Chapter 5
Il colpo ricevuto da Ida, che la condusse svenuta in casa di Teresa; e quindi nelle ugne di Gaudenzio, era stato, come abbiam veduto, un colpo sulla testa, che l'avea fortemente stordita, ma fortunatamente non offesa mortalmente. Dimodochè con 24 ore di riposo essa sarebbe forse stata ristabilita da poter seguire il corpo dei Volontari, e l'uomo a cui essa si trovava vincolata per la vita, ora più che dall'amore il più fervido, da gratitudine immensa.
Ma così non doveva essere; appena rinvenuta dallo stordimento, e quando essa cominciava a prender qualche riposo, noi l'abbiam veduta rapire proditoriamente, ed involata dal dissoluto seguace di Loyola, rimanendo assolutamente in suo potere in una carrozza.
Il lettore crederà forse che dopo tutte le tenerezze usatesi vicendevolmente da Cortlin e da Gaudenzio, quest'ultimo, conformandosi agl'impegni presi sì enfaticamente col compagno, volesse condurgli in casa la bella Bolognese. Ma nemmen per sogno! Il gesuita, padrone d'Ida, non l'avrebbe ceduta nemmeno al Santo Padre.
«E vi pare che sia quella creatura da cedere a chicchessia? ruminava tra sè il birbante. Un angelo simile! E che non valgo io forse un'eminenza, da non poter come quei signori tener una vergine per adorarla?» E qui stimolato dalla libidine, e profittando dello stato sonnacchioso, in cui eran caduti i malandrini compagni, egli inchinò il suo volto di serpe sulla bocca imbavagliata d'Ida e tentò baciarla.
Non l'avesse mai fatto: rinvenuta dallo stupore, e pressochè conscia dell'infelice suo stato, la prigioniera parve elettrizzata dal fulmine, ed un pugno sì solenne cadde sul ceffo dell'impudente chercuto, da fargli comparire la vettura come una stanza stellata, ed il sangue suo, massimo dal naso, imbrattò la sua schifosa sottana da farlo sembrare un macellajo, anche nella poco illuminata carrozza.
Tornata in sè stessa, dopo quel magnifico pugno, Ida strappò i panni, con cui l'avevano imbavagliata, e si avvinse alla portiera della carrozza, girando fortemente colla vittoriosa sua destra la chiave del saliscendi.
Essa era pervenuta ad aprirlo, e l'aura della libertà avea già rinfrescato il suo volto. Ma il prete, che avea potuto mantenersi in silenzio ad onta del gran colpo e del ceffo insanguinato, non volle permettere la fuga della sua preda, ed afferrandola con ambe le mani, diè in uno strido tale di ferocia da far balzare e dar della testa al tetto della vettura ai due masnadieri.
In un momento l'infelice fanciulla fu ricacciata sul suo sedile, la portiera richiusa, e ad ognuno degli sgherri fu ingiunto dal loro capo di non mover la mano dal saliscendi sino a raggiungere la destinazione.
E qual era la nuova destinazione?
Ida non la conosceva certamente, e probabilmente nessuno ancora, giacchè Gaudenzio avea determinato la direzione a mezzogiorno, ma non avea egli stesso fissato il sito di reclusione destinato alla bella cattiva, avendo a sua disposizione molti conventi, fortezze e castelli. Tale è la potenza di questa setta di demoni, indispensabili a tutti i despotismi che servono come spie, delatori e birri, e dei cui mezzi immensi dispongono liberamente. Io non mi accingerò a descrivere la setta diabolica che prende il suo nome dal giusto, e che lo prende giustamente per mascherare le sue nefandezze. Moderno proteo, maledetto dal mondo che ne conosce le scelleraggini, esso sparisce ove un lume di libertà si mostra che lo abbaglia e lo annienta; ma ritemprato sulla soglia della tirannide, la spinge a dilatarsi, la suscita, la fomenta, ove ne trova il minimo germe, e solo quando i popoli, imbrattati della ruggine dei loro ferri, li scuotono, l'infrangono, e ne scaraventano i rottami sui loro oppressori, allora il proteo sveste le odiatissime sue forme, e fuggendo l'ira giustissima degli oppressi, ricomparisce altrove, e sotto aspetto sorridente e _moderato_ dice: «anch'io sono liberale!» Quando l'inferno vomitava il gesuita ed il prete che son tutt'uno, ei ben sapeva di regalare all'umanità, la quintessenza dell'orrido suo ministero.
Il miserabile despota della Francia, sostenitore primo del gesuitismo, vive di esso e per esso. Egli iniziò il suo impero con una menzogna: l'_impero è la pace_! preludio d'altre infinite menzogne, mentre sapeva non potersi sostenere senza la guerra. E tali sono la maggior parte de' moderni potentati dell'Europa, seduti sull'ingiustizia e la prepotenza abbisognano della nera setta, che patrocinano per ingannare le nazioni. Non mi accingo, ripeto, a descrivere il Gesuitismo. Penne ben altrimenti famose della mia già ne assunsero l'incarico e svelarono i mezzi di cui esso può disporre. Spia, agente poliziesco e pervertitore d'ogni tirannide, ma particolarmente di quella più schifosa ed abbominevole che siede in Roma, ed a cui esso deve ubbidienza diretta ed immediata, quando non riesce a soverchiarla a forza d'astuzia e d'insolente impudenza.
Il Gesuita rappresenta la malizia umana: quando ai primordi della società, un astuto poltrone capì che si poteva vivere lautamente, ingannando, alle spalle degli imbecilli che lavorerebbero per lui, egli fu gesuita, fu prete, fu negromante, e le moltitudini lo venerarono. Da quando i detrattori d'Aristide gli diedero l'ostracismo, dai farisei che crocifissero Cristo, e da questo agli eminentissimi di Roma, che vendono la loro patria allo straniero per nuotare in ogni specie di libidine, esiste sempre il Gesuita, e non so se peggiori gli antichi de' moderni. Comunque sia il Gesuitismo, come il pidocchio, si genera dal sudiciume, dall'ignoranza e dalla miseria!
Prima di quel tale pugno, Gaudenzio era stato incerto sulla scelta del luogo di reclusione per Ida, ma dopo di quel solenne pugno, egli così ragionò tra sè: «Altro che conventi, per quello diavoletto! Esso è capace di mettervi fuoco, o alla peggio uscirne sotto veste di monaca frequentatrice. Poi, quei fratacci son così ghiotti delle belle creature, ch'è veramente un affare serio affidarlo alle loro ugne.
«A Roma!... nemmen per sogno! Fra tanti avoltoj del Sanfedismo, non resta in mio potere 24 ore.
«A San Leo dal mio amico e protetto, cavalier Volpone. Egli è vecchio e avarissimo, ed abbisogna del mio patrocinio per sottrarsi alle galere, ove i suoi furti lo condurrebbero certamente.»
A San Leo dunque! ed il Gesuita si sarebbe fregato le mani come le fregava Archimede nei suoi sublimi ritrovati, se certo agglomerarsi di sangue nel naso non lo avesse obligato di tener la destra occupata con un fazzoletto.
Da Ravenna a San Leo v'è un bel tratto, e certo abbisognò il Lojolesco di tutta la sagace sua malizia, per condurre la nave a buon porto. Egli largheggiò non poco col cocchiere, acciocchè scansasse ogni sito pericoloso, massime poi coll'incontro dei rompicolli a camicia rossa, per i quali il fiuto squisito a trovare birbanti è tradizionale. La stessa prodigalità usò co' mascalzoni compagni.
Ida era guardata a vista; ove si sentiva gente, i tre le tenevan la mano sulla bocca, anche a rischio di soffocarla.--Povera ragazza! essa capiva che era inutile ogni conato, e si conformava alla sorte sua sventurata. Le stesse precauzioni eran prese quando si trattava di cambiare cavalli, e ciò succedeva possibilmente nei siti meno frequentati.
Per pratico che fosse il cocchiere e ben pagato, egli non poteva sempre scostarsi della grande via Emilia che percorre le Romagne dal settentrione al mezzogiorno, e che passa per la maggior parte dello spazio che dovea transitare la nostra comitiva per giungere da Ravenna a San Leo, molte miglia a libeccio di Rimini e di San Marino.
Dopo d'aver percorso la strada da Ravenna a Forlì quindi a Forlimpopoli--e come si toccavano quei poveri cavalli! e quante promesse al cocchiere ed agli altri!--era giunta la carrozza tra Forlimpopoli e Cesena verso le 3 pom., quando nel giro del contraforte d'una collina, uno squillo di tromba fece un effetto tremendo fra i tre custodi d'Ida. Essa pure ne fu scossa meravigliosamente, abbenchè in senso contrario, riconoscendo in quel suono la tante volte udita e cara tromba dei Volontari. La giovinetta si scosse tra gli osceni tocchi de' suoi persecutori, come sotto l'impulsione dell'elettrico. Il Chercuto diventò pallido come un cadavere, e s'avvinghiò freneticamente al corpo della sua vittima, tremando e quasi supplicandola. I masnadieri, consci del pericolo della situazione, ma meno codardi del prete, la strinsero villanamente e s'incaricarono da soli di guardare membra e bocca dell'infelice fanciulla.
Intanto a poca distanza si sviluppava il superbo corpo dei Volontari, in numero allora di ottocento uomini, composto per la maggior parte della gioventù scelta d'ogni provincia italiana. Ed era quella gioventù che i preti spacciavano per ladri e malviventi!!
I Volontari avevan meriggiato a destra e sinistra della strada, e la tromba suonava a raccolta per pigliar la marcia verso Cesena.
Era piacevole spettacolo per anime patriottiche il vedere quella vispa e coraggiosa gioventù, che abbandonando gli agi d'una vita splendida, s'incamminava a spargere il proprio sangue per la redenzione della patria! Oh! si può essere superbo d'aver guidato sui campi di battaglia quella eletta parte della Nazione!
Così non dicevano i traditori, di cui disgraziatamente abbonda ancora questa terra infelice!
Se un pittore avesse potuto penetrare collo sguardo in quel momento nell'interno della carrozza, ove stavano i quattro viaggiatori, sicuramente egli ne avrebbe ricavato uno sbozzo da non invidiare qualunque dei più interessanti.
Abbisognava la robustezza dei due ladri della nostra eroina, per trattenerla dal precipitarsi fuori del veicolo. Essa avea tentato quanto era umanamente possibile ad una fanciulla di quattordici anni; morsi, graffiature, pugni, contracambiati con minacce di morte degli assassini e da brutalissime violenze per impedirla di muoversi, e sopratutto di gridare.
La colonna dei Volontari sfilava sullo stradale e la carrozza doveva fronteggiarla necessariamente in quasi tutta la sua estensione; Gaudenzio, con una mano all'insanguinato naso, teneva coll'altra la fanciulla per il vestito; ma macchinalmente, poichè l'indecente prete era più dell'altro mondo che di questo dalla paura. L'occhio stralunato di quel perverso misurava il numero dei Volontari, ma senza fissarsi in nessun degli individui che componevano il corpo, ognuno gli sembrava ugualmente formidabile e spaventoso. Era atterrito, convulso, nessuno ei fissava! quando un grido come di morente, sgorgato dalla gola del ministro di Satana, provò ch'egli avea distinto qualcuno. E veramente la bella e gioviale fisionomia di Martino Franchi, su quella magnifica quadratura di spalle s'era riflessa nell'occhio del prete, ed avea fatto nell'anima sua perversa l'effetto della testa di Medusa. La reminiscenza di quel terribile colpo di bottiglia, e l'orrida scena di Ravenna si affacciarono alla mente sua, come se fossero per ripetersi in quel momento. L'occhio di Franchi colpì l'occhio sinistro del Chercuto, ma colla mano sul volto, pallido e sfigurato com'era, non fu possibile riconoscerlo. Guai! se Martino lo avesse indovinato! Altro che bottiglia, e cavalcata di somaro!
L'ombra del gigante Bresciano (poichè gigante era sembrato Franchi allo spaventato Gaudenzio) dileguossi finalmente, grazie alla solerzia del cocchiere che toccava i cavalli maladettamente. E dileguossi pure la momentanea speranza dell'infelice fanciulla. E Cantoni, che cento volte avrebbe dato la vita per liberarla, occupato a mettere in ordine i bagagli del Quartier generale in ajuto di Aguilan, e che dovevano seguire la colonna appena s'era accorto del passaggio di quel veicolo sullo stradale, ove ne passavano tanti. Il delitto dunque favorito dalla fortuna, procedeva la sua via scellerata, trascinando seco l'innocenza, per sacrificarla alle mostruose sue libidini. Che il vizio, la violenza, la tirannide, l'impostura trionfino qualche volta sulla terra, ciò non deve impedire alla virtù di seguire il suo sentiero seminato di spine, impavida e colla fronte alta: Dio paga tardi, ma paga giusto.
CAPITOLO XVII.
SAN LEO.
. . . . O Mantovan! io son Sordello Della tua terra, e l'un e l'altro abbracciava. Ahi! serva Italia di dolor ostello, Nave senza nocchiero in gran tempesta, Non donna di provincie, ma bordello! (DANTE)
A poche miglia da San Marino verso libeccio si scorge uno di quei monti, che per poche nozioni geologiche che si abbia di questo nostro pianeta, altri non può a meno di figurarvi un antico e spento fumajolo nella terra. Spento, non più fumante, perchè il tempo lo smorzò colle sue _fredd'ali_, lasciando intatta tra i cataclismi e gli sconvolgimenti la sua conica forma, caratteristica del Vulcano.
La terra si spegne, dicono gli scienziati. Corpo intieramente igneo una volta, essa va riconcentrando le sue voragini di fuoco ognor più lontano dalla superficie, più circoscritte quindi, e quindi con minor bisogno di fumajoli o crateri di Vulcani indispensabili alle esalazioni del grandissimo focolare.
Di tali fumajoli spenti è coperta la superficie del globo, e tali sono le maestose cime delle Alpi, delle Ande, e mi figuro dell'Imalaja, figlia primogenita forse delle spaventose convulsioni del terribile elemento, che rode senza posa le viscere di questo minore ruotatore dello spazio.
La terra si raffredda, si spegne, e chi ne dubita? Essa fra alcuni secoli sarà una ghiacciaja, dico fra alcuni secoli, perchè cosa sono i milioni di secoli paragonati all'eternità?
I corpi morti vi si conserveranno di più, ma morti! dall'issopo al cedro, dalla formica all'elefante, dallo schiavo al tiranno, ma morti! perchè nulla potrà vivere su questa superficie cristallizzata. E poi...
L'uomo e le sue tombe E l'estreme sembianze e le reliquie Della terra e del ciel travolge il tempo. (FOSCOLO)
La terra si raffredda, si spegne! Il ghiaccio su tutta la sua superficie seppellirà le reliquie di ogni animazione. Piante d'ogni specie: dall'abete maestoso, che corona le falde di monti, all'umile gramigna che tappezza le valli, dalle ossa dello schiavo a quelle del padrone, tutto frammisto, tutto sconvolto, tutto coperto, forse eternamente, da una crosta di cristallo forse eterno!
E la terra continuerà a ruotare nello spazio, non più abitata da formiche e da genti, ma da individui ancora della famiglia infinita di mondi, con cui l'Onnipotente popolò l'Infinito.
E l'uomo si affatica, si travaglia, si tortura, come se la vita sua d'un secondo dovesse durare eternamente.--Il despota, il prete, più astuti, più malvagi del resto della famiglia umana, la ingannano, la rubano, la fanno infelice, per godere alcuni secondi d'una vita scellerata a spese degli stupidi che credono le loro menzogne e dei codardi, che in luogo di liberarsi, rovesciandoli nella polve, si accovacciano ai loro piedi tremanti, o, vestendo una livrea, li ajutano ad impoverire e stremare la povera gente!
Che siano attivi od estinti, i vulcani conservano generalmente la forma conica-tronca, e se curiosi a vedersi sono quelli che s'innalzano dal seno dei laghi, come i due bellissimi che adornano il lago di Nicaragua nell'America centrale, nol sono meno i tanti che sporgendo le altissime loro cime sugli Oceani, incantano il navigante rallegrato ed attonito, colla loro forma graziosa, la loro eterna verdura, se sotto la zona torrida. Tali sono gli altissimi coni del gruppo di Lipari, delle Marianne dell'Indiano arcipelago, e tanti altri. La forma conica-tronca del fumajolo della terra si è costituita quando l'esplosione vulcanica squarciò la crosta del globo e vi formò il cratere, oppure quando il cratere rovente, come succede ad ogni materia in ebollizione, forma vortice in cui la materia o lava emessa, uscendo dal tubo si sparse intorno ed accrebbe progressivamente la base, le falde, e l'orlo dell'orifizio. I secoli poi si incaricarono d'innalzare quei tumuli ad orifizio od orifizi, e ne spinsero molti ad altezze smisurate, come l'Etna, l'Ecla, il Viejo, ecc. che altro non sono se non se agglomerazione delle materie ignee vomitate dai vulcani e precipitate verso la base, estendendole sugli strati successivi raffreddati ed aumentando sempre più lo spessore totale della crosta vulcanica e la sua altezza.--Sono essi, vulcani più antichi, che datano la loro origine forse dall'incandescenza terrestre, quando, cioè, questo nostro parco di delizie e di miserie, era un mare di fuoco. Allora bolliva questa superficie come qualunque altro fluido, ed emetteva quegli sporgenti orifizi che formarono i presenti fumajoli spenti od attivi.
Il vulcano spento di San Leo conta tra i minori dei giganti della terra, non manca però di celebrità nella storia dei delitti umani: Esso ha servito, come tant'altre eminenze, al ricovero di prepotenti, che dall'alto dei loro nidi d'aquile piombavano sulle sostanze, o rubavano le donne, maltrattando gli uomini od uccidendoli. In quelle epoche remote ebbero origine molte feodali famiglie, quelle, cioè, i cui titoli non nacquero da compra con denaro accumulato dall'usura o da servilismo prodigato ai potenti.
La feodalità moderna¹ è più moderata. Essa dissangua le Nazioni come l'antica, ma con più astuzia. È più ricca di quella per l'acrescimento delle popolazioni di servi, delle produzioni e del commercio, profittando delle propensioni dei popoli a costituirsi in grandi nazionalità, per non soggiacere ai capricci di vicini potenti.
¹ I Regnanti.
La feodalità monarchica ajutata dal prete, ravvolse le genti d'Europa in una nube tale di menzogne e di corruzione, da far prender loro per una situazione di progresso, uno stato vero di tirannide, più odioso delle antiche, perchè mascherata da istituzioni sedicenti liberali, ma più perfida e più menzognera.
CAPITOLO XVIII.
IL BIRRO.
Qualunque sia governo al porco piace, Anche a furia che sia di bastonate Mangiar, bere e dormir, lasciato in pace. (CASTI.)
Era nei primi di dicembre 1848, il tempo corrispondeva alla stagione. La sera era tetra per una caligine fitta ed oscura, che se non era pioggia, ti bagnava almeno quanto quella e ti penetrava colla sua umidità ributtante sin nella midolla delle ossa facendoti rabbrividire disgustosamente. La rocca di San Leo, posta sul cratere del vulcano spento alla sommità della montagna, era intieramente avvolta nelle nubi. Ma quando questa era cacciata dalla bora con impeto, scopriva al viaggiatore attonito quel lurido propugnacolo della tirannide pretina, come un fantasma che appariva e si nascondeva secondo la maggiore o minore densità delle nubi.
Una carrozza a quattro cavalli saliva la strada a chiocciola che conduceva alla fortezza, e giunta vicino al ponte levatojo, ne scendeva un individuo avvolto nel mantello, ed essendosi egli avvicinato alla sentinella, questa gli intimò di fermarsi e chiamò il caporale che comparve subito, ed al quale il nuovo venuto diede l'incarico di avvertire il comandante.
Il maggiore Volpone, comandante dell'ergastolo, era a tavola, e questa sorta di gente lascia difficilmente la tavola, a meno che non sia per l'arrivo d'un superiore per strisciargli davanti o per un pericolo qualunque.
Avendo fatto del ventre la loro deità, guai a chi viene a disturbar costoro, mentre stanno seduti al santuario della loro adorazione, e perciò quando l'ufficiale di guardia al portone d'entrata giunse ad avvisare il comandante che un individuo arrivava per vederlo, il maggiore disse con mal piglio: «Che aspetti! questa gente coglie sempre per incomodarti l'ora in cui uno sta a tavola sollazzandosi alquanto e rifocillandosi dalle fatiche della giornata.»
Grandi fatiche veramente sosteneva quel carceriere dell'Inquisizione vigilando e tormentando una quantità di sventurati che la malvagità pretina avea rinchiuso in quell'ergastolo, col delitto di non aver voluto credere alla menzogna, di aver amato la libertà d'Italia, e congiurato per rovesciar la più schifosa di tutte le tirannidi.
Questo ragionamento faceva forse il giovine mentre ubbidiva agli ordini del superiore.
Sceso ed uscito dal ponte, egli recò a Gaudenzio (poichè altri non era il nuovo venuto), l'ingiunzione del comandante, ma il Gesuita, arruffando il naso dal dispetto, però moderandosi subito, e fingendo gentilezza, ipocrisia in cui sono maestri i settari di Sant'Ignazio,--disse all'ufficiale:
«Non vorrebbe lei esser tanto compiacente di recare o mandar al comandante questa carta?»
L'ufficiale fissò i suoi negli occhi del chercuto, ch'ei riconobbe, benchè camuffatto in un mantello borghese, fece un sogghigno come se volesse dire: «Tu non m'inganni, birbante!» ma siccome egli era gentile davvero, e troppo giovine per usare uno sgarbo a chicchessia, s'incaricò della carta e ritornò dal maggiore. Appena veduta la firma del Gesuita suo prottettore, il gaudente s'alzò di botto ed esclamò con voce commossa:
«Ah! questo è un amico mio, fatelo pure entrare!»--«Amico suo! che roba!... disse fra sè l'ufficiale, e ritornando a Gaudenzio, l'introdusse subito.
Lascio pensare al lettore quale sarà stata la conversazione dei due birbanti; mille scuse per parte del mercenario per aver fatto aspettare il suo prottettore, ed umore condiscendente di questo, che sentiva di avere bisogno del protetto per portare la sua avventura galante alla fine.
«Sembrami meglio aspettare l'oscurità della notte, per introdurre la ragazza in castello, diceva Volpone: a quest'ora i corridoj, il cortile e le gallerie sono troppo popolate e tutti s'accorgerebbero d'ogni cosa.»--«Che oscurità d'Egitto,» urlava il prete; impaziente d'avere la sua vittima a disposizione. «Non avete in castello una lettiga coperta, una portantina, un seggiolone che si possa coprire?»
Io non voglio nojarmi nè nojare colla conversazione oscena dei due perversi, dirò soltanto che batti e ribatti, Gaudenzio si attenne all'opinione dell'altro, cioè d'aspettare la notte, che non era lontana per introdurre Ida nella fortezza.
E la notte venne, umida, cupa, fredda, e l'infelice fanciulla fu portata in uno dei migliori, ma più reconditi appartamenti del castello. Ma per segreto che fosse il trasporto, fatto con ogni precauzione, la bella fisonomia di Ida non era sfuggita all'occhio penetrante del giovine ufficiale.
CAPITOLO XIX.
INCONTRO FELICE.
Amicizia del Ciel, prezioso dono, Io cederei per un amico un trono. (JOUNG.)
Chi fosse il giovine ufficiale, che noi trovammo di guardia all'arrivo d'Ida a San Leo, lo diremo in due parole. Leonida C., appartenente a una delle più cospicue famiglie di Faenza, appena ventenne prese parte ai movimenti insurrezionali che tanto scossero l'Italia sul principio del presente anno e che continuavano tutt'ora con minore fervore bensì, secondo il carattere degenere e poco costante di questi moderni discendenti degli Scipioni.
Leonida, elettrizzato siccome tutta la gioventù di quell'epoca, impugnò le armi e corse a raggiungere quel pugno di prodi, che col generale Ferrari e poi a Venezia tanto si distinsero. Ma Leonida aveva una madre che lo adorava; essa, donna d'alti sensi e generosa, avrebbe dato cento figli per la liberazione della patria, ma Leonida era figlio unico e di fisico un poco gracile, benchè d'animo fortissimo. Avea di più contratto le micidiali febbri di Malghera, ov'era stato di guarnigione. Di più si sapeva generalmente essere troppo numerose le forze che occupavano Venezia, ed intenzione di quel Governo di diminuirle.
Spinta da tali considerazioni la signora C. recossi nella città delle Lagune, e tanto fece presso quelle supreme autorità da ottenere il rinvio del figlio, al che Leonida stesso acconsentì, colla condizione che sua madre accorderebbe il suo arruolamento nella Legione Romana, allora in formazione sul continente.