Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1
Part 4
MART. — _Per mi se fosse un pittin de fainà..._
AMBR. — _Ah! s'el fudess l'oss büs!..._
CENCIO. — O un po' di baccalaretto fritto...
CARLO. — Basta, basta; non se ne parli più. Buona festa a tutti; ma mi raccomando, figliuoli, non dimenticate che la peggiore delle ignoranze è l'imprevidenza... m'avete capito. Savelli, io vi lascio in libertà; a domattina. _(chiude cassa e registri)_
FRANC. — Signori, buon giorno. _(esce dal fondo seguito da tutti gli operai)_
EGISTO. — Buon giorno. — Ricusano la mia cucina, gli ingrati!
CARLO. — Il signor Faustini ha fatto la stessa cosa nella sua officina; ma siccome ciò che vende è caro e cattivo, e se non si va da lui, diventa un'ira di Dio, così i miei operai sospettano forse che colla cucina economica mi voglia anch'io ripigliare le paghe. Vedi che cosa vuol dire un cattivo padrone?
EGISTO. — Di' piuttosto che il mio istinto non s'inganna mai. Tu vuoi procacciar loro delle buone digestioni, grullo! Quella gente lì bisogna lasciarla com'è!
CARLO. — Abbi pazienza, Egisto; ma sono uomini tutti come te.
EGISTO. — Sarà; ma fatti ad immagine di Dio o io solo o loro soli, che proprio tutti è impossibile!
SCENA XIV.
_FAUSTINI dalla destra. DETTI._
FAUST. — Signor cavaliere, eccomi ai suoi ordini.
CARLO. — (In questo momento! Eppure bisogna aver pazienza!) Rimani, Egisto, rimani; con due parole mi sbrigo. Ella mi perdonerà se l'ho fatto venire da me; ma sono stato due volte alla sua officina...
FAUST. — Non dica di più; fra di noi non si fanno complimenti.
CARLO. — Io vorrei pregarla di accordarmi la dilazione di un mese alla scadenza delle cambiali.
EGISTO. — (Ora capisco perchè mi ha fatto restare).
FAUST. — Se ella non può assolutamente pagarmi all'epoca fissata...
CARLO. — No, la posso pagare; ma con troppo disturbo. Io sono occupatissimo nel mandare a termine la commissione della casa Richard; ma debbo pure prevedere un motivo per cui le macchine non fossero finite o spedite. Mentre il tempo stringe, il caldo soffocante può rallentare il lavoro o togliermi il tempo necessario alla spedizione... Insomma, se mi accorda questa dilazione, mi obbliga assai.
FAUST. — (Non sa dove dare il capo!) Io gliela accordo volentieri...
CARLO. — Alle stesse condizioni d'interesse?
FAUST. — Alle stesse. Carta, penna e calamaio.
CARLO. — Ecco; s'accomodi. (Respiro!)
EGISTO. — (Che l'impresa di Carlo sia migliore di quanto credo?)
FAUST. _(colla penna in mano)_. — Ora che ci penso, è curiosa davvero: anch'io voleva chiedere a lei un favore; ma non vorrei la credesse che io voglia dettare delle condizioni.
CARLO. — Sarò anzi lieto di dimostrarle la mia riconoscenza.
FAUST. — Allora mi senta. Mi è venuta un'idea.
EGISTO. — (A tutti vengono delle idee; a me nessuna).
FAUST. — Gli operai, si vede a chiare note, fanno lega contro i principali. Ora io dico: perchè anche noi non la facciamo contro di loro, noi tre, cioè lei, io e Ramaccini?...
CARLO. — Una lega contro gli operai?
FAUST. — Accresciamo un pochino l'orario e scemiamo un altro pochino le paghe: due pochini che in fin d'anno voglion fare un bel guadagno. Qualche operaio strillerà, qualche altro se ne andrà; ma quelli che hanno i mezzi di portare via la famiglia sono pochi, e così finiremo per averli tutti quanti a nostra discrezione.
CARLO. — In qualunque altra cosa, ma in questa non posso compiacerla.
EGISTO. — (Me lo aspettava, coi suoi principii!)
FAUST. — Ma ha compreso bene che non usiamo che d'un diritto di rappresaglia?
CARLO. — Può essere; ma è impossibile che io la approvi.
FAUST. — Ah! ricusa e disapprova per giunta? Allora non ne facciamo nulla neanche delle cambiali.
CARLO. — Come?
FAUST. — Spero non pretenderà ch'io faccia un favore così grande a chi mi ricusa un favore così da poco!
CARLO. — Ma lei mi ha promesso!...
FAUST. — Promesso, promesso, e sia pure, promesso; ebbene? Ora non voglio più. Io me ne rido dei suoi principii e delle sue teorie! Non sono mica un milionario io per avere tante fisime!
CARLO. — Dica piuttosto che lei ha promesso di accordarmi una dilazione dopo di aver indagato in quali ristrettezze io mi trovassi; e quando si è pensato di avermi legato mani e piedi alla sua discrezione, ha creduto di potermi far speculare sulla carne umana, sulla miseria! Ma che cosa ha trovato nella mia vita o sulla mia faccia che possa averlo incoraggiato a farmi una tale proposta?
FAUST. — Se poi la piglia su questo tuono, caro lei...
CARLO. — Oh basta con questo caro! Faccio di cappello a tutti, ma non accordo la mia amicizia che alle persone provate che mi stanno pari nei sentimenti.
FAUST. — Ed io non sono suo pari? Chi è lei alla fin fine? Oh mi faccia il piacere, il signor cavaliere della democrazia!
CARLO. — Si, democratico con tutti quelli che valgono quanto me, a qualunque classe appartengano; ma con lei che mi propone un atto vergognoso, rammento, non che ci separa la nascita e lo studio, ma quell'abisso che separa gli uomini pari suoi dall'uomo onesto!
EGISTO. — Carlo...
FAUST. — Così tratta il suo creditore?
CARLO. — Ringrazi che questa è casa mia e se ne vada prima che dica peggio.
FAUST. — Casa sua? Ah! ah!
CARLO. — Che cosa vuol dire?
SCENA XV.
_AGNESE ed ANNA dalla destra. DETTI._
FAUST. _(sulla soglia della porta in fondo)_. — Che finchè non mi ha pagato, questa è più casa mia che sua!
CARLO. — Questo è troppo!
FAUST. — La rivedrò, signor cavaliere, ma meno orgoglioso!... _(esce dal fondo)_
CARLO. — Vigliacco! — Ieri operaio, oggi si vale della fortuna per schiacciare i suoi compagni di lavoro!
ANNA. — Basta, basta! Se rimanessi ancora un minuto, sarei troppo colpevole. Agnese, preparati subito a partire con me.
CARLO. — Mia moglie? Ah questo poi no!
ANNA. — Dopo di averla condannata a fare una vita indegna, la vuoi anche uccidere con cotesto scenate?
CARLO. — Egisto, portala via, portala via!
EGISTO. — Ma se ha ragione! Che è una vita questa?
CARLO. — Perchè non vai anche tu? Perchè ci sei venuto?
EGISTO. — Perchè speravo che le prime lezioni ti giovassero.
CARLO. — No, che non è così. Tu sei venuto qui con lei per farmi quella guerra muta, continua, implacabile, che è l'ostacolo più doloroso che io abbia incontrato nella mia vita; perchè la vostra cortesia viene dalle labbra e non dal cuore; perchè voi non sentite entusiasmo per nessuna cosa, per quanto possa esser bella e generosa; perchè in te, come in lei, tutto si riassume in una parola: egoismo; ma il peggio degli egoismi, l'egoismo gretto, beffardo, pedante!
EGISTO. — Pedante? Andiamo via subito, o mi coglie un accidente!
ANNA. — Sicuro che andiamo... Su, Agnese.
AGNESE. — Carlo, per nostro figlio, se non per me, cedi!
CARLO. — No, no e no; non cederò che morto!
ANNA. — Cederà quando non sarà più in tempo, come suo padre!
CARLO. — E sarò anch'io vittima del lavoro, ma non avrò ceduto!
ANNA. — Ma che vittima del lavoro, vittima del fallimento, della disperazione...
AGNESE. — Non è vero! non è vero!
ANNA _(seguitando)_. — Me lo disse lui spirando!
CARLO. — Mio padre! _(cade sopra una sedia singhiozzando)_
AGNESE. — Crudeli!
EGISTO. — Sì, ma lo ha voluto.
Anna _(ad Agnese, mentre trae con sè Egisto, sottovoce)_. — O in questo istante, o mai più.
EGISTO. — (Un'altra di queste scene, e altro che pedante... sono addirittura morto!) _(esce con Anna dalla destra)_
CARLO. — Mio padre! Mio padre!
AGNESE. — Non fare così, Carlo, te ne scongiuro!
CARLO. — No, non resisterò a questo colpo! Il modello della mia vita, la memoria più soave ed illibata, ad una sola parola spariscono nell'orrore di un delitto!
AGNESE. — Carlo, calmati... Vedi, io temo che il tuo carattere istesso ti faccia ingiusto... Tu non sai per quali strette passò il suo, prima di cedere...
CARLO. — Suicida mio padre!
AGNESE. — Perdonami; ma tu non lo devi giudicare, povero vecchio! Non sai se gli ostacoli con cui ha dovuto lottare non erano anche più grandi di quelli che tu combatti!
CARLO. — Ma suicida, lui! Tutto il mio coraggio si sente disarmato: sparito il faro, a che lottare colla tempesta!
AGNESE. — Come? Tu che sai dov'è il male, tu che puoi rimediarvi, ti avvilisci e stai per cedere atterrito? Ma ciò sarebbe dar ragione ai pusillanimi ed a quelli che odiano, e torto a quelli che amano! Sarebbe la condanna spietata di tuo padre che amò forse morire, non per viltà di chi fugge, oh no! egli non sarebbe stato tuo padre! ma per lasciare a te, giovine, coraggioso, intelligente, quel còmpito che era divenuto troppo superiore alle forze di un povero vecchio spossato e senza conforti di famiglia... Sai che cosa diceva a mia madre nella sua ora suprema? Non dirlo a Carlo; egli forse non mi comprenderebbe e non avrebbe più fede! E tu saresti ingiusto colla sua memoria?... No, Carlo, non sia mai così! Coraggio! Avanti sempre!
CARLO. — Agnese, tu non mi hai mai parlato in questo modo...
AGNESE. — È vero; ma io ti ho visto soffrire ed ho sentito che per me era un dovere ed una consolazione lasciar parlare il cuore, e l'ho lasciato parlare...
CARLO. — Dunque, se io non mi dessi per vinto, tu non mi abbandoneresti?
AGNESE. — Abbandonarti? Ma se non mi sono mai sentita tanto felice d'esserti moglie come in questo momento!
CARLO. — Ah! grazie, Agnese, grazie di queste tue parole che ridestano tutto il mio valore! Se Faustini vuole opprimermi, se i parenti mi negano soccorso, ebbene, mi salveranno i miei lavoranti!
SCENA XVI.
_EGISTO, da viaggio, con due sacche, e poi subito ANNA, col cappello, dalla destra. DETTI._
EGISTO. — Pst.. Lo hai deciso?
AGNESE. — Sì, è deciso!
CARLO. — Più che mai!
EGISTO _(ad Anna che entra)_. — È deciso, sai; partiamo tutti...
ANNA. — Finalmente!
AGNESE. — Noi due restiamo.
ANNA. — Ah!
EGISTO _(lasciando cadere le sacche)_. — Domicilio coatto a perpetuità!!
FINE DELL'ATTO SECONDO.
ATTO TERZO
L'interno dell'officina meccanica del Valori, illuminato dall'ampio lucernario a cristalli praticato nel soffitto, sorretto da travatura di ferro. Due porte laterali: una a destra, che scorge al quartiere di Valori, e l'altra a sinistra, che dà sulla via. Più in là, a destra, una grande macchina a vapore verticale con fornello, manovelle per le valvole e congegno di trasmissione di movimento, addossata ad un pilastro con camino in cotto e sostenuta da una base di due scalini di pietra. Di faccia, a sinistra, un trapano ed una grue; dietro il trapano un vasto fucinale rivolto verso il fondo. Fra il fucinale e la grue l'asta col pallino dei mantici. In alto, carrucole, ganci e catene infissi in una trave armata. Lungo la parete, in fondo, i banchi dei limatori colle morse, i limatoi, delle caldaie in rassetto, trafile, argani ed altri congegni meccanici; nel mezzo, un'ampia finestra con inferriata ed invetriata fissa, la quale scorge sopra la piazza.
Sulla scena: pezzi di ferro da rifondere e tre incudini coi loro martelli. — Presso il fornello una pala da carbone, ed una stanga da attizzare; presso il fucinale forbici e tanaglie di diversa misura e forma. — Presso la macchina, appesi al pilastro, un termometro ed una lavagna; sopra un palchettino infisso nel pilastro istesso, un bricco di latta a lungo beccuccio per ungere i congegni, del cotone in fiocco, della stoppa e dei cenci.
La porta a sinistra si chiude a chiave, e la chiave si appende presso la macchina ad un chiodo piantato nel pilastro, fra il termometro e la lavagna. — È giorno.
SCENA I.
_Tutti gli operai di Valori, sotto la direzione di FRANCESCO. — All'alzarsi del sipario il lavoro ferve vigorosamente. — MARTINO, AMBROGIO, GENNARO ed altri sei lavoranti massellano sulle tre incudini le estremità di stanghe di ferro sostenute da apprendisti. — BOBI al mantice, CENCIO al trapano; ORESTE butta del carbone nel fornello della macchina e vi attizza il fuoco; i limatori attendono alla loro opera presso i banchi in fondo, mentre altri operai, scaglionati in catena dal proscenio a sinistra alla seconda quinta a destra, fanno passare rapidamente dall'uno all'altro i pezzi di materiale che scompaiono così dietro la macchina._
GENN. _(terminando di cantare una canzone in dialetto napoletano)_. — _Trallalla lallà... la lallera lallà!_
FRANC. _(ai massellatori)_. — Basta! — Al fucinale per la tempra, Martino. — Oreste, ad attizzare. — E voi, Bobi, soffiate. — Gennaro, quante volte vi ha detto il principale di non cantare prima delle quattro?
GENN. — Caro _Franceschiello_, ma io non canto.
FRANC. — Fatemi il piacere, Gennaro, che v'abbiamo inteso tutti: _trallalla lallera lallà_!
GENN. — No! Scusate, padrone mio, non va cantata così; ma a questo modo: _trallallà_, _lallà_... _lallera lallà_, e così la canto io che l'_aggio_ imparata all'officina di Pietrarsa.
FRANC. — E allora perchè dite che non è vero che cantate?
GENN. — Perchè io non canto, _sulfeggio_!
FRANC. — E non potreste stare senza _sulfeggià_, benedetto voi?!
GENN. — Sì, ma sarei come un uomo acciso, e lavorerei anche meno; _cantanno, cioè sulfeggianno_, noi non si sente neanche la fame. Proibire a noi di cantare? Allora bisogna dire che si vuole _a' rivoluzione_!
FRANC. — Basta. _(agli operai che hanno trasportato il materiale)_ Al magazzino... Cencio, date voi una guardata. _(scompare dietro la macchina seguito dagli operai già in catena)_
CENCIO. — Oreste, occhio alla macchina, che ha sete, e bada alle valvole, veh, che con quell'arnese non si scherza: ne va della pelle. — Bobi, animo; altrimenti quella tempra non si fa prima del mezzogiorno. _(scompare un momento dietro al fucinale)_
BOBI. — Tanto meglio se non si fa!
ORESTE. — E il carbone chi lo paga?
BOBI. — Me ne importa assai. Domando io se un uomo veramente libero dovrebbe passare la sua vita a soffiare!
MART. — Lui l'ha sempre colla politica.
BOBI. — Senti, se tutti i disperati pari miei si mettessero d'accordo una volta, mondo birbone!
ORESTE. — Vorresti che non ce ne fossero più dei padroni, eh? _(ritorna Cencio)_
BOBI. — Già, per farmi servire un pochino anch'io!
CENCIO. — Sentite, Bobi, io lavorerei sempre; che se non lavoro m'annoio un buscherìo!
ORESTE. — E così Cencio fra quattr'o cinqu'anni sarebbe daccapo più ricco di voi... Fatemi il piacere! Se nessuno potesse lavorare, non vi domando come ci si potrebbe campare, ma chi ci terrebbe aperte le osterie?
BOBI. — Oh bella! Il Municipio.
MART. — Il torto di Bobi ve lo dico io subito; è quello di non aver girato l'Italia, con licenza parlando. Sapete quello che diceva sempre Cavour? Gira l'Italia.
GENN. — Aveva ragione: vedendo s'impara.
CENCIO. — Sicuro, perchè ogni diritto ha il suo rovescio, come ogni paese ha pure il suo bene.
MART. — Io, con licenza parlando, qui non ho imparato a parlare toscano?
CENCIO. — Ah! ah!
BOBI. — Carino quel toscano!
ORESTE. — _Tittirrittì, tittirrittimì, tittirrittilè!_ _(ridono tutti)_
MART. _(un po' piccato, ad Ambrogio)_. — Pazienza che ridano loro che sono toscani perchè ci sono nati; ma tu?
AMBR. _(scherzando)_. — _Cos'iin sti ciaccere? Se mi voglio, parli count ün accento pü se tüscanno de tucc' voi alter!_
GENN. _(come sopra)_. — _Come sarebbe a dicere di tucci voi alteri? Se io volesse parlà tuscane, sanghe dello ciuccio, saprìa parlà meglio di molti professori, e anche di chilli addottorati... perchè quanno era piccirillo e ghievo a scola, a mamma me diceva sempre: va, figlio mio, e sturea; ca tu tiene una capa, anzi uno capone, da addiventà certo n'alletterate. E però s'io non sono n'alletterate, è sulamente perchè non aggio sturiato!_
GLI ALTRI. — Ah! ah! Bravo Gennaro!
SCENA II.
_CARLO dalla destra, poi subito FRANCESCO dal fondo a destra. DETTI._
CARLO. — Bravissimi! Tutti a fare la burletta, ed il primo di agosto è imminente! Dov'è il capo-fabbrica?
FRANC. — Eccomi... eccomi...
CARLO. — È vicino il mezzogiorno e quella tempera non è ancora all'ordine. Questo fusto non è mica stato massellato a dovere, sapete. Siete tutti addormentati? Carbone al fucinale, attizzate; e voi, Bobi, di grazia, un po' meno flemma! Alla fiaccona di questo messere non ci badate mai?
BOBI. — Se non è contento, me ne vado anche adesso io...
CARLO. — Nossignore, adesso; mi siete in debito di cinque giornate. Dopo se ve ne andate, mi fate un piacere.
BOBI. — Mondo ladro, perchè sono stato disgraziato!
CARLO. — Tacete, se non volete che dica io chi siete. Ora, attenti, fabbricatori, al modo di arroventare un fusto per la tempra.
BOBI. — (Me l'hai da pagare!)
CARLO. — Rivoltate il pezzo. — Due spruzzi d'acqua, Oreste, e sollevate un pochino... Spingete un po' più nel fucinale... Una mano, Oreste... sotto!
ORESTE. — Non si resiste più...
CARLO. — Resisto io! _(butta via l'abito, stando primo alla vampa del fucinale)_
FRANC. — Che fa, cavaliere?
CARLO. — Ma che cavaliere! Non sono mai stato tanto cavaliere come in questo momento... Attenti! Vedete il colore giusto? Alla pila subito!
(scompare dietro il fucinale coi massellatori. — Tocchi di campana: Carlo, Francesco ed i massellatori ritornano in iscena senza il fusto. — I lavoranti pigliano chi il cappello e chi la giacca riposti in qualche angolo, e si dispongono ad uscire)
CARLO _(a Francesco)_. — Abbiate pazienza, Savelli; ma qui non c'è quella disciplina senza di cui non si fa mai nulla di serio nè fra soldati, nè fra operai.
FRANC. — Ne convengo; ma alla fin fine un artigiano non è un soldato.
CARLO. — Chi ve lo dice? Soldato della pace, ma non senza pericolo, combatte anche esso per la grandezza della patria, poichè a farla gloriosa e potente non vogliono essere soltanto spade, ma spade e martelli, ed è coi buoni martelli che si fanno le buone spade.
FRANC. — Lei ha ragione... Già, ha sempre ragione!
CARLO _(avviandosi alla destra)_. — Perchè in fondo io amo e stimo il lavoro e il lavorante forse più di voi altri tutti... Buon appetito, figliuoli. _(esce dalla destra, mentre gli operai escono dalla sinistra)_
FRANC. — Sì, tu hai ragione; ma c'è qualche cosa nella tua onestà, nel tuo ingegno che io non posso subire, perchè mi pare che voglia farmi sentire la mia inferiorità... Mi hai confidato ogni tuo segreto... perchè sai che non ti potrei tradire... o meglio perchè non potevi farne a meno... ma sei sempre il principale, ed io il povero capo-fabbrica inchiodato qui dal bisogno! Ecco Matilde... Non vado a fare colezione a casa per guadagnar tempo, e lui... Oh! non sarebbe Faustini che agirebbe così con me!
SCENA III.
_MATILDE dalla sinistra con un panierino coperto da un tovagliolo di bucato, coll'occorrente per fare colezione. DETTO._
MAT. — Eccomi a te, Francesco. C'è del nuovo, sai, oggi... Hai appetito?
FRANC. — Poco; il caldo mi opprime... e poi con quell'uomo incontentabile!... Che non abbia a finire un giorno questo pane così salato?
MAT. — Abbi pazienza, Francesco; tu sai quali impegni abbia il Valori sulle braccia...
FRANC. — Io so e non so... Se non faccio per lui, parli chiaro: c'è chi mi cresce la paga e mi dà il titolo di direttore.
MAT. — Vuoi dire il Faustini?
FRANC. — Sì... Dammi da bere... Non sono padrone di servire chi mi pare?
MAT. — Certamente. Ma bevi adagio... Francesco, tu sai in quali rapporti si trova il cavaliere Valori col Faustini?
FRANC. — Cani e gatti, ma ciò non mi riguarda: la mia opera è per colui che la ricompensa meglio. Metti via che non voglio altro.
MAT. — Tu non ignori però che il Valori deve aver terminato e consegnato le sue macchine per un'epoca fissata, e sai quello che mi ha detto sua moglie.... Quella non si vergogna mica di parlare con me dei suoi guai!
FRANC. — Già lo so che ti lasci subito commuovere da quattro chiacchiere; ma son queste le belle novità che mi vuoi dire?
MAT. _(con serietà)_. — Senti, Francesco; tu sai se io ami la mia bambina e ti ricordi che i medici sono tutti d'accordo nel dire che il rimedio veramente sicuro sarebbe per lei quello dei bagni di mare.
FRANC. — Sì, e anche per questo sento che mi costerebbe meno piantare il Valori.
MAT. — Ed io credi che non sarei felice di vederla una volta alzarsi da quella seggiola ove sta tutto il giorno senza mai rallegrarmi di un sorriso? Oh se bastasse camminare un giorno intiero coi piedi nudi sulle spine per ottenere la sua guarigione, io affronterei sorridendo il martirio, perchè il giorno in cui potrà correrti incontro quando ritorni dal lavoro, il giorno in cui la sentirò ridere e finirò d'invidiare tutte le altre madri, quel giorno sarà bello, molto più bello di quello in cui ti ho sposato!
FRANC. — E tu non vorresti che io mi accordassi col Faustini, il quale ci porge il mezzo di vedere la nostra bambina risanata più presto?
MAT. — Ora guarda... _(trae dal seno due biglietti da cento lire)_ Sono duecento lire...
FRANC. — Da tuo padre? No; t'ha dimenticata lui! Dal Faustini adunque?
MAT. — Sì. Quando li ho avuti nelle mani, il primo mio pensiero fu alla bambina, e ho detto: con centocinquanta lire sto a Viareggio un buon mese pei bagni, e le altre cinquanta me le spendo in tanta biancheria.
FRANC. — Brava; così saranno spesi bene.
MAT. — No, Francesco, questo denaro io corro a riportarlo a chi me lo ha mandato a titolo di regalo, ma colla condizione sottintesa che io ti consigli ad abbandonare il Valori in questo momento.
FRANC. — Matilde, mi viene un'idea. Se io rimanessi col Valori fino alla consegna delle macchine, e poi andassi dal Faustini, che male ci sarebbe?
MAT. — Senti; non ti pare che il Faustini tutto quello che fa per trarti a sè, non sia anche un po' per far dispetto e danno al Valori? E Faustini lo sa che il Valori ti ha rivelato il segreto della sua invenzione?
FRANC. — Lo sa; ma ciò non vuol mica dire che io possa tradire il Valori!
MAT. — Lo credo io; ma non ti pare che ne avrebbe un po' l'apparenza?
FRANC. — Ma tu spingi troppo la delicatezza!...
MAT. — E sia; ma se tu sacrificassi a questo sentimento il tuo amor proprio, non ti sentiresti contento di poter dire: io avrei potuto guadagnare qualche cosa di più, avrei potuto fare qualche cosa di più per la mia creatura, e invece ho soffocato in me le voci di un giusto orgoglio, il grido del bisogno e della natura, per non disertare nel momento del pericolo la mia bandiera, per non unirmi a gente cattiva che vuole schiacciare l'uomo che ha avuto fede nella mia onestà e mi ha confidato il frutto più prezioso della sua intelligenza?
FRANC. — Oh sì, Matilde, sì che ne sarei contento; ma cara te, la povertà mi fa paura!
MAT. — O bella la povertà, quando ci lascia il diritto di stimarci superiori alla nostra sorte! Cara e santa, quando non è l'effetto del vizio e del disonore!! Mio caro Francesco, io ti voglio dire una cosa che non ti ho detto mai. Anch'io ho avuto i miei momenti di sconforto; anch'io ho pensato talvolta alle mie amiche più agiate, più ben vestite di me; ma non ho cessato d'amarti, non ho cessato di essere contenta di te, perchè io sono convinta che sotto il tuo saio c'è un cuore che mi ama, e me lo prova col sentimento dell'onore più geloso, della delicatezza più profonda!
FRANC. — Non posso fare che questo per te, e anche questo sei tu che me lo hai insegnato!
MAT. — E a me, Francesco, il pensare che se tu senti e agisci a questo modo, è anche un po' perchè tua moglie non è la donna triviale che si contenta d'esser portata al caffè e all'osteria, mi fa bene, mi fa più contenta che se tu mi potessi regalare vezzi di gioie, ed abiti sgargianti... Or dunque, poichè non ti chiedo nessun'altra cosa per la mia felicità, lasciami questa santa consolazione di saperti generoso e leale che mi compensa ad usura della povertà!
FRANC. — Oh sì, Matilde! E per dartene una prova andiamo subito da Faustini a restituirgli i suoi denari.
MAT. — Ah! _(con slancio, baciandolo)_ A te con tutta l'anima! _(escono dalla sinistra correndo e tenendosi per mano)_
SCENA IV.
_MARTINO dalla sinistra, poi CARLOTTA._