Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1

Part 2

Chapter 23,720 wordsPublic domain

Or chi l'intenderebbe, che d'un pomo succeda tanto incomodo, ch'ognora sostegna il ceppo uman l'error d'un uomo? Ben fu di acerbe tempre, poi ch'ancora foggia non è la qual digesto l'abbia, né mai (tant'esser deve crudo!) fôra, se chi nostr'alme spinge in questa gabbia,[32] col raggio di pietá nol dissacerba e tempra di giustizia in sé la rabbia; né stomaco di struzio né onto né erba, mentre da noi per quest'ombre si viva, è per smaltir un'esca tanto acerba. I' non fu' mai di tal cibo conviva, e pur padirlo, anzi patirlo, deggio, per cui vien ciascun'alma del ciel priva. La qual ir non dovria di mal in peggio,[33] se, al priego d'una femina, colui morse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio.

[32] «Sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in Christo omnes vivificabuntur». PAUL.

[33] «Adam obtemperans mulieri habet tipum rationis voluptati succumbentis». AUG.

A che unqua nascer noi, se per altrui fallir par ch'anco l'ira non s'estingua divina in noi, per loghi alpestri e bui? Ahi miser! taci e morditi la lingua, ché maladetto fie chi in ciò s'adira: giá Dio mai d'uman sangue non s'impingua; anzi ama l'opre sue, contempla e mira, e studia l'uomo a sé fatto simile scampare dal suo stesso foco ed ira. Ma non pensar, non che cercar, suo stile[34] via troppo da l'uman pensier rimoto, ché alto pensier non cape in senso vile. Dunque dirò che quanto chiaro e noto m'era dinanzi al ber de l'acque sparve, onde fui d'ombra pieno e di sol vòto. Eccomi sogni intorno, fauni e larve, che mi facean per quella notte scorta, né mai piú 'l bel ricordo dianzi apparve. Pur mi raffronto a quella orribil porta[35] fiso mirando, e qui fermai lo piede com'uom ch'entrarvi drento si sconforta, e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.

[34] «Plato in libris _Legum_ quid sit omnino Deus inquiri oportere non censet». CIC.

[35] Utitur periphrasi circa id quod in instanti agitur.

GENIO.

«Alma, che per altrui difetto al varco dubbioso arrivi e Dio ti vi destina, or quivi entrando inchina l'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carco gira di stelle e mostrasi luntano! Di lá scendesti, e piú non ti rimembra[36] qual eri avanti 'l poculo di Lete! Ma se tornarvi brami, quelle membra, ove tu déi corcarti a man a mano, fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquete l'uman desio che le conduce al rete sí di legger, ove ne resti presa. Ma strenua contesa non sa fatica, finalmente, o carco».

[36] «Cum igitur statuisset Deus ex omnibus animalibus solum hominem facere coelestem, cetera universa terrena, hunc ad coeli contemplationem rigidum erexit; ibi pedem constituit, scilicet ut eadem spectaret, unde illi origo est». SEN.

TRIPERUNO.

Queste parole, in man d'un vecchio bianco, vedendo appese di quell'uscio in fronte, io tremai forte e tremone pur anco. Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte: ché allor, mentre per me giá si delibra non ir piú innanzi e volgomi dal ponte, donna m'appar accanto, che mi vibra[37] un pugno al fianco e drieto mi flagella, ch'avea ne l'altra man un'aurea libra.

[37] Iustitia Dei est, ut nullum malum transeat impunitum.

Ritornomi a la porta, dove quella mi piega col temone di sue pugna, drieto chiamando sempre:--Alma rubella, alma proterva, fa' che non ti giugna scamparti da colui che qui ti move ad una faticosa e strana pugna, ch'avrai con esso teco e non altrove,[38] e per vincer leoni, tigri ed orsi, vincendo te, minori son le prove!--

[38] Summa et omnium difficillima est victoria sui.

I' non mil fei ridir, ma via trascorsi, qual timido cavallo che s'arresta ne l'apparir d'un'ombra e sta su' morsi; poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa, ma chi gli sede addosso presto il torna, stringel ai fianchi e fra l'orecchie il pesta; ond'egli per le bòtte si ritorna in quella parte onde lo smosse l'ombra, di passo no, ma corre e non soggiorna. Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra[39] notte ch'ancor piú m'ebbe ottenebrato, in luogo cui la terra intorno adombra. Ed io ne stetti non d'abisso al lato, ma in centro d'ombre grosse denso e folto, qual talpa preso in gli occhi e smemorato. Cosí piú mesi in quella tomba involto,[40] io, pronto spirto ne la carne inferma, stetti non pur prigione, ma sepolto, fin che, o Natura, l'opra tua fu ferma.

[39] Hic uterum matris intelligit.

[40] «Decem mensium tempore coagulatus sum in sanguine». _Sap._

MELPOMENE.

Mentre piangendo l'alte strida ed urli, sorelle mie, sí duramente innalzo (da me sol viene il tragico costume),[41] lasciáti i crin al vento, ché ridurli qui non bisogna in trezza né 'l piè scalzo guidar per vaghi fiori e verdi piume de' prati lungo al fiume, anzi, sdegnando quella piaggia e questo poggetto ameno, statine qui meco in solitaro speco, fin che mie rime udite sian di mesto e lagrimoso canto, il qual risulte da quei sassosi monti e valli inculte.

[41] «Melpomene tragico proclamat moesta boatu». VIRG.

Depon, Urania mia, la tua siringa,[42] che settiforme ha in sé del ciel il tipo; e tu, Clio, la lira, ove 'l mantòo al greco vate fai ch'egual attinga; e mentre i lauri e l'edere dissípo, spargi quei fior del corno, che l'eròo giá svelse ad Acheloo, Erato mia: né tu, Polinnia, il plettro, né, Calliope, l'arpa, né la cetra, Talia (s'unqua s'impetra[43] grazia da voi!), pulsate, ch'ora il settro tengo fra noi, cessando ancor le stanze di Euterpe, e di Tersicore le danze.

[42] Asperitatem rythmorum ipsa haec materies deposcit.

[43] «Non facit ad lacrimas barbitos ulla meas». OVID.

Ahi! di qual gioia e quanto bella effige traboccar vidi l'uomo in tanto scorno! Miráti 'l ciel come, di grado in grado, sol per causarli util piacer, s'afflige[44] volgersi tra duo moti adversi intorno! Miráti 'l Gange, l'Istro, Nilo e Pado, ogni altro fiume e vado tornarsi d'onda in onda al vecchio padre! Pioven le nubi e la porosa terra dal centro si disserra, sorbendo il dato umor, onde giá madre fassi di questo fior e di quel pomo, per aggradir ed aggrandir un uomo: l'uomo che, ingrato a Dio non ch'a Natura,[45] per antiporre un fral desire al dolce suo fermo stato, giustamente abietto fu d'alta gloria in infima iattura, la cui durabil colpa in ciel si folce, che mai non parte dal divin aspetto. Però sta fermo e stretto destin, a penitenzia d'un tal fallo, che l'uomo in grembo a morte quivi nasca: cosí dal cielo casca[46] l'alma di novo fatta in scuro vallo, dove se stessa oblia cieca ed inferma, giá devoluta in sterco, fango e sperma.

[44] Summum erga hominem Dei beneficium.

[45] Peccatum originale, quod in Adam fuit personale, in aliis naturale.

[46] Anima rationalis hanc in miseriam devolvitur, ut mox altius se ipsam recognoscat.

Indi Natura, per supplicio degno, men se gli mostra madre che noverca; la qual ogni animal provvede contra l'onte del tempo, dandogli sostegno. Nasce pur l'uomo ignudo, il quale cerca[47] schermirsi d'un agnello, volpe o lontra, dal gelo in cui se 'ncontra, ché di scampo megliore non ha copia. Ma di squame coperti, penne e lane per fiumi, selve e tane van pesci, augelli e fiere. In somma inopia sol nasce l'uomo, cui cadé per sorte pianger nascendo e, nato, gir a morte.

[47] «Principium iure tribuetur homini, cuius causa videtur cuncta alia genuisse natura, magna saeva mercede contra tanta sua munera; non sit ut satis aestimare, parens melior homini an tristior noverca fuerit». PLIN.

Non cosí tosto un augelletto spunta de l'uovo fora, quando a tempo nasce: ecco s'addriccia e, con soppresso grido, del becco l'esca piglia in su la punta, e senza documento di chi 'l pasce su l'orlo estremo tirasi del nido, donde giú funde al lido ciò che smaltisce per servarsi netto. Non cosí l'uomo, no, ché d'ora in ora[48] convien di fascie fora cavarlo, in cui legato stassi stretto, e trarlo di sozzura e puzzo lordo, al misero suo stato e cieco e sordo.

[48] «Oh quam contempta res homo nisi supra humum se erexerit!». ARIST.

Or dite, prego, quand'egli mai s'erge[49] co' l'aspetto nel ciel onde si parte, che pria carpone de le braccia gambe non faccia, mentre in foggia d'angue perge? Ché se al contrasto di natura l'arte, l'industria in suo ripar non fusser ambe, mentr'egli sugge e lambe lo sin materno, peggio de le belve ne rimarrebbe, tanto l'odia e sdegna e fassigli matregna colei ch'abbella monti, valli e selve, e d'un sí gentil figlio non tien cura[50] pel torto del primier; dico Natura!

[49] «Prima roboris spes primumque temporis munus quadrupedi similem facit». PLIN.

[50] «Non quidem certe est aliquid miserius homine». HOMER.

Solo la donna artifice e la industre parton de le sue membre l'officina; ma quant'è 'l pianto e quante le percosse anzi ch'ancora il misero s'industre saper su piedi starsi! onde ruina sovente sí, che molte fiate mosse di luogo porta l'osse, restandone d'un mostro piú deforme. Cosa non giá, che ne li armenti caschi: cercate e' verdi paschi, le nubi, i fiumi, quante sian le forme che, nate appena, chi 'l nòto, chi 'l volo, chi prende il corso; e l'uomo casca solo! Deh! perché nasce lo 'nfelice dunque[51] di tanti strali ad esser un versaglio? Ogni tempesta in lui s'aggira e scarca, ogni virgulto se gli attacca, ovunque move di questa selva nel travaglio. S'avvien ch'egli pur goda, ecco la Parca[52] rumpelo al mezzo, e varca la vita, al sol qual nebbia o fumo al vento: stato penoso e miserabil tanto! Ch'altro che affanni e pianto, travagli, sdegni, lagrime, scontento attende uomo che nasce? e se lo move fortuna a qualche onor, morte vi 'l smove. Queste parole in capo voglio sculpite sian d'ogni tiranno, lo qual non esser Dio, ma fumo e nebbia[53] s'intenda, e che non debbia farsi adorar al mondo, perché vanno e vengon tutti eguali di fral seme, ma tal le piume, tal le paglie preme.

[51] «Itaque multi extitere qui non nasci optimum censerent aut qui ocissime aboleri». PLIN.

[52] «Oh fallacem hominum spem fragilemque fortunam et inanes nostras conceptiones, quae mediocri in spatio saepe franguntur et corruunt!». CIC.

[53] «Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum tabernas | regumque turres». HOR.

TRIPERUNO.

Dapoi li giorni e mesi, che 'n tal centro sí lordo il mio destin crescer mi fece, donna m'apparse a quel girone dentro,[54] ch'indi sciolto mi trasse d'orbo in vece, poi molto altiera disse:--Or tienti in mente, mortal, che piú tornar qui non ti lece!-- E ciò parlando, l'empia ed inclemente,[55] nudo fanciul ne la stagion piú acerba lasciommi solo e sparve incontanente.

[54] Natura.

[55] «Natura ceteris animantibus testas, cortices, coria, spinas, villos, setas, pilos, plumam, pennas, squamas, vellera tribuit; hominem tantum nudum in nuda humo natali die abicit ad vagitus statum et ploratum». EX PLIN.

Sparve costei d'aspetto alta e soperba, ed ove allor passava, in ogni canto seccar facea con fior e frondi l'erba, fin che di neve col gelato manto mi ricoperse intorno e monti e selve; di che tremavo con dirotto pianto. Miravami da lato e fiere e belve con ogni augello d'alcun pel guarnito, qual sia che 'n grotte alberghi o qual s'inselve; ma sol io nudo sopra il nudo lito stavami d'Aquilone sotto 'l fiato, né fui per tanto da pietade udito. Il qual piangendo mover quel spietato[56] avrei potuto, ch'ogni fanciullino uccise per mal zelo del suo stato.

[56] Erode.

Chi vide mai d'inverno un cagnolino tremar su l'uscio chiuso di chi 'l tiene usato starsi di madonna in sino; cosí veder potea me con le rene in terra nude, vòlto in quella parte del ciel ove 'l suo moto si conviene, ed ove 'l Serpe tortuoso parte[57] l'orribil Orse, dove nasce il spirto del fier Boote che non mai si parte (qual fiume e lago, ch'aspro duro ed irto non ferma il corso) di Callisto in braccio. Ma non vidi poi sí d'un lauro e mirto, anzi con altri assai di quell'impaccio lor vidi sciolti, e con bella verdura starsen di neve in mezzo e presso al ghiaccio, mercé le calde gonne, che Natura[58] lor diede per servarli eterna vita: a lor sí mite, a noi maligna e dura!

[57] Polus quod centrum est circuli arctici. «Arctos oceani metuentes aequore tingi». VIRG.

[58] «Truncos arboresque cortice interdum gemino a frigoribus et calore natura tutata est». EX PLIN.

Ma una dongella, non so d'onde uscita, presta ne gli atti e d'abito succinta, m'accolse in grembo, di servir spedita: poi lunga fascia intorno m'ebbe cinta, portatomi giá dentro una spelonca ben chiusa intorno e di fuligin tinta. Ver è che, d'uomo come statoa tronca di braccia e gambe, in que' legami resto, e cosí giacqui stretto in picciol conca. Onde col capo sol (ch'un'oncia il resto mover non poscio) vòlto a lei parlava, con quell'istesso di fanciullo gesto qual fece altrui con Dio, quando d'ignava[59] lingua mostrossi e proferir non valse, dovendo predicar a gente prava.

[59] «Ah, Domine Deus, ecce nescio loqui, quia puer ego sum». HIEREMIAS.

--Chi fu la donna--dissi--cui sí calse gittarmi in terra nudo al vento e pioggia, onde 'l mio corpo di gran gelo n'alse?-- Ella sorrise, lagrimando, in foggia di chi nel petto amaro e dolce copre; poi disse:--Eternamente non s'alloggia in questa terra, né si cela e scopre il sol eternamente: sol un franco e fermo stato è molto al ciel dissopre. Di lá cadesti e sei per montarvi anco, se 'n questa umana vita di due strade[60] dritto sentiero pigli e lasci 'l manco.

[60] «Littera Pythagorae discrimine secta bicorni». VIRG.

Però ch'al fin de la piú molle etade ti trovarai sul passo di Eleuteria, che per doi rami è guida a dua contrade. Quinci ratto si viene a la miseria, quindi al pregio acquistato per lung'uso, che s'ha quanto di aver si dá materia. Ovver fia dunque tempo che 'n ciel suso ritornarai vittor di questa giostra o cascarai, di quel che sei, piú giuso. La donna, che sí cruda ti si mostra, fidel ancilla de l'Eterno Padre, non odiar, perch'è la madre nostra, nostra non pur, ma d'ogni pianta madre, Almafisa chiamata, che riceve sua fama in variar cose leggiadre.[61] E s'or il mondo t'ha cangiato in neve, non d'aspettar t'incresca, perché i lidi rinnovellar de' fiori ancor ti deve. Né sia perch'animale alcun invídi uomo per piume o squame o pel che s'abbia, né perché sappian tesser antri o nidi; e tu sol, nudo, isposto a l'empia rabbia di Borea, veda ogni vil canna e legno armato contra 'l freddo ed atra scabbia. Questo forse ti pare d'odio segno; pur sta' sicuro e fa' che ti conforte, ch'odio non è, ma sol un breve sdegno.[62]

[61] Pulchrum naturae varietas est.

[62] «Teneamus ut nihil censeamus esse malum quod sit a natura datum hominibus». CIC.

S'odio tal fusse, ti darebbe morte, né avrebbeti produtto Dio giammai né fatto del suo regno al fin consorte. --O me felice--dissi allor--non mai esser nasciuto e, senza altra vittoria di carne, gioir sempre in gli alti rai! --Ne' rai--quella rispose--de la gloria, de cui ragioni, per gioir non eri, se pria non dato avessi qui memoria. Alma non fu né fôra mai che speri, innanzi d'esta vita i vari affanni, viver del ciel in que' lunghi piaceri. Guarda, figliuol, che forse tu te 'nganni, s'esser for che 'n idea ti pensi eterno, nanti la forma de' corporei panni. Li quali ebber principio dal soperno Padre, con l'alma scesa in questi guai, ove, de la vertú se col governo[63] di questo vento l'onde sosterrai, che non ti caccia quinci e quindi a voglia, oh lode, oh fama, oh pregio che n'avrai!

[63] «Aequaliter se in adversis gerere quid aliud est quam saevientem fortunam in adiutorium sui pudore victam convertere?». VAL. MAX.

Però d'esser nasciuto non ti doglia, né di Almafisa il sdegno oltra ti prema, ché 'n ciel déi riportar felice spoglia, e salirai sopra la cinta estrema, che le soggette del suo moto avvisa e molto di lor proprio moto scema. Anchinia industre sono, sempre fisa[64] supplir ai mancamenti con bell'arte, se mancamento è in quella d'Almafisa. Né son, quand'ella cessi, per mancarte[65] di pronti avvisi e di sagaci modi, scoprendoti mie prove in ogni parte. Fra tanto cosí stretto in questi nodi voglio tenerti, fin che a tempo ritto ti sosterrai su piedi fermi e sodi. Ma viene ecco mia sore, che 'n Egitto[66] uscita, da' caldei l'uman dottrina portò de le scienze a tuo profitto; ed anco è audace sí, ch'assai vicina[67] sovente a Dio poggiando si ritrova e vede lui d'una persona e trina.

[64] Industria.

[65] Industres homines, ubi dormitare videtur natura, exiliunt.

[66] Ars liberalis.

[67] Teologia.

Costei l'altezza di natura prova,[68] distingue, insegna in argomenti fermi,[69] ma sopra lei sol contemplar le giova,[70] ché sa quanto sian debil ed inermi gli sensi umani e la divina altura, non che i ragionamenti ottusi e 'nfermi. Costei la terra, il mar, il ciel misura,[71] nómera le cagion di piogge e venti[72] con l'osservar di stelle ogni mistura.[73] Costei qua giú gli armonici concenti[74] seppe cavar su dal soave moto, per levamento de l'afflitte genti. Costei, de' spirti con vigor, l'ignoto[75] cognito fa, li quali sotto l'etra pendon ne l'aere piú dal ciel rimoto.

[68] Fisica.

[69] Logica.

[70] Metafisica.

[71] Geometria.

[72] Aritmetica.

[73] Astrologia.

[74] Musica.

[75] Magia.

Costei sa le virtú d'ogni erba e pietra,[76] orando persuade il giusto e il torto,[77] e canta e' gesti altrui ne l'aurea cetra.[78] Senza costei non è stabil conforto[79] di questo mare al travagliato corso: da lei tu sempre avrai securo porto. Ed io con lei ti mostrarò quell'Orso[80] con l'Orsatino suo, che sian tuo guida per ogni spiaggia e periglioso dorso. Non sará vento mai che ti divida, stanne sicuro, dal governo loro, che la sua luce altéra nol conquida. Quel di Vinegia sommo concistoro muove sotto costei lo gran stendardo e pose in man de l'Orso il leon d'oro: Orso non men di senso che di guardo,[81] pronto a le imprese, liberal e schietto, veloce al perdonar, a l'onte tardo.--

Parlava la dongiella e gran diletto favoleggiar di quello si prendea, quando l'altra, giungendo a lei rimpetto, con voce e viso altier cosí dicea:

[76] Medicina.

[77] Arte oratoria.

[78] Poesia.

[79] Filosofia morale.

[80] Sotto metafora del navigar sotto tramontana parla di Camillo e suo figliuolo Paolo di casa Orsina.

[81] Arte militare.

TECNILLA.

Su, presto, Anchinia, su, che tardiam noi?[82] Esca d'impaccio omai, né piú si lasce tanto bel spirto avvolto in quelle fasce, ché aver eterni in ciel dé' i giorni soi!

[82] «Praestantissimum animal est homo in terris existens». APULEIUS.

ANCHINIA.

Far una impresa tostamente e bene, che d'alto pregio ed eccellente sia, nostra vertú non è, Tecnilla mia, ma solo al Re celeste ciò conviene. Egli sol è, che tra 'l pensier e l'atto non cape tempo, quanto esser può, breve; che producendo un fior non ha men leve fatica, ch'ebbe a far quanto è mai fatto. Quest'animal è di maniera tale,[83] che, qual sia per venir, non vien sí presto; cosa non giá d'altro animal, ché questo vive dapoi, quell'è caduco e frale. Però gran tempo, ove l'arte s'impaccia, va tanto piú quant'è l'opra piú degna: tu stessa el sai, né alcun altro te 'nsegna, se non la prova e le tue stanche braccia.

[83] Homo omnium animalium excellentissimus difficiles habet ortus incrementaque tarda.

TECNILLA.

Non le dir stanche, ove 'l sudor gradisce,[84] ché un dolce incarco mai non fa stracchezza; onde, quanto lo indugio, la prestezza perfettamente ogni opra sua compisce; ché, ove intervien de nostri alti pensieri volunteroso ed avido consenso, sí pria l'affetto e poi l'effetto immenso[85] cresce, ch'al fin non ha che piú alto speri. Io sola in l'uomo tutti e' miei concetti lieta riposi, e non in altra cosa; e tu, Almafisa, benché neghittosa gli sei, non temo giá che 'l sottometti.

[84] «Generosos animos labor nutrit». SEN.

[85] Ab affectu perficitur effectus.

ANCHINIA.

Taci, non dir cosí, germana sciocca, ch'error di lingua va né mai ritorna;[86] troppo sei baldanzosa; e chi le corna in ciel vòl porre, al fin giú si trabocca. Natura non pur l'uomo, ma, piú d'uomo se cosa altéra nasce, per la chioma la tien al segno; egli la grave soma, volendo o no, sen porta, umile e domo.

[86] «Nescit vox missa reverti». HOR.

TECNILLA.

Sí; quando l'arte mia non vi s'arrisca[87] opporsi a quante passioni ed onte fargli può mai quella soperba fronte, ch'ei sotto soi flagelli s'invilisca.

[87] Naturae humanae incommoda qui recte philosophantur non magni faciunt.

ANCHINIA.

Tu fermamente, se non tutta, in parte sei fatta stolta e garrula, Tecnilla, la qual in foggia d'arrogante ancilla a tua madonna crediti agguagliarte. So ben ch'ogni pensier hai d'imitarla[88] e, vòlta in tal desio, sempre la invídi; onde, perché non mai la giugni, gridi e latri come chi d'altri mal parla. Ma sta' sicura che senz'onda il mare, senza splendor il sole, senza belve e nanti senza augelli fian le selve, ch'un picciol nevo mai lei poscia equare. E ciò saper non m'è durezza alcuna, quando ch'io d'ambe voi son l'aiutrice, ed anco Pirra, donna ferma, altrice[89] di tutte prove, vien meco in quest'una sentenza: che Natura, in un momento formando un picciol vermo, eccede tanto l'arte operante al sforzo estremo, quanto ogni vil cosa l'ampio fermamento. Di che qui darti intendo un sano avviso: se alcuna è in te virtú, la riconoschi sol d'Almafisa, che se i monti e boschi ci nega, l'opre nostre son un riso.

[88] Ars, in quantum potest, naturam imitatur.

[89] «Per varios usus artem experientia fecit». MANIL.

TECNILLA.

Non far, Anchinia, piú di ciò parole; so ben ch'Industria in losingar Natura fu sempre vaga, onde non ha misura[90] lo giudice che tien la parte sola.

[90] «Qui iudicat voluntati suae obtemperare non oportet». AMB.

ANCHINIA.

Se d'adular son vaga nostra madre, tu adulterarla piú; ché 'n l'altrui vista fai natural quel ch'opra è di sofista,[91] né men le mani hai de le voglie ladre.

[91] Ars sophistica apparens sapientia est, et non existens.

TECNILLA.