Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1
Part 3
M'allegro ben che te stessa condanni! O scema d'intelletto, non t'accorgi quanto di scorno, me biasmando, porgi a te medema e 'l tuo veder appanni? Son io ne l'opre mie piú da ragione che da l'industria mossa, e 'n l'aspra imago de la viril Etía ben piú m'appago,[92] che 'n la tua, ornata sol di fizzione; ché quanto avanzar puoi de le nostr'opre,[93] t'industri porlo in grembo d'avarizia, e fai cosí, che l'empia tua malizia col manto mio ne gli occhi altrui si copre.
[92] Ragione.
[93] Hominum industria metallorum conversionem (quod est naturae) ob avaritiam quaerit.
Però qual maraviglia se la fraude di veritá sta involta ne la pelle e se imputate a l'arte sian le felle[94] tue astuzie, onde Almafisa ride e plaude? Sen ride e plaude in foggia di chi, altrui odiando, il vede scorso in qualche scherno. E tu quella pur sei, che ne l'inferno t'ingegni penetrar ai luoghi bui e trarne la cagion di tante risse, furti, omicidii, stupri e sacrilegi: dico 'l metallo, con cui adorni e fregi le menti umane sí, che 'n quel stan fisse né piú s'innalzano a specchiar il lume,[95] ch'io di Natura posi oltra la cima, e men d'un'arca d'or' si prezza e stima un atto generoso e bel costume!
[94] Liberalis ars culpa manualis industriae saepe calumniam patitur, ut patet de alchimistis.
[95] «Magnitudo pecuniae a bono et honesto in pravum abstrahit». SALLUST.
Ma perché l'ingordigia di quel mostro, c'ha ventre e morso d'adamante e foco, empir non puoi, ché ogni esca gli par puoco e va fremendo in questo mortal chiostro; tu che levarmi d'Arte il nome cerchi e quel che Alchimia si dimanda pormi, altri metalli in or' par che trasformi: oro non sono ed esser pur alterchi! Misera che tu sei, non vedi chiaro[96] ciò che fai senza l'arte sa di froda? non vedi ben che non si rumpe o snoda il laccio che a la gola tien lo avaro? Quanto meglio farai non dipartirti dal primo nostro rito e modi antiqui, e 'nvestigar in ciel qua' sian li obliqui, e qua' gli dritti segni, e piú alto i spirti che causan e' duo moti e tante fiamme scoperte a l'uomo nostro, che 'n la culla qui tieni avvolto come cosa nulla, cui rumper giá s'affretta Cloto il stamme!
[96] «Semper discentes et numquam ad scientiam veritatis pervenientes». PAUL.
ANCHINIA.
S'io sí rubalda qual or m'hai depinto io teco fusse, o maldicente donna, rubalda anco sarei con mia madonna,[97] c'ha fatto l'uomo e non, come tu, finto. Tu fingi l'uomo, anzi tu 'l stempri e spezzi, tu 'l snervi, tu 'l disossi, guasti e spolpi, e poi, se mal gli vien, Natura incolpi,[98] che piú d'un uomo una formica apprezzi.
[97] Multa sunt quae natura industriae nostrae reliquit facienda ut domina ancillae.
[98] Natura enim quae hominis vitio corrupta est multa incommoda generi humano parit.
Dimmi, insolente donna, perché resti con quella forza tua, che d'Almafissa passa l'altezza (sí la sai prolissa!), oprar che mal alcun non l'uomo infesti? Se ferreo è il nervo, se d'azzale è il braccio, se tant'è 'l tuo valor ch'aver ti vanti, perché non smovi le cagion de' tanti uman affanni, febre, caldo e ghiaccio? perché non freni (se la Grecia tua, ove sí splende, parla sempre il vero) quell'Eolo, de' venti c'ha l'impero, e fa sentir altrui la forza sua? perch'anco in cielo, d'Orion a tergo latrando, un picciol Cane tanta rabbia sparge d'ardor, e tant'umor e scabbia diffunde il Drago dal suo eterno albergo? Oltra dirò: per qual cagion non svelli de le sanguigne mani di Tanéta[99] la falce, che giammai non si racqueta troncar gli umani e farne polve d'elli? Tanéta i' dico, sí, atra ninfa e cruda, che i tuoi Platoni e Socrati non scelse; anzi, quanto le teste son piú eccelse, lor spezza, e d'elli tu ne resti nuda!
[99] Mors omnium naturalium incommoditatum terribilissima homini est.
TECNILLA.
Quanto a le dua stagioni a l'uomo infeste, non ti rispondo, perché giá la impresa ti diedi di ciò degna: far la spesa,[100] contra lor, d'ombre, tetti, piume e veste.
[100] Industria quippe humana dicimus temporis iniurias ferre.
Ad altri morbi assai per te si occorre, c'hai simil esercizio, né vergogna ti paia impreso aver da la cicogna un ventre adusto foggia per diporre. E come a la mia ninfa Filomusa[101] la tibia per isporre il canto usata trovasti giá, cosí ha Farmacia grata la tromba che al purgar un ventre s'usa. Di ta' remedi al miser uomo e schermi contra l'offese di Natura certo studio ti vien, e poi la laude e 'l merto, perché sollevi, Anchinia mia, gl'infermi. Ma quanto a quel che l'invincibil ferro[102] de l'improba messora frenar debbia, voglio non puoter farlo, ché di nebbia, per mezzo suo, gli alti intelletti sferro.
[101] Duabus sed diversis tibiis utuntur musica et medicina.
[102] «Mors est munus necessarium naturae iam corruptae, quae non est fugienda, sed potius amplectenda et iterum fiat voluntarium quod futurum est necessarium». IO. CHRYS.
La morte a miei seguaci è un'esca dolce e di Natura for del fango i purga, ed è cagion ch'un'alma d'ombra surga ne l'alta luce, di che 'l mondo folce. «Qual è chi viva e non vedrá la morte?», David cantava lieto ne la cetra, bramoso il gentil spirto d'esta tetra prigion uscir a la celeste corte. Però di' meglio, ch'io puotendo tiri tanti miei figli tosto d'esta tomba, ché un cor non piú s'incende al son di tromba, d'un'alma santa a gli ultimi sospiri, né farle può Natura piú grand'onta che 'n questa vita sua menarla in lungo, la qual pò invidiar un fior, un fungo, che nasce e mor fra un sol ch'ascende e smonta.
ANCHINIA.
Stolto parlar se non stolta risposta potrebbe aver; onde chi sempre tacque a gli insolenti detti, sempre piacque: dico quanto al clistero o sia sopposta. Ben si potrebbe un portico, un palagio, un vestal tempio ed un anfiteatro addurre in loda mia, l'arme, l'aratro, la nave e tante cose; ma 'l malvagio rancor t'accieca e légati la lingua, che non pò dir quel che ragion la sferza. Tu non sei prima né seconda e terza, quando che l'ordin nostro si distingua, se ti credi esser, non di te son quarta. Roditi pur, se sai, che non ti cedo; e s'attendermi vòi mentre ch'io riedo, possio condur chi tal dubbio diparta.
TECNILLA.
O temeraria ed arrogante! mira come si gonfia questa fabbra vile! Qual giudice sará tanto sottile, che nostra lite concia? dimmi, è Pira?[103] dico quell'altra de le prove mastra, che, come tu, vantandosi va ch'io cosa che vaglia senza lei non spio, e di Almafisa appellami figliastra.
[103] Omnium artium experientia iudex videtur.
ANCHINIA.
Vantarsi drittamente può qualunque trovasi aver servito qualche ingrato; ché quanto ben è in te non l'hai trovato se non per il suo mezzo. E pur, ovunque esser ti trovi, ch'altri non conosca l'astuziette tue donde prevali, ti fai sí grande che, s'avessi l'ali cosí d'ogni altro augel com'hai di mosca,[104] egual salir vorresti al gran Monarca; lo quale sol vòl essere, che senza sian l'opre sue d'alcuna esperienza, ove egli pienamente e ratto varca.
[104] Ars comparatione naturae musca est ad aquilam.
TECNILLA.
Di me medema meco mi vergogno, trovandomi altercar con essa teco! Hai forse il capo tepido di greco, ubriaca che tu sei? ch'ancor bisogno farotti aver del tempo, c'hai qui speso in dirmi oltraggi, meretrice lorda!
ANCHINIA.
Non mi toccar, Tecnilla, questa corda, ché peggio sentirai quel c'ho sospeso di lingua in cima. Or taci e fia tuo meglio! Dir onte altrui né udirle voler poscia,[105] è di pazzo costume; ma, d'angoscia mentre sei pregna, va' mirarti al speglio, se vergognarti vòi piú del tuo volto fatto di mostro per soverchia furia, che litigar qui meco e dirmi ingiuria, le quali di te meglio forte ascolto.
[105] «Quod ab alio odis fieri tibi, vide ne alteri tu aliquando facias». TOB.
TRIPERUNO.
Eran le dua sorelle omai sí d'ira,[106] per la puntura di sue lingue, in cima, che fu tra lor per esser pugna dira. Ma grave donna di molt'altre prima, dolce cantando, fuvvi sopraggiunta, la cui beltá non quanta sia s'estima. Un'arpa con sua voce ben congiunta fece che da le dua giá in arme prone la gara venne tostamente sgiunta. Latte di tigre o sangue di dragone[107] ben mostrarebbe aver beuto infante, chi non saltasse udendo sua canzone!
[106] «Furor arma ministrat». VIRG.
[107] Feritas ad harmoniae concentum facile mansuescit.
Non è di pietra cor, non d'adamante, non di Neron, Mezenzio, Erode, Silla, che non si dileguasse a lei davante. Onde non pur Anchinia con Tecnilla lasciâr l'ingiurie fattesi, ma sono e questa e quella piú che mai tranquilla; anzi leggiadre, al numerabil sòno di diece corde, mosser una danza, dandosi un bascio ad ogni sbalzo nono.[108] Quivi Almafisa venne con l'onranza, fra mille ninfe d'arbori e de fiumi, ché ognun concorre a quella concoranza:[109] né men scherzan in cielo e' chiari lumi, nel mar e' pesci, e 'n cielo quei dal volo, le fiere in terra e i serpi ne' lor dumi.
[108] Novem doctrinae atque scientiae nodos intellige sub novem musarum figura.
[109] Non sine maxima proportione et harmonia orbes coelestes invicem locati sunt.
Stavami ne le fascie stretto e solo, sí come l'augelletto, il qual distende l'ale, ma non s'innalza e n'ha gran dolo. Chi su, chi giú quel tutto che s'intende da l'uom, se non a pieno, almen in parte, va, vien, traversa, corre, monta e scende. --Ciascun mai d'Omonía non si diparte!--[110] cosí la cantatrice udi' chiamare, che i passi altrui col canto suo comparte. Io che l'errante macchina danzare, per quel dolce concento, vidi al moto[111] universal e poi particolare, di quei legami tutto mi riscuoto, come colui che lungo indugio annoi, dovendosi asseguir qualche suo voto.
[110] Concordantia.
[111] Deus noster gloriosus omnia in numero, pendere et mensura creavit.
Svelsi di quelle scorze un braccio e poi, con quella svelta man che i nodi sterpe, tanto cercai ch'usciron ambi doi. E con quel modo ch'un immondo serpe, vedendo, ov'era 'l ghiaccio, nato il fiore, si sbuca lieto d'un'angosta sterpe, dove si spoglia il vecchio corio fore tutto d'argento, ed or fassi piú cinte[112] del ventre al capo ed or segue 'l suo amore; tal io, poi che le spoglie risospinte m'ebbi d'addosso, per danzar su m'ersi; ma fûrno dal desio mie forze vinte.
[112] «Nihil non tam proprium humanitatis est quam remitti dulcibus modis astringique contrariis». BOËT.
Ché surto in piede starvi non soffersi, anzi cascai, donde corse a comporre Anchinia un carro, il qual meco si versi. Su tre rotelle il carriuolo corre, ed è, sí come io son di lui, mio guida che al passo infermo e debile soccorre. Di ciò par ch'Almafisa se ne rida, che 'l legno arguto poggia ovunque poggio, e che l'industre Anchinia è che m'affida. Ma con le mani a lui mentre m'appoggio ed ir con seco quinci e quindi bramo, ecco me 'ntoppo in qualche adverso poggio; di che sossopra il carro ed io n'andiamo: quel resta intégro ed io n'ho rotto 'l naso, e che ritto mi torni Anchinia chiamo. Anchinia mi rileva, e d'ogni caso per le percosse ch'atterrato piglio presta ricorre de l'onguento al vaso. Ed io, ch'oltra 'l dolor esser vermiglio comprendo il lito del mio sangue, invoco lei con la mano posta al pesto ciglio. Ma quella mi risana, ed anco al gioco[113] di quel mio tal destriero mi riduce, in fin che da me stesso, a poco a poco, ir poscia senza il carro ed altro duce.
[113] Nutrix itaque fidelissima datur homini industria.
SESTINA LI CUI CAPIVERSI DICONO QUELLA SENTENZIA:
«CONCORDANTIA--DVRANT--CVNCTA--NATURE--FEDERA».
URANIA.
C ome 'l primo veloce mobil cielo, O pposto a quei che volgono le stelle, N on li distempra e sé tramuta in foco? C om'è sospesa? e chi sostien la terra? O nde con lei forma ritonda il mare R itien, e mai posando non ha pace? D'una concorde e ragionevol pace[114] A vvinse l'alta causa cielo a cielo, N é men con pace in maggior cerchio il mare T iensi a la terra, e giran sette stelle I n sette sfere, il cui centro è la terra, A nti da l'aer cinta e poi dal foco.
[114] Discordi quadam concordia coelos elementaque Deus omnipotens astrinxit.
D ubbio non è che 'l mondo o in acqua o 'n foco V errá sommerso, quando la lor pace R otta sará, per sfare il mar, la terra,[115] A llor che dé' fermarsi il nono cielo N é piú rotarsi 'l sol con le sei stelle, T rarsi nel centro de la terra il mare.
[115] «Ipse quoque in fatis reminiscitur affore tempus | quo mare, quo tellus correptaque regia coeli | ardeat et mundi moles operosa laboret». OVID.
C rebbe, fu tempo giá, su l'alpe il mare; V orar il mondo deve ancor il foco; N on fia perpetuo il giro de le stelle, C he al fin col cielo avran quiete e pace; T ratto giá il ceppo uman o su nel cielo A starvi sempre, o 'n centro de la terra.
N on t'invaghir dunque, omo de la terra. A nzi contendi (ove di gloria il mare T u lieto solcarai) salir in cielo, U' sempra t'arda l'amoroso fuoco, R iposto d'alma in alma in somma pace, E sotto i piedi ti vedrai le stelle.
F ece l'alto fattor, sopra le stelle E giú nel piú profundo de la terra, D ue stanze, l'una detta eterna pace, E l'altra, di perpetuo foco mare. R inchiuso entro la terra, a l'ombre, è il foco; A l'alme, gioia eterna su nel cielo.
Fe' Dio l'uomo di terra, che 'n le stelle avesse pace; ma chi nacque in mare[116] trallo dal cielo in sempiterno foco.
[116] Venus, quae maris e spuma nata est, pro voluptate carnali accipitur.
TRIPERUNO.
Poscia che vide, per Industria ed Arte, Natura finalmente l'uomo in piede correr veloce in questa e 'n quella parte, ed esser l'animale, il qual possede alto saper e di ragion dottrina, che fôra poi d'eterna vita erede, con lieto e dolce aspetto a me s'inchina, qual mansueta madre che al figliolo prima di sdegno fu cruda e ferina. D'innumerabil figli dentro il stolo da lei fui ricondutto al bel giardino dove altrui vive lieto e senza dolo. Quivi sotto 'l pacifico domíno ed aurea stagione di Akakía,[117] vissi gran tempo semplice bambino, fin ch'indi mosso poi, per lunga via, fui ricondutto a ritrovar Altèa[118] e l'altra donna che 'n nostra balía commette ambe le strade e bona e rea.
[117] Innocentia.
[118] Veritas et Libertas.
DE LA PUERIZIA ED AUREA STAGIONE
EUTERPE.
Giá rinnovella intorno la stagione, ch'eternamente verdeggiar solea prima ch'avesse Astrea[119] gli uomini a sdegno e sé tornasse ai dèi, lasciando in lor quell'altra cosí rea che li arde, mentre Febo alto s'impone al tergo di Leone, o quella che dai monti iperborèi riporta il gielo a gli afri e nabatei. Or che l'occhio del ciel aggiorna in Tauro, or che 'l fior spunta ove 'l ghiaccio dilegua,[120] or che 'l scita co' l'indo vento tregua[121] fatt'hanno e dato è in preda il tempo al Mauro, Zefiro torna incolorar i lidi,[122] e i pronti a tesser nidi vaghi augelletti, per lor macchie errando, natura van lodando, c'ha ricondutto cosí lieti giorni, d'aura gentile, d'erbe e fronde adorni.
[119] «Et virgo caede madentes | ultima coelestum terras Astrea reliquit». OVID.
[120] Boreas.
[121] Auster.
[122] Zephirus.
Férmati, Apollo, pregoti, nel grado, ch'oggi ascendendo e poggi e selve abbelli, e gli aurei tuoi capelli tempratamente spandi a l'universo; onde amorosi, leggiadretti e snelli[123] ne vengon gli animali tutti al vado non d'Istro, Gange o Pado, ma del suo natural obbietto verso, c'ha l'un de l'altro, quand'è 'l ciel piú terso, verde la terra, il mar tranquillo e piano. Férmati, Apollo, e 'n sí bel trono sedi, fin che a le mani, al collo, a l'ale, ai piedi del Tempo (egli scamparse a man a mano[124] s'asseta, tant'è vano!) Pirene ed Appennino sian appesi, che non si parta e i mesi porti con seco e l'aura e 'l dolce umore, ch'or monta in ogni foglia, in ogni fiore.
[123] Amore.
[124] «Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus». VIRG.
L'aureo, gioioso e mansueto aprile, ch'or sparger d'ombre i verdi campi veggio, piacciali eterno seggio qui prender nosco, ch'altri non succeda. Partito lui, si va di mal in peggio;[125] mentre vi spira l'ausura a gentile, Parca non sia, che file umana vita, e Morte a Pluto rieda, sol ombre ove posseda; rinverdasi da sé omai la terra; valete aratri, marre, falci e zappe! non più vepri saranno, cardi e lappe. Quella natia vertú che 'n lei si serra, senza ch'altri la sferra, uscendo stessa ci dimostra quanto sia di natura il manto piú bello senza l'arte e piú verace,[126] ch'opra di voglia piú de l'altre piace.
[125] Aureae pueritiae succedunt libidinosa iuventus, ambitiosa virilitas, curiosa senectus, stomachosa decrepitas.
[126] Per se fert omnia tellus.
Ecco di latte scorreno giá i fiumi, sudano mèle i faggi, olio li abeti, e su per que' laureti celeste manna ricogliendo vanno le virgin ape; e i rosignoli lieti, c'han d'or' le penne, entro purpurei dumi nidi d'argento e fine perle fanno, securi di rapina o d'altro danno.[127] L'impaventosa lepre lato al cane, l'agnella presso al lupo queta dorme, ché tutti li animal, giá in lor conforme, natura tiene in sue medeme tane: securi pesci e rane, questi da lontra, quelle da le biscie: non è chi strida o fiscie l'un contra l'altro per stracciarsi 'l pelo, ché l'aurea etade giá scese dal cielo.
[127] «... fede e innocenza son reperte | solo ne' pargoletti, poi ciascuna | pria fugge che le guanze sian coperte». DANTE.
Date quiete, posti li aspri giovi, a' vostri armenti omai, duri bifolci, ed a que' fonti dolci lasciateli appressare! né quel rivo di voi sia alcun che piú 'l sostegna o folci, né chi di loco a loco lo rimovi, ché 'n questi giorni novi non è di libertá chi venga privo. Cantate anco, pastori, ché l'estivo e freddo ardore non privar piú deve di latte od appestar e' vostri greggi! Non piú clamosi fòri, non piú leggi, ché ciò vita gioiosa non riceve. O giovo dolce e leve a l'uomo ancora, il qual sprezza fortuna,[128] siagli pur chiara o bruna, ché chi vivendo non fa oltraggio altrui securo di l'aurea stagion è in lui. E simplicetta e pueril canzone, come richiede il suo stesso soggetto, fu questa mia, dottissime sorelle; di che a voi chiama:--Non son io di quelle che, Urania, scrivi con sí bel soggetto e n'empi il sino e petto ai duo novi Franceschi, l'un ch'agnelli canta, lupi e ruscelli, l'altro del Senator l'alta pazzia! Ma chi fa il suo poter con gli altri stia.
[128] «Vitam beatam efficiunt tranquillitas conscientiae et securitas innocentiae». GREG.
FINISCE LA PRIMA SELVA DEL TRIPERUNO.
DIVVS VATES
OPTIMA QVAEQVE DIES MISERIS MORTALIBVS AEVI
PRIMA FVGIT SVBEVNT MORBI TRISTISQVE SENECTVS
ET LABOR ET DIRAE PARIT INCLEMENTIA MORTIS
SELVA SECONDA
DISTICHON
Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe; tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.
[Illustrazione: Stemma con le lettere M L F T; ai lati CA. VR.]
HEXASTICHON
Mintiadas inter fulicas mihi sueta phaselus currere, nunc tumidis aequore fertur aquis. Quonam tanta animi fiducia? Nobile sidus adstitit en capiti quae praeit Ursa meo. Ursa potens mundi, firmo quem torquet ab axe, ursa potens pelagi, qua duce nauta canit.
PREFAZIONE
Or pervegnuti siamo al centro confusissimo di questo nostro[129] _Caos_, lo quale ritrovasi ne la presente seconda «selva» di varie maniere d'arbori, virgulti, spine e pruni mescolatamente ripiena, cioè di prose, versi senza rime e con rime, latini, macaroneschi, dialoghi, e d'altra diversitade confusa, ma non anco sí confusa e rammeschiata che, dovendosi questo _Caos_ con lo 'ntelletto nostro disciogliere, tutti gli elementi non subitamente sapessero al proprio lor seggio ritornarsi.
[129] Caos.
TRIPERUNO.
D'errori, sogni, favole, chimere,[130] fantasme, larve un pieno laberinto, ch'un popol infinito, a larghe schiere, assorbe ognora, tien prigione e vinto, voglio sculpir non ne l'antiche cere, non ne le nove carte; anzi depinto di lagrime, sudor, di sangue schietto avrollo in fronte sempre o 'n mezzo 'l petto.
[130] «Tria sunt difficilia, quarum penitus ignoro: viam aquilae in coelo, viam colubri super petram, viam viri in adolescentia sua». ECCLES.
In fronte o 'n mezzo 'l petto, ovunque io perga, terrò qual pellegrino mie fortune; datimi, o muse, una cannuccia o verga, ch'io, scalzo e cinto ai fianchi d'aspra fune, veda come 'l sol esca e poi s'immerga ne l'Oceàno, e come ardendo imbrune qua li etiòpi e lá di neve imbianchi tartari e sciti del bel raggio manchi.
Ma poi che di mia sorte il duro esempio mostrato abbia del mondo in ogni clima, fia cosí noto, appeso in qualche tempio[131] od in polito marmore s'imprima, che chi mirando 'l cosí acerbo ed empio, considri ben qual sia buon calle, prima che l'un d'ambi sentieri d'esta vita si metta entrare a l'ardua salita.
[131] «Me tabula sacer | votiva paries indicat uvida | suspendisse potenti | vestimenta maris deo». HORAT.
Oh, ben saggio colui che 'l suo dal mio voler avrá diverso ne' prim'anni di nostra sí dubbiosa etade, ch'io volendo scorsi ne' miei stessi danni, travolto in vie sí alpestri dal desio, ch'anco ne porto il viso rotto e' panni, fin che mia sorte, poi che assonto in alto m'ebbe, giú basso far mi fece un salto!
TRIPERUNO.
D e l'innocente ninfa l'aurea etade,[132] I l bel giardino, le colline, i fonti V annosi omai, ché 'l tempo invidioso[133] I n un istante quelli s'ingiottisse.
[132] Pueritia.
[133] «Damnosa quod non imminuit dies est». HOR.
B andito dunque sol per l'altrui fallo, E rrava quinci e quindi ove pur l'alma N atura mi torcea con fidel scorta. E ra quella stagion quando Aquilone,[134] D a l'iperboree cime sibilando, I n vetro i fiumi, in latte cangia i monti; C ácciomi dentro un bosco tutto solo; T anto vi errai, ch'al fine mi compresi I n le capanne de' pastori giunto.
[134] Lex naturae, quae omnia in medium ponit.
R iposto s'era Febo drieto un colle, E la sorella con sue fredde corna G iá percotea le selve ed ogni ripa. V ago di riposarmi su lor fronde, L a porta chiusa d'una mandra i' batto: A l sesto e nono cenno fummi aperto.[135]
[135] Pulsanti aperitur, Evangelio teste.
S tarsene quivi ben rinchiusi e caldi V idi quei pegorari, al foco intorno, B ere acque dolci e pascersi de frutta.