Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1

Part 4

Chapter 43,838 wordsPublic domain

Q ual stato mai per che si sia sublime, V'ha pare al pastoral di contentezza? A ltri di strame rifrescar ed altri M onger vidi gli armenti, altri purgarli.

I ntenti ancor son altri gli agnelletti P ortar di luogo a luogo e ritornarli S otto lor madri, ed altri con virgulti E gionchi acuti tessono sportelle.

M a parte ancora, di piú verde etade,[136] I ntenti sono a giovenili giochi, L otte, salti diversi e slanzar dardi. I n altra parte s'usan dicer versi, T occar sampogne e contrastar di rime. A ltri, de' piú attempati, di lor gregge T rattano, s'han piú spesa che guadagno. V adon e riedon altri, piú robusti, R icercando le mandre, ove ben spesso V olpe, lupi selvaggi e piú gli umani S oglion discommodar lor santa pace.

[136] «Apparet nullam aliam spem vitae homini esse propositam nisi ut, abiectis vanitatibus et errore miserabili, Deum cognoscat et Deo serviat». LACT.

I n ogni lor impresa vanno lieti, A mandosi l'un l'altro con gran fede, M ercé che 'l capo lor sa l'arte a pieno.

I vi raccolto fui nel dolce tanto[137] N umero lor e fatto di sua prole. G iá in mezzo al corso di sua lunga via R otavasi la notte, passo passo: E cco, dal sommo d'una capannella, D ove molti pastori guarda fanno I nsieme al grande armento con lor cani, O desi, dentro una mirabil luce, R esonar canti e dolce melodia.

[137] Iam per reminiscentiam, ingruente rationis aetate, homo suam in se recolit naturam et dignitatem.

P orgon l'udita e sentono che--_Gloria_ _I n excelsis_--dicean i bianchi spirti; E d avvisati dove 'l Salvatore N asciuto giace, lá, con allegrezza T osto da noi partiti, s'avventaro I n quella banda che fu lor mostrata. S ol io ritratto in parte for de gli altri S edevami pensar tal novitade, I n fin che, ritornati, cose orrende, M ai non udite piú, d'un fanciullino A noi contaron di stupor insani.

E cco, senza far motto alcun ad elli,[138] T utto soletto quinci mi diparto,

[138] «Tu autem quum oraveris intra in cubiculum tuum, ubi, clauso ostio, patrem tuum in abscondito ora». _Evang._

E sollevando gli occhi al ciel sereno V idi una stella rutilar fra l'altre, A nti scorgendo sempre il mio sentero, N é mai fermossi fin che al santo loco G iunto non mi vedesse e poi smarritte; E d una voce ancor dal ciel mi venne, L a qual dicea:--Felice criatura, I o son quella verace e schietta donna C he vai cercando in terra e stommi 'n cielo.[139] A ltea mi chiamo: or entra qui sicuro.--

[139] Veritas in coelo moratur, quia omnis homo mendax.

E poi ch'ebbe parlato, un bel concento S'udiva d'arpe, cetre, plettri e lire. T acendo poscia, fu non so chi disse:

TERSICORE

Or tienti fermo e non girar altrove,[140] o spirto avventuroso, di tal guida; ma cauto va', ché un lupo non t'uccida, lo quale altrui dal dritto calle smove.

[140] «Turpe est cedere oneri quod semel recepisti». SEN.

Né da l'antiche leggi, per le nove, sia mai, se non Iesú, che ti divida, lo qual non pur è saggia scorta e fida, ma via che da vertú non si rimove.

Ben vedi a quanta gloria il ciel ti degna, ché Dio (qual nome dirsi può maggiore?) volse adempir sua legge in tuo conforto.[141]

[141] «Omnia quaecumque voluit Dominus fecit in coelo et in terra». DAV.

Egli farsi uomo sol per te non sdegna, e guida tal, che 'n questo uman errore conduceratti di salute in porto.

TRIPERUNO

Io ben intesi di tal voce il sòno; ma, lasso, che servarla fui poi tardo! E so che quanto tuttavia ragiono non vien inteso; ma sotto 'l stendardo de l'Orso grande, ove posto mi sono, spero dir chiaro senza alcun risguardo. Or dunque in una grotta entrai soletto, con passo lento e colmo di sospetto.

Qui la piú bella, onesta, saggia, umile[142] donna che mai Natura, col sopremo suo sforzo e col di rado usato stile, finger potesse in questo ben terreno, avea sul strame, in loco abbietto e vile (trovavasi al bisogno troppo estremo) riposto un suo nasciuto allor infante, nudo, a la rabbia d'aquilon tremante.

[142] Omnium miraculorum praestantissimum est quum virgo sine floris virginei detrimento Deum hominem parit, qui complectens universum angusto praesepio patitur includi.

E se d'un bianco e liggiadretto velo, levandosi 'l di testa, non fatt'ella qualche riparo avesse al crudo gelo, pensato avrei che 'l parvolino in quella paglia mancar dovesse, e lui, che 'n cielo volge coi giri soi ciascuna stella, stringesse la stagion orribil: tanto prender gli piacque di miseria il manto!

Con quel contratto volto ed alto ciglio ch'alcuno mira cose strane e nove, stavami prono a contemplar quel figlio, sí di me stesso for, che men del bove,[143] de l'asinelio men, ebbi consiglio di riconoscer lui che 'l tutto move essersi carne fatto, non per boi, non altri bruti, no, ma a servar noi.

[143] «Cognovit bos possessorem suum et asinus praesepe domini sui, Israël ante me non cognovit». ESAIAS.

Un for di stile e d'uso uman sembiante, una celeste angelica figura di quel nasciuto allor allor infante fu, ch'al veder mi tolse ogni misura. Ché s'al visibil sol non è costante, or che al divin potea nostra natura? Bench'era in carne ascoso, pur non pote di fora non aver de le sue note.

Non che 'ntendessi allora la cagione ch'io fussi in quel fanciullo sí conquiso; ma, vinto da non so qual passione, piú tosto che ritrarmi dal bel viso lasciato avrei non pur le belle e bone[144] cose del mondo, ma anco il paradiso. E finalmente io, sciocco (temo a dirlo!), stetti piú volte in voglia di rapirlo;

[144] «Unguentum suave et optimum est amor summi boni, quo pestes mentis sanantur et cordis oculi illuminantur». BASIL.

rapirlo meco in parte ove sol io, nutrendol prima, l'adorassi dopo, sperando non mai fôra ch'altro Dio maggior di lui mi soccorresse a l'uopo; quando che 'l mundo tant'era in oblio, che l'indo, il mauro, il scito e l'etiòpo cingevan il gran spazio, ove chi 'l sole, chi 'l mar, chi un sasso, chi 'l suo rege cole.

Ma, forse accorta del pensier mio folle in far tal preda, la pudica donna, levatolo di paglie, sí sel tolle in grembo e 'l ricoperse ne la gonna; ché esser d'uomo veduta giá non volle mentre li porge il latte. Poi l'assonna,[145] ed assonnato il bascia, e tornal anco sul strame, a lato un vecchio grave e bianco.

[145] «Lacta, mater, cibum nostrum; lacta panem de coeli arce venientem et pone in praesepium velut piorum cibaria iumentorum». AUG.

Ma non sí tosto giú posato l'ave, ch'un giovenetto a lato, in veste bruna, qui sotto entrando porta un grosso trave di ponderosa croce, ed altri d'una colonna carco; e dopo loro grave e longa tratta d'angioli s'aduna intorno del presepio, lagrimosa, ciascun in man avendo una sol cosa:

questo di spine una corona, quello sopra la canna una spongia bibace; chi un chiodo, chi una sferza, chi 'l martello, chi l'asta, chi la fune, chi la face. La donna, quando i vide, in atto bello presto si leva e vereconda tace. Quelli non men di lei onor le fanno, poi taciti al fanciullo intorno stanno

(dorm'egli) in atto di basciarlo mille e mille volte, né esserne satollo:[146] par che nettar, ambrosia e manna stille da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo! Eran le cose in modo allor tranquille, ch'al mondo non sentivi un picciol crollo, come se con la notte l'universo stesse nel sonno, co' l'infante, merso.

[146] «O iugum sancti amoris, quod dulciter capis, gloriose laqueas, suaviter premis, delectanter oneras, fortiter stringis, prudenter erudis!». BERNARD.

Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino subitamente non so chi disturba. Egli alza il guardo e vedesi vicino cinger intorno la celeste turba, ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino, con quelle orribil armi; onde si turba nel volto il bel sembiante e di spavento piange, tremando come fronda al vento.

Sí come al vento foglia, trema e piange, né 'l viso piega mai da quella croce; e mentre qui si dole, cruccia ed ange, quattro angioletti in lagrimosa voce incomenciar un inno detto il _Pange_;[147] il qual pensando, ancor m'incende e cuoce de l'amoroso foco, il cui soggetto spezza di fiera non che d'uom un petto.

[147] Divi Ambrosii hymnus.

Non fu giá pietra in quelle mura (pensi un cor gentil ch'esser dovea la madre!) che non s'intenerisse ai forti intensi gemiti del fanciullo, a le leggiadre rime di que' cantori. Ond'io con densi sospiri m'avvicino al bianco padre, col qual piangendo mi proposi allotta non mai distormi piú di quella grotta.

Grotta gioiosa, che degnossi 'l cielo partir de le sue cose in mia salute! grotta felice in cui di carne il velo intorno vidi aver l'alta virtute! grotta salúbre, ove servato il stelo di pudicizia nacque, tra le acute[148] mondane spine, il fior tant'anni occulto, di terra uscito senza umano culto!

[148] «Veritas de terra orta est et iustitia de coelo prospexit». DAVID.

Poscia che i quattro spirti bianchi fine poser al _Pange lingua gloriosi_, quel da la croce, c'ha l'aurato crine, d'avolio il viso e gli occhi sí amorosi, l'ale tessute d'oro e perle fine, dritto si leva in piedi con ritrosi guardi ver' me, stendendo la man destra, e la croce sostien con la sinestra.

GENIO

Uomo, animale--disse--fra gli altri solo de la ragione capace, che de gli eterni piaceri con meco sei ad essere felicissimo consorte (non giá perché né tu né di tua natura alcuno giammai facesse impresa veruna per la cui dignitade ciò guadagnar si potesse, ma l'infinita d'Iddio bontade cosí a dover avvenire nel principio dispose); or odi quale e quanta verso voi uomini sia stata di lui la benevolenzia. Lo quale, da l'antico legame di perdizione per scatenarvi, giá non sofferse aver a schivo se istesso condennare ad essere un simile vostro di carne, una vittima, un sacrificio, un miserabilissimo spettacolo, dovendosi egli sottomettere a la severa legge, di lei non pur conditore ma distretto[149] osservatore, mostrandovi, con esempio prima e con dottrina poi, per quanto piacevole sentiero ciascuno di voi, le sue vestigia seguendo, potrebbe al lume di veritá pervenire. Da la quale, per l'infiata soperbia de gli ignoranti dottori e saviezza mondana, tutti[150] omai sète miserabilmente sotto l'empia potestade d'un tiranno traboccati, lo quale sepolti, non che imprigionati, nel puzzo d'ogni scelleraggine sin ad ora v'ha ritardati. Vedi tu cotesto bellissimo fanciullino, questa leggiadretta sopra ogni altra criatura? questo uomo di spirto e carne testé nasciuto? Lo quale so che ti pare soave tanto, che giá di non voler indi partire tu ti sei fermamente deliberato. Se io, che sol spirito sono, cosí fussi agevole di ragionar la lui potenzia, la lui maiestade, la lui smisurata benignitade, come tu, uomo carnale, manco idonio sei ad ascoltare, potrei quivi acconciatamente dar principio. Ma debilissima è pur[151] troppo de noi angioli la natura, e vieppiú la vostra umana, in comparazione di quella profundissima, incomprensibile e impenetrevole divina. Dilché sciocchi e presontuosi furono pur troppo alquanti dottori, che cosí leggermente a tal cosa isperimentare si sono abbandonati.

[149] «Finis legis Christus ad iustitiam omni credenti». PAUL.

[150] «Tota vita Christi in terris per hominem quem gessit, disciplina mortis fuit». AUG.

[151] «Quo autem Deus pater genuerit filium, nolo discutias nec te curiosius ingeras in profundo arcani». HIER.

Ora dunque saperai prima qualmente la intelligenzia del Sempiterno Padre, la quale noi similemente «prima sapienza e divino sermone» con grandissimo tremore nominamo, tanto di vostra salute le calse, tanto l'incommutabil sua natura si commosse verso di voi a pietade, che non me, non alcun altro di angelica stirpe si elesse per vostro redentore e de l'inferno distruggitore, ma da se medema, volendo oggimai la divinitade sua con la umanitade vostra conciliare, discese occultamente da l'empireo nostro in questo vostro passibile stato, constituendosi ad essere con essi voi fratello, compagno e servitore; quando che non volse il benignissimo figliuolo vestirsi la forma d'alcun potente signore, ma ben gli piacque con perfettissima umilitade sottoporsi a vile servitude per confutare l'alterigia de' sapienti mondani. Eccolo quivi d'una polcella, mediantovi la vertú del Spirito Santo, poverissimamente nasciuto. Dimmi, uomo, dimmi, animal di ragione, qual umiltade di cotesta maggiore potriasi unqua imaginare? Páronti forse quelli duo animaluzzi vilissimi, fra li quali sul feno lor egli giace, convengano a la omnipotenzia di sua profundissima maiestade? parti ch'un diversorio immondo, un presepio de bovi, la diroccata stanza, lo notturno pellegrinaggio, la freddissima stagione siano al divino trono, a la celeste beatitudine, a le ierarchie d'infiniti spiriti convenevoli e corrispondenti? parti che questa diminutezza d'un infante a la grandezza del criatore e fondatore de l'universo s'adegui? Ma quanto piú di maraviglia prenderai tu, se mai fia tempo che l'instrumenti orribili, li quali con questa croce intorno a lui miri essere portati, tu veda crudelmente adoperati ne la innocentissima sua persona! O gran fortezza di pietade, la quale puote l'altissima giustizia[152] cosí piegare, che 'l padre, per riscotere il servo, traditte l'unico figliuolo, che avesse ad essere tra gli suoi domestichi un bersaglio di mille onte, ingiurie, bestemmie, derisioni, contumelie, scorni, guanciate, battiture, flagelli, sputi, lanciate e finalmente un vituperoso spettacolo, tra li doi scellerati, su la contumeliosa croce inchiavato! O affocato amore, o benivolenzia verso noi uomini ardentissima! Iddio fassi omo per te salvar, o uomo: offende sé, difende te; ancide sé, vivifica te! O mansuetissimo agnello! Vedi, vedilo lá, uomo, vedi lo tuo salvatore, vedi la via, la veritade, vedi come lagrimoso dal presepio ti mira e guata, vedi come gestisse d'abbracciarti in foggia di caro germano! Egli ben sa che per te, uomo, solo in questa miseria fu dal Padre mandato, discese in terra per guidarti al cielo, s'ha fatto famiglio per costituirti signore! Or dunque chi renderá mai guiderdone a tanto[153] beneficio eguale? qual grazie, qual lode a tanto premio? fia forse di oro, di gemme, di porpora, di altri beni temporali cotesto premio? anzi del preciosissimo suo sangue. Con questo ti laverá, ti monderá de le peccata, de le tante scelleraggini; con questo ti pascerá e nudrirá, lasciandotilo, con la carne sua propria, ad essere tuo cibo di vita eterna. Sfattene dunque, uomo, nel santo proposito in cui testé amorosamente ti ritrovi; e quando pur sotto 'l gravissimo peso di questa tua carne avverrá che ne trabocchi, lévati presto, chiama dal ciel aiuto, non ti addossar in terra, non vi far le radici. L'abito solo è quella peste, quel morbo se non per grandissima misericordia d'Iddio sanabile, quell'inferno d'ignoranzia, quel laberinto d'errori, ove dubito non sii finalmente per tua inavvertenzia dal sfrenato desio tirato.

[152] Pater noster, ut liberaret servum, tradidit filium.

[153] «Deus noster purgari homines a peccatis maxime cupit, ideoque agi poenitentiam iubet. Agere autem poenitentiam nihil aliud est quod profiteri et affirmare se ulterius non peccaturum». LACT.

TRIPERUNO

Finitte appena l'angelo divino questo sermone, che quattro de gli piú vaghi angioletti cantando cosí dolcemente incomenciaro:

Un aspro cuor, un'empia e cruda voglia, una durezza, impresa giá molt'anni, se altrui depor contende, non s'affanni sperar ch'altri ch'Iddio mai vi 'l distoglia.

E s'uomo stesso il fa, dite che spoglia non riportâr tirannide tiranni di questa mai piú bella e che piú appanni ogn'altra gloria, ch'uomo al mondo invoglia.

Ma il ciel di stelle e d'acque il mar fia manco,[154] qualor accaschi in uomo tanta forza, ch'ei vecchio stile da sé levi unquanco.

Però convien ch'al bon Iesú si torza, mercé attendendo, ed anco il prieghi ed anco, fin che qual serpe lásciavi la scorza.

[154] «Difficile est resistere consuetudini, quae assimilatur naturae». ARIST.

TRIPERUNO

V enuti al fine de l'orribil metro E ran li cantator empirei, quando R uppesi un sòno fuor de la capanna, U n sòno di percosse e battiture M eschiate con minacce ed altri gridi.

I n quell'instante (ah mio crudel destino!) G iunsevi un altro frettoloso genio N on senza gran spavento, e disse:--Or presto A ffrettati, Iosefo, prendi 'l figlio: T u, con la madre sua, scampa in Egitto; I nsta giá 'l tempo ch'un fier mercenaro I nsanguinar si vol di questo agnello.[155]

[155] Novum Herodem supprimit.

F ra gli pastori ha ricondotto d'empii L upi cotanta rabbia, che gli agnelli O morti verran tutti o lacerati. R isse, discordie, gare, aspri litigi[156] E sser fra lor non odi ancor diffora? N on piú dramma d'amor, non piú di pace T ra quelli omai si trova; di che scampa I n altre bande ove giá nacque Móse. N é quindi fa' ti parti, fin che a tempo I o venga darti avviso del ritorno.--

[156] Ambitio et divitiae sunt principia et fontes seditionum.

T aciuto ch'ebbe il nunzio, vidi gli altri A ngioli su le penne al ciel salire,[157] N é pur un solo a dietro vi rimane: T anto le liti, le contese e zuffe A la corte d'Iddio son odiose!

[157] Pacem et litem convenire absurdum est.

--A rme, arme!--cosí chiaman tuttavia; M a stavami sol io ne l'antro ascoso, B attendomi gran téma sempre il cuore. I n su quel punto similmente un'atra T empesta, con gran vento e spessi lampi, I ncomenciò tonando farsi udire O ve 'l contrasto cresce ognor piú acerbo.[158]

[158] Fuit.

V inse una parte finalmente, e l'altra[159] T rassesi ne la grotta per suo scampo.

[159] Ratio corruptae naturae succumbit.

I o mi discopro e la cagion di tanta L ite fra loro cerco di sapere. --L asso!--rispose un vecchio--non m'accorsi A vvolto in un agnello esser un lupo!

LAMENTO DI CORNAGIANNI

P iangeti meco, voi fiere selvatiche, V oi sassi alpestri, voi monti precipiti, R ipe, virgulti e stipiti: I esú da noi si parte, ché le pratiche T rovate fra pastori tanto crebbero, A imè! ch'al fin non ebbero S e non forza di far le gregge erratiche.

A hi mercenaro e lupo insaziabile,[160] N ato d'inganno e mantellata insidia! I n cui tanta perfidia M ai puote luogo aver? O incommutabile, O giustissimo Dio, perché non subito R isguardi a noi? deh! dubito V ani sian nostri prieghi, ché stoltizia M aggior non è s'un reo chiede giustizia.

[160] Imminet erranti furque lupusque gregi.

TRIPERUNO

P arlava il vecchio lacrimando forte, E poi le labbra cosí chiuse, ch'egli N on mai piú volse aprirle; ma co' gli occhi I n un parete fissi, geme e piagne T anto che fece l'ultimo sospiro. --V attine al ciel, alma d'ogni ben carca!-- S'udí una voce dir--vanne felice!--

C osí di que' pastori giacque il padre, O rbato d'esta vita, ma in ciel suso R apito a l'altra; e l'empio mercenaro R imase de gli armenti possessore, V olgendo e' be' costumi de gli antichi[161] P astori audacemente in frode e furti, T anto che le sampogne e dolci rime A ndati sonsi e d'arme sol si parla.

D eposto dunque fu lo gran pastore E ntro d'un cavo sasso; e a quello sopra, C armi leggiadri e rime di gran sòno I nscritte fûrno da pastori e ninfe. D ond'io piangendo ancor questi vi posi:

[161] «Omnium legum est inanis censura nisi divinae legis imaginem gerat». AUG.

TUMULO DEL CORNAGIANNI

«E cco, del monte congrega--ciò nella R uppe--gran pianto pel suo cor Narciso. I l fior anti no fu sua morte fella». T al fu 'l mio verso, ma, per téma, scuro.

TRIPERUNO

Io da' pastori alquanto dilungato, con quali esser mai giunto ancor mi dole, d'un monticello in largo e verde prato mi porto, giú, fra rose, gigli e viole; poi dentro ad un antico bosco entrato, tanto vi errai che sul montar del sole si m'appresenta un'ampio e bel palaccio: cerco l'entrata e presto vi mi caccio.

Nòve cose giammai non anti viste veggio fra quelle mura in un vallone,[162] di urtiche, vepri, spine e lappe miste densato sí, che mai non vi si pone piede senza lacciarlo a l'erbe triste, e farsi, o voglia o no, di lor prigione; ma sí mi preme l'ira d'una donna, ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna.

[162] «Fidelis Deus est qui non patietur vos tentari supra id quod potestis». PAUL.

Perocché, ne l'entrar, quella soperba,[163] pallida in volto, magra e macilente, con voce altéra minacciante acerba seguivami gridando:--Mai vincente uomo non fia, se l'animo non serba a' miei flagelli forte e paziente!-- Io allor m'offersi al suo comando, e presto scorro di qua di lá, né unqua m'arresto.

[163] Tentatio.

Dov'ir mi deggia segno non appare di bestial non che d'uman vestigio: di che sovente fammi traboccare de panni co' miei passi gran litigio, fin tanto che, sul lido accosto il mare giunto, m'assisi stanco a gran servigio di nostra fragil vita, e poi mi levo, e del cammin doppio pensier ricevo.

Se al dritto o manco viaggio me ne vada non so, ché nòve m'eran le contrate. Ma, tra ambi doi mentre 'l voler abbada, ecco a le spalle, co' le labbra infiate di sdegno, m'è la donna tutta fiada quanto mai fusse nuda di pietate. --Tu vòi pur anco--dice--chi t'accolga, rubaldo, e ne' capei le man t'involga!--

Io, dal spavento piú che mai commosso, lungo la manca spiaggia formo e stampo miei passi, lor frettando quant'i' puosso, sin che dal suo furor mi fuggo e scampo. Cosí infelice non piú aver riposso giammai vi spero; e d'uno in altro campo, qual timidetta lepre, uscendo, un fosco antro di spine trovo e vi me 'mbosco.

Ma ne l'entrar (ah quanta mia sventura!), ecco si mi raffronta un uomo strano, anzi doi, sgiunti fin a la cintura: piú mostro assai che finto non fu Giano o Proteo falsator di sua figura; tal anco è scritto Castor e 'l germano, ché sol due gambe quel corporeo peso di duo persone tengono sospeso.

Ei, quando avanti lui giunto mi vide, scosse le membra e tutte si li ruppe. Stupido, il guardo ch'ei digrigna e ride e par che 'n altri volti s'avviluppe. I non era né Teseo né anco Alcide o chi nel ventre il gran Piton disruppe,[164] che fronteggiar bastassi un mostro tale; onde spiegai pur anco al corso l'ale.

[164] Febo.

Per un sentier (sol un sentiero v'era) sferzo me stesso, e gran téma mi punge. Ma poi che da l'incerta e 'nstabil fiera esser mi vidi al trar d'un arco lunge, fermo mi volgo; ed egli, sua primera[165] forma cangiando, in doi corpi si sgiunge: questo di donna, vago, pronto, ameno; quel d'un formoso e bianco palafreno.

[165] Bis fugienti laqueus inicitur.

Oh qual mi feci a l'apparir di loro sí grata vista e dolce leggiadria! Mill'altre prime facce assai mi fôro moleste in cui cangiato egli s'avia, ché né orso né leon né pardo o toro né cervo né animal chi chi si sia, gradir mi puote, anzi mi fe' spavento: di questi doi sol ne restai contento.