essere tradito in questo momento?
CENCIO. — Sono più di duecento fuori, ed hanno già ferito Martino.
MART. — Io sono bell'e guarito, padrone; ma sono più del doppio di noi.
AMBR. — Sor Carlo, non si comprometta... Anche lei è padre di famiglia.
CARLO. — Ah se non è che questo! Savelli? Dov'è Savelli? _(scoprendolo)_ Francesco, se ci attaccano... _(fischi ed urli al di fuori)_ Fischiate; a Custoza ne ho sentiti dei più terribili senza impallidire... _(si rompono altri vetri)_ Buon augurio: è un vetraio che cerca lavoro... Animo, Savelli, venite con me...
BOBI. — Savelli non si muove.
CARLO. — Savelli?
FRANC. — Sull'onor mio non si può!
CARLO _(smarrito)_. — Savelli, voi sapete che cosa sarebbe di me se non potessi terminare a tempo il lavoro e pagare le cambiali!
FRANC. — Ma non capisce che io non posso far nulla?
CARLO. — (O Dio! Dio!) Ma figliuoli, v'ho da scongiurare in ginocchio?
OPERAI _(che bevono in fondo)_. — Alla sua salute!
CARLO _(indignato)_. — Ah! Li ha ubbriacati l'infame, e poi li ha comprati! Ebbene io vi discaccio tutti, sì, tutti; e te per il primo, serpente che ho raccolto nel fango e che ora ti schieri coi miei nemici!
FRANC. — Ah! non una parola di più!...
CARLO. — Sì, ti ho confidato il mio segreto, la mia invenzione, e tu mi vendi ad un Faustini! Vile traditore, più vile di Giuda!
SCENA XI.
_AGNESE, dalla destra, inosservata. DETTI._
FRANC. _(slanciandosi fuori di sè ad armarsi di un martello)_.
VOCI _(di fuori)_. — Dàgli!... ammazzalo!
CARLO. — Ah sì?... _(cava di tasca una rivoltella e l'appunta contro Francesco)_
FRANC. — Ebbene mi ucciderai; ma resteranno cento per strapparti il cuore!
AGNESE _(che colpita dall'idea di poter salvare Carlo si è intanto slanciata alla macchina ed ha chiuso le valvole di sicurezza, grida con forza:)_ — Non resterà nessuno perchè scoppierà prima la macchina!
FRANC. E TUTTI GLI OPERAI _(si buttano smarriti verso la porta a sinistra con un grido di terrore)_.
CARLO. — Ah! Vedete quando combattete per l'ozio e per l'invidia come la mano di una donna basta per schiacciarvi! Io potrei seppellirvi tutti con me sotto le rovine dell'officina; ma preferisco di lasciare a voi soli il vanto di avermi assassinato!
(getta loro la chiave della porta e riapre le valvole. Mentre un operaio si precipita per pigliare la chiave, e Carlo, sostenendo Agnese che si è abbandonata fra le sue braccia, intima a loro tutti di uscire, cala rapidamente il sipario).
FINE DELL'ATTO TERZO.
ATTO QUARTO
La scena dell'Atto secondo. — È giorno.
SCENA I.
_CARLOTTA dal fondo e CARLO dalla destra con premura._
CARLO. — Ebbene? Nulla?
CARL. — L'impiegato telegrafico l'assicura che appena giungerà qualche dispaccio per lei, glielo farà subito recapitare.
CARLO. — Ogni minuto di ritardo è per me un secolo di penosa ansietà..... Manda all'ufficio Menico, qualche contadino.....
CARL. — Oh caro lei! Per paura degli operai, nessuno vuol più metter piede in questa casa... Ma, non dubiti, starò attenta io.
CARLO. — Mi raccomando, Carlotta. _(Carlotta esce dal fondo)_ Paura, paura; ecco il gran segreto della possibilità di tutte le prepotenze! I mille che hanno paura dei cento... dei cento condotti da dieci, se sono tanti! È doloroso a dirsi, ma se a me resta la mia invenzione, se non ho tutto perduto, ho forse da ringraziare questi cittadini? No, perchè essi vogliono la libertà, e poi, quando si tratta di difenderla, o si nascondono, o veggono con gusto chi si ribella alla legge! _(va allo scrittoio)_ E quel dispaccio da Marsiglia non giunge!
SCENA II.
_EGISTO dalla destra con ombrello. DETTO._
EGISTO. — Buon giorno. Vorrei, se me lo permette il popolo sovrano, pigliare un po' d'aria in giardino..... Non hai scritto perchè l'autorità metta ordine e castighi? Tu speri che la dieta guarisca la febbre; ma persuaditi che alle persone per bene sarebbe una gran consolazione vedere nel paese un po' di quei pennacchi..... Di' ciò che ti pare; ma, quando ne vedo, a me pare che il cielo sia più sereno e gli uomini più onesti... _(annasa tabacco; Carlo, che non gli dà retta, si mostra agitato e va a guardare verso il giardino)_ E vedi, per sentirmi rinascere l'appetito, io l'ho bell'e capita, bisognerebbe che ce ne fossero..... non dico molti, no..... ma, almeno, almeno, un paio..... per operaio! _(Carlo torna allo scrittoio, Egisto guarda in giardino)_ Ah! c'è ancora la famiglia? Perchè non me l'hai detto? Se ci sono anche loro, io..... li posso proteggere!
CARLO. — Vuoi la mia rivoltella?
EGISTO. — Una pistola nelle mie tasche? Farei portar l'abito da un altro. (È capace d'averla carica lui!) _(affettando disinvoltura)_ E poi un uomo ne vale un altro alla fin fine. _(s'incontra in Francesco apparso sulla soglia, ed indietreggia impaurito; quindi, per colorire l'atto poco coraggioso, va a salutare Carlo)_ (Lui ha la pistola). _(esce dal fondo con affettata disinvoltura)_
SCENA III.
_FRANCESCO dal fondo. DETTO._
CARLO. — Voi qui? Questo è troppo!.. Io posso perdonare tutto all'ignoranza, ma a voi... Uscite subito!
FRANC. — È da otto giorni che aspetto questo momento, e lei mi ascolterà!
CARLO. — Vedremo se in questa casa non sono più io il padrone!
FRANC. — Può anche battermi, ma deve finire per ascoltarmi. Sì; l'ultima parola che lei mi disse fu un atroce insulto, e tanto più atroce, quanto non meritato... Mi lasci dire! Uscii dalla fabbrica cogli altri, cercai di stordirmi, di ubriacarmi — bisogna che le dica tutto — e respinsi per la prima volta dalle mie braccia la mia creatura e maltrattai Matilde! Da quel giorno non so che mi faccia; ma so che nulla può farmi dimenticare quelle sue parole che non lasciano nè pensare ad altro, nè dormire.... Io so bene chi mi sia a petto di lei; so anche meglio che se io le domandassi una soddisfazione, lei si metterebbe a ridere. Eppure io ne avrò una...
CARLO. — Vendicandovi.
FRANC. — Già, vendicandomi; ma lo indovina lei come?
CARLO. — Col vendermi, se ancora non mi avete venduto, al Faustini.
FRANC. — L'ho sempre detto che lei non mi conosceva e perciò non mi poteva stimare! No, signor cavaliere, benchè io sia senza pane, e lei non me ne possa dare, io non intendo la mia vendetta a questo modo; anzi, le giuro sul mio onore che ad ogni costo la sua invenzione non uscirà di qui.
CARLO. — Possibile?
FRANC. — Aspetti, aspetti! Si ricorda che, nel mio libro di benservito, c'è una lacuna di tre mesi che gli dissi di aver passato all'estero? Era una menzogna; li passai in prigione.
CARLO. — Voi?
FRANC. — Già... Ero stato insultato e percosso da un compagno che rifiutava di riconoscermi quale capo-fabbrica, e nella rissa ebbi la disgrazia di ferirlo gravemente.... Ma lei vorrebbe dire: una bella guarentigia di onoratezza l'essere stato in prigione! Eppure in fondo la c'è. Matilde non lo sa. Crede ciò che per compassione le ha dato ad intendere il mio principale d'allora, che m'aveva spedito in Francia lui. Lei sa che donna è mia moglie. Per amor mio ha abbandonato la sua famiglia agiata e signorile; per amor mio ha camminato delle giornate intere colla bambina al collo, soffrendo il sole, la sete, la fame; ma senza lagnarsi mai, senza cessare mai d'amarmi e di stimarmi come un uomo superiore alla sua sorte.... Ora mi dica un po' lei se io posso permettere che anima viva dica alla donna che forma l'unica felicità della mia vita: _tu t'inganni; quest'uomo a cui hai tutto sacrificato, non è che un miserabile uscito dal carcere dei malfattori e degli assassini_!...
CARLO. — Ella ne morrebbe di vergogna e di dolore!
FRANC. — Comprenderà dunque come Bobi, mio compagno di prigione, minacciando me di una siffatta rivelazione e la mia famiglia della vendetta dei provocatori dello sciopero, abbia potuto obbligarmi a far causa comune cogli altri; comprenderà come la parola traditore dovesse farmi perdere la testa, come ora io sia ben contento di poterle provare che se nella ricchezza e nel sapere lei mi può essere superiore, nel sentimento dell'onore e della delicatezza, io operaio, posso ben farmi eguale a lei gentiluomo!
CARLO _(pigliandolo per le mani)_. — Francesco! Cattiva testa, qualche volta, ma cuore sempre leale e generoso, che cosa vuoi? Vuoi essere mio amico, o vuoi che non ci ricordiamo che di essere stati entrambi soldati?
FRANC. _(abbracciandolo)_. — Ah! ora sì che posso essere suo amico, ora che mi ha fatto suo pari!
SCENA IV.
_CARLOTTA dalla destra, quindi FAUSTINI dal fondo. DETTI._
CARL. — Signor padrone, c'è il fattorino dell'uffizio telegrafico con un dispaccio.
CARLO. — Ah sono salvo!... Addio per poco, Francesco. _(Carlotta esce dalla destra)_
FRANC. — Coraggio, maestro, e mi aspetti fra poco con tutti gli altri. _(Carlo esce dalla destra. Francesco, per uscire dal fondo s'imbatte in Faustini)_
FAUST. — Lei qui, caro direttore?
FRANC. — Perchè no? Io la ringrazio delle offerte che mi ha fatto; ma le ripeto che non abbandono quest'officina.
FAUST. — Non l'abbandoni, tanto meglio. Sua moglie deve intanto accettare il regalo che mi ha voluto restituire, poichè d'or innanzi... Ecco il Valori; mi lasci con lui, direttore, ma non s'allontani, le dirò il resto.