Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1

Part 2

Chapter 23,872 wordsPublic domain

EGISTO. — Mi rincresce che troverete tutto in disordine.

ANNA. — Si tratta appunto di disordine. _(via dalla sinistra)_

EGISTO. — Coraggio, Agnese, siamo in tre! _(le porge il braccio e s'avvia a sinistra)_

AGNESE. — Eppure, mentre obbedisco a mia madre senza fiatare, sento una voce che mi suggerisce, non di osteggiare il mio povero Carlo, ma di confortarlo.

EGISTO. — Ma che ti gira? Se, dopo la mia invenzione, avessi ascoltato le voci, in casa non si mangerebbe altro che asparagi croccanti! Ma se Carlo non può proprio stare senza inventare qualche cosa, m'inventi degli altri figliuoli; saranno sempre più belli delle sue macchine.

SCENA IX.

_CARLO dal fondo. DETTI._

CARLO. — Egisto, avrei da dirti due parole; lasciaci un momento, Agnese, se ti annoia sentir parlare di affari.

EGISTO _(sottovoce ad Agnese)_. — Che sia già il momento della stoccata?

AGNESE. — Lascia parlare il tuo cuore! _(via dalla sinistra)_

EGISTO. — (Lo credo io!... risponde picche!) Dunque c'hai proprio un discorsino che non puoi tenere in corpo?

CARLO. — Egisto, tu mi hai mille volte protestato di essermi più che parente, amico.

EGISTO. — Se non desideri altro, seguito a protestare io.

CARLO. — Senza scherzo, tu sai che la Casa Richard di Marsiglia mi deve pagare fra tre mesi la somma di oltre sessantamila lire pattuita per gli argani di cui ho incominciato a spedire una parte. Ora, sebbene io sia sicuro di questo pagamento che mi porrà in grado di attendere ad ogni impegno, vorrei tuttavia, per fare il lavoro con quella esattezza che è impossibile col coltello alla gola delle cambiali, che tu m'imprestassi, sopra ipoteca di privilegio, quarantamila lire.

EGISTO. — Quelle che tengo nel mio portafoglio... (Sorella profetessa!)

CARLO. — E ciò per quel termine ed a quell'interesse che a te piacerà fissare, poichè fino dal primo del prossimo agosto io ti posso pagare con gli argani.

EGISTO. — Abbi pazienza; ma nemmeno cogli argani me li pigli! (Questo è stato facile).

CARLO. — E perchè? Là, francamente, senza riguardi.

EGISTO. — (Questo sarà più difficile!) Senti, mi fu detto, non lo dico io, che la tua officina non può reggere un'ipoteca di quarantamila lire.

CARLO. — Tu scherzi: non hai inteso che Faustini finiva or ora per offrirmi sessantamila lire della sola società?

EGISTO. — La cosa è ben diversa: Faustini è un industriale, può arrischiare, mentre io... E poi ho quasi deciso di fare un imprestito ad un'opera pia, e di comprare delle cartelle coi premi. Tu non puoi darmi altre guarentigie, e premii poi... Parliamo dunque d'altro.

CARLO. — Senti, Egisto, dacchè sono tornato dall'estero, dacchè mi sono gettato nell'industria, io non ti ho mai parlato dei miei progetti.

EGISTO. — Questa giustizia te la rendo volentieri: tu hai subito capito che... io non avrei mai capito, e mi hai sempre risparmiato il racconto... Dunque parliamo d'altro, bravo.

CARLO _(ridendo)_. — Ma oggi non la scappi più!

EGISTO. — Oh Dio! E non si può davvero risparmiare questa bella istoria? No? Pazienza! Ma posso almeno sedere? _(Carlo gli porge una seggiola)_ (Sentiamo l'eloquenza del bisogno).

CARLO. — La mia officina mi costa centotrentamila lire; ma un altro non la fabbrica con duecento mila, perchè quella la ho fatta io pietra su pietra, coll'esperienza lasciatami da mio padre, col frutto dei miei studi e dei miei viaggi, e colla sollecitudine di chi spende tutti i suoi risparmi... ho fatto dei risparmi da ufficiale, non dico di più! Ma perchè ho resistito alla indifferenza dei concittadini, alla tepidezza degli amici, alla ostilità di qualche parente? Perchè non mi contento di vegetare coi ferri di vergella, o, per dir meglio, perchè mi sono gettato in questa impresa?

EGISTO. — Non l'ho mai capito, e non lo capirò mai, te l'ho detto.

CARLO. — Perchè ho fede nella mia invenzione, fede nell'industria nazionale. Tu forse non hai mai pensato ciò che mi insegnano quei due ritratti di Franklin e di Ghiberti?

EGISTO. — Non meravigliartene; penso così di rado io!

CARLO. — Il Franklin m'insegna il lavoro, il risparmio, ed il Ghiberti che per fare le porte del Battistero dovette lavorare ventitrè anni. Egli era un genio, e fece le porte del Paradiso. Se io non sono un genio, la colpa non è mia; ma se dopo la mia morte si dirà che ho fatto il mio dovere come uomo e come cittadino, a me pare che avrò spesa bene tutta la vita.

EGISTO. — (Che brav'uomo!) Si può essere d'opinione diversa, ma non si può negare la propria ammirazione per tanto coraggio e per tanta fede. Ne hai per tutti e due tu.

CARLO. — Sì, fede, sopratutto fede, perchè io sono di quegli ottimisti a tutta prova, che credono alla libertà ed al progresso. Dopo pochi anni di lotta, molti si accasciano stanchi e sfiduciati. Lo credo io, non hanno sognato e tentato che per distruggere! A noi invece è cresciuto l'animo, e ci accingiamo, non più alla sterile lotta che demolisce e non rifà, ma alla grande e feconda opera dell'edificare.

EGISTO. — Bravo e Dio t'aiuti. Vuoi intanto una presa?

CARLO. — Mi studierò di essere brevissimo.

EGISTO. — Benone.

CARLO. — O io non capisco nulla, o i mali più funesti alla nostra industria sono indifferenza nelle classi elevate ed ozio ed ignoranza con tutte le loro conseguenze nel popolo.

EGISTO. — Povera gente! Ma che conti adunque di fare?

CARLO. — Provare, io di famiglia patrizia, alla classe elevata che invece di tenere il suo capitale sott'olio in cantina, lo può affidare con vantaggio all'industria...

EGISTO. — Bravo!... parla del capitale.

CARLO. — Ma non possiamo avere industria col solo capitale, ci vuole la mano d'opera.

EGISTO. — Peccato!

CARLO. — Non basta il principale; ci vuole l'operaio attivo, intelligente, sicuro; e per averlo tale, bisogna sollevare il popolino dalla miseria morale e materiale in cui giace, instillandogli il sentimento della dignità e l'istruzione dei suoi doveri.

EGISTO. — Senti; il popolino, anche quello che lavora, è cascato nelle grinfe dei sobbillatori della piazza: anzi, mi pare già di vedere in aria i nuvoloni della tempesta... Scappa!!

CARLO. — Bravi! per vincere la tempesta non trovate nulla di meglio che fuggire od evitare di parlarne! Andarle incontro bisogna, far dieci passi quando lei non ne fa che cinque; guardarla bene in volto, e vedere se l'ignoranza, l'ozio, l'invidia e la torbida ambizione che la guida siano più potenti della scienza e della libertà!

EGISTO. — Sì; ma ne sento dir tante degli operai, delle loro pretese senza fine e dei loro disordini!

CARLO. — Bisogna anzitutto separare i lavoratori dagli oziosi e dai loro avvocati, e poi si vedrà che il vero operaio è assai migliore della sua fama. Senti: io il nostro popolo non l'ho studiato nei libri; ma in lui istesso, soldato, agricoltore od artigiano, e perciò posso parlarne con amore come senza adulazione. Degli operai io ne ho di tutte le provincie, e se tutti hanno difetti, hanno tutti belle virtù, e anzitutto un gran buon senso. Il nostro toscano patisce un po' di fiaccona, ma è quieto, sobrio ed accurato. Il veneziano è un po' ciarliero, ma è svelto. I piemontesi ed i lombardi non sono sempre sobrii e quieti, ma sono molto attivi. Il romagnolo è poco disciplinato, ma è tutt'anima. Il napoletano...

EGISTO. — Indolente?

CARLO. — Non è vero; il napoletano, quando ha fiducia in chi lo dirige, vale quanto gli altri. Vedi, il nostro paese è tutto migliore di quello che si dice; cioè, intendiamoci, ci sono due Italie distintissime: una piena di rancori, di gelosie, di calunnie, l'Italia dei _beceri_, dei _barabba_, dei _lazzaroni_; la bella Italia in cui per tutto ideale della vita si ha il dolce far niente, per sistema lasciar correre, per patria il campanile; la patria mia e tua, se tralasciamo qualsiasi occasione di dire e di fare che la plebe diventi popolo, e che anche per noi questo sia il primo secolo del lavoro.

EGISTO. — È vero; ma ce n'hai forse un'altra Italia?

CARLO. — Per mille racchette se ce n'è un'altra! Bambina, veh! che ama un pochino di chiaccherare; ma a scuola ci va tutti i giorni..... che non è festa. Ma è bambina, e, se pensiamo un momento al suo passato, possiamo ben dire che tutti i giorni la fa il suo miracoletto!... Diamo tempo al tempo, e vedremo che l'avvenire darà ragione agli uomini che credono alla libertà e si affaticano a colmare gli abissi che il passato ci scavò d'intorno. Noi non saremo più; che monta? Ci saranno i nostri figli!

SCENA X.

_ANNA ed AGNESE dalla sinistra. DETTI._

EGISTO. — Carlo, io ti confesso volentieri che non posso rimanere insensibile ad un progetto così nobile e generoso...

ANNA. — Egisto, t'ho da parlare.

CARLO. — Un istante, un istante. Dunque mi hai compreso?

EGISTO. — Sì, le tue idee sono belle, sono veramente patriottiche, e tu meriti di essere aiutato.

ANNA. — Non avete ancora finito? Egisto!

CARLO. — Un momento. Non ti ho detto che, grazie alla mia invenzione di un nuovo metodo di fusione, io posso già lottare sui mercati coi prodotti delle fabbriche estere. Pensa quale sarà il profitto quando sarà avviata la mia officina! Ma ora ho urgente bisogno del tuo aiuto.

ANNA. — Egisto, insomma?

EGISTO. — Ne riparleremo...

CARLO. — Ma io non posso aspettare!...

EGISTO. — Ma, prima di disporre del mio capitale, bisogna che mi consigli colla sorella.

CARLO. — Giustissimo; ma, se anche non ti decidessi ad affidarmelo subito tutto, spero che, alle stesse condizioni, non mi negheresti cinquemila lire che mi sono indispensabili per le paghe degli operai.

ANNA _(a Carlo)_. — Tu perdi il fiato: Egisto non può e non vuole incoraggiare un gentiluomo pari tuo a derogare dalle belle e buone usanze dei nostri avi.

CARLO _(ad Egisto)_. — È vero?

EGISTO _(imbarazzato)_. — Ecco... Come cittadino puoi aver ragione..... Ma come gentiluomo, abbi pazienza, bisogna che io convenga colla sorella che tu deroghi e di molto!

CARLO. — Ma fammi il piacere di non bestemmiare! Sì, perchè quei nostri avi che ti proponi a modello soltanto nel non far nulla, sortirono tutti dai banchi e dall'industria; e perchè loro non si vergognarono di fare gli industriali, le sete e le lane fiorentine andavano famose e ricercate sui migliori mercati del mondo, e noi s'aveva allora tanti quattrini da imprestarne ai Re di Francia e d'Inghilterra, e ne avanzava per giunta da piantare Santa Maria del Fiore!

EGISTO _(ad Anna sottovoce)_. — Hai inteso? Anche Santa Maria del Fiore mi pianta, e io..... e io non so che rispondere! (Se ci metto ancora bocca, che mi caschi la lingua!) _(va a sedere sulla poltrona a destra)_

AGNESE. — Carlo, non inquietarti...

CARLO. — Oh! non m'inquieto più con loro! Ma tu, Agnese, mi faresti uno di quei favori che non si dimenticano mai più?

EGISTO. — (Già; da chi li fa!)

AGNESE _(con premura)_. — Ma pensa! Che cosa desideri?

ANNA _(intromettendosi)_. — Se si tratta di denari, come m'immagino, è inutile far parole; la dote di Agnese, questo si sa, non si tocca; io dei denari non ne ho, e se anche ne avessi, non farebbero certo la strada degli altri.

CARLO _(reprimendo un moto di sdegno)_. — Basta, basta: non domanderò altro a nessuno di voi. — Chi c'è di là?

SCENA XI.

_CARLOTTA, poi MARTINO dal fondo. DETTI._

CARL. — C'è un operaio della sua fabbrica di Belmonte.

CARLO. — Venga. _(moto di dispetto in Anna: Martino dal fondo)_ Voi qui, Martino?

MART. _(guardando Carlotta, con accento ligure)_. — (Che bella morettina!) Signor principale, sono venuto a dirle che il capo-fabbrica, con licenza parlando, è malato.

CARLO. — Che sento! Ammalato gravemente?

MART. — No; si è fatto male ad una mano, e non sarebbe stato nulla, se non l'avesse avuta piena di _brignoni_... di _tignuole_, via!

CARLO. — Ma che tignuole, nelle mani?

EGISTO. — Nei panni, negli armadi stanno le tignuole.

MART. — Negli armadi? Sarà; ma al capo-fabbrica questo inverno sono venute nelle mani.

CARLO. — Ah! i geloni! Vuol dire i geloni!

EGISTO. — (Che barbari!)

MART. — Geloni, _brignoni e tignuole_..... non è questione che di pronunzia... Intanto ha la febbre, e il medico ha detto che per due o tre settimane non potrà dirigere l'officina.

CARLO. — Andate in cucina: Carlotta, dagli da colezione, e poi subito a farmi la valigia; partiamo col primo treno. Guarda se Cesarino è già tornato. Finchè non abbia trovato un altro capo-fabbrica, mi converrà stare a Belmonte. _(raccoglie delle carte sul tavolino a sinistra)_

MART. — (Che tocco!) _(salutando)_ Gli auguro! _(esce con Carlotta dal fondo)_

EGISTO. — (Altrettanto!)

AGNESE. — Carlo, io vengo con quest'abito. Già lassù si starà in libertà.

ANNA. — Adagio! Adagio! Spero che Carlo non avrà la pretesa di portarti lassù in questa stagione.

CARLO. — Con vostra licenza, Agnese è mia moglie!

ANNA. — Certo; ma anzi tutto deve obbedire a sua madre. Si partirà quando farà più caldo, quando lo dirò io.

EGISTO. — (Ecco che cominciano a bisticciarsi dal bel mattino!)

CARLO _(ad Agnese)_. — Vieni o no, Agnese?

AGNESE. — Io verrei subito, ma... Abbi pazienza per qualche giorno... (Che stizza mi fa mia madre!)

CARLO. — Fa come ti pare; ma in questo momento io sperava che tu avessi un pochino più di cuore per me. _(chiama)_ Carlotta! _(Carlotta dal fondo)_ Vuoi venire con me a Belmonte? Qui resterà Giulietta.

CARL. — (E il damo? Oh! me ne farò uno lassù). Scusi, c'è mercato a Belmonte?

ANNA _(seccamente)_. — È inutile il saperlo. Partirai quando te lo dirò io che ti ho fissata.

CARLO _(contenendosi)_. — Guarda se è giunta Giulietta, che dia un bacio a Cesarino... _(Carlotta esce dalla destra; ad Agnese)_ se questo almeno mi è ancora permesso, bene inteso!

AGNESE. — Carlo!

CARLO. — Mi è permesso? Da tutti? Sia lodato il cielo! _(esce dalla destra colle carte)_

AGNESE. — Senti, Carlo... Madre mia, fin qui non mi hai parlato che del pericolo che corre il nostro avere, e sta bene; ma che per la sola questione del denaro debba non solo ricusare di soccorrerlo colla mia dote...

ANNA _(con vivacità)_. — Ma, quand'anche tu lo volessi, la dote non si può toccare.

AGNESE. — E sia; ma che io mi separi da lui, che lo lasci mortificare dinanzi ai servitori, e partire solo; che mi debba sentir dire che io, la madre del suo Cesarino, la moglie che ha sempre rispettato ed amato, non ho cuore, oh! chiedimi qualunque sacrifizio, ma questo no, perchè sento che sarebbe al disopra delle mie forze!

EGISTO. — Quest'altra ci mancava ora!

ANNA. — Quando si ha fede nella sollecitudine della madre, signora figliuola, non si cerca di più, si obbedisce...

EGISTO. — E si sta tranquilla!

AGNESE. — Ma io debbo pur sapere se faccio bene o male a trattarlo così; e finora, malgrado la fiducia che ho in te, il cuore mi dice che faccio male, e molto male!

ANNA. — Senti, fratello, senti come mantiene le sue promesse?

EGISTO. — Ma dille tutto una volta, che sia finita: era carità fiorita il tacerlo; ma dal momento che lo vuole, vuota il sacco, sorella!

AGNESE. — Sono moglie e madre, e nessuna cosa che riguardi la famiglia mi deve essere ignota.

ANNA. — Ebbene, poichè lo vuoi, sappi qual sorte attende gli uomini pari al tuo Carlo; sappi come è finito suo padre, e poi lagnati che io faccia il possibile per svegliare tuo marito da un sogno che finisce in modo tanto crudele! Tu hai sentito dire che nostro cugino Pietro Valori è morto vittima dello scoppio d'una caldaia a vapore della sua officina a Piombino.

AGNESE. — So anche che tu lo assistesti pietosamente nei suoi ultimi momenti.

ANNA. — Ora ti dirò ciò che non sai. Pietro era il babbo nato dei credenzoni. Per lui tutti galantuomini; e i galantuomini gli vendevano di nascosto il materiale, il carbone, gli utensili; lo screditavano sui mercati, lo minacciavano pei pagamenti, sia che fossero debitori o creditori. Volergli aprire gli occhi? Fiato sprecato. Ma un bel giorno, alla presentazione di alcune cambiali, dopo di aver telegrafato invano alle case di commercio con cui era in maggior relazione, si accorse di aver perduto quasi tutto il suo avere, peggio, di non aver più credito. Che cosa abbia allora sofferto, egli che non credeva al male, lo sa solo Iddio! E suo figlio era all'estero e noi a Livorno! Il disgraziato si senti perduto e solo; andò nell'officina mentre gli operai erano a desinare, e un'ora dopo era raccolto spirante sotto un mucchio di rovine!

AGNESE. — Dio! Ma chi può assicurare che egli si sia ucciso?

ANNA. — Raccolti i pezzi della caldaia scoppiata, si trovarono chiuse le valvole di sicurezza!

AGNESE. — E se fosse stato per sbaglio, per dimenticanza?

ANNA. — Tutti lo credettero e lo crede ancora lo stesso tuo marito; ma non io che ho assistito lo sventurato in quella sua eterna agonia!... Che notte orribile! «Non dir nulla a Carlo,» mi susurrava, «forse egli non mi perdonerebbe!» Dopo ventiquattr'ore di strazio, spirò, e tutti lo dissero martire del lavoro, e lo era, ma in ben altro modo! _(facendosi forza per non soffocare dal pianto)_ E tuo marito, che io combatto, ma non disprezzo, anzi in fondo al cuore ammiro, è della stessa razza che sa di monte e di macigno; è di quella stessa gente che muore e non si arrende! Ora che sa tutto, mi dica la signora figliuola se c'è più cuore ad incoraggiarlo nella sua illusione, come vorrebbe far lei, o ad impedire in ogni modo, come faccio io, ch'egli precipiti, come suo padre, nell'abisso del fallimento e della disperazione!

AGNESE. — (Carlo corre lo stesso pericolo, ed io l'abbandonerò solo?)

ANNA. — Ma non temere, figlia mia; io conosco il mio dovere e vi amo troppo tutti e due per cedere, e non cederò!..

EGISTO. — Non cederemo, per Diana!

ANNA. — È lui. Silenzio!

EGISTO. — Io non parlo, vai sicura... Ma intanto che bella casa è questa, che bella vita! Lui coll'Italia, tu col dovere, lei coll'amore... una galera!

SCENA XII.

_CARLO, CESARINO, CARLOTTA e MARTINO con sacche da viaggio, dalla destra. DETTI._

CESAR. — Perchè non viene anche la mamma?

CARLO. — Domandalo a lei; ma non so se te lo dirà.

CESAR. — Mamma, perchè non vieni col babbo?

AGNESE. — (Ma io qui non potrei vivere neanche un istante con questo terribile pensiero). Sì; vengo anch'io con voi.

CARLO. — Grazie, mia cara Agnese!

ANNA _(contenuta dalla presenza di Martino)_. — Agnese!

EGISTO. — Auff!

AGNESE _(ad Anna con fermezza)_. — Tu mi hai sempre detto di non poterti separare da me perchè mi ami: dunque seguitando a Belmonte mio marito e mio figlio, io non faccio verso di loro che quello che tu fai con me.

EGISTO. — Non fa verso di loro... Sorella, non c'è mica nulla a ridire, sai?

ANNA _(colta da pensiero improvviso)_. — (Sì, è a Belmonte che la deve finire!) Ha ragione e vado anch'io con loro.

EGISTO. — Mi pianti solo?

CESAR. — Brava la mia nonnina bella! _(corre ad arrampicarsi sulle ginocchia d'Egisto)_ Anche te, zio; anche te!

ANNA. — Sì, anche te: tutti a Belmonte!

EGISTO _(alzandosi con Cesarino in braccio)_. — L'ho bell'e capito; se non ci metto mano io, questa benedetta Italia non si fa!

FINE DELL'ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO

Studio di Carlo presso l'officina. — In fondo la comune che dà nel giardino. — A destra le stanze della famiglia, a sinistra l'officina. — Nell'angolo di destra, in fondo, una cassa forte rivolta verso la sinistra. — Sulla scena, pure a destra, uno scrittoio posto di profilo ed isolato, con campanello, grossi registri, libri, disegni, e l'occorrente per iscrivere. — A sinistra in fondo, una libreria ed un tavolo per disegnare, discosto dalla parete quel tanto che è necessario per frapporvi una seggiola. — È giorno.

SCENA I.

_MARTINO e CARLOTTA che assettano i mobili._

MART. _(a Carlotta che vorrebbe provarsi con lui a mutare di posto lo scrittoio)_. — No, no; potreste farvi male, bella figliuola... Aspettiamo che arrivi qualcheduno dei miei compagni, e facciamo intanto quattro chiacchiere fra di noi due...

CARL. — (Sta a vedere che mi faccio un damo anche quassù). Che cosa mi volete dire?

MART. — Sentite, Carlotta; nè io, nè voi siamo di questo paese... Tutti e due italiani, s'intende; ma nati in diverse nazioni... Ora ditemelo francamente, non vi piglia mai, con licenza parlando, quel certo male che si sente quando si è lontani di casa sua, la nostra... la strono... una parola che finisce in ia... Il capo-fabbrica l'aveva sempre in bocca!

CARL. — Ah! l'astronomia...

MART. — Giusto l'astronomia.

CARL. — Il padrone ne parlava ieri a Cesarino. Sì, mi piglia qualche volta quando penso ai miei di casa.

MART. — Ma se qui aveste una persona che senz'essere dei miei, di casa vostra, vi volesse bene...

CARL. — E se questa persona, con licenza parlando, foste voi, volete dire?

MART. — Già; il male non vi sembrerebbe minore?

CARL. — Insomma, Martino, a farla corta, voi volete fare all'amore con me.

MART. — Sì, se mi credete per la quale, eccomi qui tutto per voi: sono il più bello dei figliuoli di mia madre.

CARL. — Quanti fratelli avete?

MART. — Nessuno, sono figlio unico di madre vedova... come lo scudo che ho in tasca.

CARL. — C'è un guaio, Martino.

MART. — Vi paio troppo brutto forse?

CARL. — Oh ne ho visto dei peggio!

MART. — Grazie tante... Allora avete paura che la padrona...?

CARL. — Che! Me ne importa assai della padrona! Il guaio si è che Carlotta non fa all'amore che con quello che la vuole sposare.

MART. — Ed io son bell'e pronto a sposarvi dinanzi a Santa Madre Chiesa anche subito.

CARL. — Che, mi pigliate per una grulla voi? Prima si va al Municipio, e poi in parrocchia.

MART. — Ma io vado anche dal campanaio se vi piace!

CARL. — Ma come si sta a quattrini? Che cosa avete voi di vostro?

MART. — Io di vostro... cioè di mio... che sarà anche vostro, ho tutto questo; ma state bene attenta!

CARL. — Sentiamo che meraviglie.

MART. — Meraviglie? nessuna; ma cinque camicie quasi buone, quattro lenzuola quasi nuove, tre belle lire e mezzo al giorno che piglio quasi sempre, due buone braccia e un cuore pieno d'amore...

CARL. — Adagio col pieno; se foste un pollo ve lo potrei dire... C'è un guaio, ora che ci penso; voi amate troppo il vino!

MART. — Se amo il vino è tutta colpa dell'astronomia. Ma per far piacere a voi non berrò più!... mai più!... altro che la domenica.

CARL. — Vien gente; acqua in bocca, veh!

MART. — Oggi no, che è festa. Siamo intesi adunque?

CARL. — Ci penserò, e a rivederci poi. Addio, moro. _(via dalla destra)_

MART. — Pensateci subito, bella morettina, e rivediamoci senza il poi! Cara e svelta!... Ma faccio poi bene a prender moglie con tre lire e mezzo?

SCENA II.

_ORESTE dalla sinistra e poi voci diverse a sinistra fuori di scena. DETTO._

ORESTE. — Evviva Martino!

MART. — Oreste! Dunque si passa presto lavorante, eh?

ORESTE. — Fosse pur oggi, che vorrei aver finito di pigliare scappellotti.

MART. — Oh quanti ne pigli, _batoseto_?

ORESTE. — Cinque o sei al giorno, che moltiplicati per sei dànno dai trenta ai trentasei scappellotti per settimana!

MART. — Bella paga! Io la metterei tutta alla cassa di risparmio. Ma bisogna pur dire che cogli scappellotti le parole dei maestri restano più impresse. Io ne ho presi di quelli da farmi vedere le stelle in pieno mezzogiorno; ma sono anche capo massellatore.

ORESTE. — Quando io faceva il giornalista a Firenze non avrei mai creduto che un mestiere s'imparasse a questo modo. E non c'è che dire, la è dappertutto la stessa canzone. Sul Pistoiese ove mi era avviato a fare l'ebanista, il principale invece di farmi entrare il mestiere nel capo a furia di scappellotti, faceva diversamente lui: a pedate! _(va a sedere al tavolo in fondo)_ Ma è finita!

VOCI _(a sinistra fuori di scena)_. — Ohe, si va?

CARLO _(come sopra)_. — Un momento; siamo in pochi.

MART. — Padrone, son qua io! _(corre via dalla sinistra rimboccandosi le maniche)_

CARLO _(come sopra)_. — Sotto le spalle tutti, su!

VOCI _(come sopra)_. — Su!. Issa!... Issa!... Ah!

SCENA III.

_BOBI dal fondo senza vedere ORESTE che s'è messo a disegnare._