Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1
Part 7
A l ciel or triunfando spiego l'ale; N on ho di sorte ch'io piú tema l'onte, D a poi ch'anti sí altera e degna fronte[212] R agiono, ed ella udirmi assai le cale; E perché del suo nome alto immortale A lzar piú non potrei le note cònte, S crissile in capo de' miei versi al monte, D ove salir vorrei con piú alte scale.
G loria del mondo non che d'un sol stato R egna costui, ch'ai fatti egregi e ad essa I ntegra forma ogni mortal eccede. T urchi, mori, tedeschi, e d'ogni lato V ien gente al grido; e mentre l'ode e vede, S ovra la fama esser il ver confessa.
[212] Proprium huius principis prudentia est.
LIMERNO
A l'eccellenzia e magnanimitade d'un cotal principe meglior tuba, che lo sollevi e innalzi, non si potria giammai trovare di questa. E se d'intender brami lo nome del lodato signore, li capoversi del cantato sonetto chiaramente quello ti appresentano. Ma ecco si move a dirne appresso: sta' queto.
Voi che soavi accenti, alte parole, rime leggiadre e pronti sensi ognora impetrate dal ciel, deh! perch'un'ora ei non me 'nspira esser di vostra prole? Direi che d'un tal principe non sòle giá 'l mondo esser adorno, il qual onora non pur Vinegia bella, ma di fora[213] le genti sotto l'uno e l'altro sole. Cantate 'l dunque voi, ché, a me se diede benigna udienza (onde lieto ringrazio l'inclita sua virtú), l'atto gentile quanto piú voi di dire avrete spazio! Ma ben v'annunzio che stolt'è chi crede poter tant'alto porger uman stile.
[213] Summus locus bene regitur, quum is qui praeest vitiis potius quam populo dominatur.
LIMERNO E MERLINO
LIMERNO. Or ecco, Merlino, che a tempo questo gentil musico porsemi bona cagione di dirti lo giá mio promesso a te concetto. Per qual dunque ragione tu, omai attempato, di questo tuo paese di Carossa, paese dico da ubriachi, parassiti,[214] lurconi, crapuloni, oggi mai non ti svelli? perché pur anco vi dimori tu? Qual foggia di vita potrai tu forse in questa regione de lupi adoperare, la quale posciati con la utilitade insieme recarti qualche onorevol fama in questo mondo e removerti finalmente quel nome di Cocaio; nome, dico, di somma leggerezza, sí come il nome di Pitocco ancor io spero di lasciare?
[214] Crapula.
MERLINO. De l'onorevol fama tanta io me ne acquisto col mio botiro e lardo, quanto tu con quelli toi zibetti e ambracani. Ma de l'utilitade io t'ho saggiamente da rispondere: niuna cosa essere piú utile che 'l mangiare e bere. Non dicoti le antiche giande da tutti lodate e non toccate se non da' porci, anzi parlo di questi miei delicatissimi liquori, ove la vera e dritta via di ben vivere giá molti anni passati mi ricondusse.
LIMERNO. Qual immortalitade di animo vi consegui tu per bere o mangiare?
MERLINO. Or come potrai tu, grossolano che tu ti sei, vivere senza queste due parti?
LIMERNO. Anzi tu vivi allora sol per mangiare, e questa è vita bestiale.
MERLINO. Va' al diavolo! Vivi tu forse senza mangiare?
LIMERNO. Ben mangio, ma sol per vivere.
MERLINO. Ed io vivo per mangiare.
LIMERNO. Grandissima differenzia è cotesta.
MERLINO. Anzi è una istessa cosa, ma non la comprendi.
LIMERNO. Ben io la conosco, ché assai ti fôra meglio mangiare per vivere che vivere per mangiare.
MERLINO. Ed io quell'istesso ti replico: che meglio sarebbeti mangiare per smaltire che smaltire per mangiare.
LIMERNO. Qual fama, qual gloria, qual immortalitade ne averai poi? non ti reuscirebbe meglio mangiar per vivere e, vivendo, acquistarti perpetuitade di gloria?
MERLINO. Di qual gloria intendi tu?
LIMERNO. Di questo mondo.
MERLINO. Aspettava che mi parlassi del cielo.
LIMERNO. Mi pensi tu forse cosí pazzo ch'io creda sopra la luna?
MERLINO. Ed io di te assai manco credo; ché, volendo una fiata salir un arbore di fico ad empirmene de le sue frutta, per mia sventura venendovi abbasso, ruppimi una spalla, onde d'allora in qua non ho mai voluto piú credere sin a l'altezza de li arbori. Ma qual è questa gloria del mondo c'hai detto?
LIMERNO. Innamórati, raccendati, affócati, impazzisceti di qualche bella donna!
MERLINO. Con diavolo impazzirmi? dòlti forse d'essere solo pazzo che me in compagnia cerchi di aver ancora? Ben doppia saria cotesta mattezza, che io omai vecchio ribambito mi cacciassi in cotal impresa. E quando pur io lo facessi, qual fama onorevole, come hai tu detto, ne conseguisco poi?
LIMERNO. O dolce, o soave mattezza di questo tenero Cupidine, lo quale di tanta virtude si rende ne gli amanti cagione! Voglio primeramente che a grande contento siati lo gire non[215] pur de fini e strafoggiati panni ma de costumi e gesti lascivi ornato, perfumarti le mani, lo viso, le labbra, li capelli sovente di zibetto, muschio ed altri unguenti con acque di grato odore, sforzarti di sapere ogni arte, ogni astuzietta con qualche simulata invenzione di farti o pur conservarti grato a la tua madonna, non perdonar a la borsa in feste, danze, conviti, notturne, mattinate, e qualche dono per truzzimani a lei celatamente dricciato. Ma sopra tutto per il sprono e dolce incarco di questo amoroso affetto tu sempre averai lo componer arguti versi pronto e dilettevole; laonde voglio che totalmente a la musica vocale tu[216] ti abbandoni, cantando le cortesie, gli sdegni, gli atti, le parole, o in lira o in laúto o in altro soave strumento, de la tua diva.
[215] Vanitas instruit crapulam.
[216] Delectatione opus perficitur.
MERLINO. Non mi fa mistiero lo giá perfettamente imparato imparare di novo. Pensi tu forse, o Limerno, ch'io non sappia le passioni di quello arciere, per cui giá tanto cantai ch'ora ne son roco e imbolsito?
LIMERNO. Troppo til credo, ché 'l fiasco per soverchio bere[217] consuma un corpo.
[217] «Copia vini et tentat gressus debilitatque | pedes». VIRG.
MERLINO. Anzi lo bere fa bona ed espedita voce.
LIMERNO. Ed anco li quattro fa parerti otto. Ma dimmi: soni tu d'altro instrumento che di fiasco?
MERLINO. Ecco lo sacco.
LIMERNO. Per la croce di Dio! tu déi essere un boia.
MERLINO. Che voi dir boia?
LIMERNO. Un mastro di giustizia, al quale si dá per sua mercede tre libre di piccioli e un sacco.
MERLINO. Ma non gli dánno però la piva drento.
LIMERNO. Tu dunque vi tieni drento la piva?
MERLINO. Eccola.
LIMERNO. Gonfia, ti prego!
MERLINO. _Lirum bi lirum._ Vuoi ch'io ti mostri s'io so meglio di te cantare?
LIMERNO. Aspetta, prego, ch'io prima dirò ne la cetra, e tu con la piva mi succederai.
MERLINO. Io ne son molto ben contento. Ma dimmi in lombardo stile, ché non t'intenderei toscano.
LIMERNO. Farollo veramente. Odi un endecasillabo del sonno:
Huc, huc, noctivage pater tenebrae; huc som.....
MERLINO. Taci lá! questo mi par latino, e non lombardo.
LIMERNO. Anzi e' lombardi fanno pessimamente, partendosi elli da gli antiqui soi maestri di lingua latina, quando che lo materno parlare tanto rozzo e barbaro gli sia. Onde s'io considero chi di Mantoa, chi di Verona e altri luoghi di Lombardia nacque,[218] dirò che 'l proprio parlare de' lombardi saria lo latino.
[218] Virgilio, Catullo, Plinio.
MERLINO. Or ben conosco che sei uomo vano e smemorato,[219] ch'ora contradici a la openione tua innanzi detta. Anzi lo proprio de' lombardi è lo barbaro, da' longobardi derivato: ma di' meglio (forsennato che tu ti sei!), che 'l proprio idioma de gli abitatori di Lombardia sarebbe lo latino, perché Lombardia non fu Lombardia se non dapoi che i longobardi la barbarie cosí del parlare come de' costumi portarono in quelle parti. Li costumi se ne sono in sua malora partiti, e lo parlare vi è restato; e però confermarotti quello che giá sopra dissi: che tu, essendo lombardo, piú presto avvezzarti doveressi a la paterna tua lingua latina che a la pellegrina a te toscana; ché molto piú di fama e gloria conseguiranno per lo avvenire li scrittori latini che li toscani, quantunque oggidí a molti lo contrario appaia, servando però sempre la dignitade de la mia macaronesca. Or dunque, mentre io m'apparecchio responderti, di' suso quel tuo promesso endecasillabo: o latino o lombardo che si sia, non voglio di cotesto piú teco disputare.
[219] Proprium vanitatis.
LIMERNO
Huc, huc, noctivage pater tenebrae; huc, Somne; huc, placidae sator quietis Morpheu; huc, insiliens meis ocellis amplexusque thorum, cuba aut pererra totum hoc populeo madens liquore corpus, tum gelidum bibens papaver. Hinc hinc mordicus intimis medullis haerentes abeant cadantve curae, ut grato superum fruar sopore, mox grates superis feram diurnas.
MERLINUS
Post vernazzi flui sugum botazzi, post corsi tenerum greghique trinchum, et roccam cerebri capit fumana et sguerzae obtenebrant caput chimaerae. O dulcis bibulo quies todesco, seu feno recubat canente naso, seu terrae iaceat sonante culo! Mox panzae decus est tirare pellem, mos est sic asino bovique grasso.
LIMERNO E MERLINO
LIMERNO. Ah! ah! ah! tu mi rumpi de le risa il petto con questa tua gentil Camena. Veridico filosofo ben fu quello che disse: lo ranocchio non sapersi comportare del suo fango fora.
MERLINO. Non mi dar piglio a la coda, Limerno, ch'io so meglio mordere che tu pigliare.
LIMERNO. Non ti adirare, prego, ché d'adirarti causa non è. Giá cotal proverbio non dissi per biasmo tuo, anzi contra me solo volsi accennare, che via piú sono manco agevole a dir latino che toscano.
MERLINO. Ed io similemente trovomi essere manco idonio ad ascoltare toscano che bergamasco, e questo men aggradiscemi del romano o vòi latino. Dilché se hai pur a dirne piú, ecco ai nomeri latini mille orecchie ti spalanco e sbaratto.
LIMERNO. Di qual nome fassi degno, Merlino mio, un uomo che ingrato sia?
MERLINO. Dilli ragionevolmente «bestia».
LIMERNO. Cosí da bestia te ne voglio trattare uno. Or odi:
Iam geris humanos nec quidquam, perfide, vultus, iam cole cum nemorum stirpe, ferine, nemus, immemor accepti qui muneris infremis instar belluae, et in nostrani saevis, inique, fidem. Prodis amicitiae foedus, nec te pudor ullus arguit! i, pete (vir non eris inde!) feras.
Chiamavasi costui per nome Urbano; e male convenivagli veramente, ché mai né il piú scortese né il piú rozzo né il piú aspro si puote vedere di lui fra quante ville di Padoa o Vicenza si trovano. Del quale fu giá composto quella similitudine contraria:
Lucus luce carens nomen de luce recepit; bellum, quod bellum sit minus, inde venit. Hinc quoque te Urbanum merito appellamus, ut isto nomine rusticitas sit tua nota magis.
Deh! pregoti, amantissimo Merlino, lasciami ch'io canti di Amore in toscano idioma, ché veramente non so io piú che dirti latino.
MERLINO. Non lo farò io giammai: tu canti a me e non a te.
LIMERNO. Non voglio per niuna guisa esserti ritroso; e perché di cotesta materia latina ho molta penuria, e tu vi hai pur piantato ostinatamente lo chiodo ch'io non debbia se non latinamente cantare, non mi ritraggo a dirti alquanti versi da me ancor fanciullino composti, trovandomi su quello di Ferrara in certa villa, mandatovi da mio padre per imparare lettere appresso d'un prete, lo quale molti scolari teneva soggetti, e piú li belli che li brutti; nel qual luogo, per corruttela di grosso aere, soprabbondavano tante biscie, rane, zenzale e pipastrelli, che uno inferno mi pareva di tormentatori. Laonde, ritrovandomi ogni sera in guisa d'un Lazzaro mendico tutto da le punture di quelli volatili animaluzzi impiagato, cosí al mio maestro puerilmente recitai:
LIMERNUS
O mihi Pieriis liceat demergier undis, o veniat votis dexter Apollo meis! Quidquid ago, fateor, sunt carmina, carmina sed quae non sapiunt liquidas Bellerophontis aquas. Hic nisi densa palus iuncis et harundine tordet, hic nisi stagnanti me Padus amne lavat.[220] Advoco sic musas: pro musis ecce caterva insurgit culicum, meque per ora notat! Dum cantare paro fletu mihi lumen inundat, factaque per culices vulnera rore madent. Hic quoque noctivagae strident ululantque volucres, ac ventura nigrae damna minantur aves. Quid referam pulices, agili qui corpore saltant? Utraque quos caedens iam caret ungue manus!
[220] Alveus antiquioris Padi.
MERLINO
Questi toi versi quantunque mi sappiano di puerizia, pur non vi manca l'arte e, per dir meglio, la veritade. Imperocché io molto piú voluntieri abitarei su lo contado di qualunque altra cittade che su quello di Ferrara, non giá perché ella non abbia tutte le bone condizioni che si ricercano in una simil terra, cosí di reggimento come di nodrimento, ma baldamente dirò che causa veruna non le occorre perché de l'aere o sia del cielo ella si debbia lodare, ché, quando la industria piú de la natura non vi avesse provveduto, guai a le sue gambe! Laonde, essendovi non so qual poeta mantoano, per un eccesso non piccolo, destinato dal signore a partirne in onesto esiglio, e giá pervenuto su l'entrata di essa, in queste parole sospirando ruppe:
MERLINUS
Insperata meis salve. Ferraria, curis, tale sis exilium ne, rogo, quale daris! Me non parva reum fecit tibi culpa: reatum ex te num luerit congrua poena meum? Noster, ais, veni; nostros quoque suscipe ritus; vivitur humano sanguine, trade cibum! Mantous culicis funus iam lusit Homerus;[221] mantous culicum tu quoque gesta cane.
[221] Virgilius.
LIMERNO E MERLINO
LIMERNO. Che quelle bestiuole siano causa per cui lo usar in Ferrara non ti aggrada, malamente te lo credo.
MERLINO. Poco errore è questa tua mescredenza.
LIMERNO. Perché dici tu dunque la menzogna?
MERLINO. Se per mezzo de la menzogna tu intendi la veritade, perché mentitore mi fai?
LIMERNO. Mentitore sei per certo.
MERLINO. Sí, ma verace.
LIMERNO. Qual veritade ho io giá inteso per la bugia testé fatta?
MERLINO. Perché Ferrara cortesa non per mosche o tavanelle mi è a noia, ma perché ivi raccoglionsi lor vini su le groppe de le rane. Pensa mò tu qual eccidio, qual ruina sarebbe del mio stomaco!
LIMERNO. Ferrara e Mantoa di molte qualitadi si corrispondano. Ma voglio che, sí come ora ti concessi lo mio cantar latino, cosí non manco tu ti comporti ne l'ascoltarmi un breve capitolo.
MERLINO. Chi fu lo autore di esso?
LIMERNO. Perché ciò mi domandi tu?
MERLINO. Quando che non mi dilettino molto le cose tue, e consequevolmente non ti presto udienza se non sforzato.
LIMERNO. Non è mio veramente: io giá fora d'un scrigniolo quello rubbai dentro di Lementana, o Nomentana meglio diremo,[222] luntano da Roma diece migliara; castello nobile sí per la vecchiezza di esso sí per la generosissima famiglia de Orsini, di quello ed altre assai terre posseditrice e madonna. E benché io molte volte l'abbia per mio recitato, nulla di manco (mi confesso a te) non esser egli mio son certo, ma d'un Gian Lorenzo Capodoca secretario del signore del loco.
[222] «Nomentana meum tibi dat vindemia Bacchum | Si te quintus amat, commodiora bibas». MART.
MERLINO. Ora incomincia, ed io frattanto un sonetto voglioti comporre.
LIMERNO
Sia pur contrario a noi l'aspro furore d'ogni stella crudel, d'ogni elemento, ché l'ira sua non piega un stabil cuore: latri chi vol latrar, io gli 'l consento,[223] ché tanto si alza piú la fiamma accesa quando lei spegner vole un picciol vento.
[223] «Oh felix hominum genus, si vestros animos amor, quo coelum regitur, regat!». BOËT.
Qual piú lodevol, qual piú chiara empresa d'una costante, d'una fede pura, ch'odio non teme né di sorte offesa? Un fermo scoglio d'onde non ha cura né un stabil cuore di qualunque oltraggio, ché fede intorno a lui piú allor s'indura. Sol ne gli affanni si conosce il saggio, lo qual, per ch'un bersaglio sia di sorte, non parte mai dal cominciato viaggio. Né di ferro minacce né di morte, mentre animosamente spiega l'ale di fede, mai paventa un uomo forte. Però la forza lor in noi che vale? Giá chi congiunse il ciel altrui non scioglie perché non svaria mai corso fatale. Lasciali pur empir lor empie voglie: livido cuor sol di se stesso è pena, e chi semina tòsco, tòsco accoglie. Pingon in ghiaccio e solcan ne la rena, e quelli de le pugna al vento dánno, che rodon la fidel nostra catena. Ma tu la lor malizia, il loro inganno impara di conoscer, e lor fraude, ché bello è l'imparar a l'altrui danno. Se ride 'l tuo nemico, se 'l t'applaude, tu similmente applaudi e ridi ad esso, ch'esser falso co' falsi è somma laude. Se ancora ti minaccia e morde spesso, contienti d'ira, ché ti fia gran palma: summa vittoria è 'l vincere se stesso. Non dé' turbarsi un'incolpevol alma, s'ognor in lei piú l'odio si rinforza, ch'un gir leal non sa peso né salma. Ma se considri ben sua debil forza, tu riderai di lor invidia ed onte: ardor di paglie subito s'ammorza. Sian dunque lor insidie occulte o cònte,[224] osserva quelle e queste ridi e sprezza, ché 'l bon nocchier, se tien la fronte a fronte di sorte accortamente, mai non spezza.
[224] «Fides sanctissimum humani pectoris bonum est». SEN.
MERLINO E LIMERNO
MERLINO. Oh quanto m'è giovato questa dolcezza!
LIMERNO. Or vedi tu dunque che sin a te la soavitade di rime toscane sono aggradevoli?
MERLINO. Per qual segno conosci tu in me cotal effetto essere?
LIMERNO. Come! tu non hai giá detto questa dolcezza averti non poco gradito?
MERLINO. Sí, del sonno che ho fatto.
LIMERNO. Tu dormevi dunque mentre io cantava?
MERLINO. Che maraviglia! non sei tu giá di minor vigore d'una sirena!
LIMERNO. Dormevi tu, caro Merlino?
MERLINO. _Domine, ita._ Ben ti lo dissi da prima.
LIMERNO. Che cosa?
MERLINO. Di componerti un sonnetto.
LIMERNO. Or baldamente t'intendo: grandissima è la differenzia tra lo «sonnetto» e «sonetto».
MERLINO. Quanto è tra 'l persutto e lo schenale.
LIMERNO. Io ti voleva domandare lo giudizio tuo sí de lo verso come del recitatore; ma, per quello che me ne pare, ho ragionato con le mura.
MERLINO. Anzi, e la campana e lo campanaro mi è piaciuto, ma...
LIMERNO. Ma che?
MERLINO. Aggradito m'averia piú, se...
LIMERNO. Se che?
MERLINO. Se piú lungo fusse proceduto.
LIMERNO. La cagione?
MERLINO. Per piú dormire.
LIMERNO. E pur gran torto me fai non ascoltarmi cosí come io voluntieri ascolto te, non giá per fasto e vanagloria, ma per avere solamente qualche avviso da gli uditori, se dicendo nell'instrumento mi sconcio troppo nel volger il capo, nel girar de gli occhi, nel finger caldi sospiri, se graziosamente o no tengomi sul braccio la cetra, se abbasso oppur troppo innalzo la voce,[225] e altri simili particulari effetti d'un amante, acciò che per l'altrui avviso piú ragionevolmente avvezzare mi sapessi, dovendomi egli poscia essere a molto accrescimento de lo amore di mia donna.
[225] Studium vanitatis.
MERLINO. Se queste parti non hai, ben ti le poscio mostrar io, se mi ascolti per una pezza; e forse lo sonno ti stará luntano per vigor de la mia piva. Or odi una oda in loda d'una mia amorosa detta la Mafelina, ed impara da me gli affettuosi gesti.
LIMERNO. Comincia, ch'io mi sento voglia di mangiar riso!
MERLINUS.
Aspra, crudelis, manigolda, ladra, fezza bordelli, mulier diabli, vacca vaccarum, lupaque luparum porgat orecchiam, porgat uditam, Mafelina, pivae; _Liron o bliron_, coleramque nostri dentis ascoltet, crepet atque scoppiet, more vesighae! Illa stendardum facie scoperta fert puttanarum, petit et guadagnum illa, marchettis cupiens duobus saepe pagari. Semper ad postam gabiazza, rosso[226] plena belletto, sedet ante portam, chiamat, invitat, pregat atque tirat mille famatos; mille descalzos petit ad cadregam, perque mantellum faciens carezzas, intus agraffat, quid habent monetae prima domandat.
[226] «Tu procul hinc absis, cui formam vendere cura est». TIB.
Quis mihi credat quod avara stabit salda ad unius pagamenti bezzi? Quis bagassarum similem scoazzam vidit Arena? Nulla Veronae meretrix Arenae peior Ancroia reperitur ista, heu! tapinelli poverique amantes, ite dabandam, ite luntani, moneo! Provator ipse crustarum putridae carognae ibit in Franzam. Pochi pendit istum[227] quisquis avisum.
[227] «Pochi pendit» pro «parvi pendit».
LIMERNO E MERLINO
LIMERNO. Merlino mio, questa tua foggia di cantare non si domanda «cantare», ma un abbagliare, un muggire, un tonare su per le ripe del Pado.
MERLINO. Sonano li pifari su per li argini del Pado.
LIMERNO. E raggiano, come dice il mantoano, li asini.
MERLINO. Tu vòi dunque dire che in questa mia chiusura fra tanti asini io canto?
LIMERNO. Ed anco peggio ti direi, s'io sapessi.
MERLINO. Piú rozzo cantore di lui non saperei io giá mai trovare.
LIMERNO. Sí, di canto figurato.
MERLINO. Cantano forse altramente che di figurato?
LIMERNO. Lo suo naturale e nativo.
MERLINO. Qual è?
LIMERNO. Canto quadrato, largo, sonoro e molto di gorga, e piú de le volte fannoli drento un strano contrappunto.
MERLINO. In qual modo?
LIMERNO. Con la musica di drieto, la quale mantengono con la eguale battitura de' calzi, non mai alterandovi la misura.
MERLINO. Dunque lo asino ha una parte da natura piú de gli altri animali.
LIMERNO. Come cosí?
MERLINO. Che l'asino con due voci in una istessa musica può cantare.
LIMERNO. Anzi può cantare, sonare e battere insieme.
MERLINO. Annòdavi un altro groppo a questa virtú.
LIMERNO. Quale?
MERLINO. Messer lo asino sa chiudere una borsa senza serraglie.
LIMERNO. Maravigliavimi se da gli asini si potesse guadagnare altro che calzi e corregge e da un Merlino altro che sporche e stomacose parole. Or stattine, tuo mal grado, in questa tua lordura, porco da brotaglie che tu sei, ché ben di me medemo non possio fare che non mi maraviglia, standomi quivi ad altercar con un devorone di lasagne, nemico di gentilezze e cortesie.
MERLINO. Vanne tu, vanissimo ed effeminato cinedo! ché gli odori de quelli toi unguenti e impiastri fumentati per altra cagione non porti tu, se non per ammortare e spegnere lo fetore de le sozze bagascie fra le quali giorno e notte sempre tu dimori.
LIMERNO