Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1

Part 10

Chapter 104,015 wordsPublic domain

TRIPERUNO. Or oltra, ché vi porgemo le orecchie.

LIMERNO. Assai men lunghe di quelle del suo asino.

FÚLICA

Stupefatto dunque Liberato, ch'un asino cosí qual uomo saputamente parlasse, gridando disse:--Oh che cosa è questa ch'io veggio e sento? dove son io? or dormo io ancora o son pur desto? Io, per quello me ne paia, non so se vedo quello che vedo, né so altresí se odo quel che odo. Sarei io mai un altro divenuto? Dimmi dunque, messer l'asino, come può egli essere che, essendo tu una bestia la quale di grossezza ogn'altra, quantunque grossissima ella si sia, avanzi, ora parli e ragioni non altrimenti che se uno saggio uomo fussi e molto avveduto? Questo è contra a la tua natura. Né di ciò è meno da maravigliare che se il fuogo freddo divenisse e piú non rescaldasse. E qual mai fia colui sí stolto e d'intelletto sí scemo e senza senno che, raccontandogli noi quello che ora con gli occhi de la fronte ne pare di vedere, non ci reputi ubbriachi ovver dormiglioni? Perché voluntieri io saperei se vano sogno è quello che io veggio o no.--Queste ed altre simiglianti parole udendo, messer l'asino schioppava tutto de la risa; ma aspettando poi il fine di quelle, poi ch'egli si tacque, cosí incomenciò:

--Estimava io assai sofficiente e bastevole testimonianza avervi potuto fare i vostri scongiuri allora quando per essi non mi mossi io punto, ma tutto immobile mi vedeste stare. Ma egli è altrimenti avvenuto che io avvisato non mi sono. Per la qual cosa nel rimanente di questo giorno, che fia poco, intendo io di dimostrarvi con vere ed aperte ragioni quello che voi vedete e udite non essere né vana spezie o sogno né favole né alcuno inganno. E ciò di leggero mi potrá venire fatto, dove voi vorrete con intento animo raccogliere tutte le mie parole. Però, quando a grado vi sia, vi potrete su la verde erba porre a sedere, per ascoltare piú agiatamente le mie ragioni, a le quali, poscia che il sole con frettolosi passi incomencia giá traboccare da la sommitá del cielo, tempo mi pare convenevole da dar omai principio.

Dovete adunque sapere che ogni artefice, il quale secondo il suo arbitrio e voluntá opera, può fare ed altresí non fare uno medesimo effetto come e quando il meglio li piace. E cotale principio è dirittissimamente da l'empio Averoi chiamato principio di contradizione. È un altro principio naturale, il quale è determinato ad un sol fine, e solamente uno medesimo effetto in ogni luogo e in ciascuno tempo sempre necessariamente produce: il che manifestamente essere veggiamo nel fuogo, il quale è, come dicono, formalmente caldo e sempre genera il calore e sempre scalda e non può altrimenti adoperare dove egli si ritrove. Né sono da essere ascoltati quelli filosofi, li quali niegavano affatto cotesto naturale principio, dicendo ogni cosa essere or buona or rea, or dolce or amara, or calda or fredda, e brievemente ogni cosa essere tale, quale a noi ne paia e quale le varie e diverse openioni de gli uomini essere giudicassino. Nel vero stoltissimo fôra colui, che dicesse le cose gravi ugualmente e senza alcuna differenza, ma secondo la falsa openione e umano giudicio, or scendere nel centro ed or salire a la circonferenza, conciosiacosaché qua giú sempre quelle da loro gravezza sospinte discendano, ma lá sú mai elevare non si possino se non per violenza e per altrui forza e contra loro natura; ancora che altrimenti estimi la nostra openione, la quale mutare non può le nature e proprietati de le cose, sí come colei che naturalmente seguitare dee, e la cui veritade pende e nasce da loro veritá, come apertamente si può vedere ne gli sopradetti esempi. Che perché noi crediamo la grave pietra discendere, non è perciò la nostra openione cagione de la veritá de lo scendere de la pietra; ma sí bene il discendere di quella è cagione perché vera sia la nostra openione e credenza. Ma perché mi distendo io in piú parole? Dico che ogni nostra openione o conoscenza, o vera o falsa che ella si sia, viene dietro a le cose, come scrive Aristotile nel libro _De la interpretazione_, ed ogni cosa procede e va innanzi a la nostra scienza, sí come oggetto e cagion di quella. Ma il contrario avviene de l'eterna ed immutabil sapienza del Padre, la quale è principio e cagione de tutte le cose, de la quale ancora ne parlaremo con lo aiuto di Colui che ogni cosa col suo intelletto e governa e regge e dispone con la sua infinita vertú e provvidenza. Ma da ritornare è (perciò che troppo dilungati siamo) lá onde ne departimmo.

Dissi che duo erano gli principi, l'uno libero e voluntario, l'altro naturale, necessario e determinato. Iddio dunque, il quale (come cantando dice il profeta) criò e produsse tutto ciò che egli volle e fece i cieli e la terra con l'intelletto, non è da dire che egli sia alcuno naturale principio o determinato, ma del tutto libero e voluntario, anzi essa prima ed eterna voluntá e potentissimo arbitrio senza principio e sopra ogni principio, come piú pienamente dimostraremo quando ragionare ne converrá de la creazione di questo mondo sensibile contra a gli naturali filosofi, e massimamente contra al principe de li peripatetici e contra[257] al suo ostinato commentatore, gli quali vogliano questo mondo[258] sempre essere stato senza mai comenciare e sempre dovere durare senza mai finire. Non è dunque gran maraviglia, nonché impossibile, purché a Dio piaccia, che uno asino parli e ragioni cosí come un uomo d'alto ingegno dotato ragionarebbe. Or non può egli fare ciò che egli vole? è forsi egli cosí infermo ed impotente che adempire egli non possa ogni sua voglia e sodisfare a ogni suo appetito e desiderio? Il che se fare non può, ov'è la sua onnipotenza? ove è la sua infinita vertú? ove è la sua perfettissima beatitudine e felicitá? Nel vero, io non so come egli possa cosí agevolmente a uno sasso, non pur a uno animale come l'asino è, dare la vita e l'intelletto, come liberalissimamente a gli uomini dare gli piace. Né veggio simigliantemente alcuna differenza tra 'l nostro e vostro corpo, e perché piuttosto il vostro possa ricevere tanta nobile forma quanto è l'intelletto, che non possa ancora il nostro. Ma lasciamo ora alquanto le ragioni ne' loro termini stare, e produciamo in mezzo le sacre e veracissime istorie, e manifestamente vedremo nessuna cosa essere a Dio faticosa e impossibile.

[257] Aristotile.

[258] Averroi.

Leggiamo nel _Genesi_ che la verga, la quale teneva Mosé in mano, d'uno legno, per divina potenza, divenne uno serpente e ritornò poi di serpente ne la sua primiera forma. Ecco chiaramente veggiamo che puote Egli le spezie mutare e le forme de le nature de le cose, sí come colui nel cui arbitrio è dare e tôrre ogni essere ed ogni vita ed ogni intelletto. Leggiamo ancora che molte statue o idoli di metallo o di pietra per diabolica virtú parlavano e rispondevano a coloro che gli domandavano. Che direte voi qui? niegarete voi non potere Iddio operare in uno asino quello che gli diavoli hanno potuto operare in uno insensibile marmo o metallo? Questo certamente non niegarete voi, ché niegare non si dee il vero né a quello mai contrastare, ma dargli perfetta e piena fede. Taccio io Lazzaro e molti altri da Cristo e da' suoi santi risuscitati, taccio altresí molti ciechi alluminati, taccio gli attratti dirizzati, taccio e' leprosi mondati, taccio finalmente tutti gl'infermi da lunghe e mortifere infermitati con la sola parola curati e a perfetta ed intera sanitá renduti, i quali tutti senza alcun dubbio ne mostrano la divina potenza e vertú. Ora vengo a piú aperto argomento di quella; e dico che niuno è il quale non sappia che l'asino, o asina che ella si fusse, di Balaam profeta non solamente parlò ma, profeta ancora divenuto, profetò e predisse quelle cose le quali da Dio gli erano state rivelate. Che piú dunque m'affatico di volere ciò piú apertamente dimostrare? Chiarissimo argomento è quella cosa essere possibile, la quale alcuna volta è ovvero fu giá buono tempo passato. Né mi fa qui ora mistieri di produrre l'_Asino_ d'Apuleio, anzi di Luciano, stimolo de tutti i filosofi e morditore d'ogni laudevole openione, per ciò ch'io non intendo né voglio ora dimostrare come possino gli uomini in uno asino o in qualunque altro animale mutarsi; di che io non ho dubbio alcuno. E volesse Iddio che pochi fussero quelli, li quali sovente di uomini divengono crudelissime fiere e, rivolgendosi ne la bruttura de tutti e' vizi e peccati, sono vie piú peggiori de le bestie, le quali buone sono per ciò che vivono secondo la loro natura, la quale buona fu dal sapientissimo ed ottimo Maestro criata. Né altro forsi Pitagora, divinissimo matematico, volse intendere per lo trasmigrare d'uno in uno altro animale: il che ancor mi pare che abbia confermato il principe de tutti e' filosofi, Platone dico, il quale di gran lunga avanza e trapassa d'ingegno ogni altro filosofo che mai fusse o sará nel mondo, togliendo dal nuovero quelli solamente li quali alluminati furono da la vera fede, o saranno, per opera del Spirito Santo, il quale per tutte le cose averá scienza. Io credo fermamente avere sodisfatto secondo il mio giudizio a le vostre quistioni: ora intendo piú dimesticamente con voi ragionare e ricontarvi le piú maravigliose cose del mondo.

LIMERNO, FÚLICA E TRIPERUNO

LIMERNO. Fatimi, prego, o padre Stúnica, un piacere.

TRIPERUNO. Con cui parlate, maestro? ove trovasi questo Stúnica?

FÚLICA. Volse egli dirmi Fúlica.

LIMERNO. O sia Fúlica o Stúnica, vorrei da Vostra Santitade una grazia.

FÚLICA. E dua, potendo.

LIMERNO. Non mi vogliate piú oltra imbalordire lo debol cervello con queste vostre filosofie. A che tanti Platoni, Aristotili e asini? voi potreste cosí con le mura ragionare!

TRIPERUNO. Anzi vorrei, caro mio maestro, che vi piacesse di ascoltarlo. Ma facciamone qualche poco di pausa.

LIMERNO. Ditemi, prego, santo Fúlica: foste giammai di alcuna bella donna innamorato?

FÚLICA. Io fui e sono innamorato per certo.[259]

[259] Hic Fulica supprimit divinum amorem.

LIMERNO. Oh Sia lodato il Dio d'amore, che piú oltra non verrò necato di parole al vento gittate! Voglio che 'n questa mia cetra cantiamo tutti noi tre successivamente qualche amoroso canto, come piú al suo particolar soggetto ciascuno de noi aggradirá. Io dunque sarò, piacendovi, lo primiero e cantarovvi di mia diva la summa cortesia, la quale dignossi mandarmi un bianchissimo panno di lino, lo quale, dapoi lungo sudore nel danzare preso, mi avesse a sciugare le membra.

«Bruggia la terra il lino col suo seme»,[260] disse cantando il mantoan Omero. Perché un verso non gionse a dir piú intiero? Del lin cosa non è ch'un cor piú creme! Quel lino, che le man vostre medeme dopo il grato sudor, donna, mi diero, tessuto l'ha (chi 'l nega?) il crudo arciero: tanto m'incende l'ossa e 'l cor mi preme! Vi lo rimando. Ahi! rimandar non posso l'ardor però, ch'ogni or sta 'n le medolle, né umor di pianto v'ha che giú mil lave! Ma prego Amor, sí come incender volle tutte le mie, che almanco roda un osso in voi, o di mia vita ferma chiave!

[260] «Urit enim lini campum seges». VIRG.

Piacquevi cotesto bel soggetto, o padre eremita?

FÚLICA. Molto aggradisce l'umana generazione questa vocale musica.

LIMERNO. Or segui, Triperuno.

TRIPERUNO. Dirò io alquante parole d'un oroglio di vetro, con lo quale mediantovi una tritissima rena si misura d'ora in ora lo tempo.

Pensarsi non sapea piú agevolmente cosa che d'uman stato avesse imago d'un fragil vetro in vista cosí vago, che libra il tempo a polve giustamente. Vedi le trite rene come lente filan e' giorni pel foro d'un ago, e fan col fiume or quello or questo lago in doi grembi, s'altrui volge sovente! Ma cotal opra tosto va in conquasso,[261] se avvien che fra doi vetri a la giuntura quel debil filo e cera si dissolve. O forsennato, chi d'aver procura in terra stato, sendo un vetro al sasso, al foco molle cera, al vento polve!

[261] «Non est, crede mihi, sapientis dicere. Vivam. | Sera nimis vita est crastina: vive hodie». MART.

FÚLICA. Assai piú lo discipolo mi piace che lo maestro, e particolarmente la fine di questo tuo morale sonetto, Triperuno mio dilettissimo; ed annunzioti che in breve cangiarai vita e costumi in assai megliore stato.

TRIPERUNO. Io non son tale che mai puotessi adeguare l'alto ingegno del mio maestro. Ma tóccavi, padre, la volta vostra.

FÚLICA

Nacque di fiera in luogo alpestro ed ermo, ed ebbe co' le man il cor d'incude (ove dí e notte giá molt'anni sude far a l'inopia il pover labro schermo), qualunque al pio Iesú giá stanco, infermo a l'onte, ai scherni, a le percosse crude, sofferse in croce le sue membra nude al segno trar per darvi un chiodo fermo. Quinci una mano, quindi affisse l'altra ed ambo e' piedi al smisurato trave; né vinse lui quel mansueto aspetto. Ma questo avvien, ché in prava mente e scaltra e che di sangue uman sempre si lave, non cape amor né alcun pietoso affetto.

LIMERNO. Non altramente sperava io dover avvenire di questo ipocrita e torto collo, e degno da esser nominato (se lo capo raso vien bene considerato) «cavallero de la gatta». Mal abbia chi giammai ti mise quello bardocucullo al dosso, frate del diavolo!

TRIPERUNO. Deh, caro maestro, non vi partite!

FÚLICA. Lascialo andare, figliolo. Colui che su nel cielo regna, solo può fare di Saulo, Paolo; di lupo, agnello; di notte, giorno. Ma tu ne verrai meco e, acciò che la lunghezza del cammino siati meno a noia, seguirò de lo asino la miracolosa dottrina.

TRIPERUNO. Anzi ve ne volea pregare, quando che molto lo vostro favoleggiare m'addolcisca il core, avendo voi parlamenti di vita.

FÚLICA

--Voglio che sappiáti--diceva quello--che gli asini e gli bovi ancora hanno lo 'ntelletto; non che lo possono avere. Di che ve ne può far chiari Esaia quando dice: «Conobbe il bove il suo possessore, e l'asino lo presepio del suo signore», e David: «Non vogliate--dice--divenire cavalli e muli», e soggiungevi la ragione: «perché sono--dice--senza senno e senza alcuno avvedimento». Per che Cristo, umile e mansuetissimo signore e obbedientissimo figliuolo al suo Padre, non volse montare suopra gli cavalli né suopra gli muli, superbissimi animali e oltre a modo ostinati, ma sí voluntieri si degnò ascendere suopra il mansueto asinello. O beati gli asini e vie piú ch'ogni altro animale felici! O beati quelli che asini divengono e sono degni di portare il Re de la gloria in Gierusalem, cittá de li angioli e de tutti i santi! li quali sempre veggono il sole de la giustizia che rasserena le nostre menti piene d'errori oscuri e folti, e sempre mirano la divina e vera bellezza, la quale gli fa in eterno beati e giulivi. Non posso io qui tacere la soperbia e 'l fasto di coloro che «servi di Cristo» e «suoi discepoli» si fanno chiamare, e temo forte che siano a guisa di quelli servitori dalli quali è luntano il loro signore. Ma se pur di cosí sacro nome si[262] vogliono gloriare, perché essi con piú pompa e con maggiore fasto cavalcano piú ricchi cavalli e piú belli muli che Cristo mai non fece? e perché non cavalcano essi gli asini, come 'l loro maestro e signore (come dicono) gli ha dato esempio? Ma in ciò prudentemente hanno fatto e fanno, ancora cavalcando quelli animali gli quali loro piú assomigliano.

[262] «Sunt ditiores quod fuerant saeculares: possident opes sub Christo paupere, quas sub locuplete diabolo non habuerant». HIERONIMUS.

--Deh! guarda bene--disse allora Liberato a l'asino--e considera quello che tu parli; ché se per mala sciagura mai si saprá, tu ne sarai molto male trattato, ed io ti so bene accertare che tutte l'ossa con un grosso bastone rotte ti saranno in dosso in cosí fatta guisa che mai piú non portarai soma, ma miseramente di questa vita passarai. Né ti giovará mercé per Dio chiedere: per te morta sará pietá, né potrai alcuno aiuto o conforto ritrovare. Deh! non sai tu quello che indíce Iddio per bocca del profeta: che dobbiamo lasciare stare i Cristi suoi? Perché dunque tu gli tocchi, perché gli mordi, perché non gli lasci stare?

Rispose l'asino con un mal viso e disse:--Se temessi io il bastone e le busse piú che Iddio, io mi tacerei, né sarei mai oso di dire la veritá. Ma perciò che io sono disposto, dove a Dio non dispiaccia, morire, se mi fia di bisogno, non ho paura di confessare e dire il vero. Né perché io dica la veritá, si debbono essi reputare essere offesi da me, se veramente discepoli sono e servi o amici di Cristo, il quale, come egli di se medesimo fa vera testimonianza, è essa prima veritá e cagione d'ogni nostra veritá. Io non mordo loro, io non gli tocco né pungo; io lascio stare, anzi riverisco e temo i veri Cristi e sacerdoti e regi. Io favello di quelli che vogliono essere creduti buoni[263] pastori e vogliono essere commendati e riveriti, li quali nel vero sono mercenari e prezzolati, che a prezzo temporale e vilissimo pascono le pecore di Cristo e sono per avventura affamati lupi; ché a li buoni e veraci pastori e santi prelati de la Chiesa convenevole cosa è, anzi necessaria, a fargli ogni onore il piú che noi gli possiamo. Sí che giusto sdegno mi sospinge a biasimare la lorda e malvagia vita de li mali cherici e rettori de la Chiesa. Né può l'animo mio sofferire di vedere quelli cavalcare con tanta pompa e compagnia, quanta mai non si vide in Campidoglio ne gli vittoriosi trionfi de li romani, nel tempo che avevano in mano il freno e 'l governo de tutte le provincie e de le genti barbare, le quali di dí in dí soggiogano i nostri dolci paesi, togliendoci oggi una cittá e domani l'altra, ed or questo castello ed or quell'altro, e temo che in brieve non ci togliano le persone. Cristo cavalcò una sol volta sopra l'asino, ma gli soi discepoli trionfalmente a le piú volte si fanno portare dove a piè andare devrebbono.

[263] «Quid faciet sub tunica poenitentis regius animus? qui alios vult regere, alios iudicare et a nemine regi et a nemine iudicari?» HIERONIMUS.

--Non hai tu--disse Liberato--di ciò troppo da rammaricarti e da dolerti, che dove una fiata portasti sopra gli omeri tuoi il nostro Signore, leggerissimo e soave peso, ne la santa cittá di Ierusalem, ora ti converrebbe portare i suoi vicari e suoi discepoli per oscuri boschi e per le frondute selve, discorrendo or in qua or in lá, a le maggiori fatiche del mondo, senza che[264] oltre al convenevole saresti carico d'una gravissima soma, in maniera che staresti male. Per che ti déi assai bene contentare del tuo quieto stato, né vogli procurare scabbia al tuo corpo che sanissimo esser veggio. E maravigliomi io forte di cosí fatte parole quali sono state le tue; ché io fermissimamente creduto avrei, ed ancor credo, che voi asini sempre fuggito avereste cotali pompe, lá dove ora mi pare che procacciate voi d'averle. Io sempre ho udito dire che a gli asini non dilettino molto l'ornate e nobili selle né gli aurati freni né le fregiate vestimenta e quelle che d'oro sono o d'ariento dipinte. Né vidi io mai alcuno di voi essere troppo vago del sòno de le corna o d'altri dilettevoli istromenti, onde sogliono e' greci dire d'alcuno, che sia d'alcuna cosa rozzo e grosso, uno cotale proverbio: «Egli è a guisa d'un asino a la lira». De l'uccellare e de andare a cazza non mi è ora di bisogno che io ne parli, perciò che dilettare non vi possono quelle cose le quali contrastano a la vostra natura, la quale non vi diede l'ali a volare né veloci piedi e leggieri a potere forte correre. Per le quali tutte cose io brievemente conchiudo che ingiustamente voi e senza ragione facciate alcuna querela o romore de lo vostro sbandeggiamento, recandovi a vergogna l'essere scacciati da coloro, il cui maestro, se pur suoi veraci discepoli sono, vi elesse per suo portatore, quasi come piú vi caglia il giudicio de gli uomini che quello di Dio. Per che vi dovete voi dare pace di tutto ciò che a Colui piace, a la cui direttissima volontá ed eterna disposizione e legge immutabile ogni cosa si creda per certo essere soggetta. Or dubitate forse voi de la divina ordinazione ed infallibile provvidenza? Credete voi che alcuna cosa senza ordine e senza alcuno reggimento qua giú sempre errando vada? Il che se voi credete, perché incolpate voi gli uomini e non la instabile fortuna? Non avete dunque voi giusta cagione da dolervi né da riprendere i chierici e prelati de la madre Chiesa; a li quali, benché di scellerata e cattiva vita siano alquanti e avvenga che facciano le sconcie cose, nondimeno dovete voi fargli ogni onore ed ogni riverenza come a vostri maggiori e come a quelli li quali sono da Dio ordinati e mandati a nostra utilitá, abbiando riguardo al divinissimo precetto di Cristo che ne comanda e dice: «Facete voi quelle cose le quali essi vi dicono e predicano che fare dobbiate; ma le malvagie opere loro, le quali essi sovente fanno, non vogliate voi fare».

[264] Venatio.

--Non piú--rispose l'asino--non piú parole. Io non niego che non debbiano essere ascoltate ed ubbidite loro leggi oneste e pie, né vitupero io in tutto loro decreti e canoni o regole del ben vivere. Non sono io di coloro che forse v'immaginate, ma di Cristo e vivo e morto, al quale io servo e servire voglio nel suo dolce e grazioso evangelio, né di servirgli sarò mai sazio. Al quale cosí piangendo son astretto di dire:--O benignissimo Padre, riguarda! riguarda, o bono pastore, con l'occhio de la pietá le tue povere e deboli pecorelle, le quali tra crudelissimi lupi sono poste drento a cardi, vepri, spine ed altre viziose erbe a pascere! Ecco, oimè! di quelli uno piú de gli altri affamato e fiero, Licaone, a passo a passo, senza alcuno rispiarmo, tutte le caccia, le svena, le straccia, le divora. Defendile, potentissimo Signore, defendile da gli soi crudi artigli. Che...

TRIPERUNO

E ra per seguir anco il vecchio bono G iá su l'entrar d'un poggio il qual si monta N on senza gran sudore, quando un grido A l tergo viemmi, rotto di dolore. T orsi la fronte, ed ecco for d'un bosco I o vidi una dongiella scapigliata V enir fuggendo, ed ha chi l'urta ed ange S empre battendo lei con aspra fune.

S tetti prima qual sasso; ma dapoi, Q uando comprendo il viso di Galanta, V olgo le spalle piú d'un strale in fretta A Fúlica per trarla for d'affanni. R ompeva la meschina l'aere intorno C on alte strida e suon di petto e mani. I ntendo l'occhio a chi la fea gridare: A hi! ch'io la riconobbi, ahi! cruda ed empia L aura maligna, incantatrice e maga, V enefica non men di Circe fiera, P utta sfacciata, vecchia, il cui fetore V olgea gli uomini in bestie, augelli e serpi, S tringendo ai carmi soi l'altrui costumi.

F úlica su pel monte ansando scampa, L o qual non piú vedere i' puoti mai. O vunque una sen fugge, e l'altra segue. R atto m'avvento al fondo d'un vallone: E cco vidi Galanta in un instante N on esser piú Galanta, ma curvarsi T utta ritratta, e capo e braccia e gambe, I n una picciol forma di mustella. N on puoti far allora, che non, ratto V òlto in gran fuga e lagrimando forte, S campassi per nascondermi da Laura.

D i passo in passo mi volgeva a drieto, E rrando e qua e lá come stordito. S tettesi la malvagia su duo piedi T utta minace in vista e neghittosa. R esto ancor io nel folto d'una macchia, V edendo lei ma non da lei veduto. C essò dunque la vecchia scellerata T ener piú via d'avermi allor nel griffo; O nde, quindi partita, io mi discopro R itornando a veder ov'è Galanta.