Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1

Part 11

Chapter 113,842 wordsPublic domain

R amparsi lungo al fusto d'un sambuco E cco la veggio, oh quanto vaga e snella, L eggiadra, pronta, sedula, sagace! I o la richiamo come far solea: --G alanta mia, perché mi fuggi, ingrata? I o son il tuo fidele Triperuno: O ve serpendo vai? vieni a me, vieni, N on ti levar da me, ché bona cura I o sempre avrò di te, fin che col tempo S i trovi chi ti renda a l'esser vero.--

D issi queste parole e passo passo I' m'avvicino, losingando, a lei. V enne dunqu'ella, dolce mormorando, I ntratami nel sino a starvi ad agio.

B asci soavi quella mi porgeva, E d io basciava lei, non men insano, N on men caldo di quel che fui davanti. E ra sul picciol dorso tutta d'oro, D i latte il corpo e leggiadretti piedi, I ntorno al collo un circolo di perle C into l'adorna e fammi esser men grave T utta la doglia che m'assalse, quando I o vidi lei cangiarsi a me davante.

L o giorno mai, la notte mai non cesso A ppagarmi di questo sol piacere. V enni a Perissa finalmente, dove[265] R estar non volse Fúlica, ché 'l loco E ra d'errori e soperstizia pieno.

[265] Soperstizione.

S tetti qui molti giorni, mesi ed anni I n una grotta sol per fiere usata, B evendo acque de stagni torbe immonde, I onci e palme tessendo e molli vinci.

N on mi levai dal dosso mai la gonna, O nde l'immondi vermi di piú sorte M'erano sempre intorno vigilanti, E d un setoso manto folto ed aspro N on mai giú da le nude carne i' tolsi.

V arcar un uomo in ciel non io credea, I l qual fuggisse vivere famato, N udrirsi d'erbe, more, fraghe e giande, D estarsi a mezzanotte e macerarsi I l corpo giá omicida di se stesso, C orcarsi o su le frondi o in terra nuda, A rrecarsi a gran merto il girne scalzo, V ender se stesso ad altri, non avere I l proprio arbitrio in sé, che Dio concesse T enacemente al spirto di ragione.

A l fin, essendo sotto l'altrui voglia, T olta mi fu la mia dolce Galanta:

L o mio solaccio, il mio contento e spasso, A imè! da me fu radicato e svelto. R imasi d'alma privo, ma nel dolo V ivendo sempre tanto piansi ed arsi, A rsi d'amore, piansi di dolore, M orte chiamando ognor, che al fin privato

I o fui de gli occhi e d'ogni sentimento. L aura qui ottenne il seggio, e sol de volpi, L upi, tigri, pantere, draghi e serpi, V entrosi vermi empitte boschi e selve, M onti, valli, spelonche, fiumi e stagni.

A ttonita scampavasi la turba P er le fantasme, sogni e negre larve, P er l'ombre infauste che da l'empia Erinni E rano sparse drento al laberinto, L aberinto d'errori colmo e pieno, L aberinto che giá di Dio fu stanza. A ugellazzi notturni d'ogn'intorno N on cessano volar con alte strida; D el sole omai non piú v'entran le fiamme, V olti de spirti neri sempre in gli occhi M'erano fisi digrignando e' denti.

E la Galanta mia fu in preda d'altri S uso al bel mondo, in grembo altrui, rimasa: S uso al bel mondo, ed io nel piú profondo E ra del Caos, centro e laberinto!

C olui che l'ebbe in mano fu l'egregio, E gregio mio Grifalco, il qual non ebbe, N on ha, non avrá mai di sé piú fido. S trinse Galanta mia fra l'uscio e muro. E lla morí chiamando:--Triperuno!-- M a 'l giovene magnanimo e cortese V olse che d'alabastro un fino vaso S epolcro fusse a la gentil mustella.

TUMULI GALANTHIDIS MUSTELLAE

GRIFALCO

Cogimur exiguam deflere Galanthida, virtus quippe sub exiguo corpore multa fuit. Hanc neque tum poterat limen collidere, vixit quae pede cervus, aper fulmine, corde leo. At magis offensas ulta est Saturnia priscas, solvit ubi, invita hac, ventre Galanthis heram.

FÚLICA

Si brevis hic tumulus, breve carmen, me breve fatum, quae mustella fui tam brevis, huc rapuit.

MERLINUS

Ter mutata, fuit Mulier, Mus, Stella, Galanthis: me Mulier, tumulum Mus pete, Stella polum.

LIMERNUS

Quae mulier quondam, quae nunc mustella fuisti, hic medium linquis nomen et astra tenes.

PAULUS F.

Lusus eram, nunc luctus heri, qui fraude peremptam Lucinae officio me decorat tumuli.

MARCUS C.

An misera, an felix? dominum damnemve probemve, Cum dederit mortem qui modo fert tumulum? Si pius, unde mihi mors est? si non pius, unde et decus et laudes et lacrymae et tumulus?

IDEM

Dum placeo interi. Occidit dum diligit, ingens struxit Amor tumulum, sed prius ille necem.

IDEM

Mole brevi brevis ipsa tegor mustella, gementis delitiae nuper, nunc lacrymae domini.

ISIDORUS C.

IUNONIS QUERELA

O ego quantum egi! extinxisse Galanthida dudum credideram lethaeisque immersisse sub undis, dum terris prohibere paro, coelum occupat audax et vatum celebri late iam carmine vivet.

IDEM

Indulges lacrymis inane quiddam deflens et teneram gemens alumnam, Grifalco; at nihil huic magis salubre, magis nobile praestitisse posses. Vivens cognita vix tibi latebat. Vitae munere functa, nunc perenni vivet iam celebrata laude! per te haec dum mortem obiit, absoluta morte est.

TRIPERUNUS AD DEUM CONFITETUR

Summe opifex rerum, pater instaurator et unus, qui Deus existens coelo terraque potenter cuncta regis, certo dum lapsu saecula torques, en ego, si ante tuum debentur vota tribunal assistique hominum curae trutinisque movendae, quid faciam, tanto qui absumpto tempore noctes produxi vigiles ea per figmenta, volumen nugarum aedificans? En culpae cognitor omnis, en quibus ingenium, quo nos decora alta subimus, turpiter implicui fabellis, quo per ineptos consenuit lusus viridis squalore iuventa! Pars melior consumpta mei, redituraque nunquam rapta est, unde animi ratio me conscia torquet. Heu! heu! quid volvi misero mihi? sordibus aurum, perditus, et gemmas immisi fecibus indas.

FINISCE LA SECONDA SELVA.

SELVA TERZA

Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe: tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.

[Illustrazione: Stemma con le lettere M L F T; ai lati FR. GR.]

F ortuna, con soi larghi e pronti G iri R otandosi, nel volto ad altri R ide, A d altri pur par sempre che s'ad I ri. N on so, Grifalco mio, che me ne F ide: C ostei veggio ch'a molti spenna le A le E dal ciel tratti in terra li col L ide, S i come Borea fa de le ci C ale. C he temer lei, s'un Dio nel ciel ad O ro O ver s'in terra un Mecenate o N oro?

Or sbuco giá qual nottula di tomba, ed oltra quella spera, onde la pioggia descende e per augel rado si poggia, date mi son le penne di colomba. Tant'alto salirò, che mi soccomba chi ha 'l giro di trent'anni, e 'n l'aurea Loggia, ove 'n se stesso un Trino Sol s'appoggia, fia tempo ch'al convito suo discomba. Quivi non sotto enimma, non per velo ch'abbia su gli occhi Móse, non per mano posta al forame di l'eburneo ventre, non piú a le spalle no, ma in vista piano l'Altissimo vedrò quanto sia, mentre si turba entro lo 'nferno e ride il cielo.

MAGNANIMVS TEMPLVM HOC MVSIS GRIFALCO LOCAVIT

PREFAZIONE

Lo animale ragionevole, lo quale per vivere o soperstizioso o lascivamente, ovvero che per falsa dottrina avvezzato e abituato non piú sente lo errore suo, ma cieco ed oblivioso nel grembo de la regina de' peccati e difetti, che è la ignoranzia, sede e dorme, costui non pur di bestia peggiore, ma un'ombra, anzi uno niente si pò chiamare, come quello che non ode, non sente, non vede, non tocca piú di se stesso lo essere. Or dunque trovasi egli nel Caos, e a lui non è fatto ancora il mondo: dilché per divina pietade apparegli una fiammella d'intelletto, e cosí a poco a poco entra egli in cognizione di queste cose per lui da Dio criate e talmente vi affigge il core, che distinguendo e scegliendo va lo smisurato beneficio da Dio a lui dato. Ma non troppo egli vien poi rassicurato da questa nostra umana e corrotta natura, che non caschi o poscia egli cadere in alterigia, vedendosi essere di tante belle cose tiranno. Però l'anima, d'ogni macchia purgata, è nello stato che giá fu Adam (intendendosi questo allegoricamente) avanti lo gustato pomo: la natura gli è ancora incorrotta; non vi è lo tempo, non vi è la morte. Vero è che nel paradiso terrestre de la purgata conscienzia potrebbe ella facilmente con lo arbore del libero arbitrio fallire: o sia nel tornare a la soperstiziosa vita lasciando lo vangelo, secondo Livia; o sia per lo tribuire a soi istessi meriti la acquistata grazia, secondo Corona; o sia nel voler comprendere e diffinire la incomprensibil ed infinita potenzia di Dio, dando opera al studio de li nostri moderni teologi infruttuosamente per noi affaticati, secondo Paola.

TRIPERUNO

Quel spaventevol mar, che a' naviganti[266] promette l'Epicuro sí soave, solcai gran tempo in feste, gioie e canti, fin che la gola, il sonno e l'ozio m'ave travolto in bande ove d'acerbi pianti nel scoglio si fiaccò mia debol nave, che aperse a l'acque il fondo ed ogni sponda e 'n preda mi lasciò de' pesci a l'onda.

[266] «Molle ostentat iter via lata, sed ultima meta | Praecipitat captos volvitque per ardua saxa». VIRG.

E l'ignoranzia d'ogni ben nemica, tosto che 'n grembo a morte andar mi vide,[267] corsevi come donna ch'impudica con vista t'ama e col pensier t'ancide. Quindi svelto mi trasse ove s'intrica nostr'intelletto in quel sogno, ch'asside fra le sirene, e dormevi egli in guisa, che sua spezie da sé resta divisa.

[267] Mors peccati.

Vago mi parve sí l'aspetto loro,[268] che froda in tal sembianza non pensai; ma ciò che splende poi non esser oro tardo conobbi e subito provai. Un d'angeliche voci eletto coro entrato esser mi parve, e poi mirai cangiarsi e' bianchi volti in sozze larve, e il lor concento in stridi ed urli sparve.

[268] Ignorantia inter delitias.

Ed una nebbia orribile, che adombra la ragion, lo 'ntelletto e l'altro lume, m'avea offoscato sí ch'inutil ombra io mi trovai for d'ogni uman costume e in stato di color cui sempre ingombra la dolce sete a l'oblioso fiume; ché, come egli son vani e fatti nulla, tal vien chi in ignoranzia si trastulla.

D'onde s'ardisco dire che 'n niente m'avea travolto la regina cieca, taccia chi 'n l'altrui fama sempre ha 'l dente né dica il mio cantar favola greca. Ma Dio, com'era fece a me, sua mente svella dal stesso nuvol che l'accieca e scotalo dal sonno (ah troppo interno!) che puoco fummi ad esser pianto eterno.

Però ti rendo mille grazie, e lodo, lodar quanto può mai potèsta umana, te, dolce mio Iesú; te, fermo chiodo de l'alta fede ch'ogni dubbio spiana; te, dico, che disciolto m'hai quel nodo il qual ci lega e fanne cosa vana; te, sommo autor di tal' e tante cose, che 'l suo tesor per noi lá suso ascose.[269]

[269] Thesaurus coeli quem neque tinea neque erugo demolliuntur.

Né lingua voci né 'ntelletto sensi muova giammai senza 'l tuo nome sacro, nome, che sempre, o canti o scriva e pensi, spero pietoso e temo giusto ed acro, Iesú, te dunque invoco per l'immensi chiodi amorosi, ch'alto simulacro t'han fatto in terra al popolo cristiano! Or mentr'io scrivo scorgimi la mano;

scorgi la man non piú cruda, rapace, non piú del mondo posta in servitute; la man che particella, se 'l ti piace, scriver desia de l'alta tua vertute, la quale d'ogni senso uman capace mi ricondusse al poggio di salute, e nel tuo nome pareggiar vorria mio basso stile un'alta fantasia.

TRIPERUNO

Il grave sonno, in cui m'era sepolto[270] quanto di bono vien dal primo cielo, ruppemi orrendo grido, qual in molto scoppio far sòle il fulgurante telo. Apro le ciglia e, quando ebbi distolto da' sensi un puoco l'importuno velo, dritto m'innalzo, guato e nulla veggio, perch'era il mondo ancora d'ombre un seggio.

[270] Omnium honestarum rerum ignava perditaque neglegentia.

Anzi né ciel né terra né 'l mar era, né averli mai veduto mi sovvenne; non verno, estate, autunno, primavera, non animai de' peli, squamme o penne; non selve, monti, fiumi, non minera d'alcun metallo; non veli né antenne, mercé ch'era del Caos in la massa d'ogni ombra piena e d'ogni lume cassa.

Né piú sapea di me stesso, né manco di chi vaneggia in forza di gran febre,[271] star o insensibil pietra o trar del fianco, aver maschile o sesso muliebre, esser o verde o secco o negro o bianco: sí m'eran folte intorno le tenèbre! Pur sempre non vi stetti, ma ecco d'alto un sol m'apparve, onde ne godo e salto.

[271] «Consuetudo cui non resistitur facta est necessitas». AUG.

Perché, sí come il pullo dentro l'uovo, bramando indi migrar, si fa fenestra col becco donde v'entra il raggio nuovo, e poscia da le spoglie si sequestra; tal io, mentre me stesso in l'ombre covo, luce spontar mi vidi a la man destra, ch'empí la notte, onde ratto m'avvento lá col desio che 'l corso far sòl lento.

Inusitato e subito conforto ardir m'offerse al cuor ed ale al piede. Lungo un sentier de gli altri men distorto affretto i passi ovunque l'occhio il vede. Oh avventurosa fuga, che a buon porto giunger mi fece d'un tal pregio erede! Ben duolmi che, narrarvi ciò volendo mentre son carne, in van mie rime spendo!

Di luce un gioven cinto, anzi un'aurora,[272] ch'appare spesso a l'alma cieca e frale, ecco si mi presenta e mi 'ncolora col viso piú che 'l sol di luce eguale. Onesto e lieto sguardo, che 'namora ogni aspro e rozzo core, onde immortale so ben che a tal beltá l'avrei pensato, se allor io fussi, quel ch'oggi son, stato!

[272] «Natura Dei est invisibilis; potest tamen videri in aliqua spetie quam ipse elegerit». AUG.

Que' soi begli occhi ch'abbellâr il bello, quanto su ne risplende e giuso nasce, raccolsi a la mia vista, e fui da quello non men depinto che quando rinasce[273] Proserpina in obietto del fratello e de' soi rai, benché luntan, si pasce. Né il lume pur, ma un amoroso ardore sentiva entrarmi dolcemente al core.

[273] «Etenim Deus noster ignis consumens est». PAUL.

Pur come avvenne a Piero, in sua presenzia la vista persi, il senno e le ginocchia. Chi sopra uman valor si fa violenzia portar tal peso, vinto s'inginocchia. Veggendomi egli a terra, di clemenzia pingesi 'l volto e con pianto m'adocchia: poi, sollevando i lumi al ciel, tal voce muosse, ch'anco m'abbruggia e mai non cuoce.

FIGLIO AL PADRE

O tu, che 'ntendi te, te, qual son io,[274] quant'alto sei, quant'eccellente e saggio, lo qual in nulla cosa mai non manchi, sublime sí, che sotto e sopra quello che sei pensar non puossi, e quest'è 'l mio non mai dal lume tuo smembrato raggio, io non di te né tu di me ti stanchi mirar quanto ti sia e mi sii bello; né quel spirito snello e fuogo che fra noi sempre s'avvampa ed or in dolce lampa or in colomba formasi, minore di noi giammai procede né maggiore.

[274] Deus Pater se ipsum intelligit et amat; quae intelligentia Filius est, amor vero Spiritus Sanctus.

Padre, Figliol e l'almo Spirto un Dio eterno siamo, fuor d'ogni vantaggio. Tre siam un, ed un tre, securi e franchi che l'un vegna de l'altro mai rubello; non cape in noi speranza né desio, non spazio tra 'l comun voler né oltraggio. Io del tuo lume e tu del mio t'imbianchi; né dal nodo che tien l'alto suggello unqua, Padre, mi svello. Però d'ogni bontá nostra è la stampa, che l'amorosa vampa del Paracleto imprime; onde 'l «Motore del Tutto» siamo detti e «Creatore». Or di quel nostro incomprensibil rio, cosí soave a l'umile coraggio (s'umile mai verrá ne' spirti bianchi conoscitor di noi), l'uomo novello nasce d'animo e sangue santo e pio, ch'avrá del mondo in man tutto 'l rivaggio.[275] Né voi verrete in suo servigio stanchi, stellati cieli e tu, nostro scabello, ritonda terra; ma ello s'indura contra noi l'ungiuta ciampa, e giá si finge e stampa di ferro e pietra statue, quell'onore lor dando che a Dio vien, del tutto autore.

[275] «Non enim potest rationem hominis obtinere qui parentem animae suae Deum nescit: quae ignorantia facit ut Diis alienis serviat». LACTAN.

Nascon insieme l'uomo e l'alto oblio del dritto ed anteposto a lui viaggio: dico 'l sentier, che al fin porge doi branchi, l'un stretto, dolce; l'altro piano, fello. Quinci al gioioso, quindi al stato rio s'arriva, onde giustizia in lor dannaggio a' tristi vegna, e tengali ne' fianchi téma per sprono e morte per flagello: morte che, in un fardello cogliendo tutti, ovunque vòl si rampa. Nullo da lei mai scampa; sia pur bel volto, sia pur verde il fiore, far non può mai che morte nol scolore. Ma guai, chi 'n mal far sempre ha del restio, ché ogni sempre di lá trova 'l paraggio; que' dí che mai di colpa non fûr manchi men fian di pena ove gli rei flagello, in fin a l'ore estreme, quando 'l fio pagar verrammi inante ogni linguaggio, dal ciel i destri e da l'inferno i manchi. Pur stando in carne, lor spesso rappello: --Non son tigre né agnello: chi 'l perso ben per racquistar s'accampa,[276] chi 'l viver suo ristampa, intenda realmente che 'l Signore del ciel in ciel non sdegna il peccatore! Dunque, Padre, mi 'nvio dare suffragio a loro, che non san chi sia pur quello ch'altri da morte scampa, ed esso muore!

[276] «Nemo renascitur in Christi corpore nisi prius nascatur in peccati corruptione». AUG.

TRIPERUNO

A li alti accenti d'un tal sòno eroico, del quale ne tremai com'uom frenetico, vennemi voce altronde:--A che esser stoico, miser, ti giova né peripatetico? che ti val fra l'un mar e l'altro euboico pigliar oracli e ber fiume poetico? a che spiar la veritá da gli uomini,[277] che di menzogna furon mastri e domini?--

[277] «Sapientia carnis inimica est Deo». PAUL.

Io, che sculpito in cuor le note aveami d'un sí bel viso, d'un parlar sí altiloquo, a poco a poco gli occhi aprir vedeami al sòno di colui tanto veriloquo. Pur tal era l'error ch'anco teneami, che a pena svelto fui; perché 'l dottiloquo gioven mi sciolse, onde ciò che anti nubilo mi parve intendo, ed intendendo giubilo.

Giubilo perché intendo (intenda e Plinio, ch'or vive morto!) viver sempre l'anima; non sí però, ch'i' stia sotto 'l dominio di chi 'l tegume d'uman spirto inanima. Stetti gran tempo in tale sterquilinio, nel qual concedo ben che l'alma exanima la troppo vaga ed addolcita letera,[278] e molti uccide il canto d'esta cetera.

[278] Litera enim occidit animam.

Qual è chi 'l creda, ch'oggi tanta insania la nostra veritá sí prema e vapoli? S'io mi diparto a l'umile Betania per alto mar da Roma o sia da Napoli, ecco a man manca dal Parnasso Urania scopremi l'Elicona, ove mi attrapoli.[279] Ben sa che a lei m'avvento, benché 'l Tevere lasciassi per Giordan, quell'acque a bevere.

[279] Metaphorice.

Acque sí dolci! quanto piú bevémone, piú a la tantalea sete si rinfrescano! Quivi l'argute ninfe lacedemone[280] a gli ami occulti nostre voglie adescano; cosí non mai dal bianco il negro demone sceglier mi so, non mai l'onde si pescano, cui trasser a la destra del navigio Piero e Gioan de' pesci il gran prodigio.

[280] «Qui addit scientiam addit dolorem». _Eccl._

Però dal mio Iesú se detto fiami giammai:--Di poca fede, or perché dubiti?-- scusarmi non saprò, quando che siami concesso por le dita fin ai cubiti nel suo costato e trarvi 'l ben, che diami fidi pensieri e al vero creder subiti. Non lece dunque piú d'Egitto in gremio starsi, ma gir con Móse al certo premio.

Assai d'oro forniti e gemme carichi,[281] di Faraon scampiam omai la furia; né sí men gravi paran i rammarichi e pene che ci dava l'empia curia, che nel deserto alcun de noi prevarichi, dicendo in faccia a Móse questa ingiuria: --Mancaron entro Egitto forse i tumuli, ché morir noi per queste valli accumuli?--

[281] Spoliant Aegyptum qui e libris philosophorum eloquentia tantum eligunt.

Ma non cosí l'alma gentil improvere a chi oltra 'l mar asciutto mena un popolo; ché nel primo sentier, quantunque povere sian le contrate, ove sol giande accopolo per cibo, al fin vedrassi manna piovere, sorger un largo rio di nudo scopolo, che cominciando a ber nostri cristigeni[282] san quanto noccia usar co' li alienigeni.

[282] Sermo incultus divinarum scripturarum principio eloquentibus horret.

Deh! non ci chiuda il passo ai rivi, ch'ondano di latte e mèle, nostra ingratitudine: rivi che noi di lepra e scabbia mondano, contratta dianzi ne la solitudine. O di qual mèl e' nostri petti abbondano, ch'assaggiâr pria di fèl l'amaritudine! Ma ciò non prima seppi, che 'n cuor fissemi Iesú questi sí dolci accenti e dissemi:

DIALOGO

CRISTO E TRIPERUNO

CRISTO

Pace tra noi, ch'amor ciò vòl, o privo d'amor e pace miser animale, sí bello dianzi ed or sí lordo e schivo! Amor sia, prego, e pace teco, ché ale né augel mai vola senza, né alma, cui amor e pace manchi, ad alto sale. Ma non m'intendi (sí contende i tui[283] sensi la folta nebbia!): u' l'aurea face del cuor spent'hai, né vedi te né altrui. Ahi! misero, che speri? ove fugace te sottraendo a l'ira vai? ché altrove ben giugne al varco l'empio contumace! Le tue (non solle?) mal pensate prove t'han scolorato 'l viso e spento a' piedi la scorta luce. Dove vai? di', dove? Or vegno liberarti: spera e credi, porge la man, né aver, uomo, di téma[284] el spirto sol, d'amor anco 'l possedi. Ma un dono qui ti cheggio, cui l'estrema vertú del ciel, ch'or tu non sai, si pasce, né in lui divina fame unqua vien scema.

[283] «Omne nostrum peccatum consuetudine vilescit et fit homini quasi nullum sit, obduruit, iam dolorem perdit et valde putre est nec dolet». HIER.

[284] «Non nostrum accepistis spiritum iterum in timore». PAUL.

TRIPERUNO

Il vago vostro aspetto, onde mi nasce un trepido sperar (qual che voi siate, Signor), deh, in questo errore non mi lasce! O dolce man ed occhi di pietate, (ch'or man i' stringo, ch'or begli occhi veggio), morrò se 'l venir vosco mi negate! Mentre vi guardo e 'nsieme favoleggio, si rasserena e sfassi quella scabbia nel cor giá fatta un smalto e duro seggio. Qual sí fort'ira, qual schiumosa rabbia non ratto cade al viso vostro onesto? E pace mi chiedete in questa gabbia? in questa d'error gabbia chiuso e mesto, privo d'ogni, se non sia il vostro, aiuto, dunque, ch'i' v'ami e doni son richiesto? Amarvi, anzi adorarvi, non refuto; ché, quanto parmi al bel sembiante altéro, amarvi, anzi adorarvi son tenuto.[285]

[285] Summum et maximum mandatum est Deum colere et amare.

CRISTO

Oh se co' l'occhio avessi 'l cor sincero, piú che di for me 'ntenderessi dentro! Però di me non hai giudicio intero.

TRIPERUNO