Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1
Part 8
Forsennato e pazzo che son io! essermi raffrontato a favoleggiare con questa destruzione di rafiòli! O meschino me! se la unica mia signora e divinissima dea giammai presentisse lo suo Limerno aver dimorato una bona pezza con un lordissimo porco, or che direbbe? or che farebbe ella? Per lo vero, non mai piú se non con torto sembiante mi guardarebbe. Voi adunque, chiari fonti, cristallini ruscelli, porporei fiori, amene piagge, riposti antri; voi, gai augelletti, lascivetti conigli, guardativi che alcuno di voi non presumi lo folle mio errore a lei manifestare; a lei dico, la cui presenzia tutti con un sol riso vi abbella, che molte volte dégnavi de l'angelico suo conspetto, appoggiando le belle membra or su quella fiorita sponda del vivo ruscello or sotto quel speco inederato di allori, mentre l'ardente sole a gli animali rende l'ombre aggradevoli. Deh! pregovi, tenetimi dal mio sole coperto; ché dubbio non è, quando ella non piú si degnasse di comportar le mie lodi, lo mio ver' lei amore, io ne morirei, io da me istesso di quell'olmo al vecchio tronco mi sospenderei. Ma, inanti la miserabil morte mia, annunziovi che crudel vendetta di tutti voi ne pigliarei: non è fiore, non è pianta, non è fonte, che impetuosamente non stracciassi, svellessi e disturbassi. Statene dunque, o de' miei secreti consapevoli, statene taciti e quieti, ma non sí taciti e quieti che le rime mie, le quali ora sono cantando per isfogare, non subito le riportati e recantati a le sue divine orecchie. E perché voi avete ad essere miei fidelissimi compagni, consequevolmente voglio che d'ogni mio secreto voi siate participevoli.
Io dunque meritar puotei la entrata di questo santissimo giardino allora quando la fama sola d'una non pur bellissima ma prudentissima madonna mi cocque le medolle, lo cui bel nome voi ne' capoversi di questo succedente sonetto potreti conoscere, lo quale giá lo fido mio Falcone nel scorzo di quel frassino intagliando scrisse:
G loriosa madonna, il cui bel nome I n capo de' miei versi porrò sempre, V orrei pur io saper de quali tempre S ian que' vostr'occhi neri ed auree chiome! T rema ciascun in lor, mirando come[228] I vi sia la virtude, che distempre N ostra natura e 'n ferro i cuori tempre, A cciò piú di leggier lor tiri e dome.
[228] «Pulchra facile amatur, foeda non facile concupiscitur». HIER.
D i calamita dunque se non sète, I n voi di cotal pietra è forza almanco V ivace sí, ch'ogni materia liga. I o tragger vidi de' vostr'occhi al rete N atura, Amor e 'l Sol di sua quadriga. A ltra simile a voi chi vide unquanco?
LIMERNO
Mirabilissima è per certo di costei la beltade e cortesia, la cui fama sola (or che fa poi la presenzia?) puote di luntane contrade altrui ricondurre a vedere e contemplare la tanta lei vaghezza, la tanta lei graziosissima onestade. Laonde chiunque al primier assalto la vede, subitamente vien constretto a prorumpere in coteste simili parole:
Or non piú fama, or non piú 'l sparso grido l'unica sua bellezza mi dichiara; ché, mentre agli occhi nostri non fu avara,[229] vidila sí, che cosí ardendo i' grido: --Per l'universo non che 'n questo lido piú bella, accorta, pronta, onesta e rara donna chi vide mai? quivi s'impara nata beltá d'Amore ad esser nido.-- Però se questo e quello od altri l'ama, maraviglia qual è? ma ben saria, s'uom è che lei mirando non s'impetra! Quel guardo pregno d'alta leggiadria, quel dolce riso anco nel cuor mi chiama: --Costei sola del ciel le grazie impetra!
[229] «Anceps forma bonum mortalibus. Exigui donum breve temporis». SEN.
LIMERNO
Ma sí come dal ciel ogni grazia in lei discese, cosí ella in me non dedignossi la sua impartire, contentandosi ch'io di lei faccia resonare voi, sollevati colli e ombrosi poggetti. Or dunque abbassativi, o verdi cime de voi, faggi ed abeti; de voi, lauri e mirti; de voi, querze ed ilici; de voi, viti ed olmi: abbassativi, dico, ad ascoltare questa mia sonora cetra, ma non bastevolmente sonora a l'altezza di quella madonna; ad udire queste mie leggiadre rime, ma non leggiadre al merito di quella dea; a sentire lo mio dirotto pianto, ma non sí dirotto che poscia l'ardentissime faci spegnere de l'affocato core! E se troppo baldanzosamente vi paio di fare mentre io dico di lei d'ogni alto stile degna, incolpate sol Amore, lo quale mi fa sovente dire quello che di tacere assai mi fôra meglio, e, sognandomi piú volte, movemi a vaneggiare quanto ora sète per udire in questa mia debil cetra:
LIMERNO
Questa madonna, che sí dolce, altiera, un sol di tante stelle in mezzo asside,[230] dimmi, dond'è che austera in volto ride scoprendo insieme il verno e primavera? Vedi se di vertú donna sí intera fu mai, ch'un cor a un sol riso conquide! Ma lui tropp'alta speme non affide, ché fugge 'l riso ed egli piú non spera. Cosí l'alta guerrera e sferza e freno tien di chi l'ama, ed ama chi la vede, anzi chi l'ode, anzi chi dir ne sente. Cosí 'l regno d'amor costei possede, ove tanti be' spirti, saggiamente bella, nudrisce al dolce suo veleno.
[230] Suavis res est pulchritudo, quum viget prudentia.
LIMERNO
Quando l'alma gentile, per cui sola moro la notte e poi rinasco 'l giorno, venne dal ciel, per farvi anco ritorno, in questa vita ch'è d'errori scola, Amor, che 'nqueto quinci e quindi vola, si le fe' contra di sue spoglie adorno, qual fier tiranno ch'al suo carro intorno ha tanti uomini e dèi, ch'al mondo invola. Ma, lei di sé maggiore e d'altre frezze vista luntan alteramente armata, stette smarrito e dal triunfo scese. Quella da sue virtú, da sue bellezze, di che l'ornò natura e 'l ciel, levata nel carro stesso, in noi l'arco si tese.
LIMERNO
Alluntanato è 'l sole, e noi qui manchi del suo bel raggio (fan piú giorni) lassa. Io, pur spiando s'altri quindi passa, spesso alzo gli occhi, di mirar giá stanchi! I' dico, s'alcun passa, che rifranchi noi d'esta valle del suo lume cassa, narrando il suo ritorno; ma trapassa con speme l'anno, e morte abbiamo ai fianchi.[231] Sleguasi 'l tempo né pur anco appare chi dica:--Annuncio a voi grande allegrezza: ecco torna colei che 'l mondo abbella!-- Lasso! non so che piú mi speri, ché ella per su que' monti con Diana, pare, va solacciando e noi qui giú non prezza.
[231] «Quid non longa dies, quid non consumitis anni?» MART.
LIMERNO
In quelle parti, ove di poggio in valle, di valle in poggio va scherzando aprile, madonna or giace e in atto signorile sovente in l'erbe pon su' fior le spalle. Zefiro intorno baldamente válle spirando in quella faccia, in quel gentile[232] sino d'avorio schietto, e chiama vile di Borea l'Orizia e biasmo dálle. Talor ella si parte al loco, dove giá di sua Laura sí altamente disse colui che 'n rime dir ha 'l piú bel vanto. Quivi s'inchina umíle al sasso e move a l'ossa ch'entro stanno un dolce pianto, ch'Amor sul marmo di sua man poi scrisse.
[232] «Forma bonum fragile est». OVID.
LIMERNO
Quando 'l tempo, madonna, a noi sí parco, dramma di sé concedami talora di vosco ragionar, i' grido allora: --Dolci fiamme d'amore, dolce l'arco!-- Ma quando invidia le piú fiate il varco mi serra ai lumi, ove convien ch'io mora, vo richiamando mille volte l'ora: non è amarezza a l'amoroso incarco! Qui poi la fede, che di par col sole[233] certar solea, s'annebbia di sospetto, fulgura il sdegno e zelosia tempesta. Però scusar si deve se, d'un petto scacciato 'l cor dal vermo che l'infesta, non giá d'invidia ma d'amor si dole.
[233] «Res est solliciti plena timoris Amor». OVID.
LIMERNO
Invido ciel che tante stelle e tante in grembo hai sempre e di lor vista godi, a che per cento vie, per cento modi,[234] la mia levar contendi a me davante? N'hai mille e mille di splendor prestante, e pien d'invidia pur t'affanni e rodi! Per cui? sol per colei che, acciò mie lodi sianle piú belle, starmi degna innante. Bastar ti deve il tuo, lascia 'l sol mio, che 'nfiamme i spirti e sopra sé l'innalzi, come 'l tuo nutre i corpi, l'erbe, i fonti. Ma 'l mio perché piú bello, in tal desio rancor ti sferza, che ne trai de' calzi, e 'n su le cime tue vòi ch'egli monti.
[234] «Rivalem possum non ego ferre Iovem». PROP.
LAMENTO DI BELLEZZA
I o tratto a l'ombra d'un gentil boschetto V idi, giacendo su la piaggia erbosa, S tarsi donna solinga e penserosa, T urbata in vista, col mento sul petto. I n tal vaghezza stava, ch'ivi intorno N é fu pianta né augel che non movesse A lei mirar e seco ne piangesse.
I' mi le appresso e per veder m'abbasso. V idila troppo, aimè! ché, alzando il viso, S i mi scoperse in lei tal paradiso, T al, dico, che mi fece d'uom un sasso. I n me si volse e disse:--Fa' ritorno, N é star qui meco ove star sola deggio A pianger quel che, tarda, in me correggio.
I l dolo amar che piú sempre si acerba V ien d'alterigia molta e troppo orgoglio;[235] S on bella, come vedi, e mi raccoglio T utta sovente in donna, ma soperba I nalzo lei cosí, che 'n questo scorno N e son rimasta, onde l'alta bontade A ma suppor l'orgoglio ad umiltade.
[235] «Fastus inest pulchris sequiturque superbia formam». OVID.
I n queste bande su dal primo cielo V ols'egli in scherno mio, ch'un'alma stella S cendesse umile assai di me piú bella. T ant'ella è piú gentil quant'ha piú 'l velo I n cerco de ligustri e rose adorno. N acque non per mostrar quant'è bellezza, A nzi, benché sia bella, lei disprezza.
I o son (perché ti miro star sospeso) V ana beltá, ch'orno di gigli e rose[236] S ol de le donne i volti, ma ritrose T utte le faccio e di cuore scorteso I n lor amanti, cui di giorno in giorno N udrendo van di speme, e mai non giunge A lor il patto, ma si fa piú lunge.
[236] «Fallax gratia et vana est pulchritudo». PROP.
I n questo l'alto padre piú adirato V er' me ch'abbello i visi e i cuor inaspro S culpendo lor di porfido e diaspro, T olse 'l bel spirto e l'ebbe incatenato I n quelle belle membra ove soggiorno. N on fa soperbia mai, non schivo sdegno, A nzi è d'alte virtudi un vaso pregno.
I l nome suo dal ciel in terra stette. V olendolo saper, fa' che misure, S cendendo d'alto, le maggior figure: T re volte e quattro il trovarai di sette I n sette versi.--Allor indi mi torno, N é possio piú di lei dolermi fina A tanto che sei nosco, alma divina!
CENTRO DI QUESTO CAOS, DETTO «LABERINTO»
CLIO
Qual gode in carne perché in carne viva e, in terra stando, l'animo da terra non leva al ciel (onde si parte) unquanco, colui d'umana spezie, in cui si serra l'alta ragione, ad or ad or si priva, sí come di candela il lume stanco vedesi, giunto al verde, venir manco. Di che, giá spento, non che morto, il sole de la giustizia, resta cieco e palpa la circonfusa nebbia e, come talpa sotterra errando, uscir né sa né vole; tanto che 'l miser sòle un nuvol d'ignoranzia farsi tale[237] che mai del ciel non sa trovar le scale.
[237] Omnium vitiorum perniciosissimum est malus habitus et ignorantia.
Se mi deggia pensar o in terra dentro o sotto 'l ciel, fra terra e l'aer puro, esser in pene stabil altro inferno d'un core ne' peccati antico e duro, non so, sássel pur Dio! Mi par un centro, l'abito nel mal far, di foco eterno; quando che né d'estade né di verno forza veruna o sia losinga d'uomo (questo sperar dal cielo sol si debbe!) quell'infelice misero potrebbe indi ritrarlo piú di bestia indomo. Però tal vizio nomo l'orribil ombre del Caós deforme, cui sempre a morte in grembo un'alma dorme.
TRIPERUNO
S tavami basso nel cespuglio e queto, V ago d'udire piú che mai Limerno, E giá m'era disposto per adrieto V olgermi di Merlin for del governo. E al fin sbucato da la macchia, lieto[238] R ichiamo lui:--Deh! svellemi d'inferno!-- A lui dico, che giá, calando il sole, T olsesi dal cantar dolci parole.
[238] Ut cadat in Scyllam cupiens vitare Charybdim.
--O vago--a lui diceva--giovenetto, B en mi terrei de gli altri piú beato, S'io fusse tale che tu avessi grato T enermi (ecco son presto!) a te soggetto.-- R estossi allora quello, e col bel viso I l novo Ciparisso ovver Narciso: --C hi chiama?--disse e, vistomi soletto, T ennesi a lungo il naso fra le dita: --O h tu! mi sai--dicea--di lorda vita!
C ácciati presto in quel fragrante rivo, L avandoti lo puzzo fin ch'io torni.-- A llor si parte ritrosetto e schivo, V edendo una carogna in luoghi adorni. S pogliomi nudo in quel fonte lascivo[239] T emprato d'acque nanfe, che da' forni R igando viene giú d'un monticello, O ve Ciprigna gode Adonio bello.
[239] Hic pudicitia, hic natura adulteratur.
C elavasi, ne l'alpe giunto, il sole. E cco, fra molte ninfe vaghe e snelle L imerno torna solacciando, e quelle L ui van ferendo a bòtte de viole. I o, ch'era nudo, ambe le mani aduno S u quelle parti oscene che ciascuno, Q uantunque sia piccino, coprir sòle. --V edrai--parla Limerno--quant'è meglio E sser di miei che di quel sporco veglio!
R ecativi 'l in braccio, o belle ninfe, E d a la dea portandolo direte: --M adonna, dentro le muschiate linfe O fferto s'è costui nel nostro rete: T egnamolo qui nosco, se 'l vi pare, I donio testimon, quando che v'abbia S empre a lodar ne l'amorosa rabbia.--
--O--dissi allor,--o di vaghezza fiore, C hi mi porge la stola ond'io mi copra? --C uor mio--rispose--quivi non s'adopra V estir alcuno dove regna Amore,[240] L o qual ignudo va co' soi seguaci: T aci lá dunque, pazzarello, taci!-- A llor fui ricondutto a grand'onore T ra gioveni leggiadri e damigelle, A vanti una piú bella de le belle.
[240] «Vanum cor vanitatis notitiam quaerit corpori». BERN.
V enere fu costei, la qual nel seggio R egina di Matotta il settro tiene. --B enedetto sia 'l cuore di chi viene --I ncomenciossi allor cantar intorno-- S otto Amatonta al dolce lei soggiorno!--
L aúti, cetre, lire ed organetti I van toccando parte, parte al sòno T enean le voci giunte, ahi quanto vaghe. I n quel medesmo tempo, a vinti a trenta, B asciandosi l'un l'altro insieme stretti[241] V anno danzando intorno, e questi sono S inceri giovenetti e donne maghe.
[241] «Luxuriae nimium libera facta via est». PROP.
E rano mille fiamme intorno accese S otto gli aurati travi de la sala: S tanno da parte alquanti e fan un'ala E qua e di lá mirando le contese.
P endono da' pareti alte cortine R icchissime di seta, argento ed oro, O ro sopr'oro, dico, spesso e rizzo C on mille groppi, ziffere e beschizzo; V asi di pietre di gran pregio e fine L ungo a le mense fanno un bel tesoro.
A cque rosate, nanfe ed altri odori T endon spruzzare i pargoletti Amori.
N ascosi molti a le cortine drieto V anno non so che far, ed escon dopo N el volto fatti in guisa di piropo C he furon d'alabastro per adrieto.
AMORE DI TRIPERUNO E GALANTA
I o dunque nudo fra cotanti nudi N on piú arrossisco, non piú mi vergogno, F atto di lor famiglia, ove m'agogno L assivamente in quei salaci studi. A lato la regina sta Limerno, T enendole la bocca ne l'orecchia, O nd'io ne fui chiamato possia al trono.
I n terra umilemente i' m'abbandono, N anti ch'al primo grado vi montassi, C he d'altro che de marmi, petre e sassi E rano, ma sol oro e gemme sono. D ritto poi sullevato giá m'avento I n fretta nanti a l'alta imperatrice, T remando per viltá qual foglia al vento.
I ncomenciò l'altiera:--O Triperuno, V assallo mio, de gli altri non men caro, S appi che 'l tuo Limerno saggio e raro T'ha impetrato da me quel che nessuno I n questa corte mai gioir non puote. N ove anni e sei non passa una fanciulla: A te la dono e facciovi la dote.
C ostei, pronta, vivace, accorta e bella, V oglio ch'ami, desidri prima ed ardi C he piagna e canti, assorto ne' soi guardi, V ersi pregni d'Amor e sue quadrella. L imerno fia tuo mastro e fida scorta: L imerno sa quel si ricerca amando. O h dolce sorte a chi entra cotal porta!
A ffrettati, Lagnilla, e qui Galanta[242] T ien modo di condur furtivamente, Q uando ch'ella non esce mai di ciambra.-- V enne la ninfa chiesta finalmente, E tutto di rossore il viso ammanta.
[242] Lascivia.
--G alanta mia--dicea l'imperatrice-- A lza la fronte e mira il novo amante!-- L evò la vista, dunque, ove si elice E cco una fiamma ed ove un cieco infante, R accolto l'arco e la saetta, altrice A hi! di quanti martiri, lo diamante T rito mi ruppe al petto e quindi svelse I l cor giá fatto de' sospiri al vento S tridente face e d'acque un fiume lento.
O h quante da quell'ora incomenciaro P ene, tormenti, affanni, sdegni ed ire, T ravagli, doglie, angoscie e zelosie! A rsi, alsi di ghiaccio e fiamme dire, T al che 'l dolce al fin divenne amaro.
I mperò ch'una Laura sozza e lorda, N efanda, incantatrice, invidiosa E ra del nostro amor la lima sorda. S orda lima costei fu senza posa, S enza quiete mai, del dolce nodo, E bra sol di spuntar col chiodo il chiodo.[243]
[243] Clavus clavo extruditur.
T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsi O mbrosa esser cotesta ria cavalla. G alanta ne ridea, donde piú acerba, I niqua piú, ne venne ai duri morsi, S í ch'io le scrissi questo in una querza:
TRIPERUNO
Sléguati in polve, fulminando Giove, o tu, che, sozza tanto, lorda e vieta, lo nome hai di colei che 'l gran pianeta mosse da prima ad altre imprese e nòve! Fogo dal ciel giammai non casca dove natura strinse l'onorata meta del sempre verde lauro, che non vieta ulla stagion far le sue antiche prove. Ma Dio tal legge in te servar non deve, ché hai sol il nome e non di Laura i gesti: sei di carbone e credi esser di neve. Pur meglio, acciò 'l bel lauro non s'incesti, quel «v», che 'l terzo seggio vi riceve,[244] tolgasi 'l quarto, acciò che «larva» resti.[245]
[244] Laura.
[245] Larva.
DIALOGO SECONDO
LIMERNO, TRIPERUNO E FÚLICA
LIMERNO
Io canto sotto l'ombra del bel lauro che pose il gran Petrarca in tanta altura, lo qual, mercé d'Amore, mentre dura il ciel, terrá la chiave del tesauro. Nel mese quando 'l sole si alza in Tauro ed empie il monte e 'l piano de verdura, nacque una bella e saggia creatura, che riconduce a noi l'etá de l'auro. Cantar vorrei sue lodi, o fresche linfe: linfe fresche di Cirra, or dati bere a chi dicer d'un Febo novo brama! Girolamo sol dico, in cui non spere piú di me affaticar altrui le ninfe, ché piú di me, so bene, altrui non l'ama.
LIMERNO
H or che per prova, Amor, t'intesi a pieno I n fiamme ove giá n'alsi e 'n ghiaccio n'arsi, E cco mi tieni d'altro dol a freno. R egnar di se medemo e suo giá farsi O h chi potrá giammai sotto 'l tuo giovo? N iun, o se pur gli è, non sa trovarsi. I o quella via, quest'altra cerco e provo, M a che mi val? tu mi travolvi e giri A l'aspro tuo voler, né schermo i' trovo.
D iluntanarmi volsi e placar Tiri (I ri tant'empie!) di te, fier tiranno, E nulla feci, ché piú in me t'adiri: D i maggior pene, onde maggior è 'l danno, A mor, mi sproni e fai il tuo costume.
H aggia chi piú s'allunga piú d'affanno. I o piansi giá molt'anni sotto 'l nume E rrando d'una ninfa, onde, per pace R ecarmi, mi privai del suo bel lume. O h qual mi crebbe ardente e cruda face N el petto allor che gli occhi, anzi due stelle, I o non piú vidi, e 'l raggio lor mi sface! M i sface il raggio lor; e pur senz'elle I' non vivrei giammai, perché non pinse
M ai Zeusi un sí bel volto o 'ntagliò Apelle. E cco, donna, il martír, ch'al cor s'avvinse: R itrassimi da voi, ma non lo volle C olui che 'n me sovente ragion vinse. A dunque per gir lunge non si tolle T anta mia passion, ch'ebbi giá inante; E questo avvien ché 'l mal è in le medolle. L untan il corpo mi portâr le piante, L untan il cor non giá, perché vel diede I n su l'aurata punta il vostro amante.
D iedel a voi, ch'avesse ad esser sede I mmobile perpetua d'esso, e voi V i 'l toglieste per cambio, data fede A l'un e l'altro sempre esser fra doi.
TRIPERUNO E LIMERNO
TRIPERUNO. Nel vero, caro mio maestro, non sono giammai tanto fastidito ed annoiato che, udendo voi e l'aurea vostra lira insieme cantare, non subitamente mi racconsoli.
LIMERNO. Ed io credevami tanto da la turba e volgo entro questa selva luntanato essere che niuno, se non le querze ed[246] olmi, avessero ad ascoltare.
[246] Alludit huic operi trium Sylvarum quod _Chaos Triperuni_ vocat.
TRIPERUNO. Dogliomi essere uomo di turba e vulgare; ma, la dolcezza di vostre muse ovunque mi volgo sentendo, non men di ferro a la tenace calamita son io da quella tirato. Nulla di manco, se da me voi sète del vostro singular concento impedito, parendovi, ora mi parto e solo vi lascio.
LIMERNO. Solo non è chi ama, anzi de' pensieri ne la moltitudine sommerso! Io sopra ogni altro veggioti volentieri, Triperuno mio. Vero è che lo essermi da la consueta nostra compagnia distratto potevati accertare che da me dovevasi far cosa la quale fusse da essere secreta. Io, come tu sentisti, cantai testé una canzone, li cui capoversi non vorrei giá ch'uomo del mondo avesse notato, che 'l gentilissimo spirito, di cui sono (giá molto tempo fa) umile servitore, non men ha cura de l'onorevole suo stato che del comun obietto di questo nostro amore. Dimmi dunque: hai tu lo nome suo compreso?
TRIPERUNO. Non, per il dolce groppo di mia Galanta!
LIMERNO. Non senza molta cagione ricondutto mi sono a l'ombra di questo lauro, lo quale, tanto agiatamente difeso da queste duo collaterali querze cosí da venti e procelle come da' raggi de l'ardentissimo sole, al sopranominato giovene con le sue sempre chiome verde fa di sé gratissimo soggiorno. Ma dimmi, se 'l sai, questi doi versi latini, li quali nel tenero scorzo di esso lauro tu vedi quivi intagliati essere, chi fu lo sottil interpretatore di essi?
TRIPERUNO. Isidoro.
LIMERNO. Isidoro Chiarino?
TRIPERUNO. Esso fu.
LIMERNO. Oh divino spirito d'un fanciullo! ché veramente nel sino di Talia succiò le dotte mamme, né maggior fama ed onore si arreca lo autore che 'l commentatore loro.
TRIPERUNO. Sono assai male insculpiti.
LIMERNO. Scriveli, prego, un'altra volta piú ad alto, e perché lo argomento loro in quello... sai? intagliali col ferro acuto.
TRIPERUNO. Intendo.
DE SOMNO
Hic Iaceo, Et Repens Oculis Natat Intima Mors, At Divorum Imperio Est Dulcior Ambrosia.
LIMERNO
Tu quelli hai giá scritto? Oh quanto bene stanno! Fammi appresso un piacere, perché lo ingegno del giovenetto piú ognora posciasi addestrare: scrivi ancora un altro enigma non men di questo laborioso, lo quale dopoi la morte di Giulio pontifice, sotto Leone, fu nel candidissimo tumulo di Catarina, dal suo consorte crudelmente uccisa, sculpito, dove ella cosí parlando dice:
TUMULUS CATHARINÆ
CONfodit SORS ME VSum ROBoris ERige TUScha Sphera, necis causa est non nisi nulla meae.
TRIPERUNO