Chapter 8
¹ Pochi sono i marinari che viaggiano in Levante e non acquistano una fascia o cintura di lana. ² Nomi delle barche in generale o palischermi.
Ebbene, colla stessa agilità, coraggio, e disinvoltura, l'ho veduto io danzare sui pennoni d'una nave quando battuta dalla tempesta essa sembra agitarsi in una caldaja bollente.
Tale era il diciottenne Antonio Elia in quella notte di scirocco, fatto servo alla fiera ciurma dei pirati che della sua sveltezza e virilità s'innamoravano. E male per loro! ripeto.
Eran le 10 d'una sera autunnale. I pirati, dopo d'aver cenato lautamente quanto lo permetteva il tempo e la non soverchia abbondanza di provviste del trabaccolo, ed alla barba di Maometto tracannato quanto potevano portarne d'un barrile di discreto Marchigiano, si accovacciarono alla meglio sotto vento della barca, situato nella tolda nel bel mezzo del bastimento tra un albero e l'altro, ed assicurato con ride, risse e paranchi¹, precauzioni indispensabili nei temporali.
¹ Carrucole in cui si passano corbe, ride e risse, corde pure di assicurazione, o legature.
Ambi i bastimenti, destinati per la costa d'Africa, campeggiavano¹ col contrario vento, ed essendo la caravella più potente e veliera manovrava per mantenersi vicino alla sua preda; questa da parte sua, altro fare non poteva che tenersi quanto possibile al vento.
¹ Posavano contro il vento contrario.
I pirati, armati di tutto punto e fidenti nel numero, nulla diffidarono del giovine novizio, che rispondeva accuratamente ad ognuno dei loro comandi, talchè lo incaricarono anche della vigia¹ veglia a prora, occupazione penosa in una notte come quella in cui i colpi di mare sommergevano sovente tutta la parte anteriore del legno, e gli spruzzi arrivavano all'estremità superiore degli alberi.
¹ Veglia.--Vigilar per bastimenti a prora terra o altro.
Tale fiducia e noncuranza dei Turchi favorivano i progetti del nostro Elia, e le sue mosse da prora a poppa, ch'egli faceva per rifocillarsi ossia pigliar le sue misure per adempiere l'arduo disegno, non ispiravano alcuna diffidenza alla ciurma piratesca.
Vi sono vari modi d'affrontar la morte, e comunque uno vi si famigliarizzi, ogni modo non manca d'essere temuto dai più o meno forti, più o meno spregiudicati, anche, credo, quando si è decisi al suicidio. E qui devo dare un ricordo agli impostori chiamati preti, che speculavano sulla morte, come su ogni cosa, ed accompagnandola colle loro favole terribili d'Inferno, di Purgatorio e tante altre menzogne hanno reso spaventevole una naturale circostanza o trasformazione degli esseri.
L'idea d'esser tuffato cadavere in quell'onda nera e tempestosa, ed ivi annegato non era la più piacevole cosa in un'età piena di speranze, ma nella bilancia fra il pericolo e la gloria dell'impresa, l'ultima vinse nell'anima generosa del giovine eroe, in cui s'era concentrato tanto spirito dell'antica virtù romana.
Sotto il buonpresso¹ dei trabaccoli esiste per consuetudine una mannaja, che serve a rovesciare l'albero di trinchetto quando, sopraffatti nell'Adriatico da furiosa bora², quei legni sono obbligati di tener all'ancora.
¹ Albero quasi orizzontale alla estremità anteriore dei bastimenti. ² Vento da Greco.
Col pretesto della veglia, Antonio potè comodamente nasconderla sotto il giacchettone, e così armato venne a poppa, ove accanto al timoniere stava il capitano di presa, appoggiato al bottabarra¹.
¹ Pennone inferiore su cui sono invergate le vele di trabacco.
Il cuore batteva ad Elia, e ne avea ben donde comunque determinato; egli avventò il primo colpo alla testa dell'ufficiale e lo sbagliò!
La lama della scure conficossi ben addentro nel bottabarra come si può supporre pel colpo vibrato dal robusto braccio dell'Anconitano.
Il capitano, per fortuna di Elia, era in quel momento distratto, e pensò fosse qualcosa caduta da riva¹ e guardò in alto verso la cima dell'albero, mentre l'altro estraeva il ferro dal legno. Tuttociò accadde in pochi momenti, non potè però effettuarsi senza che l'ufficiale turco s'accorgesse della presenza d'Antonio, del suo ferro e del contegno ostile, essendo la notte oscurissima bensì, ma il sito alquanto rischiarato dal lume della bittacola².
¹ Di sopra. ² Sito ove si tengono le bussole.
Il terribile jatagan fu in un momento sguainato, ed un colpo sulla spalla sinistra d'Elia ne innondò il corpo di caldo sangue.
Sin allora come abbiamo accennato di sopra, una certa titubanza era mista alla disperata risoluzione dell'eroe italiano, ma il calore del sangue gettò il fiero giovane nell'orgasmo dell'eroismo, in quel momento ferita, vita, morte, erano un nulla! La mannaja rotò nelle sue mani con agilità elettrica e l'Ottomano cadde col cranio spaccato.
Quasi nello stesso tempo entrava in giuoco il timoniere, ma appena pose la mano alle armi esso era disteso al lato del capitano.
La terribile pugna d'uno contro nove armati meritava la luce del sole, e se quella scena di morte si eseguiva al cospetto di spettatori, o fosse stata soltanto illuminata da fiaccole o da un incendio, essa avrebbe sembrato una pugna di demoni contro il genio del bene rappresentato dal giovine Anconitano.
La felice impresa coi due primi lo animò talmente che, con minor difficoltà ch'egli non avrebbe sperato, potè disfarsi dei sette rimanenti nemici ch'egli attaccava separatamemte, nell'angusto spazio, tra la murata e la barca, e che trovava sonnolenti e soperchiati dalle bevande spiritose.
Chi, come me, avesse conosciuto Antonio Elia, al solo vedere quella bella, svelta e leonina figura, avrebbe esclamato! «Oh! quegli vale per una dozzina!»
Elia non era alto di statura, non era un Ercole, un Anteo, ma le sue forme avrebbero servito di modello allo scultore per scolpire Achille o Milone di Crotona. La sua prima cura, dopo d'essersi sbarazzato dei nove pirati, fu la liberazione dei compagni incatenati nella stiva, e si capisce come in una notte di tempestoso scirocco, dopo d'aver nascosto il fanale, e fatto appoggiare¹ il bastimento, non fu difficile al trabaccolo di sottrarsi alla vista della caravella. Tolti alcuni terzaruoli al trinchetto, e prendendo la direzione più conveniente alla velocità del legno, i liberati furono presto lontani dal nemico. E si disse che quell'equipaggio,--come sono gli Italiani sempre alla fine propensi i miracoli,--raccontasse che un angelo mandato da Dio avea sterminato i Mussulmani e salvatolo dalla schiavitù o dalla morte; che quell'angelo però era apparso sotto le sembianze di Antonio Elia. Tale portento fu senza dubbio propagato dai preti nell'interesse della bottega, e per menomare il merito dell'incomparabile liberatore.
¹ Seguire la direzione del vento.
Il fatto sta, che un'impresa stupenda senza uguale nella storia dei popoli rimase quasi ignota nella sua splendida verità, ed il Governo del Papa, che santifica gli inquisitori e gli assassini, nulla fece per ricompensare l'eroismo del marinaro italiano¹.
¹ Questo racconto è pura storia.
CAPITOLO XXVII.
REPUBBLICA ROMANA.
Libertà mal costume non sposa, Per sozzure non mette mai piè. (BERCHET).
La corruzione, arma terribile della tirannide, è giunta oggi a tal punto in Europa da allontanare ancora per molto tempo la realizzazione di quello stato di libertà e di prosperità generale, a cui potrebbe la società pretendere, e che fu agognato dagli onesti di tutte le generazioni.
Come volete libertà, se una metà di voi vuol vivere alle spalle dell'altra? La metà gaudente impera con prepotenza sulla metà soffrente coi mezzi che per forza estrae da questa, poichè non esisterebbero tiranni e i loro satelliti, se il popolo non fornisse loro, soldati, birri e danaro.
La legge! e non mi farebbe specie di udirla millantare e vociferare dai gaudenti, e dai loro giornali salariati, ma ciocchè duole è di udirla applaudire da certi organi della stampa periodica, che sembrano appartenere anche essi ai soffrenti.
Ma le leggi non sono esse proposte dai rappresentanti del popolo e da essi promulgate? quindi esse sono, nell'interesse vostro, e dei tanti piagnoni eterni banditori di lagnanze infondate! Non festeggiate voi lo Statuto con cui vi beò quella buona pasta di monarca, che capitanò la rivoluzione del 21, e che vendè poi tutti coloro ch'egli stesso avea suscitato o con cui aveva tramato la libertà della patria?
Non è lo Statuto la legge fondamentale dello Stato?
Il suo primo articolo non vi fa tutti Cattolici Apostolici Romani cioè dipendenti da coloro che in Roma vi barattarono collo straniero settantasette volte?
Non avete la legge sulla leva, non preti, leggi senza numero che vi mantengono quali vi vogliono i vostri padroni, cioè poveri e sottomessi?
La legge dunque, gridate tutti! la legge!
Una legge che pasce con un mucchio di milioni un individuo solo, di cui in fin de' conti è manifesto che si potrebbe far senza; nè basta: chè alla sua inutile conservazione si fanno servire l'esercito stanziale, e gli eserciti di birri, di prevosti, di spie, d'impiegati d'ogni specie. Tutta gente interessata all'esistenza di quel solo, ed a cui quel solo fa parte della sostanza pubblica. Dimodochè essi, che si potrebbero chiamare mignatte dello Stato, si sostengono a vicenda e spolpano il popolino, che si lagna, ma paga, dà il suo sangue, e sovente a squarcia gola grida: Viva i padroni! quando questi lo beano della loro presenza.
A tutte queste classi d'oppressori, grandi e piccoli, aggiungete la famiglia dei neri, che si sfama anch'essa alla mangiatoja popolare, e che nella famiglia umana rappresenta e vale meno del majale nella razza dei bruti, giacchè il majale, come dice Casti, tollera qualunque governo che non lo tocchi nella pancia, come il prete, ma più del prete è utile colle sue carni e poveretto nessuno inganna!
Leggi!... e le leggi che stipendiano i vescovi, e che vi obbligano a pagare il debito pontificio! Bisogna coprirsi gli occhi dalla vergogna! e ben fai, popolo, quando gridi: Viva la morte!... giacchè col denaro con cui pasci i tuoi vampiri essi comprano armi per combatterti, assoldano briganti, e, peggio di tutto, se ne servono per corrompere mortalmente e materialmente. Sì! io credo che prima dell'esistenza del Papato e compagni in Italia, la stirpe italica era più bella di corpo, più forte e più intelligente.
Fate un fascio del governo, dei birri, dei gaudenti d'ogni specie e d'una miserabilissima plebe, e con poche eccezioni, avrete quel bordello che si chiama moderna civiltà.
Civiltà! gli uomini la fan consistere nel peculio, anche a spese del prossimo, e le donne in mille frivolezze di lusso che vi raccappricciano, ed ambedue nuotano in un mare di corruzione, in cui l'esistenza della libertà si annega, o vi diventa impossibile.
La notte dell'8 febbrajo, prima della mezzanotte si proclama la Repubblica a Roma dai deputati dello Stato Romano riuniti in Costituente, e la Repubblica avrebbe durato se l'Italia ne fosse stata degna. Ma, lo ripeto: libertà mal costume non sposa! Non è degno di libertà il popolo che ogni giorno va a prostrarsi ai piedi d'un impostore che si chiama prete. E non è degno di libertà il bastonato, che si sganascia urlando: Viva i bastonatori!
Sì! in quella memorabile notte, il vecchio Campidoglio rimbombò del maggior grido di viva la Repubblica!
L'Europa, il mondo, stupirono alla rinascenza della loro antica metropoli, ma lo stupore passò presto, vedendo che pigmei volevano edificare sulle rovine dei giganti.
Nel giorno seguente le fiamme dei confessionali, ammassati sulla superba piazza del Vaticano, rallegravano le moltitudini, e promettevano la fine dell'abbruttita servitù del popolo Italiano dalla sudicia e corrosiva teocrazia.
Cicerovacchio, nome caro e riverito, tipo dell'operoso ed onesto popolano, avea capitanato una brigata di Romani alla santa impresa di bruciare quei troni della negromanzia, quella cloaca d'ogni corruzione umana, ed il popolo buono, quando ben guidato, sotto la direzione del suo venerando tribuno, compiva l'innocente _auto da fè_ con una calma ilarità degna de' suoi maggiori. «Che belle fiamme spingono al cielo questi nidi di vipere, urlava un popolano: si vede che non economizzavano il seccante nella pittura i nostri chercuti padroni.»
»Oh! non inganneranno più le nostre donne, e non sedurranno le nostre figlie, quei discendenti del serpente d'Eva;» esclamava un canuto mentre gettava sull'incendio alcuni rottami dell'arche nefande.
»Ebbene! ora che il fuoco è acceso, e che non rimarranno vestigi dei confessionali, entriamo nel tempio, e facciamo un po' di provvista per le nostre famiglie. A che servono tutti quegli ori ed argenti con cui sono adorni i Santi e le Madonne?»
Questa voce estranea alle moltitudini, ma nota a noi, usciva dalla bocca fetida d'uno vestito da popolano, ma che un occhio sperimentato avrebbe, benchè difficilmente, ravvisato che quel tale era tutt'altro.
Il prete per metamorfosi che faccia non può nascondere la sua feroce volpina fisonomia, e se lo avvicinate, esso puzza sempre di qualche cosa che somiglia al fetore del majale e del capro. Tale era Gaudenzio, inviato fra questa scena di libertà popolare per eccitare la moltitudine al disordine ed alla rapina. Le rivoluzioni, che il popolo eseguisce contro la tirannide, sono sempre disonorate e annientate dall'importante parte che vi sanno rappresentare i dottrinari e gl'impostori.
E qui m'occorre lo strano paragone dell'uomo col bue. Una truppa irrompente d'alcune centinaja d'animali vaccini, figli selvaggi dell'immense praterie del Nuovo Mondo, muove condotta dal tiranno uomo. Circostanza qualunque, ombra, nembo, lampo, tuono, luogo del macello, a cui essa è destinata, la precipita in una direzione indeterminata verso lo spazio.
Chi osa affrontare i terribili corridori del deserto nella loro fuga tumultuosa e furente? Nessuno! Il terreno balza come se fosse scosso dal terremoto. E chi tentasse arrestare i fuggenti sarebbe schiacciato come il filo d'erba che si sprofonda sotto l'ugna pesante. La massa moventesi è irresistibile, e ben lo sa l'astuto cavalier conduttore: egli non s'appone alla fuga, ma la segue, volando sul veloce e robusto corsiero, docile istromento di servitù anch'esso, quando è domato dall'uomo. E segue, e segue tenendosi su d'un fianco della truppa. E segue, sinchè l'ostacolo d'una foltissima vergine foresta, o d'un fiume arresti la marcia della massa informe.
Questa, allora si ferma, si ravvolge in vortice, ed il destro conduttore dopo d'averla circondata di guardie, aspetta che passi il bollore dei robusti selvaggi li lascia alquanto a pascolo tranquillo, indi spinge ancora, sulla via del macello, quelle centinaja di fortissimi bruti, di cui uno solo basterebbe a rovesciare quanti custodi li circondano, e finalmente li riconduce mansueti come mandra di pecore. Il Gesuita, vecchia conoscenza nostra, ed uno dei neri conduttori di questo infelice popolo, considerando che inutile era opporsi alla foga plebea dell'epoca, continuava, come già abbiam veduto, a seguitar la mandra adulando, eccitandola agli eccessi, ed aspettando comodamente il giorno in cui potrebbe venderla al macello. Non è questa la storia d'Italia da diciotto secoli?
La voce del prete fu accolta con applausi dalla folla dei giovani, sempre amanti di novità, e già alcuni monelli dirigevansi verso l'immensa mole, capo d'opera d'arte e di corruzione umana, per mettere ad effetto i consigli del tentatore, ma la parola austera del vecchio tribuno romano tuonò come il rimbombo della tempesta, tra la folla inquieta, ma docile all'autorità dell'onesto archimandrita. «Siam qui noi per emancipazione del diritto e della coscienza, per la libertà della patria (e questa seconda parte era meglio capita) o siamo venuti per rubare, spogliare il tempio, e manomettere i sacri stupendi lavori dell'arte che i nostri padri affidarono a noi per tramandarli alla più remota posterità?»
E qui con licenza del santo martire della libertà italiana, io confesso esser di altra opinione.
Se l'Italia invece d'essere un pantheon di memorie e d'opere insigni, fosse un po' men ricca d'arte ma più robusta, cioè in luogo di templi, avesse ginnasi ed opifici, ed in luogo di tanti Ciceroni, avesse cittadini operosi e forti, essa certamente cesserebbe d'esser mancipia dello straniero più robusto ed operoso di noi, quindi se in luogo di limitarsi a bruciare alcuni confessionali, i romani del 49 avessero scaraventato nell'incendio quante mitre insudiciano grottescamente le grandiose opere d'arti, che adornano il primo tempio del mondo, anche a rischio di frantumare qualche capolavoro, forse sulle ceneri calde del suo covile non sarebbe tornato il maledetto mitrato nemico dell'Italia.
Comunque sia la parola autorevole di Cicerovacchio fermò la moltitudine che già aveva cominciato ad avviarsi verso il grandissimo tempio, ed un nembo di evviva ad Angelo Brunetti¹ scoppiò nella folla dei discendenti di Virginio e di Dentato, uomini che credo operassero più e gridassero meno di noi moderni italiani.
¹ Vero nome di Cicerovacchio.
Il rapitore d'Ida, che s'era innalzato sulla punta dei piedi per gettare tra il popolo l'eccitamento al bottino, si rannicchiò piccin piccino, si confuse nella folla e dileguossi con una celerità che sarebbe sembrata sorprendente, se la comparsa della bella e maschia figura di Martino Franchi, illuminata dall'incendio, non avesse avuto luogo contemporaneamente alle ultime parole del tribuno romano. Quella tale bottiglia scaraventata dal braccio del robusto Bresciano, sembrò sfiorare ancora la smorta guancia del Gesuita, che non pensò due volte a battere i tacchi, e correre dal suo Generale per ragguagliarlo dell'inutile suo tentativo di sommossa, e della comparsa in Roma d'alcune Camicie Rosse attratte dalla proclamazione della Repubblica.
CAPITOLO XXXVIII.
DAVERIO.
Il mortale. Non vive ei forse anche sotterra quando Gli sarà muta l'armonia del giorno, Se può destarla con soavi cure Nella mente de' suoi? Celeste è questa Corrispondenza d'amorosi sensi. (FOSCOLO.)
La proclamazione della Repubblica Romana trovò la Legione Italiana a Rieti, ov'essa era stata inviata dal Governo provvisorio in osservazione contro le minaccie d'invasione borbonica. Alcune opere leggiere di difesa si eressero per precauzione alla frontiera che divideva il Pontificio dal Napoletano, ed il genio dei Volontari era diretto da Daverio, giovane ingegnere. Il tipo dei Manchi e dei Daveri, è preculiare all'Italia: il suo popolo, lo confesso con dolore, è corrotto dall'educazione pretina, ma come qualche volte in una notte tempestosa il navigante è rallegrato dalla comparsa d'alcuni astri, che sembrano fuggire, inseguiti dalle nere nubi che li nascondevano, così questa terra classica partorisce qua e là certe individualità speciali e privilegiate che fanno dimenticare l'abbruttimento delle masse e la malvagità di chi le deprava.--Avete osservato nel vostro consorzio degli uomini quel giovine dal volto d'angiolo, che come il sembiante ha l'anima, che nelle risse, ove di rado si trova, parteggia per il debole, che si precipita nell'onda per salvare la vita d'un naufrago, che marcia sempre tra i primi in una carica di Volontari contro il nemico, ultimo nelle ritirate, che mai non murmora per disagi o fame, che cade ferito senza un lamento, e che il giorno delle ricompense si ritrae e lascia fregiare il petto d'un ciondolo o d'una fettuccia a coloro che forse avevan veduto il nemico da lontano, e sdegna di partecipare a quelle mercedi, a quelle medaglie, a quelle croci con cui il despotismo di quasi tutti i paesi s'è fatto un baluardo, quasi inespugnabile, di vanitosi satelliti?
Ebbene, quel giovane, sì valoroso, sì bello, sì modesto, che prese parte a tutte le pugne italiane, dalle barricate di Milano, al fatale 3 giugno, ove lasciò gloriosamente la vita, quel giovine è Daverio, il Lombardo, oggi occupato alle opere di difesa della frontiera romana, presso Rieti, e che vent'anni di lotta non hanno potuto cancellare dalle vergogne italiane.
Sì! vive anche sotterra Daverio, vivono i valorosi suoi compagni caduti sulla terra romana, e vivranno e saran ricordati alle genti sino alle più remote generazioni, quando il fiume della ragione, signoreggiando l'Italia, ne lavi le brutture di diciotto secoli;--quella fascia azzurra, che circonda i monti e l'Infinito!
E chi oserebbe trovarvi un limite? Colui che di mondi seminò l'Infinito, ne segnò l'orbite e le leggi regolatrici, n'è la mente, lo spirito, l'intelligenza, l'anima,--è l'Infinito.
E l'anima mia, che penetra nelle latebre dell'Infinito, non lo può definire, ma lo concepisce, e ne regge una particella materiale, infinitamente minima, è essa stessa mente, spirito, intelligenza, parte dell'Infinito? Sì! io credo all'immortalità dell'anima, e mi compiaccio nell'idea che mia madre al mio capezzale, mio padre ed i miei cari, martiri d'una causa santa, corrispondano ancora all'affetto mio.
CAPITOLO XXIX.
IL GENERALE AVEZZANA.
Libertà va cercando che è si cara, Come sa chi per lei vita rifiuta. (DANTE.)
Una delle grandi figure della rivoluzione Italiana è certamente il generale Avezzana, questo valoroso milite della libertà umana, favorito dalla natura di belle forme e di robustezza della persona, lo è similmente nelle doti dell'anima. Basta dire che i suoi nemici, altro difetto non trovano in lui, che d'esser troppo buono! cioè di essere troppo propenso ad esaudire una richiesta ed a dividere il suo pane con chi ne abbisogna.
Tali qualità d'un animo ben fatto riunite ad una tempra ferrea e ad una bravura a tutta prova doveano naturalmente fare del generale Avezzana l'idolo dei suoi subordinati.
Egli apparteneva alla schiera de' prodi che traditi da uno spergiuro emigrarono nella Spagna con Pacchiarotti nel 1821, e che vi fecero bello il nome Italiano, pugnando per gli stessi diritti che avean loro fruttato l'esilio. L'invasione francese nella Penisola Iberica, cacciava Avezzana in America, ove tanto si distinse nelle guerre Messicane con isplendide vittorie e colla fondazione di Tampico, oggi secondo porto marittimo di quella repubblica. Per la Legione Italiana l'avvenimento d'Avezzana al ministero della guerra in Roma fu una vera fortuna. Il corpo dei Volontari, pel quale nutriva avversione e diffidenza il governo che precedette la Repubblica, era mantenuto lontano da Roma, e con molta difficoltà esso avea le cose più necessarie alla vita del milite.
La Legione passò vari mesi dell'inverno senza capotti, e più della metà era armata di lancie quando fu chiamata alla capitale per partecipare alla difesa contro l'esercito di Bonaparte. Ma, giunto Avezzana al governo, essa ebbe subito il necessario.
Era una notte d'aprile, la Legione partita da Rieti marciava su Roma, e questa era la prima notte di campo che induravano i Volontari, e ben rigida. Oggi, inaridito dagli anni, una notte tempestosa passata allo scoperto mi raccapriccia, ma più giovane, io ho goduto allo spettacolo d'una notte nella foresta illuminata da un fuoco che si doveva difendere e sostenere in vita lottando col temporale.
Pioveva a dirotto, e le frondi dell'annose quercie battute del vento aumentavano gli effetti della pioggia. Per fortuna il proprietario del campo, ove i Volontari pernottavano, ci avea regalati di una magnifica pianta, che diede legna sufficiente per tutta la notte a tutti i militi.
Era ammirabile veder quella gioventù grondante acqua, continuamente occupata ad attizzare il fuoco che la pioggia persisteva a spegnere, sollazzarsi allegramente con facezie e racconti graziosi come se fosse seduta a lauto banchetto.