Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1

Part 9

Chapter 93,868 wordsPublic domain

Cotesta Catarina, se bene mi sovviene, fu gentilissima ed amorosa donna; a la quale fu giá mandato quel sonetto con un paio de guanti insieme, li capoversi del quale dicono lo nome suo:

D'una tenera, bianca, leggiadretta, I ntegra onesta man elesse 'l cielo V oi, puri guanti, ad esser dolce velo: A ndati a lei, ch'omai lieta v'aspetta!

C ortesamente la terrete stretta, A nzi pur calda contra l'empio gelo, T utto, però, ch'io per soverchio zelo H abbia di voi non a prender vendetta. A mo l'alta virtú che 'n sé diversa R egna piú ch'in Aracne od ella istessa I nventrice de l'ago e bel trapunto.[247] N é man piú dotta né piú dolce e tersa A vvinse guanto mai, né chi promessa

Onestamente piú servasse appunto.

[247] Minerva.

LIMERNO E TRIPERUNO

LIMERNO. Dirotti la veritade, o Triperuno: questi capoversi, non usati mai da valentuomo veruno, poco a me sono aggradevoli e a gli altri sodisfacevoli, imperocché altro non vi si trova se non durezza di senso ed un impazzire di cervello. Ma ragionamo d'un'altra cosa di assai piú importanza di questa. Confessati meco, e non vi aver un minimo risguardo. Chi fu lo compositore di que' versi, li quali oggi furono da tutta la corte in una querza letti e biasmati?

TRIPERUNO. Perché, caro maestro? sapeno forse come gli altri miei?

LIMERNO. Di che?

TRIPERUNO. Di mastro di scola.

LIMERNO. Perché cosí dí': «mastro di scola»?

TRIPERUNO. Li quali, per la varietá de' stili da loro adoperati pedantescamente, come voglio dire, scrivono e fanno un Caos non men intricato del mio.

LIMERNO. Io bene di cotesto tuo ravviluppato _Caos_ mi sono maravigliato, lo quale potrebbe a gli uomini dotti forse piacere; ma non lo credo, e spezialmente per cagione di quelle tue postille latine suso per le margini del libro sparse.

TRIPERUNO. Io per confonderlo piú, come la materia istessa richiede, volsivi ancora la prosa latina in aiuto de lo argomento porre.

LIMERNO. Lasciamo in disparte lo stile tuo, o sia pedantesco o triviale; ma peggio è, che sono quelli versi mordaci de la fama di tale che leggermente potrebbeti offendere. Tu non conosci ancora, buono uomo, la rabbia d'una adirata ed orgogliosa donna, la quale tengasi da qualcuno oltraggiata e sprezzata.

TRIPERUNO. Qual bene o male posso io sperare o temere da questa larva o volsi dire Laura?

LIMERNO. Voglia pur Iddio che tu non ne faccia veruna isperienza!

TRIPERUNO. In qual modo un sacco di carcami, una cloaca di fango, una stomacosa meretrice del dio Sterquilinio è per vendicarse di me?

LIMERNO. Con mille modi, non che uno.

TRIPERUNO. Come?

LIMERNO. È peritissima vindicatrice.

TRIPERUNO. Qual sí terribile ruffiano d'una trita bagascia prenderia giammai la difesa?

LIMERNO. Non vi mancano gli affamati al mondo. Ma sei male, Triperuno, su la via di conoscere, in cui posciati ella danneggiare.

TRIPERUNO. Avvelenarmi?

LIMERNO. No.

TRIPERUNO. Farmi con ferro uccidere?

LIMERNO. Né questo ancora.

TRIPERUNO. Tôrmi la fama?

LIMERNO. Non ha credito.

TRIPERUNO. In qual foggia dunque?

LIMERNO. Trasformarti in uno asino.

TRIPERUNO. Che dite voi?

LIMERNO. Un asino, sí; tu ti maravigli dunque?

TRIPERUNO. Ho ben io piú volte inteso queste donne aver possanza, con non so che unguenti, voltar gli uomini in becchi.

LIMERNO. Anzi, assai piú becchi fanno che castroni. Quanti oggidí conosco io, li quali giá per violenzia de suffumigi da queste maghe adoperati furono in bovi, buffali ed elefanti conversi!

TRIPERUNO. Questo saria ben lo diavolo! Se questa Laura mi trasfigurasse in un becco, vorrebbemi piú oltra bene Galanta?

LIMERNO. Piú che mai.

TRIPERUNO. Come? io sarei pur un becco?

LIMERNO. Ed ella una capra.

TRIPERUNO. Cambiarebbe ancora lei?

LIMERNO. Che 'n credi tu?

TRIPERUNO. Io giá comincio temere.

LIMERNO. Tien stretto.

TRIPERUNO. Forse che non sa ella ancora chi sia lo autore?

LIMERNO. Tu sei pazzo persuadendoti una malefica non sapere quello che a tutta la corte giá divolgato leggesi.

TRIPERUNO. Lasso! ch'io me ne doglio.

LIMERNO. Tu vi dovevi piú per tempo considerare e prenderne[248] da me consiglio.

[248] «Consilium post factum, imber post tempora frugum».

TRIPERUNO. Non l'ho fatto, in mia malora!

LIMERNO. Se tu sapessi la importanza di questo scrivere e lo mandar cosí facilmente a luce le cose sue, vi averessi meglio pensato; ché pagarei un tesoro di Tiberio, non mai ne gli occhi de tanti valentuomini una mia operetta scoperta si fusse.

TRIPERUNO. Come farò io dunque, misero me? ch'io debbia un asino devenire?

LIMERNO. Or va' piú animosamente! tu giá sei vòlto in fuga, e niuno ti caccia: non ti partirai da me se non bene consigliato e consolato. Ma pregoti, Triperuno mio, non t'incresca sotto l'ombra di quel platano corcarti, fin che io faccia la prova di alquanti versi con la cetra, da essere in questa sera da me recitati avanti la regina; e veramente assai averò che fare, se li quattro sonetti da lei richiesti aggradirla potranno.

TRIPERUNO. Questo tal comporre a l'altrui petizione difficilmente può sodisfare a coloro li quali non vi hanno parte alcuna. Ma ditemi, prego, avanti che da voi mi parta, lo soggetto de' quattro sonetti.

LIMERNO. Dirottilo ispeditamente. Giá la signora non è cagione propria di questi: ma heri Giuberto e Focilla, Falcone e Mirtella mi condussero in una camera secretamente, ove, trovati ch'ebbeno le carte lusorie de trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e vòlto a me, ciascuno di loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi.

TRIPERUNO. Assai piú duro soggetto potrebbevi sotto la sorte che sotto lo beneplacito del poeta accascare.

LIMERNO. E questa tua ragione qualche bona iscusazione appresso gli uomini intelligenti recarammi, se non cosí facili, come la natura del verso richiede, saranno. Ora vegnamo dunque primeramente a la ventura ovvero sorte di Giuberto; dopoi la quale, né piú né meno, voglioti lo sonetto di quella recitare, ove potrai diligentemente considerare tutti li detti trionfi, a ciascaduno sonetto singularmente sortiti, essere quattro fiate nominati sí come con lo aiuto de le maggiori figure si comprende:

GIUSTIZIA, ANGIOLO, DIAVOLO, FOCO, AMORE

Quando 'l Foco d'Amor, che m'arde ognora, penso e ripenso, fra me stesso i' dico: --Angiol di Dio non è, ma lo nemico che la Giustizia spinse del ciel fora. Ed è pur chi qual Angiolo l'adora, chiamando le sue fiamme «dolce intrico». Ma nego ciò, ché di Giustizia amico non mai fu chi in Demonio s'innamora. Amor di donna è ardor d'un spirto nero,[249] lo cui viso se 'n gli occhi un Angiol pare, non t'ingannar, ch'è fraude e non Giustizia. Giustizia esser non puote, ove malizia ripose de sue faci il crudo arciero, per cui Satán Angiol di luce appare.

[249] «Dux malorum foemina et scelerum artifex». SEN.

TRIPERUNO E LIMERNO

TRIPERUNO. Molto arguto parmi questo primo, né anco di soverchio difficile; ma che egli aggradire debbia la regina con l'altre donne, non credo.

LIMERNO. Dimmi la causa.

TRIPERUNO. Lo sobbietto non lauda il feminile sesso.

LIMERNO. E Giuberto non lo volse d'altra sentenzia di quella c'hai udito. Or vengone al secondo, nel quale la sorte di Focilla contienesi.

MONDO, STELLA, ROTA, FORTEZZA TEMPERANZIA, BAGATTELLA

Questa fortuna al mondo è 'n Bagattella, ch'or quinci altrui solleva, or quindi abbassa. Non è Tempranzia in lei, però fracassa la forza di chi nacque in prava Stella. Sol una temperata forte e bella[250] donna, che di splendor le Stelle passa, la instabil Rota tien umile e bassa; e 'n gioco lei di galle al mondo appella. Costei tempratamente sua Fortezza usato ha sempre, tal che 'l Mondo e 'nsieme la sorte de le Stelle a scherzo mena. Ben può fortuna con sua leggerezza ir ne le Stelle di piú forze estreme: chi sa temprarsi lei col Mondo affrena.

[250] Rarissimum animal bona mulier.

TRIPERUNO E LIMERNO

TRIPERUNO. Questo altro sonetto appresso di me piú del primo lodevole mi pare: cosa che giá per lo contrario giudicai da prima dover essere, attendendovi quella sorte del «Bagattella» non potere se non li soli consorti disconciare. Ma, sí come a me pare, de gli altri assai meglio vi quadra.

LIMERNO. Ogni cosa che ad essere patisce durezza, lo piú de le volte eccellente diviene: laonde Focilla, donna, come si vede, prudentissima, contristandosi prima di cotal leggerezza a lei per ventura sortita, or che reuscita la vede in maggior suo onore, giubila e saltella. Ma vengo a l'oscurissimo soggetto de li disordinati trionfi di Falcone, al quale, sopra tutti gli altri gentile, doveva la meglior fortuna accadere.

LUNA, APPICCATO, PAPA, IMPERATORE, PAPESSA

Europa mia, quando fia mai che l'una parte di te, c'ha il turco traditore, rifráncati lo Papa o Imperatore, mentre han le chiavi in man, per lor fortuna? Aimè! la traditrice ed importuna ripose in man . . . . . . . . . . onore[251] di . . . . . e tien . . . . . furore sol contra il giglio e non contra la Luna. Ché se 'l . . . . non fusse una . . . . che per un piè . . . . . . . . sospeso tiene, la Luna in griffo a l'aquila vedrei; ma questi . . . . . . . . . . miei fan sí che mia Papessa far si viene la Luna, e vo' appiccarmi da me stessa[252].

[251] Fortuna fatta Papessa.

[252] Ecco il testo completo, quale si legge nella 2ª edizione:

LUNA, APPICCATO, PAPA, IMPERATORE, PAPESSA

Europa mia, quando fia mai che l'una parte di te, c'ha il turco traditore, rifráncati lo Papa o Imperatore, mentre han le chiavi in man, per lor fortuna? Aimè! la traditrice ed importuna ripose in man di donna il summo onore di Piero e tiene l'imperial furore sol contra il giglio e non contra la Luna. Che se 'l papa non fusse una Papessa che per un piè Marcin sospeso tiene, la Luna in griffo a l'aquila vedrei. Ma questi papi o imperatori miei fan sí, che mia Papessa far si viene la Luna, e vo' appiccarmi da me stessa.

TRIPERUNO E LIMERNO

TRIPERUNO. Voi giocate, maestro mio, sovente al mutolo in questo sonetto.

LIMERNO. Fu sempre lodevole.

TRIPERUNO. Che cosa?

LIMERNO. La veritá...

TRIPERUNO. Confessare?

LIMERNO. Anzi tacere.

TRIPERUNO. La cagione?

LIMERNO. Per scampar l'odio.

TRIPERUNO. Di poco momento è questo odio, se non vi susseguisse la persecuzione.

LIMERNO. Però lo freno fu trovato per la bocca.

TRIPERUNO. Meglio è martire che confessore.

LIMERNO. Cotesto è piú che vero. Ma veggiamo finalmente lo sonetto di Mirtella, la cui sorte fu questa:

SOLE, MORTE, TEMPO, CARRO, IMPERATRICE, MATTO

Simil pazzia non trovo sotto 'l Sole, di chi a gioir del Tempo tempo aspetta: Morte, su 'l Carro Imperatrice, affretta mandar in polve nostra umana prole. Al Sole in breve tempo le viole col strame il villanel sul Carro assetta: Matto chi teme la mortal saetta,[253] ch'anco l'Imperatrici uccider vole. Però de' sciocchi avrai sul Carro imperio s'indugi, donna, piú mentre sei bella, ché 'l Sol d'ogni bellezza invecchia e more. Godi, pazza! che attendi? godi 'l fiore! fugge del Sol il Carro, e il cimiterio la nera Imperatrice empir s'abbella.

[253] «Ut navem et aedificium idem destruit facillime qui struxit, sic hominem eadem optime quae conglutinavit natura dissolvit». CIC.

TRIPERUNO, LIMERNO E FÚLICA

TRIPERUNO. Or questo de gli altri piú sodisfarmi pare, maestro mio.

LIMERNO. Avrei con men durezza composto loro, se la divisione di essi trionfi in mia balía stata fusse. Onde pregoti non t'incresca udirne un altro, molto (per quello che me ne paia) de gli giá recitati men rozzo e triviale, quando che la libertade di esso tutta in me solo stata sia, dove li ventiuno trionfi, aggiungendovi appresso la Fama ed il Matto, si contengono:

Amor, sotto 'l cui impero molte imprese van senza Tempo sciolte da Fortuna, vide Morte sul Carro orrenda e bruna volger fra quanta gente al Mondo prese. --Per qual Giustizia--disse--a te si rese né Papa mai né, s'è, Papessa alcuna?-- Rispose:--Chi col Sol fece la Luna tolse contra mie Forze lor difese. --Sciocco qual sei! è quel Foco--disse Amore-- ch'or Angiol or Demonio appare, come temprar sannosi altrui sotto mia Stella.[254] Tu Imperatrice ai corpi sei, ma un cuore benché sospendi, non uccidi, e un nome sol d'alta Fama tienti un Bagattella.

[254] Venere.

Ma che miracolo è questo ch'ora veggio, Triperuno mio?

TRIPERUNO. Dove?

LIMERNO. Quel matto solenne di Fúlica veggio a noi venire.

TRIPERUNO. È dunque passato di Perissa in Matotta?[255]

[255] Soperstizia--Vanitade.

LIMERNO. Costui veramente, se non fallo, ha gittato in disparte le sportelle col breviario e vole de' nostri farse. O vecchio forsennato, che cosí inutilmente da gli soi primi verdi anni s'ha ricondutto fin a la impossibilitade di poter piú gioire di questi nostri piaceri! Oh come ha lunga barba il santo eremita! Oh come va savio, noverandosi li passi, questo santuzzo del tempo vecchio!

TRIPERUNO. Tacéti, per Dio, ché, omai troppo vicino, potrebbevi sentire.

FÚLICA. Dio vi salvi, amici miei.

LIMERNO. _Et vos, domine pater._

FÚLICA. Di che cosa ragionate voi?

LIMERNO. Di amore.

FÚLICA. Amore spirituale?

LIMERNO. No, animale.

FÚLICA. Sta molto bene.

LIMERNO. Ma, dite voi, qual importante causa vi mena in questa regione amorosa? qual convenienzia è di questi nostri muschi ed ambracani con quelli vostri rigidissimi costumi?

FÚLICA. Causa non pur importante, ma importantissima, mi driccia a te, Limerno mio, acciò che con gli altri toi simili omai da questo mortal sonno vi svegliáti. Queste tre nostre regioni, Carossa, Matotta e Perissa, veramente sono uno laberinto di cento migliara di errori; né mai se non testé la ignoranzia, la sciocchezza, la soperstizia di me e mei compagni ho conosciuto, li quali avevamo la felicitade nostra riposto ne l'andar scalci, radersi il capo, portar cilizio ed altre cose assai, le quali, quantunque siano bone, fanno però lasciar le megliori. Ma non v'incresca udirmi, ché forse oggi la comune nostra salute averá principio.

LIMERNO. Vi ascoltaremo voluntieri: or incomenciate.

LA ASINARIA

DIALOGO TERZO

FÚLICA, LIMERNO E TRIPERUNO

FÚLICA. In poco frutto reuscirebbe lo mio ragionamento assai lungo, se primamente non mi movessi al sommo principio de tutte le cose, e pregarlo ch'egli si degni aprirvi gli occhi ed il core, giá tanto tempo fa cieco e da la veritade di lungo intervallo disgiunto.

Omnipotens pater, aethereo qui lumine circum mortale hoc nostrum saepis ubique genus, ut queat artificis tenebrarum evadere fraudes, utve queat recti tramitis ire viam, excipias animam hanc, usu quae perdita longo, iam petit infernas non reditura sedes!

LIMERNO. Ah! ah! ah! ridi meco, Triperuno mio! vedi questo insensato come ha pregato non so che suo dio per me, come se altro iddio fusse piú di Cupidine da esser temuto e pregato.

TRIPERUNO. Ascoltiamolo, caro maestro, ché egli giá si leva da la orazione.

FÚLICA. Ritrovandomi heri, per avventura, non molto luntano da la spelonca mia col mio fidelissimo Liberato, da me molto amato e aúto caro, avvenne che, vedendomi egli tutto nel viso maninconioso, di me tenero e pietoso divenuto, sí come colui che di benigno ingegno era e non poco mi amava, umilemente mi domandò la cagione per che sí tristo io fussi e penseroso e quasi tutto in uno freddo ed insensibile sasso tramutato. Ed appresso tanto mi pregò che insieme con esso lui in sin ad un boschetto, lo quale assai vicino era a la grotta mia, ne andai. Camminando dunque noi con lenti e tardi passi verso il delettevole boschetto:--Deh!--dissi allora,--caro mio Liberato, giá fussi io morto in culla! ché, poi ch'io mi sono dato a gli vani studi de la naturale filosofia, a cercare di conoscere le proprietadi de le cose a noi occulte e impenetrabili, non ebbi mai l'animo mio tranquillo né quieto, ed ora piú che mai l'ho travagliato e de vari e diversi pensieri tutto ripieno e distratto. Io non veggio omai quello che per me si debba adoperare o credere; perché, se veraci sono gli evangelici dottori e se parimente li sottili e tenebricosi maestri in teologia e nostri sofisti dicono il vero; se li pontificali decreti ovvero umane leggi, che vogliamo dire, ligano o ligar possiano le nostre coscienze; ed oltra di questo se alcuni altri dottori moderni non sono né capitali nemici de la vera fede né bugiardi, ma hanno la veritá ritrovata; a cui crederò io? a cui prestarò fede? Nel vero, io non comprendo come tutti non possino errare sí come coloro che omini sono, né mi può entrare nel capo come a tutti egualmente noi debbiamo o possiamo credere. O miseri cristiani! ov'è fuggita la ferma fede e piena di credenza de li venerabili patriarchi, de gli santi profeti, de' poveri apostoli e de tutti i nostri maggiori? Oimè! donde sono tante e sí diverse openioni? donde sí contrarie sètte e sí ripugnanti? onde tante vane quistioni? onde tante liti ed empie contenzioni? Se una è la fede e uno battesmo, poscia che è uno sol Dio e un signore e fattore de tutte le cose, cosí invisibili ed incorporee ed eterne come ancora de le visibili e corporee e mortali, perché dunque siete voi tra voi tutti divisi?--Non cosí tosto quelle poche parole ebbi detto, una asinina voce, subitamente rumpendo lo aere, con soi pietosi accenti percosse le nostre orecchie.

LIMERNO. Ditemi la veritá, Fúlica.

FÚLICA. Io son presto.

LIMERNO. Donde veniti?

FÚLICA. Da Perissa. Per qual cagione questo mi domandi?

LIMERNO. Le parole vostre mi sapiono di Carossa: baldamente che Merlino vi ha retenuto ne la catena sua! non gli è mancato una dramma, che questo asino da la bocca vostra non abbia parlato!

FÚLICA. Anzi cosí chiaramente con queste mie orecchie io l'ho sentito ragionare, come ora facemo noi.

LIMERNO. Con diavolo! ch'un asino ha parlato?

TRIPERUNO. Lasciamolo finire, caro maestro.

LIMERNO. Séguiti a sua posta.

FÚLICA.--Confortativi--disse quella voce--o boni uomini, e non abbiate paura, ma siate di forte animo!--Per la qual cosa noi tutti sbigottiti, dattorno vòlti, guardavamo se alcuno vi fusse che noi, senza esserne avveduti, ascosamente ascoltasse. Ma nessuno vedendovi se non questo asino, che vecchissimo essere pareva e molto attempato, il quale quivi nel boschetto pasceva, essendo noi giá al fine pervenuti del nostro cammino, vie piú che innanzi, la pietosa e lamentevole voce udendo, temuto non avevamo, incomenciammo a stordire e forte temere, e varie cose fra noi stessi a rivolgere.

Laonde questo asino, alzata un poco la testa, quasi sorridendo, un'altra volta racconfortandoci disse:--Cacciáti da voi ogni gelata paura. Io sono a voi da Dio mandato a mostrarvi la cristiana e vera fede e sciolvervi ogni dubbio ed ogni vostra questione a finire e terminare.

Le quali parole udendo noi, quale e quanto fusse lo stordimento, voi da voi stessi puotete pensare: dico che tutti li capelli se ne arricciarono e, quasi perdute tutte le sentimenta, piú morti che vivi in terra cademmo. Ma ritornate poscia in noi le perdute forze ed il natural vigore e rassicuratene alquanto, lo comenciamo a scongiurare ed a comandare da parte de Dio che, se ciò inganno fusse del diavolo, tosto indi si dipartisse. Ma egli, che veramente da Dio era, tutto immobil si stette; e per levarci ogni sospetto ed ogni dubbiosa mescredenza che ne l'animo nostro nasciuta fusse o nascerci potesse, con voce assai umana ed umile rispose cosí:--Quanto sia, figliuoli miei, da fuggire e biasimare l'essere sciocco e imprudente, e troppo agevolmente e di leggiero dare orecchie ed aver fede a visioni e parole, quantunque e buone e veracissime quelle ne paiano, io non potrei giammai con parole spiegare né con la penna scrivere. Ma colui, il quale vorrá piú sottilmente con l'acume de lo intelletto considerare la cagione de tutte l'umane miserie, non potrá certamente ritrovar alcuna altra che la sciocchezza e la súbita ed empia credenza aúta da li nostri primi parenti al velenato e mendacissimo serpente. Onde Cristo, che troppo bene conosceva il malvagio ingegno di questo fallace nemico:--State--disse a gli apostoli e a' suoi cari discepoli--saggi ed avveduti a guisa de li serpenti e de gli aspidi sordi, i quali, come è scritto nel salmo, si riturano gli orecchi acciò che non sentano la voce né li versi de l'incantatore.--Perché io reputo gran senno a sapersi guardare e defendere da gli agguati e da gl'inganni de l'infernale Lucifero primo inventore e padre de la bugia. E voi bene in ciò e saggiamente avete adoperato; ché, ancora che per avventura alcuna volta il credere scioccamente non rechi il creditore né lo metta in grande miseria, anzi il tragga da grave noia e da grandissimi pericoli e ripongalo in sicurissimo e felice stato, non è perciò da commendare molto, dove la instabile fortuna e non l'umano ingegno s'interpone. Né per il contrario è da biasimare e riprendere colui lo quale, essendogli la fortuna nemica e niente favorevole, si ritrova al fine in povero e assai vile stato e in grandissima miseria, dove bene adoperare egli si sia ingegnato, ponendo ogni sollicitudine ed ogni arte ed ogni forza per potere a buono e laudevole fine condurre i fatti suoi. Ma lasciamo ora stare cosí fatti ragionamenti, e sí per non esser troppo lunghi (ed in quella cosa massimamente ne la quale non è di bisogno) e sí ancora per potere piú pienamente ragionare de la cristiana fede, la quale assai larga ed ampia materia di sé ne dará da parlare.

LIMERNO. Non mi maraviglio punto se, nel parlare, molto sète lungo e fastidioso; e piú di noi, che stiamovi quivi ad ascoltare.

FÚLICA. Perché son io cosí lungo e fastidioso?

LIMERNO. La pienezza di quel vostro biancuzzo volto dicemi voi essere di flemma tutto ripieno.

TRIPERUNO. Un flemmatico è dunque molto verboso?

LIMERNO. Sí, secondo li fisici nostri. Né solamente la flemma causa moltiloquio e nugacitade, ma tutte l'altre operazioni del corpo rende piú tarde e pegre; al contrario d'uno che collerico sia, lo quale il piú de le volte le cose comencia due fiate, non riescendogli bene la prima per l'ingordigia solamente del soperchio desiderio.

TRIPERUNO. Tu vòi forse inferire che egli flemmatico ti neca!

LIMERNO. Che vòl dir «neca»?

TRIPERUNO. «Ammaccia», «uccide», «ancide».

LIMERNO. Anzi gli sta cotesto vocabolo molto bene, ché fermamente non trovo «morte» a quella d'una lingua, quale è quella d'un Alberto da Carpo di testa rasa.

TRIPERUNO. Io molto bene lo riconosco, lo quale, giá d'anni carco ed attempato, ha fatto la piú bella pazzia che fusse mai, che dirotti poi; ma fra l'altre sue vertú è mordacissimo, loquacissimo e vanissimo: ed appresso lui un Sebastiano non men[256] di lui chiacchiarone e puzzolente di bocca, lo quale mentendo fassi fiorentino.

[256] Sebastiano di patria oscuro.

LIMERNO. Megliore vendetta non si può fare che scrivere (se non ti lasciano stare) li soi costumi.

TRIPERUNO. Anzi odi questo mio tetrastico de la nugacitade di quello da non nominare Alberto, fondato sopra questo verbo latino:

NECAT

N on necat ulla magis nos N ex, non unda necat, no N E t necat igne modo, necat E t modo Iuppiter imbr E, C um necor a lingua, mos C ui nescire loqui, ne C A t tamen obthurat tot hy A ntia dentibus or A, T e necat ore, necat ges T u, nece totus abunda T.

LIMERNO, FÚLICA E TRIPERUNO

LIMERNO. Molto è bello e artificioso, ma, per quello che me ne paia, oscuro e faticoso.

FÚLICA. Deh, per lo amore de la passione di Cristo, non siate cosí ritrosi a la salute vostra! Lasciatimi finire, non mi sconciate dal bono e santo proposito, ch'io sono certo delettarannovi li miei ragionamenti.

LIMERNO. Posciovi molto bene ascoltare, ma non voluntieri, se non mi parlate di qualche bella donna.