Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1
Part 12
Non pur voi, ma me stesso, e 'n questo centro come 'ntrassi non so. Ben or vi dico: s'uscirne poscio, mai, non mai piú v'entro! Non trovo in lui né porta né postico per cercar chi' mi faccia, e brancolando in guisa d'orbo, piú miei passi intrico. Oggimai tempo è trarsi d'ombra, quando la luce de vostr'occhi essermi scorta non sdegni a l'uscio per voi fatto entrando.
CRISTO
Questa prigion da tutte parti porta non ha, for ch'a l'entrare; ma ritorno far indi e sovra girsen, via piú importa.[286]
[286] «Sed revocare gradum superasque evadere ad horas | Hoc opus hic labor est». VIRG.
Questo è quel lungo nel mal far soggiorno: non speri uman valor, chi uscirci vòle; ed io lo guida son ch'altrui distorno. Di che se ben sentissi, o ingrata prole, quanto ti diedi e darti anco apparecchio di questa cieca ed inornata mole, non fôra mai che per alcuno specchio di veritá lasciassi 'l vero lume, avendo al falso pronto sí l'orecchio. Son io la veritá, son io l'acume del raggio che, volendo, sempre avrai: persona i' son de l'inscrutabil nume. Io son l'amor divin, che ti criai uomo simile mio, del ciel consorte, se 'l cor porgi che pria t'addimandai.[287]
[287] «Graminibus pecudes pascuntur, rore cicadae | Quadrupedum tigres sanguine, corde Deus».
A te il mio regno, a me il tuo cor per sorte convien. Stolto sarai se darmi 'l nieghi, ché nol facendo ti verrá la morte! Morte, fera crudele, ai lunghi prieghi che le sian fatti acciò non ti divore, immobil sta, non che punto si pieghi. Ma se remetti ne le man mie il core e per altrove porlo indi nol svelli, non fia perché abbi tu di lei timore. Soi tumuli, sepolcri, roghi, avelli e quant'urne s'affretta empire d'ossa non temer, né di forza ch'aggian elli. Lei, di catene vinta in scura fossa rinchiusa, freno; ché, sciôrse volendo, talora si dimena con tal possa, ch'ella, te il cor ritolto avermi udendo, subito rotte lasciaralle a dietro. E, quant'or ti son bello e ti risplendo, questa piú lorda e d'aspro viso e tetro ti assalirá co' l'insaziabil ferro di nervo tal, ch'ogni altro li è qual vetro; e 'n peggior stato, di cui ora ti sferro, respinto ancideratti, e parangone[288] farai del gran destin che altrove serro a te, sol d'intelletto e di ragione bell'alma. Poi ch'ucciso morte t'aggia, in Dio de l'opre tue sta 'l guidardone! Pur speme né timor da te ti caggia, ma l'una e l'altro insieme fa' che libri; ché chi spera temendo alfin assaggia di me quale dolcezza lá si vibri, ove sfrenato amor ragion non stempre, ma sian le due vertú del senso i cribri.
[288] «Prudentia carnis mors est, prudentia autem spiritus vita et pax est». PAUL.
TRIPERUNO
Se per cosa, Signor, di basse tempre da voi sí largo pregio me n'acquisto, ecco, vi dono il cuor! abbiatel sempre! Ma (dirlo vaglia!) non piú bello acquisto far si potria di quel ch'or faccio: averve, o d'ogni ben bellezza, in fronte visto, in quella fronte, onde tal foco ferve[289] in l'alma mia, che ardendo s'addolcisce, mentre che 'l suo del vostr'occhio si serve. Non ho che io temi morte se perisce ogni sua forza, pur che sempre v'ami; e il sempre amarvi troppo m'aggradisce.
[289] «Iesus mel in ore, melos in aure, iubilus in corde». BERN.
CRISTO
Non mancheranno tesi lacci ed ami d'un adversario tuo, che 'nvidioso al don, ch'or ti darò, sotto velami di veritá cerchi farti ritroso a l'amistade nostra; ma piú bassi che puoi gli occhi terrai col piede ombroso. Muovi tu dunque accortamente i passi per questo calle che a man destra miri, onde al terrestro paradiso vassi.[290] Cosa non avvi per cui unqua sospiri, anzi gioisci di quel dolce ch'io t'apporto, acciò che m'ami e toi desiri commetta a me che t'ho svelto d'oblio.
[290] «Haec est in omnibus sola perfectio: suae imperfectionis cognitio». HIER.
TRIPERUNO
Com'esser può ch'un arbore, ch'un fiume l'un stia verde giammai senza radice, l'altro piú scorra se acqua non s'elice di fonte, o neve a l'austro si consume? Com'esser può che 'ncendasi le piume, mancando il sole, l'unica fenice, o ch'ardi al spento foco cera o pice di natural e non divin costume? Com'esser può, dal cor un'alma sgiunta, che 'n corpo viva, come allor viss'io che 'l cor al car mio dolce Iesú diedi?[291] Ma 'n ciò tu sol, amor, natura eccedi, ch'un corpo viver fai, benché 'l desio sen porti altrove il cor su l'aurea punta.
[291] «Felix conscientia illa in cuius corde, praeter amorem Christi, nullus alius versatur amor». HIER.
TALIA
Piú di voi fortunati sotto 'l sole fra quantunque animal non muove spirto, ch'al fin d'esta mortal incerta nebbia migrar ci è dato sovra l'alte stelle! Bontá di lui, che, a man destra del Padre regnando, fassi degna nostra guida. Nostra per cieco labirinto guida, ove smarri de lo 'ntelletto il sole; nostro fermo dottor, che sé col Padre esser c'insegna un Dio co' l'almo Spirto, un Dio, che stabil muove il mar, le stelle, augelli, belve, frondi, vento e nebbia. Ma da l'Egeo mar un'atra nebbia,[292] che a tanti perder fa la dolce guida, levata in alto fin sotto le stelle, ai saggi erranti cela il vero sole: ché piú credon salir di Plato il spirto, che Paolo e Móse, che d'Isacco 'l padre;
[292] Omnis doctrina et virtus philosophorum sine capite est, quia Deum nesciunt, qui est virtutis ac doctrinae caput.
né Archesilao né de stoici il padre sin qui gli han tolto via del cuor la nebbia, che penetrar non lascia ove sia 'l spirto motor di ciò che muove, mastro e guida. Però van ciechi e bassi, e solo al sole molti dricciâr altari ed a le stelle. O voi dunque, mortali, de le stelle, de l'anime e di noi cercate il sole, e non del dubbio Socrate la nebbia. Meglio è morendo aver Iesú per guida che ad Esculapio offrir d'un gallo il spirto![293]
[293] Socrates moriturus gallum immolari Esculapio iussit.
I' veggio trasformato il negro spirto in angelo di luce, per le stelle volando, a noi mostrarsi esser lor guida, se leggo Averois, d'errori padre. Ma l'aquila Gioanni in bianca nebbia sublime affise gli occhi al Sol del sole; al Sol del sole, onde 'l figliuol, dal padre mandato in questa nebbia su a le stelle, si è fatto nostra guida, amor e spirto.
DISSOLUZIONE DEL CAOS
TRIPERUNO
Finito che fu dunque l'alto verbo, benché infinito sempre lo servai, disparve 'l mio Signor in un soperbo triunfo tolto a mille e mille rai; ma nel fuggir un sòno cosí acerbo tonò dal negro ciel, ch'io ne cascai come frassino o pino, il qual per rabbia di vento stride e stendesi a la sabbia.
Vidi la cieca massa, in quell'istante che 'l capo m'intronò l'orribil scopio, smembrarsi in quattro parti a me davante, ed elle sgiunte aver giá loco propio, due parti in capo e due sotto le piante: sommmistrarmi sento effetto dopio, qual puro e caldo, qual sottil e leve, qual molle e freddo, qual densato e greve.[294]
[294] «Iudicet qui potest an maius sit iustos creare quam impios iustificare.» AUG.
Vidi anco le 'ncurvate spere intorno de la terrestre balla farsi cerchio, che rotan sempre e mai non fan ritorno: sol'una è fatta a noi stabil coperchio. Ma 'l ciel d'innumerabil lumi adorno (un solo non mi parve di soverchio) m'offerse al fin girando un sí bell'occhio, che lui per adorar fissi 'l ginocchio.
Egli, sé alzando, tal mi apparse, ch'io lasciai pur anco 'l fren in abbandono, drieto a l'error del credulo desio, che 'n tal sentier non sferzo mai né sprono.[295] Ma strana voce, onde quell'occhio uscío, mentre ch'assorto in lui sto fiso e prono, scridommi come Paolo ai listri fece, che di Mercurio l'adorâr in vece.
[295] «Facilis descensus Averni». VIRG.
SOLE
Alma felice, c'hai sola quel vanto[296] aver di l'alta mente simiglianza, onde guardar mi puoi frontoso, altero, qual or ti fai, ché 'n me, codarda tanto, piú estimi questo raggio che l'orranza del dato a te sovra ogni stella impero? Non Dio, ma un messaggero di lui ti vegno da quell'una luce, ove ben sette volte intorno avrai di me piú bianchi rai; da Quel senza cui nulla fiamma luce, ma come in vetro egli per noi traluce.
[296] «Anima facta est similis Deo, quia immortalem et indissolubilem fecit eam Deus. Imago erga ad formam pertinet, similitudo ad naturam». AUG.
Or dunque piú alto e non sí basso adora, ché l'esser mio fu solo in tuo servigio. Mira come ascendendo passo passo, senza mai far in lunga via dimora, di miei cavalli tempro sí 'l vestigio, che l'ampia rota, ove tornando passo, non unqua vario e lasso, finir a la prescritta meta deggio. Vedi come l'estreme parti abbraccio, e quanto puosso faccio sol per accomodarti l'uman seggio, ove di quanto sai voler provveggio. Mira quell'ampia zona come obliqua[297] mi volge a drieto, onde ne vado e riedo[298] insieme, ostando al mio tornar sí ratto. Né di' che tal ripulsa mi sia iniqua; ché risospinto, mentre vi procedo, l'un emisfero aggiorno, l'altro annotto, scorrendo quattro ed otto segni per tanti mesi, e passeggiando causo molta bellezza di natura, c'ha, variando, cura farti piú vago e lieto il mondo, quando d'ambi solstici a l'equinozio scando.
[297] Zodiacus.
[298] Duplex et diversus motus.
Quinci l'arista, e 'l ghiaccio quindi apporto, lá il fior e 'l frutto a piú tua dolce gioia. Ma non usar del ben concesso in male,[299] ché sentiressi quanto è ratto e corto il mio gir lento, e ti darei gran noia solcando il cerchio estivo e glaciale. Poi 'l tempo c'ha cent'ale a gli omeri, a le mani, al capo, ai piedi, ch'ora sotterra giace in le catene, verria stôrti dal bene ch'oggi sí lieto godi e te 'l possedi; e ne faria soi giorni e mesi eredi.
[299] «Quanto maiora beneficia sunt hominibus constituta, tanto graviora peccantibus iudicia». CHRYS.
Ben tempo fu, che chi sia 'l tempo e morte quello provasti, e questa dir sentisti; e l'uomo Dio, che d'uomo a tempo nacque (ma sempre di Dio nasce, ed or le porte del ciel entrar hai visto), giá servisti, quando per l'uomo farsi uomo li piacque; ché nel presepio giacque nudo, fra l'asinello e bue nasciuto. Ma, d'ignoranzia in grembo, l'hai scordato: però da Dio novato col mondo sei, che dianzi eri perduto, e novo Adamo fatto sei di luto. Luto non sei piú, no, ma novo Adamo per cui ruppe oggi Dio la massa, e d'ella novellamente noi per tuo ben scelse; noi, dico, stelle, ch'anzi ti eravamo co' l'altre cose nulla o quel si appella «Caos», donde 'l bel seclo Dio ti svelse. Ma sovra le piú excelse[300] corna de' monti, onde ti porto il giorno, piantato t'è un terrestre paradiso, che di solaccio e riso onestamente sendo sempre adorno, Iesú spesso vi fa teco soggiorno.
[300] «Laetitia bonae conscientiae paradisus est, pollens affluentia gratiarum affluensque deliciis». AUG.
Adora lui, se forse quanto sia, (dandogli 'l cor sí come hai fatto), gusti. Quel non son io, perché da te adorato ne vegna, come al mondo errore fia di Manicheo e soi sequaci ingiusti. Cristo non son, perch'egli sempre a lato del Padre sia chiamato «sol di giustizia»; dond'ei dir si puote Cristo esser sole, e 'l sol non esser Cristo. Sol son io 'l sole, visto d'occhio mortal; ma l'altro sol percuote di cieco error chi vòl mirar sue rote.[301]
[301] Inscrutabile Dei numen.
Ora piú non m'attempo, ché senza me vedi ogni errante stella (per trarne frutto, chi testé, chi a tempo), volersi unir indarno a mia sorella, che adultera s'appella[302] d'ogni pianeta, e pur senza noi dua con puoco effetto va la vertú sua.
[302] Luna omnium planetarum concubina.
TRIPERUNO
A l'increpar umíle del mio Apollo, come uom che cade e sú vergogna l'erge, mi rilevai, mirando quanto armollo di sua potenzia Dio, che, ovunque asperge li aurati raggi, il mondo fa satollo[303] di caldo lume, e ratto che s'immerge a l'altro uscito giá d'un emispero, imbianca quello, e questo lascia nero.
[303] Dies et nox.
Ma non sí tosto il giorno fu dal lume solar causato e nanti mi rifulse, che lá una fonte, qua bagnar un fiume vidi le ripe sue da l'onde impulse: parte stagnarsi e mitigar lor schiume, parte volgersi al mar e l'acque insulse far salse, ove l'orribil Oceáno distende l'ampie braccia di luntano.
In mille parti ruppesi la terra, donde montagne alpestri al ciel ne usciro. Quinci una valle, quindi un lago serra de' colli e piagge qualche aprico giro. L'alto profundo mar giá non pur erra la sua consorte che rotonda miro, anzi, fatta la via per calle stretto, in grembo a lei si fece agiato letto.
Giá d'erbe, fiori, piante e de' virgulti la terra d'ogn'intorno si verdeggia; quai poggi erbosi, e quai lor gioghi occulti han di frondose cime, e qual pareggia monte le nebbie. Ma de' boschi adulti ecco giá sbuca l'infinita greggia de gli animali: chi presto, chi pegro, chi fier, chi mansueto, o bianco o negro.
Anco d'augelli un'alta copia vidi sciolti vagar per l'aere, ed altri tanti su per le frondi e macchie tesser nidi o rassettar col becco li aurei manti (non è poggetto e riva, che non gridi lor vari e ben proporzionati canti), altri lasciare il volo e al nuoto darsi e, in acque scesi, d'augei pesci farsi.
Stavami affiso, e nel mirar un dolce pensier alto diletto m'apportava: gran cosa il mondo, e piú chi 'l guida e molce troppo mi parve allor, e ch'ei non grava né l'un né l'altro polo che lo folce, e ch'un sí magno artefice l'inchiava! Né fu mirabil men, che de niente pender lo vidi ad alto incontanente.[304]
[304] Subita rerum creatio.
«Nemo quaerat ex quibus ista materiis tam magna tamque mirifica opera Deus fecerit. Omnia enim fecit ex nihilo». LACTANT.
Tra nulla e tutto 'l mondo alcun indugio, quantunque pargoletto, in Dio non cape. Or stracco di stupir non piú m'indugio: ma, vòlto il passo ad un pratel che d'ape tutto risona, dando a lor rifugio sí l'aura dolce come i fior le dape, mi si presenta ratto in bella gonna, ch'esce d'un bosco, sola e grave donna.
Presta ne' gesti, e di sguardo matura, ma piú d'augello ne l'andar spedita, ha vesta bianca, gialla e di verdura, e ciò che 'ncontra tocca e dálle vita. Che nulla a drieto lasciasi procura; e sopraggiunta ov'era l'infinita mandra de l'ape, tutte le raguna, e fece lor non so che, ad un' ad una
Vago di lei saper, non che la causa perché sí or questa or quella cosa tocchi, vadole contra; e poi, di farle nausa temendo, mi ritraggo e basso gli occhi. Ella che accorto m'ebbe fece pausa con le man giunte al ciel e li ginocchi piegati in terra, e tal parole sciolse, che poi finite, a me lieta si volse:
NATURA
Quell'inclito animale d'alto pregio, ch'ogni altro avanza e tiensil basso e domo, ecco, celeste Padre Santo, il nomo, se da voi porre i nomi ho privilegio! Ma giá trovai nel nostro sortilegio, che nominar il debba «fragil uomo», per quel sí dolce e pestilente pomo cui si nascose il primo sacrilegio. Ben vedo che per me, «Natura» detta,[305] l'eterno oprar che destemi si perde, e nasce ognor che mi persegua il tempo. Onde, per ch'ora sia sempre sul verde, altre stagion verranno assai per tempo, che al fine mi trasportan qual saetta.
[305] Natura hominis corrupta proclivis et mutabilis est.
DIALOGO
NATURA E TRIPERUNO
NATURA
Spirto immortale, a cui sol alza Dio[306] la fronte in cielo e fattene capace, fa' che a me torni udendo l'esser mio!
[306] «Soli nos ex animantibus astrorum ortus, obitus cursusque cognovimus». CIC.
TRIPERUNO
Io sospicai di troppo esser audace, volendo e te sapere e l'opre tue: però mi volsi adrieto per mia pace.
NATURA
Anzi dal Padre destinato fue che sol da l'uomo l'esser mio s'intenda fin a la meta de le fiamme sue; ma che l'ottavo cerchio non trascenda, se non quando abbia seco parte in cielo e l'alto pegno, d'onde 'l tolse, renda. Ch'i' sia la tua Natura non ti celo, da Lui fatta del mondo servatrice sempre, se sempre dura l'uman velo.
TRIPERUNO
Dunque sei quella mastra, quell'altrice, quell'onoranda madre, quella grande[307] di Dio ministra e del mio ben radice? Ecco se lunge tua beltá si spande, o causa se non prima, almen seconda, ecco se chiara sei da tutte bande! Verd'è la terra, gialla, rossa e bionda, che 'l tuo pennello intorno mi la pinse e mi la rese agli occhi sí gioconda. E 'l ciel ne lodo, e lui che il mondo avvinse di quel forse non mai solubil groppo, né men chi a l'opra nobile t'accinse.
[307] Natura divina et humana.
NATURA
Saggio animal, pur son colei che 'ngroppo le fila ch'altri lá dissopra ordisce:[308] lieta ne vo, ma non sicura troppo. Anzi 'l vivo pensier, che m'addolcisce pensando al tuo, non pur al mio decore, sento che passo passo in me languisce.[309] Deh! non fallir, alma gentil, amore, che ad esser ti degnò suo dolce obietto, dandoli tu, de cui si pasce, il cuore!
[308] Donec in carne anima est, patitur inquietudines.
[309] Diffidentia.
TRIPERUNO
Il cuor a lui giá diedi, ed ogni affetto ho di seguir e non lasciarlo unquanco per non privarmi del suo bello aspetto. Non sazio mai, non mai vedrommi stanco[310] mentre mi volgo a contemplar ognora l'amor per cui di gioia mai non manco. E pur se dubbia sei, madre, né ancora ben stabile considri esser il chiodo, battil cosí che mai non esca fora!
[310] «Solent non nulli Deum in prosperis diligere, in adversis autem minus amare». GREG.
NATURA
Figliuol, giá strinsi a l'altre cose un nodo, donde sferrarsi quelle non potranno, se Dio non le ritorna al primo sodo. A te con li altri, che saputi vanno, diede l'alto motor un liber giovo, che o lor in pregio vegna o lor in danno. Però mistier non è ch'io batta 'l chiovo; altro braccio del mio sovente il preme; tu stesso il sai che 'l fatto non t'è novo. Ragion, memoria, e lo 'ntelletto insieme[311] sceser in te da le soperne idee, c'han di tua libertá le parti estreme.
[311] Mortalibus omnibus conscientia Deus.
Se mai verrá che contra 'l ben si cree pensier in te, non temer, che non senta le voglie entrate se sian bone o ree. Perché la scorta tua sta sempre intenta del cor al varco e sa chi va chi viene, né in darti avviso mai fia pegra e lenta.[312]
[312] «Heu quantum misero poenae mens conscia donat!». LUC.
Però ch'io sol la rabbia in te raffrene! forse tempo verrá che da me impetri de le stagion di foco e ghiaccio piene. Ché quando sia che i dí brumali e tetri volgerti il chiaro ciel sossopra miri, e i monti neve, e i stagni farse vetri, nostra in balía sará che 'l mondo giri, lo qual il tempo adorno riconduca, e l'erbe e' fior novellamente aspiri. Ma non sia ch'alcun serpe mai t'induca de l'arbore vietato a côr il frutto, che ancide altrui se 'l morde o se 'l manuca.
TRIPERUNO
Piú tosto il sol fermarsi e 'l mar asciutto forse vedrò, che mai contra la voglia cosa mi faccia di chi move 'l tutto. Ma scoprimi tu giá (quando che foglia mai senza tuo vigor non penda in ramo) quanto sii vaga e bella sotto spoglia!
NATURA
Qual pianta, qual augel, qual fiera piú amo di te, saggio animal? Però mie cose io piú mostrarti, che tu veder, bramo. Voi dunque, freschi rivi, piagge erbose, opachi colli, cavernosi monti, campi de gigli, de ligustri e rose; voi, rilevate ripe, laghi e fonti, riposte valli, ruscelletti e fiumi, ch'anco miei segni non gli avete cònti; anzi del ciel voi fiammeggianti lumi, quella vertú spandete a l'uomo nostro, ch'omai l'assenni e del mio ben l'allumi! Nel cui servigio mosse l'esser vostro[313] un Dio: però ch'ei sol v'intenda lece, al qual faceste un altro piú bel chiostro; chiostro di tante stelle ornato in vece d'un bel trapunto, ove specchi e gioisca le quattro e sette lá, qua l'otto e diece.
[313] «Sunt nonnulli ex terra homines, non ut incolae et habitatores, sed quasi spectatores superarum rerum atque coelestium». CIC.
E quanto su contempla e giú, sortisca in grazia tal, che lo 'ntelletto pigli non men de l'occhio, e par a lui salisca. Orsi, tigri, leon, lepre, conigli, pantere, volpi, orche, ceti, delfini, aquile, strucci, nottole, smerigli, non sia de voi chi umile non s'inchini a l'assennata forma, ovunque scorre tra voi platani, abeti, faggi e pini. Di tutte vostre cause in lui concorre una dal sommo artefice criata, che a l'uomo suo voi tutti ebbe a comporre. Ma sento giá l'error! Ahi, scellerata soperbia, che pur l'uscio trovi aperto, ben cara costaratti quell'entrata,[314] ch'io vengo il premio compensarti al merto!
[314] Homo cum in honore esset non intellexit.
TRIPERUNO solo
Se dir volessi a mille e mille lingue, se por in carte a mille e mille penne, col senno ch'ogni groppo ci distingue, dramma del sommo ben ch'allor mi venne, dapoi che l'alta donna con le pingue di sdegno gote al ciel spiegò le penne, direi che tra' mortali l'esser mio saria non d'uomo anzi terrestre Dio.
Giá mai sí bel secreto fu di lei né in erbe, fonti, pietre, stelle occulto, ch'al subito girar de gli occhi miei non mi restasse in l'alta mente sculto. So ben che mille Atlanti e Tolomei de l'intelletto, ch'oggi m'è sepulto, non sen trarrebber una particella, perché saliscon d'una in altra stella.
Ma, lasso! il chiaro vetro in ch'io solea specchiar da fronte i secli, e poi le spalle, per ch'io 'l trovai sí fosco? perché Astrea piú star non volse meco in questa valle? perché ridir non so quant'io scorgea per un angosto ma soave calle? Lassiamlo dunque; anzi a le cose parve scendiamo, poscia che l'altezza sparve!
Sparve Natura molto neghittosa, mercé che volse a Dio l'orgoglio equarse. I' mi fermai sott'una macchia ombrosa,[315] mirando l'ape, quinci e quindi sparse, a sacco porre una campagna erbosa ed a vicenda in loco poi ritrarse, ove locar di cera e mèle vidi per cave querze i tetti lor e' nidi.
[315] Si non vis intelligi, neque intelligaris, lector.
Se fu ne' grandi corpi molto industre Natura, ove mirabil officina corcò, quanto piú parmi saggia e illustre fingendo l'apa in forma sí piccina! Né l'apa sol, ma ciò ch'umor palustre nudrisce, dico, o riscaldata brina, donde sbucarse veggio tarli e culci, vespe, cicade, mosche, ragni e pulci.