Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1

Part 13

Chapter 133,732 wordsPublic domain

Dimmi tu, senso altier che a tutta puossa intender cerchi Dio né mai lo aggiugni, perché, s'han elli sangue, nervi ed ossa sol per sapere, non te stesso impugni? perché sottrarsi da qualche percossa lor presti miro, che morte no 'i giugni? Segno evidente ch'in tal corpicello non men la madre oprò ch'in un gambello.

Ch'instrusse mai quella solerte vespa svenar il ragno e trasferirlo al speco, dove co' piedi e rostro pria l'increspa e tienlo poi, qual uovo, in grembo seco, in fin ch'un figlio in quella tana crespa gli nasca d'ale privo, ignudo e cieco, ma di troncate mosche tanto 'l pasce, ch'egli giá vespa salta fuor di fasce?

Qual mastro dito a l'errabondo fuso volve di quel del ragno piú bel stame, ch'or suso va cosí veloce, or giuso, nodando, per far preda, l'alte trame? Poi, ne la stanza pendula rinchiuso, attende al varco, per scemar la fame, qual animal vi caschi ne le stuppe, che con prolisse gambe ravviluppe.

Né la formica men sagace parmi, ch'ognor s'affanna per schivar il stento. Di quanta forza veggio che co' l'armi[316] e schiene va burlando il gran frumento (cosí nel far teatri grevi marmi sòlsi condur per gli uomini al cimento), poi l'incaverna e fiedelo col rostro, che non s'imboschi dentro l'ampio chiostro!

[316] «Pars grandia trudunt | Obnixae frumenta humeris». VIRG.

Ecco sen passa d'una in altra forma quel vermo onde la seta for s'elice. O bell'instinto natural e norma, che sanza le sua fila né testrice né aurefice ben soi trapunti forma! Taccio l'ovra del candido bombice che dal svelto per pioggia fior di querza nasce cangiato in fin la volta terza.

Mille altre spezie de la picciol greggia pospongo agevolmente or in disparte. Segue ch'io solamente l'ampia reggia de l'ape contemplando chiuda in carte; ché 'l magistrato lor forse pareggia, se non in tutto, il nostro almen in parte, sí come quelle c'han statuti e legge, né manca il duca lor che le corregge.

Anzi de la piú parte da' suffraggi lo eletto imperator sostien la verga; satelliti, littori, servi e paggi vannogli sempre appresso ovunque perga. Esso le pene simili a li oltraggi librando va: però non è chi s'erga soperbamente contra lui, ché amando temesi un rege piú che minacciando.[317]

[317] «Qui vult amari, languida regnet manu». SEN.

Non come l'altre l'umido mucrone (armollo assai sua maiestade) cura. Mentre la plebe strenua compone senza Vetruvio tanta architettura, egli sta sopra e lor case dispone, servando (ove convien) modo e misura. Non esce mai di corte se non quando del popol manda una gran parte in bando.

E se a tardarla fusse allor men tosta qualche armonia di ferro o d'altro sòno, l'impulsa torma irebbe assai discosta. Cosí dal rege suo guidate sono: però Natura vòl che senza sosta lor di concento arresti qualche tono, e 'nsieme le raguni a nova tomba, in guisa de' soldati al sòn di tromba.

Ma s'io non voglio che 'l mio popol n'esca di sue contrade per migrar altrove, un'ala tronco al capo de la tresca, la qual non senza lui mai fuga move. S'ei langue infermo, dangli bere ed esca;[318] chi 'l porta, chi 'l sostien, chi 'n grembo il fove; s'anche smarrito errando va per caso, vien cònto, qual patron da' cani, a naso.

[318] «Inexpugnabile munimentum est amor civium: quid pulchrius quam vivere optantibus cunctis?». SEN.

E se di qua di lá trovar nol sanno, allora per consiglio si delibra condurse ad altro duca, e for sen vanno a la cittade altrui, né alcun si vibra de' cittadini contra e fa lor danno, anzi nel tetto si compensa e libra di quanta plebe sia capace; dopo né piú né men li accettan che li è uopo.

Tal volta ch'egli morto caschi occorre: pensi chi ama il suo rege qual supplizio! Di tutte bande al corpo si concorre, gittate a terra l'util esercizio; con lagrime non san elle giá sporre lor gran cordoglio al funeral uffizio; dirò ben veramente aver udito strepito d'ale con vocal ruggito.

Se d'ordinato e regolar costume giammai l'uso mortal restasse privo, puoterlo aver da l'api si presume, né l'uomo forse l'averebbe a schivo; ché, stando elle di notte ne' lor piume si il stato per servar sí il rege vivo,[319] la vigil guarda sempre a l'uscio ascolta, cascando a queste e quelle la sua volta.

[319] «Nunquam oportet domum esse sine custode». ARIST.

Ma de l'augel cristato non sí presto s'annunzia giá spuntarse nova luce, ecco di tromba un sòno manifesto fa dar per le contrate il pronto duce. S'ode di par il sòno: è il volgo desto, al solito lavor che si riduce, o lieto ch'in cospetto al rege primo va fuora e riede carco sol di timo.

La verde giovenezza è che sen fugge a la ricolta in bande assai longinque. Chi qua la rosa, chi lá il giglio sugge; chi assale questo fior e chi 'l relinque. Fassi gran preda, ed Ibla si distrugge co' l'altre terre che vi son propinque; la turba d'ogn'intorno succia e lambe, né cessan riportar l'enfiate gambe.

Ma de le piú attempate un storno arguto col suo signor in ròcca stassi a l'ombra, cui per ufficio vien locar in tuto la roba che, portata, il tetto ingombra: depor i fasci a parte dan aiuto, parte, giá leve, a la campagna sgombra. Tanto al divin servigio, a l'uman gusto[320] di piacer brama un vermo si robusto!

[320] «Iustus ac honestus labor honoribus, praemiis, splendore decoratur». CIC.

Talora un vento subito (quantunque del tempo sian presaghe) di tranquillo cosí molesto vien, che scossa ovunque si pascon elle in fin l'umil serpillo. Ecco la madre le ha provviste dunque; ché, toltosi ne' piedi alcun lapillo, van elle poco del gran vento in forza, librando qual nocchier il volo ad orza.

Ed anco se la notte per la loro molta ingordigia d'acquistar le assale, raccolte insieme quasi in concistoro le gambe al ciel e 'n terra posan l'ale; ché de le stelle il rugiadoso coro le avvinge sí che poco il volo vale, se non s'industran starsene sopine tutta la notte ad aspettar il fine.

Taccio le ultrici guerre, ch'a le volte tra l'un vicino rege e l'altro fansi. Tu vedi tante squadre intorno accolte,[321] che poscia a tôr la vita irate vansi, e se ritornan parte in fuga vòlte, ritrandosi lor duci fiacchi ed ansi, parte seguendo vittoriosa gode, né altro che plausi e voci liete s'ode.

[321] «Iamque faces et saxa volant, furor arma ministrat. | Tum pietate gravem ac meritis si forte virum quem | Conspexere silent arrectisque auribus adstant». VIRG.

Indi iattura tal (se non dissolve l'agricola prudente lor litigi co' l'importuno fumo e secco polve) vi nasce, che la morte ai campi stigi la parte vinta e la vittrice involve. O grandi spesso al stato uman prodigi! ché de lor code mandon l'alte spine, cui per grand'ira seguon l'intestine!

La vile mandra de' pannosi fuchi trovan sovente starsen al presepe, ove cosa non è che non manuchi; ma poi nel faticarse, pegra, tepe. Tu vedi lor scacciati esser da' buchi, e morti far in cerco folta sepe; e il simil fan de l'apa tarda e pigra, che uccisa vien s'occulta non sen migra.

Tra gli diversi lor nemici e morbi come vespe, crabroni e rondinelle, ragni, lacerte, acqua de stagni torbi, puzzo de cancri, culici, mustelle, par che la rana piú le affanni e storbi; perch'ella contra i brandi lor ha pelle non men sicura e di maggior fiduccia, del ferro al colpo, d'una fral cannuccia.

Ecco mirabil vermo, che disopre li altri animali (non pur dico insetti, ma quanti piuma, squame e lana copre) esser fatto mirai per santi effetti, tra' quai conobbi le lodevol opre di cera, dentro ai cristiani tetti, ove non ben di notte Dio si cole, se máncavi di cere acceso il sole.

D'altri animali, dicovi seguendo, tenni le cause d'infallibil prova; ma quante rimembrar in me contendo e porle inanzi a voi, nulla mi giova. Cosí volse il mio fallo che, s'io spendo, per risaper ciò ch'in natura cova, il tempo invan, ne pianga giustamente e faccia come quel che tardo pente!

Di poggio in piano, di campagna in selva, giravami qual spirto che di gioia pascendosi lá su per l'ampio ciel va, né mai cosa v'incontra che lo annoia. Qual orso, qual leon, qual altra belva restò venirmi (non che desse noia) scherzar intorno, e dentro le lor sanne prendermi leggermente ambo le spanne?

Palpava il dorso al tigro, come solsi far d'un cagnolo o d'altro picciol pollo. Comai le sete a li apri e mi ravvolsi le vipere a le braccia, al capo, al collo, li augelli al pugno e' pesci al lido accolsi, né de mirarli venni unqua satollo. Poscia mi volsi a la man dritta, come sopra mi disse quel dal dolce nome.[322]

[322] «Nomen Iesu lucet praedicatum, pascit re cogitatum, lenit invocatum, roborat virtutes, vegetat bonos mores, castas fovet affectiones». BERN.

PARADISO TERRESTRE

TRIPERUNO

Dopoi che sopra e sotto 'l ciel usciro l'opre del summo artefice sí belle, né molto spazio andò che l'empio e diro popol de li demón fu da le stelle bandito al centro basso, ove periro con l'ombre eternamente al ciel rubelle, su l'uomo Dio fondò stabil disegno, ch'empir di novo avesse il vodo regno.

Né piú son pesci in acque né piú foglie in selve, come in ciel private stanze. Però Michel, poi ch'ebbe l'atre spoglie di Pluto trionfando su le lanze sospese ai tetti ove l'onor s'accoglie, discinto il brando e tolte le bilanze, venne qui giú per farvi non piú guerra, ma sol un paradiso a l'uom in terra.

Qui, di soperba fatta invidiosa[323] la greggia de' cornuti negri, quando questo antivede, cruda e neghittosa, ripiglia contra noi l'occulto brando (i' dico «brando occulto» a piú dannosa nostra ruina), e sempre va celando quinci quel vischio, quindi quella pania,[324] tanto che la piú parte avvinge e lania.

[323] «Non enim invidia parit superbiam, sed superbia parit invidiam, quia non invidet nisi amor excellentiae». AUG.

[324] Multi sunt vocati, pauci vero electi.

Piantato dunque in terra un paradiso da l'angiol fu di Dio detto «Fortezza»; luoco non privo mai d'onesto riso, de sòni, canti, giochi a gran dolcezza. Quivi trovai pur anco l'aureo viso di quel Iesú che l'amorosa frezza nel cor m'immerse prima, e seco poscia portollo, me lasciando in dolce angoscia.

Su ne le piú levate cime, donde Febo riporta il mattutino giorno, un monte, c'ha l'inaccessibil sponde e cento millia passi volge intorno, vidi che al ciel lunar il capo asconde e par che tocchi i piedi a Capricorno. Lá fui chiamato d'una nebbia scura: --Vieni oggimai, o santa creatura!--

Suso mi porto, ed ecco alte muraglie vidi luntano con quadrata cinta serrar de poggi e campi e di boscaglie una provincia in piú parti distinta. Ma quello muro quasi mi abbarbaglia la vista, dal suo lume resospinta, mercé ch'era cristallo ed oro, intorno di perle e tutte l'altre gemme adorno.

Or su per quel parete schietto e fino vidi ch'avean Michel e Raffaele (non l'urbinate, dico, o 'l fiorentino, ch'or lascian dopo sé gran lode in tele) depinto per mio specchio il fier destino di Lucibello, a se stesso crudele, che, bello troppo a se medemo, d'alto prese co' gli altri un smisurato salto.

LA PORTA

«Uomo, che vedi a quanto onor ti degna[325] l'altissimo Fattore, or entra ad obbedirlo, acciò che 'l cuore da te giá dato in grazia ti 'l mantegna! Ma ne la gioia tua, ch'avrai sí lieta, fa' che raffreni accortamente; cui non repugnando, provarai col male quant'era il ben, anzi che l'un di dui pomi gustassi. Ché se Dio ti 'l vieta, toccar non déi, per non venir mortale. Dal serpe il piede e dal legno fatale se non vieti la mano, ecco d'un legno more il ceppo umano,[326] e un legno per sua croce Dio non sdegna!».

[325] Natura divina et humana.

[326] Ut qui in ligno vincebat, in ligno quoque vinceretur.

TRIPERUNO

Queste parole, trapuntate in oro, sopra la porta, in un bel smalto, lessi; ma i fregi e gli archi ed ornamenti loro sono di fine gemme carchi e spessi. Entrovi lieto per sí bel tesoro, e in cerchio con le mani esser rannessi, d'angioli pargoletti e nudi un stolo vidi scherzando volteggiarsi a volo.

E su per merli e for de gli balconi, quei di diamante e questi di cristallo, mill'altri con diversi canti e suoni muoveno d'altri tanti un lieto ballo: arpe, laúti, citere, lironi, senza mai farvi punto d'intervallo, addolciscon le orecchie d'uditori al nome c'hanno impresso dentro i cuori:

al dolce nome sovra ogni altro grato, nome amoroso, nome aureo e soave, nome del mio Iesú forte, sacrato, nome di grazie ponderoso e grave! Non è macchia sí lorda di peccato, che 'l dolce nome di Iesú non lave; nome che chi noma in spirto, sente mordersi 'l cuore d'un pietoso dente!

Quivi se non in danze e giochi stassi, danze pudiche, giochi allegri, onesti: chi su le penne, chi su lievi passi, que' leggiadretti spiriti modesti scorron il bel giardino, or alti or bassi, quelli de' boschi per le cime, questi per le fiorite piagge e verdi prati, succinti o in bianche stole o nudi alati.

Altri con reti d'oro i pesci snelli tranne di questo rio, di quello fonte; altri tendon guazzarsi ne' ruscelli chi piè, chi man, chi l'ale, chi la fronte; altri celan archetti ai vaghi augelli per macchie e ripe, o sotto o sopra un monte; altri scaccian de' boschi e folti vepri damme, conigli, cervi, capre e lepri.

Vidine molti ancora, con bei freni di seta e d'oro, stringer lioncorni: chi li rallenta il morso, chi 'l sostiene con lievi sbalzi e volgimenti adorni. Franguelli, piche, merli e filomene con pappagalli, rondinelle e storni volan di ramo in ramo, a schiera a schiera, cantando la sua eterna primavera.

Eterna primavera qui verdeggia, ché 'n le catene il Tempo giace altrove; aprile quivi e marzo signoreggia, né mai da l'ombre zefiro si move, per cui soavemente sempre ondeggia l'altezza de colline e poggi, dove pini, cipressi, querze, faggi, abeti adombrano vallette e campi lieti.

Quivi onoratamente fui raccolto da duo barbati e candidi vecchioni. L'uno fu Enocco, e l'altro che, distolto di terra, ascese in ciel fra spirti boni,[327] quando Eliseo videlo nel molto foco volar a l'alte regioni. Questi con lieto volto m'abbracciaro, mostrando il mio advenir quant'ebber caro.

[327] Helias.

Vado fra loro poscia, lento lento, favoleggiando verso il gran palaccio. Ecco quegli angioletti, a trenta, a cento lascian chi l'arpa, chi 'l danzar, chi 'l laccio, e vengono assalirmi in un momento con un soave intrico e dolce impaccio, perché mi carcan gli omeri, la testa di sua leggiera salma e fanno festa.

Entrato ne l'adorna ed ampia stanza non men di quelle del signor mio bella, bella e gioiosa for d'umana usanza (qual oggi a Marmiròl si rinnovella, e qual li ombrosi campi sovravanza in Pietole sul chiaro Minzio, e quella ch'entro l'antiqua terra di Gonzaga mostrasi al viatore tanto vaga),

trovamo un spacio quadro d'una liscia piazza de marmi lustri ed altre pietre. Ove nel mezzo la fatale biscia, come sotto acqua fanno le lampetre, sdrucciola quinci e quindi, ma non fiscia; ché 'l capo ha di dongiella e par ch'impetre, col vago suo sembiante, che chi passa subitamente al suo voler s'abbassa.

S'abbassi tostamente a la sua voglia di por le mani a quel vietato ramo e dispiccarne il frutto, onde la doglia succede poscia al nostro interno, Adamo; lo qual non mai si vede senza spoglia, se non dapoi che l'esca di quell'amo l'attosca sí, che morto ne rimane, fin che 'l rilevi poi lo empireo pane:

quel pane dolce bianco ed immortale che pasce in ciel l'angelica famiglia. Non è morbo né peste sí mortale, che questo pan, salúbre a chi se 'l piglia con salda fede, nol risani, quale fu de' leprosi giá la maraviglia. Ma guardesi chiunque indegnamente a un sí soperbo cibo admove il dente!

Soperbo cibo, che d'umilitade profundissima sorse in mia salute; soperbo cibo, ove l'alta bontade cercò d'erger a' morti la virtute; soperbo cibo, il qual con veritade convien che 'n corpo e sangue si trasmute, in corpo e sangue de l'umano Dio, che disse:--Or manucate il corpo mio!--

Ma come egli togliesse il grave assonto in sé d'ogni mia colpa su la croce, avrovvi a dir col tempo, s'io m'affronto a un stil piú grave, e non piú che veloce. Ché se d'altri concetti al giogo monto col senso, non sussegue poi la voce se non debile e inferma; come chiaro si vede ch'io non so, ma tardo imparo.

Vedrò, se 'l debil filo non si taglia nel mezzo del cammin di nostra vita, quel raggio, ch'ora il senso m'abbarbaglia, con vista piú vivace e piú spedita. De' bianchi e negri spirti la scrimaglia ben tengo de le muse al monte ordita; ma ch'abbia, se non tutto, almen in parte di Lodovico attendo il stile e l'arte.

Non piú Merlino, Fúlica e Limerno oltra sarovvi, ma sol Triperuno. Tratto son oggi mai di quell'inferno ove chi faccia ben non vi è sol uno.[328] Per te, Iesú, per te vedo e discerno esser del cibo tuo sempre degiuno; ed «ingannato al fine si ritrova chi lascia la via vecchia per la nova».

[328] «Non est qui faciat bonum, non est usque ad unum». DAVID.

FINISCE LO CAOS DEL TRIPERUNO.

DE AVREA VRNA QUA INCLUDITUR EUCHARISTIA

Urnula, quam gemmis auroque nitere videmus, quaeritur angusto quid ferat illa sinu.

Haud ea, pestifero Pandorae infecta veterno, intulit omnivagas orbe adaperta febres!

At pretium, quo non aliud pretiosius, ipsa haec quod rerum amplexus non capit, urna capit.

MIRA DUORUM AMICITIA

F ortius an posset domus A rdua calce tener I, R oboraque an piceum fir M a ratis oblita glute N, A rctius, amborum, ut vide O, se vestra catheni S N ectere amicitiae tum R arae pectora? et alt O C olle fidem vestram stabile E rexisse tribuna L? I nstat enim quercum dum T aurus vellere corn V, S axaque spumosis in F luctibus ardua dum su B C autibus unda quatit, magis I ma e sede mover I O mnia tunc possent, quam D ivum haec unio, qua ni L R ectius humanis viget, E t ferit aethera laud E, UM braque post cineres con S tat per saecula grandi S.

DE GEORGIO ANSELMO

G randi vectus equo ruit E cce Georgius, hast A E recta in colubri le T hum, cui guttur et ingue N O ra per abrumpit tum in D ignos virginis artu S R egalis bibitura. Quod E t tibi nomen honosqu E G loriaque obtingit, iacu L is cum, Phoebe, nigrum feL I ngentes per agros furis I n pytona vomente M V atem ergo ad tantum facit U num id nomen, ut act V S it pro eodem Phoebus ver S u tituloque Georgiu S

TUMULUS MARCI

F elicem ingenio, lin G ua, patria, patre, Marcu M I mmatura secat mors E cce, tuumque sub arc A L umen obiisse gemis, stirps O Cornelia, nec cu R I ngratae possis te R omae credere postha C V ideris: ipse quidem dum G rato ad maxima vult V S ceptra galeratus volat, I tur . . . . . . . . [329]S.

[329] Lacuna in tutte le edizioni [Ed.].

A L'INTEGERRIMO SIGNOR ALBERTO DA CARPO

Signore mio, l'altissima cui fama sin oltra 'l ciel ottavo s'alza e gira, amor mi sprona e la ragion mi tira dir quanto in terra ognun v'onora ed ama. E mentre son per adempir mia brama, giungendo rime al sòn di bassa lira, mi resto e dico:--Ahi! mente mia delira, che gir ti credi ove 'l desio ti chiama! Chi salirà tant'alto? né la lingua di Tullio e di Virgilio l'aurea tromba potria montar di sua vertude al giogo!-- E pur, come che 'l stile mio soccomba a quell'altezza tanta, non si estingua di lui cantar un desioso fuogo.

AD UN ALTRO ALBERTO DA CARPO DI TAL NOME INDEGNO

LIMERNO

Caro germano, potriati facilmente pervegnire a le orecchie che, favoleggiando noi, Fúlica e Triperuno insieme, ed io con loro, de la miracolosa dottrina de uno asino, mi occorse adducerti in testimonio o sia esempio di coloro li quali, non sapendo parlare, si intromettono temerariamente fra gli saputi e savi uomini a ragionare de li altrui fatti e costumi, volendosi elli con lo biasmar altri mostrarsi di qualche onore e reputazione degni. E perché tu da me ti chiamarai forse oltraggiato essere e vituperato, ti rispondo, nanti tratto, che con l'altre tue bone condizioni matto ancora ti mostrarai, quando in te non voglia patire quello che in altro giammai non cessi adoperare, io dico ne l'altrui fama e onore. Dimmi, uomo dappocaggine che tu ti sei, con che ragione, con che giustizia, con qual caritade tu con quell'altro che fiorentino si fa, Sebastiano «puzzabocca», e con altri toi simili furfanti, a li quali ben sta quella sentenzia del mio barbato Girolamo: _«Possident opes sub paupere Christo, quas sub locuplete diabolo non habuerint»_; per qual, dico, necessaria cagione non mai vi straccate di cercare far danno ne la fama ed onore del giovene innocente Triperuno? in che cosa egli vi offende, diavoli che voi siete? Ah maladetta rabbia di questa invidia! come se indraca piú, come se invipera nel sangue innocente, perché sa, perché vede lui aver posseduto di libertade lo paradiso terrestre, de lo evangelio la luce anti smarrita, d'un Orso mansuetissimo la grazia! Roditi dunque da te istessa, o conscienzia diabolica, la quale, per tua soperbia, lo perduto seggio a l'uomo esser donato vedi! Lasciatelo stare in vostra malora, arrabbiati cani, ché egli non pur non vi offende, ma si sdegna pensar cosí bassamente de voi, malvagi e invidiosi spiriti, non tutti dico, non tutti appello, anzi lodo e reverisco li uomini quantunque rari conscienzienti. Ma tu, Alberto, al quale un tal nome di quello non pur accostumato e saputo signore ma profondissimo filosofo cosí conviene come ad uno asino la sella d'un bel destriero, per mio consiglio studiati avanti di meglio raffrenar la lingua, che non facevi lo tuo cavallo grosso, al tempo de le barde, essendo soldato vecchio; che nol facendo, mostrarotti una penna di oca piú eloquente essere che la lingua d'uno baboino. Guardati!

FINE DEL VOLUME PRIMO.

INDICE

II

CAOS DEL TRIPERUNO