Cantoni il volontario

Chapter 9

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Tutt'a un tratto si udiva il grido: «acquavita!» e gl'inesperti che correvano alla direzione di quel grido rimanevano delusi ed eran l'oggetto delle beffe dei differenti crocchi, che non s'eran mossi e che pure avrebber lavato volontieri la gola con un bicchierino di qualunque cosa. Allora come per indifferenza all'ingannevole burla, gl'ingannati intuonavano un inno patriotico, in sostanza più atto a riscaldarli del sognato cordiale e tutti allegramente facevano coro con entusiasmo da dimenticare i disagi della notte.

La guerra è vergognosa cosa per una società che si chiama civile, e non si comprende perchè gli uomini devano reciprocamente uccidersi per intendersi. Ma quando disagi, pericoli, morte devono affrontarsi per la libertà del proprio paese o dell'altrui, allora la guerra diventa santa e la soddisfazione di coscienza che si prova paga con usura ogni patimento.

Tale era certamente la situazione morale di questi coraggiosi militi, e se il silenzio regnava tra alcuni dei numerosi fuochi, ciò era cagionato dall'attenzione prestata dai giovani ai racconti d'episodi per lo più guerreschi ed emancipatori dei più provetti.

La scuola pratica toccata alla gioventù Italiana in questi vent'anni dal 48 al 68 è stata molto giovevole, e certo la parte più brillante di tale periodo tocca ai Volontari.

L'elemento volontario, avversato dal governo, dal prete e da quella casta di dottrinari che capitanati da Mazzini ed ammantati da un esclusivismo arrogante, gridano ai quattro venti: «Noi soli siamo puri, noi uomini di _principii_ republicani perchè vogliamo la republica anche ove vi sia l'impossibilità di ottenerla.--Quanto si è fatto per l'unificazione patria nell'alta Italia, nel centro, nella meridionale, non solamente fu nullo ma nocivo, dicono essi.» Dante, Macchiavelli, Petrarca, che volevano un'Italia anche col diavolo, erano poveri visionari; solo i puri che dottrinano, ma non si muovono, mandano alla pugna e se ne tengon lontani, ponno costituire il paese. Per essi come per i preti, Marsala fu una sconfitta e Mentana un trionfo.

CAPITOLO XXX.

IL RACCONTO.

La memoria venturosa Che conserva chi va profugo De bei dì in che lieto fu È l'essenza della rosa Che conserva il puro effluvio D'un april che non è più.-- (_Aut. non noto._)

Giacomo Minuto soprannominato Brusco (ed era veramente brusco col nemico) era uno dei 73 che vennero da Montevideo in Italia nel 48 per prender parte alle cose patrie. E quegli Americani, com'eran chiamati tra i Volontari, eran la maggior parte valorosi ufficiali e lo provarono seminando le ossa su quella terra di glorie e di maledizioni che il prete ha ridotta in covile di malandrini d'ogni nazione, e si potrebbe dire in anfiteatro di torture, e di vergogne italiane.--

Brusco, marciando al nemico in fronte d'una colonna di militi, ispirava loro fiducia, ed era ammirabile di valore e di sangue freddo.

Il vajuolo avea segnato il marziale suo volto, ma non alterato il suo contegno guerriero. Alto di statura, ampio di petto e nerboruto, questo prode figlio della Liguria era del resto un perfetto atleta.--

Nel fatale 3 giugno una palla Napoleonica forava quel petto d'acciajo e vicino a sanare,--all'entrata dei soldati di Bonaparte in Roma nei primi di luglio,--Brusco strappavasi dallo sdegno, gli apparecchi della ferita, e moriva volontariamente d'emorragia.--In uno dei fuochi di campo, Brusco, torreggiava, ed i suoi giovani compagni cogli occhi rivolti a lui non fiatavano ascoltando il seguente racconto:

«Nella cattedrale di Montevideo (_Matriz_ come la chiamano colà) v'era un frate, che si diceva venuto da Terra Santa, e portatore di preziose reliquie.

«Egli era un uomo sui quaranta, corpulento e sull'ipocrita sua fisonomia si notavano da un occhio esperto, le traccie della lussuria. I suoi devoti li dicevano effetti d'astinenze e mortificazioni.

«L'arrivo di quell'uomo a Montevideo fece epoca, giacchè, quantunque come la grimigna si propaghi anche là la pianta, i venuti da Terra Santa sono poco frequenti.

«Vi sono preti, ma non fanatismo, e la popolazione è troppo libera per soggiacere sotto l'influenza di tali impostori. Ciò per la popolazione maschia.

«Le femmine, come dovunque, sono pascolo di birbanti, e in massima più propense al pretismo, sia per la natura men forte delle figlie d'Eva, sia per il culto speciale dei chercuti per il bel sesso e per ogni godimento umano.

«E ben provò la mia bella e sventurata Dolores il culto di quello scellerato per la libidine!--E qui s'inumidivano gli occhi del forte milite rimembrando una creatura amata e perduta.

Dolores era un'angelica fanciulla! E Brusco a quell'esclamazione volgeva gli occhi ad Ida, che al lato di Cantoni, ed avvolta in un mantello del suo amante, sporgeva la sua bella testa verso il narratore.

«Sì, anche in quei lontani paesi, vi sono delle vezzosissime donne: sulla razza indigena e su quella più infelice ancora de' trasportati africani primeggiano i discendenti dei conquistatori che conservano i bei lineamenti della razza iberica, ma con accrescimento di disinvoltura e fierezza, prodotte naturalmente da una vita libera, cavalleresca e guerriera.

»E Dolores era uno perfetto rampollo di quella razza, facile a discernersi dal grazioso portamento della persona, dalla capigliatura d'ebano e dall'occhio nero arcato, di cui è difficile sostenere lo sguardo senza sentirsi beati da moti deliziosi, irresistibili. Dolores non era una beghina,--anzi piuttosto spregiudicata,--e siccome m'avea dato tante prove di corrispondere all'immenso mio affetto, io non dubitava d'aver influito a sottrarla al diabolico contatto del prete.--(Ma quante non sono le donne che sanno il clero bugiardo, che sono colte e che pure frequentano la maledetta bottega per abitudine, per ipocrisia o per fini non religiosi!)--

»Quella mia carissima fidanzata lasciossi un giorno, per curiosità donnesca, persuadere da sua zia a visitare la _matriz_ per vedervi quel frate, di cui si raccontavano portenti, e che tanti possedeva talismani di Terra Santa. L'astuto prete faceva poi valere tutti quei suoi giocattoli da ciarlatano con una chiacchiera da infinocchiare sino al delirio le sue ascoltatrici. Egli avea dei mosaici del Santo Sepolcro, delle olive che avea lasciato Cristo nel giardino degli Olivi, ove egli si cibò, dopo l'orazione, di quelle frutta, e che miracolosamente si conservavano ancora intatte ai giorni nostri. Un occhio di Santa Tecla, uno stinco di San Tommaso, che apparteneva all'incredulo che volle toccar le piaghe del Salvatore. E credo anche un osso del dito di Giosuè con cui quel generale ebreo fermava il sole. Ma ciò che più millantava il mascalzone e che spacciava come infallibilmente miracoloso era un crocifisso del legno della vera croce, e questo potea chiamarsi il suo cavallo di battaglia, giacchè altro non era che un magnifico pugnale a cui la parte inferiore del crocifisso serviva di astuccio e la superiore d'impugnatura.

«Erano le cinque d'una sera di giugno quando Dolores con sua zia, avvolte in un gruppo di donnicciuole, entravano nella cattedrale per udire le sante parole del missionario, o, come dicono i preti, colla modestia che li distingue: _la parola di Dio!_

«Nell'altro emisfero in giugno alle cinque della sera fa notte, e quindi trovavasi la chiesa illuminata.

«L'uomo ha un po' dell'indole della pecora. Se le pecore si sparpagliassero non basterebbero cento pastori per condurre un gregge, ma ove va una van tutte, e con ciò un solo individuo può condurne delle centinaja. E così l'uomo: se uno che passa per una pubblica via si ferma a guardare qualche cosa, ogni ozioso si arresta, e guarda pure alla direzione dell'occhio dello stupido od astuto. Barnum a New-York paga della gente per rimanersene tutto il giorno a contemplare con ammirazione affettata le grottesche pitture che rappresentano animali o fenomeni del suo serraglio.

«Nella bottega del prete molti vanno per curiosità, altri per far l'amore ed altri per abitudine o per pecoreggiare. Quindi anche una coda di maschi seguiva le donne, ed io con quest'ultimi.

«Quasi vergognoso di trovarmi frammisto a gente sì poco stimabile, in un locale che mi fa ribrezzo, io nascosi questo mio corpaccio all'ombra d'una colonna del tempio, e, com'è naturale, il mio primo sguardo fu d'investigazione in ricerca della donna del mio affetto.

«L'occhio d'un amante non abbisogna di bussola per dirigersi alla meta, e poco durai a trovare la mia Dolores. Essa era seduta su d'una panca, accanto a sua zia tra il pulpito su cui era asceso il prete e la posizione che occupava io stesso.»

«Appena il chercuto ebbe rotato lo sguardo di falco sul gregge, egli lo fissò sulla bella fisonomia della mia diletta con tale ardore e con tale contegno, che se qualcuno dopo di lui mi avesse guardato in quel momento mi avrebbe veduto cambiar di colore, movere verso il malvivente ed inciampar nella prima panca da scuotere quanti v'eran sopra seduti.

«Il moto mio non potea sfuggire al prete e siccome io non era più nell'ombra, il suo occhio, distratto un momento dall'oggetto della sua ammirazione, piombò sul mio, ed una corrispondenza d'odio mortale si scambiò tra i due!--Ora chiederò io ai materialisti: Cosa vi sarà nell'occhio dell'individuo che tramanda nell'anima altrui tanta somma d'amore e d'odio? Io avrei bevuto il sangue di quel malvagio--e lui?...

«Oh perverso! Se io avessi potuto sognare il male che tu eri per farmi io t'avrei quella stessa sera precipitato dal pulpito, infranto il cranio sulle lapidi del pavimento e t'avrei strappato il tuo cuore di vipera!

«Fra Zabedeo, tale era il nome del chercuto, era perito nel mestiere e possedeva quella sfacciata eloquenza, quella facilità di parole e di modi che s'insinuano facilmente nel cuore delle donne, e quindi egli non durò fatica a divenire il lione di tutte le beghine di Montevideo. A me importava poco, ma ciò che mi premeva era la scoperta ch'io feci delle sue insidie per sedurre la mia donna. La zia di Dolores era una donna semplice, che amava sinceramente la nipote, ma come la maggior parte delle vecchie, essa era un boccone da preti, cioè, avrebbe dato ogni cosa sua a questi discendenti del serpente che sedusse la prima donna. E quando parlava del Zabedeo lo innalzava alle stelle, e diceva che per Montevideo quel santo padre era stato una benedizione di Dio. E qui non posso a meno di ricordare la cocciutaggine del nostro popolo delle campagne che da buon Italiano non manca delle furberie della nostra razza, ma che è nello stesso tempo d'una ostinazione ne' suoi pregiudizi da far perdere la bussola a chiunque.

«Io non ho mai potuto concepire come un contadino, che vi sa fare i conti meglio d'un matematico, possa credere alle mille menzogne propagate dai preti. Eppure il contadino con tutti i suoi vincoli e le sue miserie è il più fermo sostegno del despotismo e dell'impostura.

«L'astuto prete s'era introdotto nella casa di donna Rita zia di Dolores, con cui la mia bella fanciulla conviveva dopo la perdita dei genitori, ed ove io mi recava ogni giorno.

«Zabedeo però che d'ogni cosa era informato e che sapeva Dolores a me fidanzata, ed io un osso un po' duro a rodere, veniva in quella casa quando mi sapeva assente.

«Il birbante conosceva che, qual Legionario Italiano, io non poteva in quei giorni di pericolo per la nostra patria adottiva, trasgredire il mio dovere di milite. Egli quindi preparava i suoi piani di seduzione e facea le sue visite quando mi sapea di servigio.

«E di tutto ciò ero minutamente informato dalla mia Dolores, che ad onta d'esser una semplice ed innocente fanciulla, non avea mancato d'insospettirsi delle voglie brutali del negromante.

«Fu per me una terribile notte quella del 22 luglio 1847 in cui si seppe che l'esercito nemico, assediante Montevideo, dovea dare un assalto, e poi non fu che un falso allarme.

«Comunque fosse la Legione era consegnata in quartiere, pronta ad accorrere ove il bisogno lo richiedesse, e quel pugno di giovani che la componevano, avanzo di cento gloriosi combattimenti, passeggiava nel quartiere desioso di menar le mani, e la popolazione, di cui gl'Italiani meritarono la fiducia, era lieta di saperli in armi.

»In quella notte, io sergente, era stato incaricato con un picchetto della mia compagnia di pattugliare verso la sinistra della linea di difesa, non lontana appunto dalla casa di donna Rita. Con tutta la disciplina militare dei Legionari quel corpo non mancava d'aver i difetti inerenti ai volontari, cioè: certe licenze che essi, penetrati dalla santità del loro proposito in cui la meta altra non dev'essere che la libertà dei popoli, non dovrebbero permettersi. Il fatto sta che siccome tutto rimase tranquillo in quella notte, stanchi di passeggiare ci fermammo in un'osteria per bagnar il becco, ed io vi confesso la mia debolezza incaricai del picchetto il caporale, e m'incamminai verso la dimora del mio tesoro.

«Col cuore palpitante m'avvicinai alla porta e dico il vero, con un certo presentimento inquietante che m'avea preoccupato tutta la sera.

«La porta d'entrata era chiusa col saliscendi e facilmente apertala, traversai il cortile, e, pratico com'ero, m'avviai all'entrata d'un salone, apersi pure ed ivi trovai donna Rita addormentata profondamente su d'un seggiolone. La zia addormentata! e non vedo Dolores! ciò m'insospettisce. Eran le undici della sera, io non fiatavo, e mentre contemplavo la dormiente prestavo l'orecchio per qualche rumore. Un ahi! un lamento!... è la voce vibrante della mia donna, che mi sconvolge sino nell'ultima latebre dell'anima. Mi slancio verso la porta della stanza di lei! Era chiusa! Voi mi vedete.»--E qui il gigante della Liguria ergevasi da sembrar più alto d'un palmo: «Voi mi vedete.»--I suoi occhi scintillavano più del fuoco su cui s'inchinavano quei giovani nemici della tirannide grondanti di pioggia: «Con questo corpo, e non so come, io mi lanciai contro quella porta, che andò in frantumi, più presto che se l'avesse colpita il fulmine. Frantumata la porta mi trovai in presenza d'uno spettacolo ch'io vorrei scordare, ma che non posso, che mi tortura, e che mi martella l'anima spietatamente.

»Oh! se il nemico ci avesse assaltato in quella notte io avrei messo fine a questa vita di miserie ed almeno con gloria! La mia fidanzata, il mio angelo, la donna del mio cuore era distesa a terra, senza sensi, forse prostituita! e l'osceno sacerdote dell'inferno, con in mano il crocifisso, pugnale di cui vi ho narrato, e ch'io porto qui (battendosi sul cuore) nascosto,--reliquia di scelleggine e di amore!--sì, il prete tenevasi dietro del letto dell'insensata, ove s'era rannichiato all'entrata mia impetuosa.

»Armato del suo pugnale e rimesso alquanto del suo primo stupore, io vidi nel chercuto un soggetto, che non per la prima volta trovavasi in difficili cimenti.

»Nessuno di noi fiatava, e gli occhi roteavano nello spazio che ci divideva ora sul corpo immobile della giovine, ed ora d'intorno, come per cercare il destro, egli alla fuga, senza dubbio, ed io all'assalto.

»Io sino a quel momento avevo dimenticato che non tenevo armi, e che avevo lasciato il mio fucile con bajonetta all'osteria. Ma l'aspetto risoluto del prete mi pose in guardia, ed una sedia spezzata mi mise in un momento con un bastone alla mano.

»Vedendo che non si burlava, il prete aprì finalmente la fetida bocca con queste parole: Brusco (il demonio sapeva bene il mio nome), se voi volete lasciarmi uscire, io vi giuro che nulla si saprà dell'accaduto. Ma se voi vi ostinate a volermi colpire, io pianterò prima questo ferro nel cuore della donna, e poi vedremo il resto.

»In un secondo mi balenaron per la mente lo stupro, il perdono, la vendetta,... e quest'ultima la vinse nel mio cuore, generato tra gente che si vendica e non perdona gli oltraggi. Ed era grande l'oltraggio di quello scellerato!

»Io volai su di lui, ma per celere che fosse il mio moto, non giunsi a tempo per salvare la fanciulla. L'assassino, che sembrava pratico al ferire con quel suo misterioso pugnale, lo immerse nel seno di Dolores, e si mise subito in difesa contro me.

»Io nulla più vidi!... Strepiti di morte! sangue sparso! nulla! mi s'appannaron gli occhi. Non so cosa gridai, cosa feci; non so perchè anch'io non fui trafitto dal crocifisso-pugnale: ciocchè vi posso dire si è ch'io ripresi i sensi, quando la mia bocca si posò sulle labbra della mia donna.

»Io tenni un pezzo la mia destra sul polso di lei,--non un battito! non un segno di vita!... di quella vita per cui avrei dato mille volte la mia!

»Allora, colla disperazione nell'anima, calpestai rabbiosamente il cadavere di quel nemico del genere umano, e dopo d'aver pulita la fronte, su cui s'erano sfraccellati gli spruzzi delle cervella del Satana, io m'allontanai da quella stanza maledetta!»

In quel momento la tromba del quartier generale suonò la sveglia, tutte le altre trombe seguirono, e Brusco si congedò dai giovani compagni, rimasti un momento attoniti dal suo racconto, ma poco dopo padroni delle loro armi e pronti al loro posto di formazione.

CAPITOLO XXXI.

IL 30 APRILE.

Han combattuto; han vinto Sotto il talon del forte Giace il tiranno estinto. (BERCHET.)

Sei pure un giorno glorioso, o 30 aprile 1849, in cui un pugno di giovani Italiani, che combattevano per la prima volta, videro le spalle dei vecchi soldati d'Africa, mandati dal Bonaparte, traditore e corruttore dei popoli, e comandati dal figlio d'uno dei primi generali dello zio.

Sì! fu un bel giorno, e sino dall'alba un sergente nemico, inginocchiato ai piedi del comandante della Legione Italiana chiedendo la vita (come se avesse da fare con selvaggi) vaticinava la vittoria della giustizia. «Rialzati, figlio d'una nobile nazione e soldato d'un tiranno» disse il comandante al sergente, porgendogli la mano.

«Rialzati! noi non calpestiamo i caduti, non trucidiamo i vinti.--E male per noi! Forse un giorno spinti dai vostri insulti e dalla disperazione, noi vi sfideremo a morte. Ma no, meglio così, poveri ingannati!»

Richieri di Nizza, fratello d'uno dei feriti di Sant'Antonio, posto in imboscata sulla strada di Castel Guido, mise in fuga una squadra di esploratori Napoleonici, prese loro cavalli ed armi e ne condusse vari prigionieri al quartier generale della legione.

Il generale Oudinot, secondo il costume dei nostri vicini assuefatti a disprezzarci, sbarcato a Civitavecchia, marciò subito su Roma, quale facilissima preda. Egli s'era fatto precedere dai soliti fallaci proclami, in cui i soliti amici liberatori venivano a Roma per salvarla. La risoluzione di resistere, presa dal Governo romano, fu lodevolissima e degna d'un popolo che risorge alla vita dei liberi.

Forti, o deboli, picchiar sempre i prepotenti stranieri, e picchiando si ottengono sempre migliori risultati, che curvando il collo al giogo. Almeno si scansa il sogghigno di disprezzo, che più del ferro colpisce gli umili calpestati.

E la risoluzione di resistere fu accolta dai Romani e massime dalla gioventù italiana di tutte le provincie, con un entusiasmo indescrivibile. Ma altro è entusiasmo, di cui sono sempre prodighi gl'Italiani, altro è quella maschia costanza, di cui abbiam dato sì poche prove sin ora, senza di che non si giunge ad ultimare le grandi imprese.

Poi, ognuno tirava il carro dal proprio lato in questa povera penisola, senza curarsi di stringerci subito in un fascio, e far testa insieme alla prepotenza straniera.

Piemontesi, veneti, toscani, napoletani, ciascuno pensava per sè; e poco importava della sorte dei fratelli, che pure pugnavano per la stessa causa.

I re, si sa, temendo più il popolo dello straniero, desideravano la caduta di Venezia e di Roma. Ma gli stessi archimandriti di queste due e della Toscana fecero forse quanto potevano alla difesa comune? La storia risponderà.

Il Governo repubblicano, emanato dal suffragio libero ed universale del popolo, quantunque composto di gente onesta, era viziato dalla sua stessa natura.

Triumvirato! e quali tradizioni ha nel nostro paese il triumvirato, fuori della guerra civile e della tirannide? Eppure tale fu la forma di governo adottata da uomini pieni di buona volontà e patriottismo, ma traviati dalla presunzione del Mazzini, che senza avere la capacità di comandare, non tollera la direzione altrui, o gli altrui consigli. E senza voler manifestarsi capo assoluto, egli è assolutissimo, e direi quasi un secondo infallibile.

Se Mazzini più che triumviro, dittatore reale di Roma, avesse avuto le doti ed il coraggio di un dittatore, e dittatore si fosse fatto proclamare, cosa non difficile in quei giorni di pericolo, ciò avrebbe incontrato il gradimento dei buoni. Io credo, che se la Repubblica Romana non si sosteneva indefinitivamente, certo essa più lungamente avrebbe durato, e più degnamente sarebbe caduta. E caduta l'ultima, dopo Venezia e l'Ungheria.

Saffi ed Armellini eran patriotti distinti e virtuosi, ma questi due triumviri, siccome la maggior parte degli uomini che componevano la costituente romana, anche buoni ed intemerati, abbisognavano di ciò che si vuole in tempi urgenti, cioè una mente risoluta e ferrea con pieni poteri, e Mazzini, che non l'avrebbe tollerata, non era l'uomo da supplirla.

Comunque fosse, il 30 aprile fu un bel giorno! un giorno glorioso per le armi italiane!

Il generale Avezzana, veterano di cento battaglie ed una delle glorie più pure del nostro risorgimento, trovandosi alla direzione del ministero della guerra, organizzò la difesa della città eterna con molta maestria, ad onta dei pochi mezzi di cui disponeva, e delle insufficienti forze repubblicane, che non bastavano certamente a guarnire l'immensa estensione delle mura di Roma.

I pochi e poco numerosi corpi di Volontari che assistettero a quella magnifica pugna, di molto inferiori di numero al nemico, combatterono valorosamente e come si combatte contro ladri che invadono la propria casa.

Una delle buone disposizioni del generale Avezzana fu quella di occupare le posizioni esterne del monte Gianicolo fuori di Porta San Pancrazio. Le ville Corsini, Panfili, ed altre, situate sui vertici di quelle dominanti colline, presentavano una difesa imponente, coi loro solidi edifizi, coi recinti delle loro mura, ed i superbi secolari boschi che le adornano. Baldanzoso, il nemico avanzavasi sulla strada di Castel Guido verso porta Cavalleggieri, ed alle 10 antim. spiegava le sue teste di colonne, ed assaliva risolutamente, protetto dalle sue artiglierie messe in posizione.

Venendo da Castel Guido a porta Cavalleggieri si lasciano a destra le alte posizioni del Gianicolo, e trovandosi la Legione Italiana su quelle alture, essa colse l'opportunità d'un attacco di fianco sulla destra dei napoleonici.

I soldati nemici, già impegnati all'assalto della porta suddetta, vedendosi bruscamente attaccati sul loro fianco destro e potendo combattere un avversario non coperto da mura, fecero fronte a destra, ed il combattimento impegnossi furioso contro i legionari assalitori. Ivi presero parte, colla Legione Italiana, la Legione Romana, i Volontari d'Arcioni ed altre piccole frazioni di corpi.

Marrocchetti, Galletti, Arcioni, che comandavano i tre corpi suddetti, gareggiarono di valore e d'intrepidezza.