Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1
Part 3
BOBI. — E pare che costì si lavori anche di festa, accidenti! e il medesimo toccherà anche a me se vorrò levarmi la fame. Se penso che potrei invece passarmela allegramente a Firenze col mio _pan di ramerino bollente_! Maledetto quel cavaliere che per quel pomo di mazza che io aveva trovato mi fece mangiare tanto riso e fagiuoli, come se trovare volesse dire restituire!... E ora che mi hanno dato l'aire, mi trovo senza il becco d'un quattrino. Il pomo è bell'e sfumato; già un pomo d'oro si mangia presto; e se stendo la mano dicendo: _lo dà un soldino a questo povero disgraziato che esce adesso dall'ospedale_? mi rispondono tutti: _con quella faccia? va a lavorare, bighellone!_ Come se all'ospedale vi cambiassero la faccia!
ORESTE _(che da un pezzo osserva Bobi e lo riconosce, scende inosservato e gli chiude gli occhi con ambe le mani)_. — O Bobi!
BOBI _(spaventato)_. — (Gente che mi conosce!) Non mi spaventate; esco ora dall'ospedale...
ORESTE _(lasciandolo)_. — Dall'ospedale?
BOBI. — Oreste? Ma non eri andato a Pistoia colla famiglia?
ORESTE. — Sì, per fare l'ebanista; ma ho visto che la mia vocazione era per la meccanica, per il ferro. Lavorare il ferro è più bello; si sta al fuoco come i soldati, e c'è anche il suo pericolo come alla guerra... E poi che musica! _Tan, tan tantantan!_... Il maglio come un cannone: _pun pun!_ Le macchine a vapore: _rrrrrrrrrr_... Invece uno stipettaio: _pst_... _pst_... fa pietà!!... _(ritorna al suo posto)_ E ora s'impara il disegno noi!
BOBI. — Ognuno ha i suoi gusti; ma non stare a dir nulla di me... come se tu non m'avessi visto.
ORESTE. — Che ho a dir io? Il babbo, quando venne a stare a Pistoia colla famiglia, non voleva neanche sentirvi nominare!
SCENA IV.
_Dalla sinistra CENCIO e MARTINO. DETTI._
MART. — Cencio, portiamo più in là quel cancello.
CENCIO. — Scrittoio, volete dire...
MART. — Affare di pronunzia; ma vada pure per scrittoio... Diamine, come pesa! _(a Bobi)_ Una mano, brav'uomo.
BOBI. — Una mano?
MART. — Volete che vi chieda un piede? Facciamo da noi, Cencio. _(portano lo scrittoio un po' più verso la ribalta)_
BOBI. — Se voi foste caduti da una montagna, e vi foste rotta la gamba... _(si tocca la gamba destra)_ in due pezzi!
MART. — Poverino!
CENCIO. — La società operaia non vi soccorre?
MART. — Non ha neanche un bastone, una mazza...
BOBI. — Non voglio più mazze; voglio camminare da me... La società operaia di laggiù, di...
CENCIO. — Follonica?
BOBI. — Bravo, di Follonica, ha fallito, e l'ospedale di...
CENCIO. — Grosseto?
BOBI. — Giusto, appena fui in grado di reggermi sulle gruccie, alla porta; e sì che mi duole sempre... _(si tocca la gamba destra)_ ma finchè le cose non cangiano, tiriamo di lungo!
CENCIO. — Sentite, qui guarirete presto, che l'aria è eccellente.
MART. — E il vino? Io lo preferisco sempre all'aria.
CENCIO. — La paga buona e puntuale, e alla domenica fatta la paga si è in libertà tutto il giorno...
MART. — Già, per cantare gli stornelli e la tirolese... Sapete? Laralla lallallera...
BOBI _(fa la corda)_. — Tin, tin, tun!
MART. — Bravo! Il nostro poeta stemperaneo gli è Cencio, che fa versi da farci restare a bocca aperta!
CENCIO. — M'ingegno alla meglio.
BOBI. — Mi pare che siate tutti d'accordo...
MART. — Massime a bere, e sì che fra noi ce n'è d'ogni nazione... Toscani di _Livolno_, Piemontesi di Biella, Genovesi di _Sanpedena_, Meridionali di Napoli... Ma per parlare poi, si parla tutti toscano.
BOBI. — (Mamma mia!) E il principale, che omaccio?
MART. — Omaccio? Un uomo con un cuore così!
CENCIO. — E testa? Un principale che se fa bisogno sa come si tiene in mano un martello!
MART. — Ma vi avverto, poche parole, e al comando: fissi, fissi!
BOBI. — Voi siete stato soldato?
MART. — No, perchè ho nell'esercito mio fratello più vecchio.
CENCIO. — Volete dire vostro fratello maggiore.
MART. — Che maggiore! è passato adesso caporale. Ohe, c'abbiamo dieci minuti prima della paga: andiamo a berne un bicchiere tutti e tre, Cencio; e voi appoggiatevi senza discrezione.
BOBI. — Ahi! che trafittura! _(si tocca la gamba sinistra)_
MART. — Ma non avete detto la gamba destra?
BOBI. — Sicuro, sicuro... ma anche quest'altra se ne risente.
CENCIO. — Ha ragione. Io conosceva un vecchio soldato rimasto senza tutte due le gambe, che quando tirava vento si doleva de' calli.
BOBI. — È vero, è vero; lo provo anch'io!
MART. — Ma voi le avete ancora tutte due le gambe.
BOBI. — Oh gli è come se ne avessi punte punte!
MART. — Ah! Ah! Senti come le sballa!.. Via, a bere alla vostra salute!
(Bobi, sostenuto da Cencio e da Martino, se ne va dal fondo cantarellando con essi)
ORESTE. — Se cominciano ora a cantare ed a bere, questa sera li voglio vedere bellini tutti e tre!
SCENA V.
_CARLO e BARTOLO dalla sinistra. DETTO._
CARLO. — È inutile, Bartolo, non vi ripiglio. Vi siete fatto cacciare tre volte per la vostra pessima condotta; se vi accettassi ancora, non farei che incoraggiare i pari vostri a dare cattivo esempio. Buono voglio essere, non debole.
BART. — Eh! lo vedo; altro è predicare che si ha diritto a lavorare, altro poi...
CARLO. — È pigliarsi in casa gente indegna di portare il nome di operaio... Andate in vostra pace... In paese ci sono altre officine...
BART. — Oggi è festa; non ho un soldo ed ho fame.
CARLO. — Se la vostra è fame e non sete, sete di liquori, andate anche voi a ripulire la caldaia della macchina a vapore, e poi vi farò dar io da mangiare. _(va presso Oreste, che si alza subito in piedi)_
BART. — (Lo fa per umiliarmi). _(esce dalla sinistra)_
CARLO. — Bravo; vedo con piacere che hai buona voglia d'imparare. Appena avrò fatto la spedizione delle macchine a Marsiglia, guarderò se ci sarà per te un posto di limatore.
ORESTE. — O maestro, io non so come provarle la mia riconoscenza...
CARLO. — Facendoti onore: ora aria, bambino. _(va allo scrittoio)_
ORESTE. — (Ho finito di pigliare scappellotti!) _(via correndo dalla sinistra)_
SCENA VI.
_MARTINO, FRANCESCO e MATILDE che porta in braccio ROSINA addormentata, dal fondo; quindi BOBI, pure dal fondo, che si pone ad osservare attentamente Francesco, restando in disparte._
MART. — Signor padrone, è giunto il materiale dalla ferrovia, e qui c'è gente che gli vuol parlare.
CARLO. — Do un'occhiata al materiale e ritorno subito; fateli sedere, Martino. _(esce dal fondo)_
FRANC. _(guardando verso la sinistra)_. — Che bella officina! (E pensare che con tutto il mio studio e il mio ingegno, io non sarò mai altro che un miserabile condannato a stentare la vita!) Vuoi darmi la bambina, Matilde?
MAT. — No, lasciamela; è meglio non svegliarla, _(a Martino)_ È ammalata. Se voleste favorirmi un bicchier d'acqua?...
MART. — Venite con me in giardino... Ci abbiamo una fontana che non ha altro difetto che di buttar acqua, ma è limpida, fresca e leggera che è proprio un gusto, dicono quelli che ne bevono. _(via con Matilde dal fondo)_
FRANC. — (Povera Tilde! t'ho ridotta a un bel punto!... Un bel premio t'ho dato del tuo amore, dell'avermi voluto sposare a dispetto de' tuoi!)
BOBI. — (Gli è lui!) Compare, _(tocca Francesco sopra una spalla)_ siete venuto anche voi colla carrozza del Gambini?
FRANC. — (Maledetto!) Sono venuto come ho voluto. Fate la vostra strada; io non vi conosco, nè ho volontà di conoscervi.
BOBI. — Come, non siamo forse stati tre mesi assieme?
FRANC. — Voi sognate... e basta per ora e per sempre.
BOBI. — Sarà. Voi non sarete voi; ma io ho una gran volontà di domandare a vostra moglie dove siete stato quei tre mesi!
FRANC. _(volgendosi minaccioso)_. — Una parola a mia moglie, un'allusione, uno sguardo, e vi strappo la lingua, come è vero che mi chiamo Savelli!
BOBI. — Oh! oh! cheto! cheto! Il padrone... Non v'ho visto mai.
SCENA VII.
_CARLO dal fondo. DETTI._
CARLO. — A noi. Chi è venuto il primo?
BOBI. — Lui, lui.
FRANC. — Sono venuto ora io; è stato lui il primo.
CARLO. Dunque a voi: spicciatevi. _(apre la cassa)_
BOBI. — (Mondo bello, che mucchio di fogli! E c'è anche degli occhi di civetta). Sor cavaliere... (se non lo è, lo faranno!) vorrei che mi desse un impiego nella sua officina.
CARLO. — Sapete massellare, stare al fucinale, alle forbici, limare?
BOBI. — (Se sapessi limare!) Siccome esco ora dall'ospedale di Follonica... cioè di Grosseto...
CARLO. — Avreste bisogno di un lavoro non tanto grave per qualche tempo.
BOBI. — Bravo; che poi io sono di quelli che in un'ora di estro fanno il doppio di un altro.
CARLO. — L'estro, mio caro, si deve avere dieci ore per giornata. _(suona)_
BOBI. — (Dieci ore! e c'è lo Statuto!)
SCENA VIII.
_CENCIO dalla sinistra. DETTI._
CARLO. — Appunto voi, Cencio: che lavoro si potrebbe dare ad un convalescente?
CENCIO. — Lo metta al mantice, al posto di Bernardo che sta meglio alla trafila.
CARLO. — Sta bene. Paga per ora due lire. Datemi il vostro libretto.
BOBI. — (Non ho che quello dei sogni io!) L'ho dimenticato all'ospedale.
CARLO. — Il vostro nome?
BOBI. — Zanobi Lascifare... Lascifare. _(Carlo scrive e poi lo congeda)_
CENCIO. — Venite. Martino è il capo massellatore, io il capo limatore.
BOBI. — Ed io sarò il capo mantice. _(escono dalla sinistra)_
CARLO. — (Tutti capi... ameni.) A voi.
FRANC. — Ho sentito che ha bisogno di un capo-fabbrica.
CARLO. — Sicuro; ma voi vi sentite?...
FRANC. — Perchè non sono bene in arnese non posso essere capace?
CARLO. — Oh giusto io che guardo all'abito! Sarei contentissimo che mi poteste servire, se possiamo intenderci.
FRANC. — (Non è antipatico, ma sarà qualche asino arricchito dal caso.) M'interroghi.
CARLO _(preso un disegno di macchina dal tavolo di Oreste)_. — A voi: che cosa è questa macchina?
FRANC. _(dopo un istante)_. — Deve essere un argano; anzi è una taglia... da otto a dieci cavalli di forza... e con una semplificazione di congegno che non ho mai veduto.
CARLO. — Ma bene, a meraviglia! È di mia invenzione, sì; e grazie ad un processo di fusione, scoperto anche da me e che mi dà una rilevante economia di carbone, può lottare sui mercati stranieri coi prodotti francesi ed inglesi. Ho una importante commissione di queste macchine per il primo di agosto; eppure, sul meglio del lavoro, ho dovuto licenziare il capo-fabbrica, il quale dimenticava troppo spesso che se l'inventore ed il capitale hanno bisogno della mano d'opera, la mano d'opera non può sussistere senza l'inventore ed il capitale.
FRANC. — Il capitale lo ha lei e mi pare inutile parlarne altro.
CARLO. — Pur troppo che non l'ho; ma che l'abbia io o che l'abbiate voi, non muterebbe punto la cosa. Senza capitale non c'è industria, come non c'è industria senza mano d'opera.
FRANC. — Dica piuttosto che finchè la società è costituita così, lei comanda ed io sono condannato a lavorare.
CARLO. — Condannato, come se parlaste d'una galera? Ma non sapete che mentre io potrei vivere con una certa agiatezza senza far nulla, mi alzo col sole per lavorare, e quando tramonta vorrei poterlo fermare come Giosuè per fare almeno un terzo di quello che mi sta qui?
FRANC. — Padronissimo lei di fermare il sole, io di maledire il lavoro, spero!
CARLO. — Maledire il lavoro, l'unica cosa che faccia lieta la vita, che ripari la fatalità del nascer poveri, l'unica cosa che facendoci superiori alla materia ed al tempo, ci renda quasi eguali a Dio?! Oh no! È impossibile che egli cacciando il primo uomo dai paradiso terrestre, gli abbia detto: va, ti condanno a lavorare!... _(mutando tuono, quasi commosso)_ No, no; ma va, disgraziato, e lavora, perchè col lavoro solo ti potrai consolare; col lavoro solo ti potrai rifare un paradiso!
FRANC. — Senta; io sono venuto qui per offrirle il mio lavoro, ma glielo dico subito, non per discutere intorno a cose che non ci possono trovare d'accordo, e tanto meno poi per sentire delle prediche!
CARLO. — Io non predico, ma quando sento certe ragioni...
FRANC. — Buone o cattive, non sono qui per venderle.
CARLO. — E chi vi dice che io voglia comprarle?
FRANC. — Ma allora lei non capisce...
CARLO. — Non alzate la voce, che capisco, e capisco più di quello che vorrei.
FRANC. — Si spieghi, si spieghi.
CARLO. — Sicuro che mi spiego, e dico che voi sapete senza dubbio il vostro mestiere; ma diportandovi in questo modo date luogo a sospettare che il vizio o l'orgoglio abbiano fatto di voi uno di quegli artigiani che invece di cercare il motivo della loro miseria nella propria condotta, trovano più comodo di accusarne l'ordinamento della società.
FRANC. — E sia pur così di me; ma lei non sarebbe per caso uno di quei padroni per cui l'operaio dev'essere uno schiavo senza pensiero e senza diritto, uno strumento che frutta tanto al giorno, e che appena non è più capace si butta fuori?
SCENA IX.
_MATILDE dal fondo con premura. DETTI._
MAT. — Francesco, che avvenne?
FRANC. — (Mia moglie!...) Nulla! Si discuteva.
CARLO _(allo scrittoio)_. — (Lo chiama discutere lui!)
MAT. — Sulla meccanica?
CARLO. — Sulla meccanica, proprio sulla meccanica!
MAT. — Ah, se è sulla meccanica!.... Scusi, signore. — Senti, Francesco, anche sulla meccanica non lasciarti trasportare, te ne prego; e quanto alla paga accetta pur che sia, almeno per ora...
FRANC. _(secco)_. — Non posso.
MAT. — Non puoi? Ma tu non pensi in quale stato si trova la nostra bambina! Non ti parlo di me. Siamo senza tetto, senza robe, senza denari... E poi dove andremo? Io non posso più camminare.
FRANC. — Ma alle sue condizioni è impossibile, ti dico.
MAT. — Ah se tu vedessi che brava gente c'è in questa casa! Hanno dato una buona tazza di brodo a me ed a Rosina, e poi hanno voluto ad ogni modo che io la coricassi in un bel lettino, mentre noi si va a cercare alloggio, e la Rosina si è subito addormentata sorridendo, come se fosse in casa sua!
FRANC. — Sorridendo?
MAT. — Come se fosse guarita!
FRANC. — Guarita!... Se non fosse del mio amor proprio!...
MAT. — Quando si tratta della tua creatura? Ah! lascia fare a me... _(si avvicina a Carlo)_
FRANC. — Che fai?
MAT. — Mi perdoni, signore, se la disturbo e mi faccio troppo ardita; ma io ringrazio Iddio di avermi fatto trovare una famiglia così generosa come la sua.
FRANC. — Matilde?
MAT. — E sopratutto sua moglie... _(a Francesco)_ buona e bella, sai. _(a Carlo)_ E lei finisca l'opera; s'accomodi col mio Francesco... _(più sottovoce)_ lo lasci dire; tutto fuoco; ma un cuore così; lo lasci dire, ha tanto sofferto!
CARLO. — (Poveretta!) Siamo così lontani dall'accordarci...
MAT. — Un passo lo fa mio marito, un altro lo faccia lei... e poi lo provi... lo provi, provare non costa nulla; ma se lo prova non lo manda più via. Ho bene il diritto di dirlo io che so quanto ha studiato, quanto è stimato da chi lo conosce... lo hanno fino mandato all'estero!
FRANC. — Matilde!
MAT. — Oh bella! Se parlassi di me... ma vuoi ch'io non dica quello che penso di te a colui che deve essere sicuro della tua abilità come della tua onestà? Dagli il tuo libretto. Ah! sicuro che ci hai anche tu i tuoi difetti come le tue sventure, ma sono più le sventure. Non una gliene è andata bene! Fino nella bambina siamo disgraziati! Per debolezza non può camminare... Si vorrebbe tentare la cura del mare vicino... Dàgli il libretto... Ma se non si combina con lei, mai più avremo questa occasione con poca spesa; e allora, lo dica lei che è padre fortunato, quanto si soffrirà a veder sempre sempre la sua creatura così diversa da tutte le altre! _(si asciuga gli occhi)_ Dàgli il libretto!
CARLO _(con un movimento di pensata deliberazione, stende la mano)_. — Qua il libretto.
FRANC. — Mi accetta? Sarò degno della sua fiducia; ne sia pur certo!
CARLO. — Nel mio reggimento vi era un soldato che si era fitto in capo di disertare: lo presi con me. A Custoza per salvarmi si è fatto ammazzare... Voi siete forse di quella razza. _(dato uno sguardo nel libretto)_ Francesco Savelli, per ora avrete centocinquanta lire al mese e il dieci per cento sull'economia del carbone. Queste sono cinquanta lire in acconto, che rifonderete in due mesi. Zitti, e presto da Gigi sulla piazza per il quartiere, e poi qui subito che vi presenti ai lavoranti.
SCENA X.
_Dal fondo EGISTO vestito di bianco con ombrellino. DETTI._
FRANC. — Ma lasci che la ringrazi!
MAT. — Con tutta l'anima!
CARLO. — No, mi ringrazierete col fatto. Andate, figliuoli, andate.
MAT. — Sì, subito, subito. _(a Francesco)_ Il cuore mi dice che qui cominceremo ad essere felici.
FRANC. — E anche questo lo dovrò a te! _(corrono via dal fondo, urtando leggermente Egisto)_
EGISTO _(guardandosi una manica)_. — Non sarà fatto a posta, ma se mi passa accanto un magnano, bisogna che senta il bisogno di fregarsi a me!
CARLO. — Egisto, ho da parlarti.
EGISTO. — Se è per suggerirmi il mezzo di annoiarmi un po' meno, parla, davvero non ne posso più... E la noia comincia ad influire sul fisico: stamani a colezione non ho potuto finire un quarto di tacchinotto.
CARLO. — Due cose, mio caro, fanno parere il tempo più breve: avere sottoscritto delle cambiali, e lavorare. Non spaventarti, ti propongo il lavoro; ma un lavoro che non ti stancherà, e che forse ti divertirà. Senti. Tu sai che io ho per massima che l'operaio tanto vale quanto sa e mangia.
EGISTO. — Oh! per questo anche chi non è operaio. Quando non posso mangiare o mangio male, sento che non valgo un fico secco.
CARLO. — Or bene, m'è venuta un'idea.
EGISTO. — Se fosse venuta a me, non lo crederei; ma a te!... Insomma tu vuoi dar da mangiare ai tuoi operai, impiantare una cucina economica e dare a me l'onorevole incarico di assaggiare il brodo, di tastare il lesso, e di metterci l'odore. _(con serietà comica)_ Carlo, questa missione mi onora; sono profondamente commosso, e accetto... Ma, un momento! Se l'ombra veneranda di Amerigo Vespucci alzasse il capo dalla sua tomba per vedere che fa il suo ultimo rampollo, che cosa direbbe, se potesse parlare, trovandolo in cucina con una cazzeruola di stracotto al pomo d'oro?
CARLO _(solennemente)_. — Io credo che l'ombra veneranda, se potesse parlare, ne mangerebbe! Dunque la tua opinione?
EGISTO. — Che opinione? Se non ne ho opinioni io! Se me la compro bell'e fatta e stampata tutte le mattine con un par di soldi!
CARLO. — Insomma contento?
EGISTO. — Contentone d'ammazzare qualche ora di noia!
CARLO. — Mi basta. Se viene Faustini, fallo attendere; vado un momento nell'officina, faccio le paghe, e poi consacro alla famiglia tutto il giorno. _(via dalla sinistra)_
EGISTO. — Non è questo di fare il cuoco agli operai l'ideale della mia vita; ma dei no gliene ho detti tanti... E poi sarà sempre meglio far saltare dei fritti in padella che il mio capitale nell'industria!
SCENA XI.
_ANNA, AGNESE, e FAUSTINI dal fondo. DETTO._
AGNESE. — Mi perdoni; ma negare a Carlo l'intelligenza!...
FAUST. — Non nego l'intelligenza; ma dico che non è tagliato a fare l'industriale. Ci vuole altro stomaco! Le sue saranno delle belle teorie; ma senza la pratica, senza vedere le cose quali sono davvero, sa che si fa? Si mangia il patrimonio e poi la dote alla moglie.
AGNESE. — La dote?
ANNA. — Vuol dire che se la mangerebbe se lo potesse.
FAUST. — E tutto questo perchè? Perchè lui è uno di quelli che si affibbiano una missione e trovano della poesia in una macchina a vapore!
EGISTO. — Io non ci trovo che un puzzo maledetto.
FAUST. — Oh! signor cavaliere, scusi, non l'avevo veduto.
EGISTO. — E sì che non mi pare d'essere molto trasparente!
FAUST. — Beato lei che si gode tranquillamente la sua rendita, senza rompersi il capo e fare il guastamestieri!
EGISTO. — Per questo stia sicuro; ma non ci ho merito, sa! A che mi farei un nome io che son nato con quello immortale di Vespucci? Dei quattrini? Mi contento. Guardi, la Provvidenza, che non fa mai nulla senza il suo perchè, ha fatto sì che, nascendo, io fossi già cavaliere, affinchè non avessi da desiderare proprio nulla!
ANNA. — Pensi che Carlo voleva ad ogni costo ch'egli spendesse nell'officina il capitale che ha disponibile.
FAUST. — Misericordia!
AGNESE. — Scusi: tutta quest'officina non regge un'ipoteca da quaranta a sessantamila lire?
FAUST. — Io non dico nè si, nè no. Sono anch'io un industriale. Ma, se vuole essere sicuro del fatto suo, se vuole prestarlo ad un buon interesse, con ipoteca di privilegio sopra una fattoria di dodici poderi, venga da me e presto.
EGISTO. — L'offerta è rispettabile.
ANNA. — Rispettabilissima... _(suono di campana)_ Carlo viene a pagare i suoi operai; venga in sala, potrete parlare ed intendervi anche subito.
EGISTO. — Veda, il mio capitale lo darei a Carlo; ma io ho paura di questi uomini irrequieti, ho paura di tutto quello che non è pace e tranquillità.
AGNESE. — E ti chiami Egisto!
EGISTO. — Ah! se Egisto mi fosse somigliato, lasciava in pace Agamennone, contento di fargli le fusa torte; o alla peggio, se Oreste non stava quieto, lo faceva pigliare dai reali carabinieri. _(Anna, Faustini ed Egisto escono dalla destra)_
AGNESE. — Se Faustini ha detto il vero, mia madre m'inganna.
SCENA XII.
_CARLO, CENCIO, MARTINO, GENNARO, BOBI, ORESTE, AMBROGIO e BARTOLO seguiti da molti altri operai, dalla sinistra. Quindi FRANCESCO dal fondo. DETTA._
CARLO _(ad Agnese)_. — Appena finito, sono tuo per tutto il giorno.
AGNESE. — Ti aspetto; ma intanto non ti affaticare troppo: pensa anche alla tua salute. Buon giorno, buon giorno. _(esce dalla destra salutata dagli operai)_
CARLO _(aperta la cassa)_. — Ambrogio Carnevali. _(Ambrogio va allo scrittoio, Carlo lo paga)_ Vi siete rimesso?
AMBR. — _Olter che rimesso! L'è stato un ciccino d'indigestione, perchè a tucc i solennità me mandeno de cà quai coss de bon da pacciare, e mi, quando me vedi dinanz quela roba, me par d'essere nel mio paeso, e come se dice in buon tuscano, ghe dò dentro!_
MART. — (Anche lui patisce l'astronomia!)
CARLO. — Restate, ho da parlarvi. Cencio Bandettini, eccovi la vostra paga e quella dei vostri limatori. Sapete che l'osservazione fatta da voi sulla bollitura dei fusti è giustissima?
CENCIO. — Sono tanti anni che c'ho la mano!
CARLO. — No, Cencio: siete troppo modesto; voi mi provate di quanto soccorso può essere l'esperienza dell'operaio all'inventore, quando l'operaio è, come voi, attento ed intelligente, ed io ve ne ringrazio. — Gennaro Majella. Voi siete un buon operaio, ma prima delle quattro ricordatevi che non si può cantare.
GENN. — _Eccellenza, io non canto, sulfeggio._
CARLO. — Canto o solfeggio, aspettate dopo le quattro.
GENN. — _Va buono, aspetterò, eccellenza; ma per me sulfeggià è come respirà. Nui se nasce e se more cantanno, cioè sulfeggianno. State buono, eccellenza... vi bacio le mani._
CARLO. — Martino Tavella. Queste sono le paghe dei massellatori: questa la vostra.
MART. — Scusi... ma, con licenza parlando, mi pare che manchino tre lire e mezzo.
CARLO. — Già: per la giornata di lunedì che avete passato a smaltire la sbornia di domenica; e badate che sia l'ultima.
MART. — Sissignore; ma che vuole, coi fiaschi non si sa mai quello che si è bevuto finchè non sono finiti!
CARLO. — E lui li finisce! — Oreste, perchè piangevi ieri sera?
ORESTE. — Non era nulla. (Se parlo ripicchiano!)
CARLO. — Sarà; ma si ricordi cui tocca che se mettere le mani addosso è sempre brutto, battere chi non può difendersi è da vile. Ora un'ultima parola e vi lascio in libertà. Questo è il nuovo capo-fabbrica, signor Francesco Savelli; ubbiditelo, che lo merita, come ubbidite a me stesso.
SCENA XIII.
_EGISTO dalla destra. DETTI._
CARLO. — Arrivi a proposito. — Non avete mai inteso parlare di certe cucine economiche per cui in alcune grandi officine l'artigiano è sottratto all'avidità degli speculatori? Ebbene, il mio cugino qui presente ha pensato...
EGISTO. — Non ho mai pensato a nulla, non penso mai io.
CARLO. — Insomma, non sareste contenti di avere per lo stesso prezzo di poca frutta cattiva un pezzo di buona carne od una scodella di buon brodo?
GENN. — _Eccellenza, se fosse un piatto de' maccheroni a' sughillo, passi; ma a' carne!_